la via

Il sole, ormai sbieco, illumina la stanza. Rovista indiscreto, impudico rivela e mostra. Insegna e di tanto groviglio dipana, semplificando come usa il taglio netto, la svolta. Esserci senza impegno di fare, agire costretti, eppure esserci. Giungere alle parole per significare, con quella limpidezza che incute rispetto ed esaurisce le domande. Risulta chiaro dove si è, a cosa si dà importanza, a che serve l’impegno senz’interesse personale e che solo questo è un partito definito e libero che può dire o tacere, studiare e cercare vie nuove senz’ansia del giudicare. Sommessamente ma distintamente, dire:appartengo a me stesso e a ciò che amo. Con i miei errori e la mia voglia di giustizia, di vita e d’infinito.

la saggezza non mi interessa

Non vorrei prepararmi ad essere vecchio e saggio,
un signore che abita i suoi pensieri,
e guarda con nostalgia il piacere,
sentendo il dileggio di chi non condivide ciò in cui crede.
Non la vorrei un’età che ha il nome del bisogno,
ma vorrei vivere appieno ciò che ho lasciato in disparte,
riparare alla noncuranza e alla superficialità
delle altre età veloci.
Avere la passione delle meccaniche del cielo e della terra, gli orologi come oggetti e il tempo come amico. 0
Sapere che ogni giornata è ancora nuova,
che ogni anno è un pezzo dell’eternita
consegnata con l’accendersi del pensiero.
Lasciare una traccia in me,
nell’ironia che si riguarda e sente il bello che l’attornia,
godere del tempo, del bene, delle cose e non sentirne colpa.

una giornata di molti anni fa

Erano venuti a prendere la camera da letto con un carretto. C’era anche una ragazza con loro. Guardò i mobili, pensava al futuro, disse ch’era contenta. Gente di campagna che aveva contrattato a lungo il prezzo. Avevano portato anche delle uova e un pollo. Mia Madre li ringraziò, sapeva il valore del dono e della gentilezza.

Nel caricare l’armadio, osservarono che pesava poco. Costruzioni moderne, disse mio Padre, forti lo stesso: come il legno massello. Finirono presto, avevano fretta. Il prezzo fu pagato in cucina, con un bicchiere di vino e una stretta di mano. Il giorno dopo si sarebbero sposati. Furono aggiunti gli auguri e un paio di lenzuola. Poi mio Padre andò a prendere la nuova camera, che per sera era montata e pronta, già con la biancheria nei cassetti e la lavanda tra cotoni e lini. Mia Madre era contenta e credo anch’io, che abitavo nella sua pancia. Non li videro più, spero che la camera moderna abbia prodotto felicità.

