Un africano, giovane, alto e magro, sta spazzando il marciapiede in via di Torpignattara. Un cartello dice che è volontario e chiede, se si vuole, una monetina.
Sembra che dietro ci sia un racket che risponde a un problema, la pulizia dei marciapiedi, e raccoglie elemosine. È triste pensare che la pubblica amministrazione non arrivi dove arriva la zona grigia della legalità. Che la stessa amministrazione crei problemi che forse avrebbero soluzioni transitorie e di educazione prima che di tecnica. Le regole imprigionano l’azione e sono contro l’uomo quando non vedono i suoi problemi. Non voglio dire che ci devono essere trattamenti diversi ma se il lavoro di pulizia a offerta libera lo facesse una onlus, dovrebbe avere i dipendenti in regola, la scopa ergonomica, la paletta approvata da qualche ente di sicurezza. Lo sta facendo qualcun altro, singolo o associato, in modo “abusivo” e irregolare però il marciapiedi adesso è pulito.
Forse siamo finiti nel paradosso di Buridano e da un lato c’è la legalità e dall’altro i problemi che le persone vivono ogni giorno e non si risolvono. Quando lo Stato non affronta qualcosa accade e una crepa nell’ordinato vivere si allarga.
Più avanti, due negozianti sono usciti con le scope e raccolgono lattine, carte e mozziconi lasciati dall’incuria della notte, il pulito contagia e questa è una buona notizia, magari col tempo ne arriveranno altre.
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ascoltare stanca
Ascoltare, a volte, stanca; come lavorare, ma cambia il modo di vedere le cose. Ad esempio si capisce che il sistema di evidenze costruito pazientemente, non è così evidente, che gli assiomi sono traballanti, che le vite, come le felicità, si assomigliano tutte e che per molti neppure l’infelicità è differente. Si capisce che il futuro che sembra appartenerci e così carico di noi, è tutto da spiegare e non è detto che assomigli neppure un briciolo a quello che stanno raccontando. Si capisce che i giudizi perentori sono come le simpatie, ovvero basati su un’impalpabile essenza di quotidianità distratte.
Molte persone credo abbiano pensieri brevi e penso dormano, poi si svegliano, lavorano, tornano, si prendono cura e a volte fanno all’amore. Ma non fanno solo questo, perché dentro di loro pullula un mondo che chiede di uscire e allora la scelta che hanno è tra il tacitarlo oppure guardarlo con la giusta meraviglia, chiedendosi dov’era prima tutta quella roba e di chi fosse.
È quando si mette un tappo che cominciano ad accumularsi gli anni, come appartamenti di periferia, gli uni sugli altri, nati da speculazioni arroganti che lasciano senza storia e con vite che si rimpiccioliscono. Allora chiedere ragione di un giudizio genera fastidio, la vita è in 80 mq, il resto è rumore, o spiaggia, o villaggio turistico, o l’auto che invecchia e diventa lo specchio dei motori interiori che accendono spie che vengono ignorate, si adattano, funzionano come possono. Ad certo punto c’è più memoria di uno striscio di carrozzeria che di un cambiamento sociale e così se si chiede quando è iniziata l’emergenza profughi, o quando le badanti sono diventate più convenienti degli ospizi e dei figli amorosi, gli occhi si sgranano cercando una data che in fondo non c’è. Neppure di prima dello smart phone c’è memoria e nèanche di quell’ultimo libro letto che aveva quell’autore, coso, come si chiama, sì quello che poi hanno fatto anche il film. Ma qual era la trama? Pare ma non c’è certezza.
Allora essere governati significa farsi gestire il percorso casa lavoro in maniera più semplice, vuotare il cassonetto sotto casa, cacciare i topi e tappare le buche. E il futuro così si è risucchiato nelle vite, che hanno futuri propri e divergenti. Il giornale semina disgrazie, e forse dovrebbe mostrare una possibilità, ma quando lo si legge in internet scompare quando si spegne.
Ascoltare e scoprire che ci pare di sapere, capire che ci è stato tolto il governo dell’ignoranza: prima ci pareva di conoscere bene i nostri confini, mentre ora si capisce che la volontà di sapere non colmerà nessuna lacuna, ma in fondo sarà un fatto personale. Ascoltare, spiegare, tacere ed essere stanchi di capire, è questa la differenza di cui parlava Tolstoi? L’infelicità di non colmare le distanze tra i progetti, tra le vite, la coscienza che non ci sono toppe e tantomeno l’onnipotenza del metterle giuste. Ascoltare e capire che il reale è uno specchio infranto. E mostra tanti piccoli pezzi di presente, quindi tanti futuri, ma nessuno che ricomponga quello che era assieme.
