Nella casa gli oggetti,
depositi di senso,
quieti ristanno:
attendono l’attenzione fugace
di chi proteggono dall’assenza
e dall’anomia del luogo.
Casa è dove si torna
dicono,
e nell’ infinito tornare
c’è il silente abbraccio delle cose,
segni della vita che ti riconosce,
ma se solo questo fosse,
di una immensa solitudine
saremmo intrisi.
Archivi categoria: minuzie
I conti che non si chiudono
Il fornello di questa pipa in ceramica ha almeno 90 anni, tedesco per acquisto, forse di fattura Olandese per la sua essenzialità. Ha superato il novecento. E di questo vorrei dire un pensiero che da qualche giorno cova, mentre fumo guardando il tramonto: si è chiuso un secolo senza in realtà chiuderlo. Breve o lungo, pieno di cambiamenti, per chi ha la mia età molto ha contato e molte speranze ha generato. È stato il secolo che ha chiuso con alcuni assiomi, che pensavamo tali, con le ideologie ad esempio, e non ha lesinato i problemi a chi c’era e a chi è venuto dopo. Un secolo lento nel capire e nell’elaborare, è stato un secolo che ha dissolto e costruito. Questo passaggio, e chiusura che non c’è stata, era in realtà un fare i conti con il romanticismo e con gli ideali che hanno dato senso alle vite che volevano un mondo radicalmente migliore. Era questa la realtà che avremmo voluto? In particolare ora che la memoria difficilmente può essere condivisa e che ci consegna ad una solitudine che nasce dalla difficoltà di trasmettere speranza, valori, centralità del condividerli, capacità di costruire assieme. Lo penso per la polis e per la politica, ma anche, e soprattutto, per le nuove sfide nell’essere umano. Gli uomini ora sono più liberi, sembra, anche se la tecnologia è al servizio di un potere che orienta e ottunde le libertà. In realtà sono più soli e privi di bussola. Non c’è vento per il marinaio che non sa dove andare e che deve costruire nuovi portolani. Però ora, come mai, il futuro è nelle mani degli uomini di buona volontà, gli eterni sconfitti dalla furbizia, dal quotidiano. I facitori di futuro che non hanno paura di essere uomini e di dominare, non più la natura ma la paura del nuovo. Ad essi i nuovi anni e per quanto conta, a chi ha memoria, l’ obbligo di ricordare che il bello, ciò che ci salva, è opera del singolo e del gruppo, della condivisione e della generosità. Il resto è poca cosa, che lascia rovine, che non si chiude, ma transita e non lascia traccia.
andare o fuggire
Andare è un atto pacifico, un trascorrere dove il tempo e il moto si confondono sfuggendo alle leggi della meccanica classica. Il tempo dell’andare è un compagno che non si esaurisce se non dopo un percorso e poi si riforma per tornare a scorrere. Nel frattempo lo scorrere si è mutato in un vivere tra gli altri e osservare, aprire la mente, scardinare le abitudini.
Fuggire è lo stato che segue la misura colma per preservare l’integrità o almeno ciò che conta in essa. Non si può fuggire da se stessi, ma si può attutire, deviare l’attenzione, sollevare, e questo lo si raggiunge con il nuovo, lo stupore dell’inusitato, la rottura delle abitudini circolari. Il tempo lotta, sottrae possibilità, fuggire è ricaricarsi. Cercare un’altra possibilità dell’essere se stessi, dopo aver compreso il limite proprio e quello altrui.
Andare e fuggire, disseminare la strada di ciò che non necessita, che non aiuta a star bene. Benessere e andare, in una dimensione nuova per misura e limite. Oltre la delusione e il fallimento c’è il non provato che attende o il buio della tenebra, la scelta è nel trovare un fotone di luce, di speranza che appicchi il fuoco e cominci nuovamente il trascorrere.
Se conosco la direzione posso mutarla, 90° bastano per scoprire cosa stia sfuggendo accanto e quanto di tutto questo non abbia consapevolezza, nozione e scelta.
È la scelta l’ elemento basilare del tempo e del suo scorrere. Il senso dell’andare. Si può essere felici, sereni, in equilibrio o meno, sono possibilità che solo il restar fermi ci nega. Nel ripetere c’è la sicurezza di quel che accadrà e la scontentezza del non approssimarsi a ciò che si è o si potrebbe essere. Questa è la radice dell’inquietudine, dell’essere sfocati e fuori posto e per questo, inconscia o meno, l’intelligenza innata del crescere, spinge ad andare. Non occorre sapere dove e verso cosa, ma andare salva ciò che vuole vivere.
stelle d’agosto
La linea dei monti si è fatta azzurra e il cielo si è coperto. La girandola è ferma, c’è calma di vento. È san Lorenzo, le pleiadi faranno fatica a mandare messaggi, così i desideri si accucciano nel fresco della sera.