diario apocrifo

Non ho resistito, il covid pare duri tre ore sulla carta e nella raccolta carta, tra mucchi di bollette, ritagli, giornali, c’erano due agende e due libri in una scatola di cartone. Altri libri erano fuoriusciti ma era paccottiglia di genere che non frequento. I libri ormai li devo distillare, è finita la stagione onnivora e ciò che non m’interessa lo lascio sugli scaffali per non far torto a ciò che attende di essere letto.
Li ho messi su un muretto per altre mani e interessi.
Questo l’antefatto, assieme alla tentazione di rovistare presente in ogni bibliofilo scontento. Ho represso l’impeto, ma le agende le ho prese perché sono un mondo a parte e i libri perché erano annotati. Dopo una pulizia ho iniziato la lettura.
Anno dell’agenda n.1, inizialmente indefinito, anche se l’agenda è del 2003, le annotazioni riportano date differenti, con ora e luogo.
14 Gennaio, ore 23.50. Giornata pesante e leggera, conclusa con una ripetuta bevuta al bar. Ero assieme a L. e ad altri. abbiamo parlato di Eco, di politica, di cosa faremo domenica. Due si sono defilati al nome Trieste. Commento: città triste, ventosa e di vecchi, adatta agli aspiranti suicidi. Siamo rimasti in tre con L., Mario ha promesso di trovare un’amica che sia allegra e che beva non troppo. Proposta accolta per una passeggiata sul Carso. Non ho sonno, penso a L. mi è sembrata contenta e distante. Riesce ad essere due sensazioni allo stesso tempo. Cosa non comune. Domattina la chiamo. Sto leggendo Calvino. A volte mi entusiasmo, spesso mi annoio.
27 Gennaio ore 9.45. Colazione domenicale, ho nausea da ieri sera, ma m’ ingozzo di cibo. Spero mi passi, veleno scaccia veleno. Il corpo reagisce. Espelle. Torno a letto. Vorrei chiamare L. ma ne temo il giudizio. Ieri sera mi ha ripetuto più volte che esageravo. Forse per questo non mi ha invitato ad accompagnarla a casa. Credo di avere la febbre. Dormo.
29 Gennaio ore 17.35 Dovrei parlare della depressione o meglio della melancholia. Ma sono le 17.35 ora in cui in ogni dove qualcosa finisce e non inizia nulla che non sia mettere assieme persone. Forse in Africa qualcosa può intuire di aver inizio a quest’ora. No, neanche in Africa. Anche lì il sole si prepara a calare ma intanto sfolgora. Nei ristoranti improvvisati vicino alla spiaggia puliscono il pesce da arrostire e cacciano le mosche dalla carne. Qui si pensa all’aperitivo, alla strada da fare in bicicletta per arrivare al bar, al fatto che ci sia un posto attorno al tavolo. Vorrei ci fosse L. da sola e poi insieme agli altri, mi sembra sempre che tutto quello che mi viene in testa quando ci lasciamo, sia importante. Più interessante di quello che sono riuscito a dirle. Di sicuro non le parlerò della melancholia e di Dürer.
4 Febbraio ore 9.18 Silenzio attorno. Voglia di ridere. Mancano gli argomenti. L. non si fa sentire. Credo abbia ragione dopo l’ultima serata assieme. Rimedi alla depressione nelle conversazioni: conoscenza diretta, pacca sulla spalla, vicinanza fisica. La depressione è unica e diffusa, ognuno ha la sua per motivi suoi, che vanno dalla predisposizione alla vita trascorsa, da quello che non c’è stato a quello che c’è stato. Faccio parte di quelli che cercano di controllarla quando esagera e che l’apprezzano per le sue capacità aggiuntive quando si accontenta di parlare con me. La profondità di sentire che regala rende diversi, tanto diversi da rischiare l’incomunicabilità. Con chi si può parlare se la Comunicazione vera è solo quella profonda che include fiducia, lasciarsi andare e amore? Con pochi eletti oppure con il proprio silenzio. Non credo di aver nulla da dire se non che la melancholia è qualcosa che non impedisce l’intelligenza e l’ironia, la visione profonda del vivere. E con un poca di autoironia tutto trova un posto, anche la vita.

…continua

muta la calda stagione

Oggi è piovuto due volte. Fa fresco e si annuncia il ripensare che ha sempre con sé l’autunno. Credo che le stagioni abbiano una memoria, un lento divenire che si sfrange e poi si sminuzza piano piano partendo dalle evidenze, da quelle che si considerano le caratteristiche di una parte dell’anno, sino al loro essere profondo di mutazione, di noi, della terra, delle specie che ci attorniano. La continuità porta con sé una memoria che feconda, che rende dolci i passaggi e logiche le variazioni. Ci aspettiamo tempeste e giorni di quiete, freddo impetuoso che sfumerà nel sole, magari debole ma rassicurante di vita. Ci attendiamo passioni e un procedere sicuro come fa la prima nave del convoglio quando rompe la banchisa e traccia una via d’uscita. Una rotta, un futuro che si alimenta di presente, che tiene da conto il passato e scorge la continuità d’un cammino, d’un infinito succedersi di pensieri che s’annodano, di vite che si toccano e si tengono per mano. Per un tratto, per un tempo che continua e non finisce.

ci sono cose che non finisco

Ci sono cose che non finisco. Ce ne sono altre che non finiscono. Proseguono per loro conto. A volte si fermano e penso siano già avanti e non le trovo nel luogo dove dovrebbero essere, poi mi raggiungono ed è una felicità inattesa. Ci sono storie che finiscono troppo presto e sono colme di cose sbocconcellatte, ma mai gustate a fondo. Peccato, se c’era una ragione poi non è bastata.
Ci sono cose che neppure iniziano, non è colpa del caso. C’è sempre un motivo che qualcuno ritiene valido, eppure erano una possibilità, un corso della storia, ma non iniziano o si spengono subito. Oppure si mettono troppi vincoli e così si scorano e rinunciano. Peccato.

Ci deve essere un posto dove si raccolgono le storie e ciascuna parla di ciò che è stato, di com’era chi le ha vissute, oppure racconta, con malinconia ciò che poteva essere e si è smarrito.
Si, ci deve essere un luogo dove i trucioli delle vite si raccolgono assieme e riformano colori, usando vecchie matite, mine mal temperate mostrano che ci sono le storie, le cose e le umanità. E di ciò si consolano o sono felici di aver vissuto, di essere state una possibilità, di aver trovato chi le ha colte e amate.

oggetti?