C’è a chi viene naturale ascoltare, gli pare di imparare non sa bene cosa, si riconosce e nel capire sente un profumo di già vissuto oppure di pericolo scampato, o ancora di felicità perduta e vorrebbe pronunciarla quella parola, noi, che annoda le storie, ma non gli viene e così ascolta e annuisce.

tutto dovuto?
Sbriciolo pochi ricordi tra le dita,
passeri e colombi si gettano voraci:
mangiare non è condividere.
Resta l’essenza, il rosso nastro,
sottile di ciò che non è,
non bisogna dolersi, è la vita,
quella che fa capire che avanti e oltre
son differenti percorsi,
righe di luce e di tenebra,
divenute diffrazioni per palpitare la retina,
di fantasie e realtà.
Piano emergono indizi,
un puzzle si compone in una traccia,
dove scorre la luce.
I ricordi sono merce scomoda,
da maneggiare con l’accuratezza delle rose,
profumo, gambo, colore, smorzando le spine,
e dovrei dire che quel pulviscolo
che ora m’attornia,
è quel ch’è rimasto.
No, non è tutto dovuto.
la maleducazione
Ci hanno insegnato a trattenere, a sfumare le opinioni, a eliminare le manifestazioni senza controllo.
Una serie di convenzioni che ci definiscono per bene, rendono non solo lecito ma spesso obbligano l’omettere, il non dire intera la verità e soprattutto quello che pensiamo. Il risultato è che si lascia all’evidenza e all’intuizione il compito di spiegare i comportamenti. Sembra non ci sia via d’uscita se non si è eccentrici, artisti o moderatamente folli. Siamo condannati a non dire perché le persone si offendono, restano ferite, non vogliono sapere se non a piccole dosi.
Si potrebbe tentare di non avere giudizi, cosa davvero complicata perché anche quando si pensa di non averli, questi da qualche parte ci sono e discriminano, presumono e quindi alla fine un loro effetto ce l’hanno. Ho capito che per essere maleducati, ovvero molto vicini a dire ciò che si pensa e al perché si fa qualcosa, bisogna essere molto intimi, per gli altri resterà una rete di compromessi e qualche scoppio d’ira accompagnata da sincerità incontrollata. Bisogna anche aggiungere per relativizzare quello che potrebbe essere un insieme di assoluti, che il dire ciò che si pensa non è di per sé la verità, che si può cambiare opinione, che nel dirsi le cose le relazioni diventano più profonde e che su queste si può costruire oppure distruggere.
Mi è capitato, ma credo sia una cosa frequente con i telefoni, di sentire la continuazione di una conversazione che mi riguardava dopo che la comunicazione era stata chiusa, e non riuscivo a interromperla finché non ho spento il telefono. Nulla di particolarmente grave, ma un telo che avvolgeva i rapporti si è squarciato perché la persona di cui si parlava con altri ero io, il mio modo di vivere, i miei interessi. Non era un gossip, ma il pensiero in diretta di una persona che mi conosceva pure poco e che però esprimeva giudizi. Avviene in continuazione e non lo sappiamo. Facciamo finta non accada, vorremmo che gli altri parlassero bene di noi, ma non accade se non nei casi in cui ci sono conoscenze profonde. Quindi la maleducazione non solo esiste, ma viene praticata intensamente e l’unica cosa che sembra renderla meno maleducata è il fatto che non sia diretta. Potendo scegliere preferisco la maleducazione diretta, il pensiero libero che può essere oggetto di contraddizione, di riflessione, di rottura, ma almeno quello che era importante è stato scambiato.
Viviamo in acquari di gossip e possiamo dire che non ci interessa ma in realtà un malessere ci accompagna. Credo bisognerebbe agire di più sull’educazione ai sentimenti, al rispetto, alla dignità dell’altro. Bisognerebbe non tanto tacere per proteggerci, perché questo era il fine della buona educazione, ma pesare meglio il pensiero. Venire educati a pensar bene e a distinguere solo i pericoli veri. Vivere in un chiacchiericcio infinito rende tutti un po’ ipocriti, parecchio furbi e propensi a disconoscere la verità. Quella che ci riguarda almeno.
steso a guardare le nuvole
Quello che sto per scrivere è lungo, chi avrà voglia di arrivare sino in fondo avrà avuto costanza caparbia e una sua opinione. Mi piacerebbe conoscerla perché mi riguarda, anzi riguarda tutti.