È l’ora dei marinari, del silenzio che scende con le voci che sbagliano il tono. È l’ora dei ricordi che si presentano e dicono di altre età. L’orologio scandisce il suo tempo, ma a me interessa la meccanica che lo muove non ciò che segna. Sbuffi di fumo da una vecchia pipa che m’ha seguito fedele mentre il mondo mutava. Si parla a se stessi, si enumera ciò che va per suo conto e la direzione, come per il fumo, è quella del vento che ora ristagna, pensoso. Una voce poco fa ricordava la Barbagia, un’altra ha riassunto in poche parole ciò che non c’è nelle intenzioni vere del mondo. Le notizie dicono l’insensatezza di chi non pensa, non crede all’evidenza delle precarietà. Senza il tempo siamo immortali, per questo alle scie nel cielo affidiamo la determinazione di tornare. Si torna sempre da qualche parte. Mai al passato insieme. Questa vecchia pipa significa qualcosa solo per chi l’ha vissuta e ancora, come allora c’è l’allegria di avere un pavimento per camminare e il cielo come tetto per i sogni.
lettera a un amico di cui non ho più l’indirizzo
Mio caro P. ricordo bene quando l’ansia di provare era forte, quando tutto era a disposizione e tutto meritava d’essere assaggiato. Mi sembrava che essere coincidesse con esserci, che sentire fosse qualcosa di fugace come la felicità, anzi che sentire spesso coincidesse con l’essere felice. È durata molto a lungo questa sensazione e motivava per una corsa senza fine, finché mi trovavo stremato da continue sensazioni. Sembrava che il tempo non fosse mai sufficiente, che ciò che non provavo sarebbe stato definitivamente perduto. Qui ci si può aspettare una conclusione che svolta e continua, ovvero quando è cambiato tutto ciò. In realtà questo non lo so dire perché non mi sento di essere diverso, ossia lo sono ma non per qualche motivo che non sia la naturale evoluzione del mio percorso. Insomma si invecchia, si sovrappongono esperienze e conoscenze, si sbaglia, si sceglie. Ma non sono particolarmente stanco di questo arruffati vivere che non trova punti definitivi a cui fare riferimento, che continua a generare certezze precarie da dubbi fecondi. Osservo e vivo e neppure ho smesso di sentire, anzi direi che ho raffinato questa capacità, Quello che è mutato è il rapporto con il tempo. Ho sempre pensato che c’era tempo, non poteva essere diversamente nella spinta a fare che non poteva esaurire tutto ed era incapace di mettere da parte ciò che non era possibile in quel momento. Quel sentimento è mutato: era un esserci tempo ansioso mentre ora la calma è essa stessa passione e fuoco e il tempo è cosa mia. Se mi guardo attorno, la mia vita è così, con le persone che hanno sempre da dirmi molto più di quanto dicano, con l’interesse per ciò che si muove sotto la superficie e che fa coincidere quello che provo con quello che mi porto dietro. Non è una collezione di sensazioni, ma un cammino dell’essere che riceve molto da alcune persone e da altre in misura minore, con una graduatoria non del sentire ma del condividere. E condivido senza mettere limiti di tempo. Non uso volentieri gli avverbi di tempo assoluti, i mai, i sempre, forse perché so che, molto spesso, questi rassicurano chi li pronuncia. Rinuncio a questa sicurezza perché ho fiducia in ciò che accadrà, ormai mi conosco un po’ e so che il mio essere fedele a ciò che sento è una costante della mia vita. Anche nel mutare, nel pensare diversamente, ciò che conta non viene scartato e resta ben radicato per tenere solida la mia casa.
Questo frammento di lettera poi non ti ha raggiunto. Mittente sconosciuto era scritto sulla busta, eppure l’indirizzo me l’avevi dato tu. Forse anche questo è un segno che cuce e scuce i rapporti, che significa e trae conclusioni. Le mie parole erano la risposta a un ricordare tuo, agli anni in cui si correva e la notte era sempre giovane, ma sentivo in ciò che mi avevi scritto quella rottura delle alternative che impasta la bocca. Allora eravamo una rete di relazioni, dicevi, un impasto di confusi ideali e una miniera di irridenti osservazioni. Nessuno era solo e al tempo stesso eravamo amalgama non reazione creatrice del nuovo. C’erano tanti “nuovi” che si sovrapponevano e facevamo cose diverse. Ce le mostravamo orgogliosi ma già annoiati, come fossero diapositive di vacanze e avvenimenti già vissuti e archiviati. Nelle tue parole sentivo una nostalgia che era saudade, ovvero non avere un posto dove star definitivamente. E in fondo era il rifiuto dell’attesa che tutto fosse perfetto; il sentimento che il tempo fosse relazione e novità ovvero un infinito deposito di scelte in cui era possibile condividere, ridere, essere leggeri e riflessivi e ascoltare o cantare assieme guardando le scintille d’un fuoco notturno andare verso il cielo. C’era risacca di vita nelle tue parole, voglia di tempesta e di sabbia sollevata dal vento perché dopo il mare si puliva e veniva voglia di nuotare e di asciugarsi nudi al sole o alla notte, mentre tutto attorno finiva e mandava profumi inusitati d’estate del vivere. Cioè un tempo infinito che doveva solo essere fatto, reso tangibile, vissuto.