Nella casa gli oggetti,
depositi di senso,
quieti ristanno:
attendono l’attenzione fugace
di chi proteggono dall’assenza
e dall’anomia del luogo.
Casa è dove si torna
dicono,
e nell’ infinito tornare
c’è il silente abbraccio delle cose,
segni della vita che ti riconosce,
ma se solo questo fosse,
di una immensa solitudine
saremmo intrisi.

I conti che non si chiudono

Il fornello di questa pipa in ceramica ha almeno 90 anni, tedesco per acquisto, forse di fattura Olandese per la sua essenzialità. Ha superato il novecento. E di questo vorrei dire un pensiero che da qualche giorno cova, mentre fumo guardando il tramonto: si è chiuso un secolo senza in realtà chiuderlo. Breve o lungo, pieno di cambiamenti, per chi ha la mia età molto ha contato e molte speranze ha generato. È stato il secolo che ha chiuso con alcuni assiomi, che pensavamo tali, con le ideologie ad esempio, e non ha lesinato i problemi a chi c’era e a chi è venuto dopo. Un secolo lento nel capire e nell’elaborare, è stato un secolo che ha dissolto e costruito. Questo passaggio, e chiusura che non c’è stata, era in realtà un fare i conti con il romanticismo e con gli ideali che hanno dato senso alle vite che volevano un mondo radicalmente migliore. Era questa la realtà che avremmo voluto? In particolare ora che la memoria difficilmente può essere condivisa e che ci consegna ad una solitudine che nasce dalla difficoltà di trasmettere speranza, valori, centralità del condividerli, capacità di costruire assieme. Lo penso per la polis e per la politica, ma anche, e soprattutto, per le nuove sfide nell’essere umano. Gli uomini ora sono più liberi, sembra, anche se la tecnologia è al servizio di un potere che orienta e ottunde le libertà. In realtà sono più soli e privi di bussola. Non c’è vento per il marinaio che non sa dove andare e che deve costruire nuovi portolani. Però ora, come mai, il futuro è nelle mani degli uomini di buona volontà, gli eterni sconfitti dalla furbizia, dal quotidiano. I facitori di futuro che non hanno paura di essere uomini e di dominare, non più la natura ma la paura del nuovo. Ad essi i nuovi anni e per quanto conta, a chi ha memoria, l’ obbligo di ricordare che il bello, ciò che ci salva, è opera del singolo e del gruppo, della condivisione e della generosità. Il resto è poca cosa, che lascia rovine, che non si chiude, ma transita e non lascia traccia.