Una generazione può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. È il solito rapporto tra il grande uomo e il cameriere.
Fare il deserto per emergere e distinguersi.
Una generazione vitale e forte, che si propone di lavorare e di affermarsi, tende invece a sopravalutare la generazione precedente perché la propria energia le dà la sicurezza che andrà anche più oltre; semplicemente vegetare è già superamento di ciò che è dipinto come morto.
Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe più comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro… ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di più.
Una soffitta su un pianterreno è meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali, ma non siete capaci che di costruire soffitte.”
Antonio Gramsci in “Passato e Presente”, 4° dei “Quaderni dal Carcere”.
Queste parole mi hanno colpito spesso per la loro capacità di inquadrare la situazione attuale. Non solo politica, ma quella sociale, economica, relazionale. Il presente è il prodotto di una serie di azioni consapevoli e di eccezioni, ma non è un insieme dato, senza alternative. Si può modificare. Il subirlo o l’utilizzarlo unicamente per quanto di utile può dare implica che non vi sia una visione del futuro proprio e collettivo. Manca il progetto. E questo è tipico dell’eccezionalità quando una guerra, una carestia, un evento disastroso implica nuove scale di valori in cui il quotidiano sopravvivere diventa l’obiettivo, ma non è la normalità. Però si è fatto strada un modo di pensare che confonde il cogliere l’attimo con una cultura del presente come unica immutabile realtà. Il presentismo è nella tecnologia, lo si insegna nell’azione sociale e politica, è coltivato nella scuola e nella cultura della meritocrazia, che non significa il più bravo o il più capace, ma colui che raggiunge in minor tempo gli obiettivi fissati da altri senza chiedersi se questi siano positivi o meno per sé e per tutti.
Vivere nel presente dovrebbe implicare l’avere una storia e un progetto che da essa nasce, non consumare ciò che c’è senza chiedersi cosa accadrà tra un giorno, tra un mese, tra 5 anni. Si dirà che qualunque progetto viene modificato dalla realtà e non si realizza mai appieno, ma il progetto modifica la realtà, si relaziona con essa, la determina, e attraverso questo processo determina noi. Se soffriamo d’indeterminatezza, di anomia è perché si vive solo nel presente. L’identità viene determinata da altri che lucrano sull’assenza di scelte, sul conformarsi a ciò che viene fatto credere come immodificabile.
Avere la schiena dritta significa avere principi interiori che fanno star bene se sono rispettati. Quello che sento sempre di più attorno, invece, è un piegarsi, un fuggire dalla responsabilità di avere un proprio futuro. Questa del presentismo è una ideologia che sembra avere una radice edonistica ma in realtà segmenta, compartimentizza la società, i gruppi, le stesse famiglie nel momento in cui la responsabilità cade solo su una parte, e non di rado su un solo componente se la famiglia si scinde. La società divisa in classi aveva una stratificazione orizzontale, il presente divide la società in compartimenti verticali mettendo da un lato chi può avere il presente e dall’altro chi non può. Come se fossero i desideri ad essere il collante sociale e non i bisogni.
La politica da tempo ha scelto di lisciare il pelo al gatto e di non dire la verità. Non la dice sul futuro e neppure sulla condizione che vivono le persone nel presente, non la dice sull’ambiente, sui fini che essa persegue, sul vivere e sulla felicità possibile. Non dice la verità sul debito pubblico, sull’illegalità, sui privilegi diffusi. Parla di eguaglianza e di meritocrazia ma non parla di persone, parla di conformi e di capaci. Degli esclusi non si parla perché sarebbero disturbanti in un’idea del presente che non ha futuro. E invece è proprio questo che sta accadendo: crescono gli esclusi dal presente. Un popolo si accalca per vedere le vetrine ma resta fuori, le porte di accesso sono diventate strette e, paradossalmente, il discrimine non è tra legale e illegale, ma tra avere e non avere. Appartengo a una generazione che ha avuto la possibilità di avere un ascensore sociale che ora non esiste più oppure è talmente lento e piccolo da non essere una prospettiva, ma quell’ascensore si fondava su un presente anticamera del futuro, criticava un passato che conosceva e ne teneva la parte che serviva. Insomma il tempo era ricomposto nel suo farsi e con esso le vite. Oggi questo viene scientemente negato e con esso si elide l’idea di progresso.