piccoli barbari
Sono scesi in silenzio dalle vecchie travi con i tarli lucidati nei restauri. Sono emersi dagli interstizi della malta antica. Si sono svegliati dai piccoli ricettacoli che offrono le arelle e i soffitti che hanno una storia. Sono calati di notte e si sono cibati di sudore e sangue, lasciando tracce invisibili. All’inizio. Non lo sapevano che ero allergico, quindi li posso scusare per la loro feroce scortesia. Avevano fame e non hanno chiesto il permesso. All’inizio neppure mi sembrava volassero, ho pensato alle pulci, ma non erano pulci. Certo erano minuscoli come un testo senza pretese, ma in grado di dire e di andare in profondità, sino a diventare l’argomento principale dei pensieri. Quindi dotati di una loro logica e persistenza nel manifestare la presenza e di far convergere nel loro esistere soluzioni e pensieri ricorrenti. Qualcuno ha perso lo scontro fisico, ma intuivano la mia debolezza e non si curavano delle perdite e neppure delle armi chimiche messe in campo. Finché me ne sono andato e forse questo volevano, ovvero che lasciassi il campo: quella stanza era loro. Ora, sono passati giorni, tra antistaminici e pomate le tracce dei pasti pian piano recedono, ma con la lentezza di ciò che vuol farsi ricordare. I segni del vecchio miles non sono gloriosi, ma segno di una sconfitta che ha lasciato il campo. Un prurito basta per ricordare che ci sono altre specie, piccole e ben attrezzate che non sono disponibili a condividere l’impero dell’uomo.
sintonie
Certe mie piccole consuetudini ti danno un fastidio sorridente,
le osservi e correggi,
mi mostri la logica sminuzzata dall’abitudine che contengono.
Ma questa è la mia cultura povera delle cose,
un’identità precaria fatta di segni,
come lo scrivere diritto che non taglia le t
e sovrappone le curve delle a e delle e.
Ciò che fa capolino è l’innocua insofferenza,
nata nel relativo che tace
e sovrappone le vite.
Come nelle vecchie radio la sintonia è pazienza
e nulla coincide mai davvero,
se non per brevi attimi d’infinito,
così disturba poco l’essere circoscritti,
o invasi negli spazi dove il giudizio non è sentimento,
resta l’amore quieto dell’abitudine,
quello solido che risuona e rende forte il tempo assieme.
piccolo mantra per le giornate di sole e pioggia

Avere un limite nella testa, o nelle mani, o nel corpo e superarlo.
Oppure frequentare con umiltà (parola desueta) la sensazione di ciò che si è, sapendo l’ignoranza del conoscersi.
Sentire senza colpa, né rivalsa, il coacervo di differenze tra desideri e realtà, tenere in buon conto i fallimenti e il molto vivere che hanno portato. Essere grati per le delusioni che ci hanno mutati nella presunzione, lasciare che le vite vivano, presagire il nuovo che è in noi e attende.
Fare del limite il confine dell’incontro, amare l’accoglienza che ogni giorno ci accompagna oltre, ed essere grati, non della fretta o del bruciare il tempo, ma del sedimentare della consapevolezza e dell’attesa.
Solstizio d’estate
Stanotte il solstizio d’estate.
Notte misteriosa nell’aria che ci legge i corpi, nella luce che si fa amica l’ombra, nel mistero che parla con il cuore.
Nel solstizio si/ci riconosce, luce e ombra spartite a mezzo. Il pensiero si faceva strada stamattina, raggio oltre l’alba, bussava nell’ultimo sogno. Poche mattine fa mi sorprendevo contento d’un desiderio serbato e ho scoperto che ho scialato con i pensieri, tenuti stretti i desideri, lasciato fluire il tempo e il kairos si è vendicato. Così restano le impressioni di ciò che è mancato e riemerge, potente, come solo i desideri sanno fare.
Che sia una bella estate e la luce aumenti in noi.
è la solitudine ciò che ci avvicina e ci allontana
Tutto allora si fa per paura della solitudine?
È per questo che rinunciamo a tutte le cose di cui ci rammaricheremo alla fine della vita?
È questo il motivo per cui diciamo raramente ciò che pensiamo sino in fondo? Per timore di perdere chi ci vede e vuole diverso.
E per quale altra ragione ci abbarbichiamo alle false amicizie, ai noiosi pranzi di compleanno?
Cosa avverrebbe se rompessimo con tutto questo, ponendo fine all’abitudine della compagnia e prendendo partito per noi stessi?
p.s. alle domande cercherò di dare risposta molto parziale con una lettera ad una immaginaria interlocutrice, ma questo sarà un lungo scrivere seguente che i miei pochi frettolosi lettori potranno saltare allegramente.