l’amore al tempo del covid

Come muta il tempo e come resta uguale. Traggo auspici da pensieri che ricorrono e capisco che i ricordi sono una moneta con due facce. Una consola e racconta d’aver vissuto, l’altra è un sovrapporsi di esperienze dove ciascuna precisa e modifica le precedenti. La seconda, pur aperta indica una strada con molte soste e poca luce. Come accadeva nelle mie passeggiate notturne quando il comune abbassa le luci e le ombre diventano morbide e solide, allora sembra si sussurri nell’aria che è tempo di tornare. Abbiamo i ricordi e le cose. Ci sono quelli bravi che si liberano di tutto e ricominciano indefinitamente la vita oppure, maniaci dell’ordine, mettono a posto il poco conservato cercando di far collimare il nitore esterno con la necessità di un equilibrio interiore. Tu di che specie sei? A cosa appartieni e cosa ti appartiene che ti identifica e accompagna? Non serve una risposta se essa non è una liason d’âme, perché solo questa consola, parla oltre le parole. Ho capito che non serve, non basta scrivere, scandagliare dentro, cercare di capire. Anche comprendere la radice dell’inquietudine non basta perché ci sarà sempre una condizione che ci farà vedere chi e cosa siamo se qualcuno ha voglia di guardarci. E allora si scopre ciò che è fuori posto, quello che è sfuggito dall’apparire, perché di questo si tratta nel mostrarsi, nell’essere in ordine per gli altri mentre poco o nulla si rivela della lotta interiore. Com’è l’amore al tempo del Covid, quali artifizi usa per celare le proprie paure e come esso unisce o divide? In questa ansia di normalità accettiamo che ciò he è mutato sia tale senza una ragione che lo certifichi e neppure immaginiamo cosa occorrerebbe mutare davvero perché anche l’amore fosse adeguato al bisogno che ne abbiamo, non solo noi, ma il mondo. Vecchi vestiti frusti e dignitosi non bastano a rendere onore a un passato che non insegna e a un futuro che non apprende. Sono un anello di una catena che non lega (al più potrebbe farlo con me ma non avrebbe alcun senso, prigioniero di chi?) e che riassume storie, sensazioni, ricostruzioni difficili e che ormai sono muta narrazione oppure lampi, frames di un manoscritto sdrucito e disperso per mancanza di cura. Per questo ancora l’amore mi interessa, perché vedo in esso la linea di una umanità di singoli che evolve e sia esso virtuale, fisico, sperato, consumato, la sua storia racconta la necessità minuta e il grande bisogno collettivo. L’amore al tempo del covid sembra uguale mentre è radice che si fa strada in noi. La terra è la roccia impongono fatica e regole ma non sono impenetrabili, solo che bisognerebbe (pessima parola che si attribuisce alla necessità di far luce nelle nostre vite attraverso quelle altrui) capire sino in fondo perché non l’ordine delle cose, ma noi ci pieghiamo. Perché non inizia una nuova esaltante stagione in cui l’amore personale ha valore collettivo e così muta la società, il mondo ne viene risanato e la speranza sconfigge il buio. L’amore al tempo del covid è l’occasione offerta all’amore precedente perché esso sia un moto di cambiamento, una nuova stagione di pensiero e azione, lo scandaglio di nuove felicità in cui non arenarsi. A chi ha la propria casa interiore in disordine, l’occasione dell’innocenza e del nuovo che finalmente diradi la confusione in cui l’umanità sembra immersa. Una confusione che non produce pensiero forte, che s’accontenta di abitudini e toglie significato alle parole che dovrebbero mostrare la nostra essenza e la gioia del progredire. Per questo, penso, siamo – e sono- afoni oppure pieni di luoghi comuni. Soli e disordinati mentre mettiamo a posto l’ennesimo oggetto che si ostina a trovare una posizione diversa mentre in realtà interpella il nostro amore. L’amore al tempo del covid è analisi multivariata, che ha soluzioni diverse, è fluido con moto lamellare che ancora non ha trovato la sua strada ma sa dove andare e con chi farlo, è tempo senza orologio, possibilità felice, volo di uccelli che sente la stagione, cuore che non ha timore e se vede che la confusione è somma sotto il cielo, allunga la mano e sente quelle dita che assieme alle sue mutano il futuro.

andare o fuggire

Andare è un atto pacifico, un trascorrere dove il tempo e il moto si confondono sfuggendo alle leggi della meccanica classica. Il tempo dell’andare è un compagno che non si esaurisce se non dopo un percorso e poi si riforma per tornare a scorrere. Nel frattempo lo scorrere si è mutato in un vivere tra gli altri e osservare, aprire la mente, scardinare le abitudini.

Fuggire è lo stato che segue la misura colma per preservare l’integrità o almeno ciò che conta in essa. Non si può fuggire da se stessi, ma si può attutire, deviare l’attenzione, sollevare, e questo lo si raggiunge con il nuovo, lo stupore dell’inusitato, la rottura delle abitudini circolari. Il tempo lotta, sottrae possibilità, fuggire è ricaricarsi. Cercare un’altra possibilità dell’essere se stessi, dopo aver compreso il limite proprio e quello altrui.

Andare e fuggire, disseminare la strada di ciò che non necessita, che non aiuta a star bene. Benessere e andare, in una dimensione nuova per misura e limite. Oltre la delusione e il fallimento c’è il non provato che attende o il buio della tenebra, la scelta è nel trovare un fotone di luce, di speranza che appicchi il fuoco e cominci nuovamente il trascorrere.

Se conosco la direzione posso mutarla, 90° bastano per scoprire cosa stia sfuggendo accanto e quanto di tutto questo non abbia consapevolezza, nozione e scelta.

È la scelta l’ elemento basilare del tempo e del suo scorrere. Il senso dell’andare. Si può essere felici, sereni, in equilibrio o meno, sono possibilità che solo il restar fermi ci nega. Nel ripetere c’è la sicurezza di quel che accadrà e la scontentezza del non approssimarsi a ciò che si è o si potrebbe essere. Questa è la radice dell’inquietudine, dell’essere sfocati e fuori posto e per questo, inconscia o meno, l’intelligenza innata del crescere, spinge ad andare. Non occorre sapere dove e verso cosa, ma andare salva ciò che vuole vivere.