Spesso si confonde la tecnologia e le sue acquisizioni con il progresso, ma mentre la prima è connaturata al presente e viene di fatto subita (come ogni fattore legato ad un utile economico), il progresso è una macchina lenta, fatta di diritti che si acquisiscono, di vite che costruiscono nuove piattaforme stabili da cui avanzare. Il progresso riguarda tutti, riguarda il futuro e il benessere, quindi i bisogni, la tecnologia riguarda il presente, i desideri ed è destinata eternamente al nuovismo, ad essere vissuta in un crepuscolo di possibilità brevi in cui tutto si esaurisce e tutto può tornare indietro.
Facciamo un esempio, se mi insegnano a fare le quattro operazioni, a estrarre la radice quadrata, se mi danno un lessico sufficiente a mettere in relazione ciò che vedo e penso con le parole posso comunicare e ho un progresso, se imparo a usare uno smartphone, se faccio i conti con la calcolatrice, quando questi si spengono resto privo di possibilità di azione, quindi sono nelle mani di chi ha l’energia e me la fornisce. Questa dipendenza mi può gettare in una privazione assoluta, mentre la mia capacità di relazione acquisita, di progresso personale è per sempre. Badate bene che non sto demonizzando la tecnologia, ma l’asservimento ad essa. Non sto rifiutando il presente, ma il suo culto esclusivo. L’uomo superata la fase della sopravvivenza, ha sempre interagito con l’ambiente e col tempo, ha programmato se stesso in relazione ad un desiderio di eternità. Su questo le religioni possono dire molto. Ma oltre al presente ha considerato che i destini personali e il futuro collettivo avessero una relazione. Finché questo è avvenuto con distorsioni immani e crimini orribili, comunque una connessione nel tempo c’era, ora questa connessione sembra più incerta, ci si affida al caso e alla necessità senza pensare che l’uno e l’altra sono suscettibili di giudizio e di manomissione. Basti pensare a quanto avviene nel distacco tra problemi e soluzioni proposte dalla politica, solo che invece di modificare la politica la si considera un insieme dato e quindi ci si allontana da essa, non pensando che proprio questo facilita il potere e gli interessi di parte che lo sorreggono perché quanti meno cittadini andranno a votare, tanto minore diventerà la possibilità di cambiamento. Poche persone possono essere privilegiate, tante invece fanno emergere l’eguaglianza e il diritto. Quindi anche le vicende di questi giorni esigerebbero il rifiuto di considerare che nulla si può fare perché tanto è così, una manifestazione larga di dissenso agisce sul presente e lo modifica. Se il presente fosse una entità pensante si direbbe che la si costringe a tener conto.
Io credo che quando si dice che il futuro è nelle nostre mani non si parli solo di noi, ma di un insieme di persone che convergono su un futuro comune in cui anche il nostro star bene abbia posto. E questo riguarda il presente che prepara questo futuro, per cui ho il presente nelle mie mani, ho un passato da cui partire e ho un progetto che mi riguarda e che voglio condividere. In questo credo si riassuma la possibilità di cambiare ciò che non ci va, e non è poco, in questo mondo e di dare un senso alle vite.
Riassunto: C’è un culto del presente che toglie il futuro e denigra il passato senza ragioni di progresso. Ci verrà chiesto: ma dove eravate quando accadeva tutto questo?
inadeguato
Sempre più spesso ci viene chiesto di uscire dalla sicura conchiglia delle abitudini, è il nuovo che ha una sua urgenza perché già preannuncia che poi puzzerà di stantio. In questo starebbe il cogliere l’occasione.
Non so voi, ma spesso mi sento inadeguato alla possibilità e allora attingo alla sconsideratezza oppure cerco di fare sapendo che l’errore è compreso in ciò che farò, ma sono cosciente del senso del limite.
Per questo mi sorprendono i sicuri di tutto, quelli che salgono qualsiasi asperità: o sono tanto bravi oppure hanno perso la nozione del dubbio. Sembrano intrisi di quella che sembra essere costante novità, il farsi senza traccia in una infinita serie di sensazioni che non muta davvero e non fa proprio il nuovo ma lo considera già vecchio nel momento in cui si manifesta, quindi trascurabile e transitorio. E questo presunto nuovo è già abitudine, privo di vero cambiamento. Invece penso che l’unico modo per vivere tutte le età mantenendo la capacità di stupirsi, sia quello di far proprio ciò che non ha riferimenti, che non ricade nella consuetudine e che per questo ci spinge a mutare.
Non è forse questa la giovinezza ossia la perenne sensazione di non essere adeguati e al tempo stesso la voglia di inglobare in noi il mondo? E questo sentirsi inadeguati non è la spinta a superarsi per quanto è possibile nel fare, insoddisfatti ma anche onesti del dire il proprio limite? L’inadeguatezza e il cogliere l’occasione stabiliscono un equilibrio tra coscienza e volontà, non diventano arroganza, eppure procedono. Dovrebbero essere qualità di chi si trova ad avere potere, invece accade di rado, pare sia meglio seppellire il nuovo con il nuovo. Definirlo vecchio, incessantemente finché non verrà uno davvero nuovo a seppellire l’ultima arroganza.
la realtà è una giusta maestra
Consapevolmente o meno, è sempre stato così: il rapporto dell’uomo che subisce il potere, prima o poi attraversa una fase di stanchezza che lascia ad altri il compito di regolare i conti.
Ci sono i cinici, i distratti, gli indifferenti e pure gli apocalittici che tutti assieme delegano alla realtà il compito di rimettere in ordine le cose. Spesso sono quelli che la sanno lunga, che incassano la testa tra le spalle e aspettano finisca, perché alla fine finisce e i conti in qualche modo tornano.
Mi piace però pensare che accanto a tutti questi, e pur sapendo che la realtà alla fine a suo modo paga, ci siano quelli che non si arrendono. Che ogni volta sono più stanchi, ma non accettano di nuotare in un verso solo perché conviene. E a questi, liberi naviganti, apparentemente sconfitti, mi iscrivo volentieri. In loro c’è forza, e non so da dove venga, ma continua ad alimentarsi in qualche oscuro recondito d’anima. Forza che crede ci sarà del nuovo e così facendo influenza la realtà. La loro almeno. Sarà perché amano le passioni ma non gli manca mai il tempo per capire e indignarsi, almeno una volta in più dell’avversario o del conformismo. E sorridono, scrollando le spalle, quando dicono che il tempo è galantuomo, perché ne hanno capito il senso.
le chimiche verità
Si diceva alla fine di un ragionamento sui sentimenti, che le donne vogliono dolcezza eppoi ci si chiedeva cosa vogliono gli uomini dalle donne.
Io ho risposto la verità, ma non ne ero certo. Mi pareva la cosa più importante e semplice o forse era una risposta etica. In realtà, pensandoci ora, penso che sia uomini che donne, vogliano verità e cura, non solo l’una o l’altra. Ma non è una risposta di genere, forse diamo nomi uguali a intensità differenti. Chi ha mai definito appieno la scala del bisogno d’amore? Chi riesce a tracciare i colori che vanno dal nero al rosso acceso e a collocarsi nella sfumatura che gli appartiene e al tempo stesso definire quella che desidera? C’è uno iato che fa la fortuna dei venditori di tranquillanti, di psicologi e preti ed è costituito dal tentativo di trovare una ragione per lo squilibrio, nonché del tentativo di colmarlo.
La mia insegnante di chimica analitica mi ripeteva che si trova quello che si cerca, poco o tanto, anche niente ma funzionava così.
Aveva ragione, anche se quasi mai nella vita si procede sapendo davvero ciò che si cerca e sorprendendoci di ciò che si trova. Invece, al contrario dell’analisi chimica, non di rado ci si accontenta, pensando che siamo noi ad essere poco in sintonia con i nostri desideri.
Ma qui c’è la notizia che tutti conosciamo: chi si accontenta non gode, s’accontenta e basta.
Quindi forse la prima asserzione non è distante da ciò che si vorrebbe: verità e cura sono un buon misuratore di ciò che si cerca davvero.
l’equilibrio non ama l’amore
Di questa specie d’amore, che si camuffa di bene,
che nel dirsi, teme
e rafforza la corazza costruita con cura.
Di questo usare ciò che consente al vivere d’abitudine,
che trova un accordo con la notte.
Di tutto questo dirsi, bisbigliarsi, nel silenzio dei pensieri,
cosa resta agli equilibristi del cuore
che, stesa la fune,
tirata sino a farla suonare d’aria e di luce,
ne assaggiano la consistenza col passo che avvolge,
ma poi ristanno pensosi,
immobili al proprio desiderio d’infinito,
e al timore d’imparare
d’essere mutati dal sapersi
di poter tenere il cielo con le dita.
geometria
Nel perimetro esatto delle cose,
che solo il cerchio approssima,
c’è una infinitesima area dove tutto si confonde
e la linea, la superficie evapora
e diventa aria,
ascolta il profumo che ne viene:
è li che nascono le scelte
e la vita continuamente di rinnova.