l’oppio dei popoli è la disperazione del cambiare davvero

Li conosco i soddisfatti, i lavevodettoio, gli acidosi da maalox, che con il sorriso dell’ovvietà bieca percorreranno circonferenze di chiacchiere per tornar da capo. Chi aveva capito (cosa? come?) si vanta: il populismo ha fatto cadere i potenti, ne ha visto per tempo i piedi di sabbia, ed è stato pronto per essere scelto. Nulla aveva fatto prima, nulla farà poi, una scelta perfetta. La conservazione sceglierà i suoi. Il resto, l’opposizione, poco abituata ad esserlo è confusa, ricorda un passato furbo in cui non occorreva il consenso per avere il potere, ma ora? Nell’ombra si muovono appena i pupari, basta poco perché le cose vadano secondo quello che si aspettano. Neppure liscia o il pelo al gatto di turno, non ne hanno bisogno : chi non vuol cambiare punterà su di loro perché nulla cambi e la mediocrità eccella in ciò che è insostituibile, ovvero convincersi di interpretare ciò che davvero ciò che pensa la gente.

Nel Pd, moti browniani, la fisica e la politica sono ricche di similitudini, un po’ di altezzosità e gestione di ciò che si può. Ciò che si deve da tempo non esiste più e chi dovrebbe capirlo si lamenta di non essere capito. Dove andremo se non in braccio ai negromanti che leggono passato e futuro allo stesso tempo, quelli che vivono in torri di qualunquismo e si informano, leggono più giornali, parlano tra loro e si convincono. Professionisti dell’esegesi, non camminano (scendono) tra le persone di cui parlano, si informano se il popolo ha fame, se è inappetente, se è satollo.  Hanno contratto quella malattia che nel Pd è nella sinistra, si conosce bene ed è afasia strutturale del capire politico, ovvero  il problema è altro, non capite e comunque l’avevo detto.

Quando cadrà la destra ex missina? Difficile dirlo, forse l’economia che cede, oppure l’inflazione e il lavoro sempre più povero, o ancora gli avvenimenti europei. Spero cada sulla riforma costituzionale in fieri, ma vorrebbe dire che gli italiani amano questa libertà ricevuta gratis dai nonni, temo le trappole del centro perché strizzano l’ occhio ai poteri esecutivi rafforzati e ai presidenzialismo, scordando che è l*equilibrio dei poteri che difende la democrazia e i suoi diritti dagli autocrati. Sanno i professionisti dei poteri forti che in un paese determinato a risolvere i suoi problemi, cadranno tutti, perché si reggono sul contrasto e non sulle idee di futuro e sulla proposta vincente di un cambiamento che affronti la diseguaglianza crescente.

Forse per questo il conservatorismo dei privilegi ancora reggerà, perché genera un sistema vuoto di proposte e pieno di problemi, dove il lavoro povero non permette che le persone abbiano speranza di crescita sociale. Qualcuno si ricorda dopo Berlinguer, Moro, Occhetto e Prodi, qual’è stata una proposta politica riformista complessiva che sia durata più di due anni? La più recente idea è di 15 anni fa. Ecco, il male è dentro questa assenza di risposte che diano un motivo alla sofferenza, perché se c’è da soffrire, un motivo, una prospettiva futura ci deve pur essere. E non mi piacciono quelli che avevano sempre saputo, e guardavano. Guardavano e basta.

la ricerca del tesoro

Oltre i portici, dietro le case che si appoggiano l’una all’altra, ci sono rettangoli di terra. Sono antichi orti di città, separati da muretti di mattoni, alti secondo l’amicizia tra vicini. Alcuni con gli spazi per appoggiare i gomiti e conversare, altri di tale altezza da occludere la vista e irti di cocci di vetro destinati a ipotetici ladri o gatti stranieri. Abitavo in una di quelle case del centro che un tempo era appena fuori le prime mura medievali della città.

La città dei Veneti, poi romana, era diventata bizantina come tutte le città vicine alla costa dell’Adriatico. Per  la sua importanza era stata il baluardo di difesa a nord dell’esarcato di Ravenna, dopo che Aquileia e le altre città della decima legio erano cadute sotto dominio longobardo. Intorno al 598 accaddero fatti straordinari e gravi, i due grandi fiumi che difendevano la città, per forti inondazioni e sconvolgimenti naturali, cambiarono corso spostandosi dal sito consueto. Si doveva capire che i presagi non erano buoni e infatti due anni dopo, la città fu cinta d’assedio dai Longobardi; rifiutò d’arrendersi e resistette 10 anni, poi capitolò. Ne parla Paolo Diacono, dicendo che l’intera città fu distrutta dandola alle fiamme e abbattendo le mura e gli edifici principali. La rovina fu proporzionata alla fierezza dei difensori e talmente severa che gli abitanti si ridussero a poche migliaia da quasi settantamila che erano prima dell’assedio. Restavano pietre ed erba dove c’erano stati porti, anfiteatri, terme, edifici imponenti, ville, case, ed ora sulle vie consolari pascolavano le pecore e si viveva nelle capanne. La sede vescovile fu soppressa per due secoli e spostata a Monselice. Si era tornati agli albori della storia, quando gli euganei popolavano di palafitte i fiumi, si raccoglievano in villaggi, avevano lingua, scrittura e forza militare. Accadeva ben prima che Roma nascesse e questi allevatori di cavalli, artigiani e guerrieri commerciavano con gli Etruschi, correvano i fiumi e raccoglievano e vendevano il sale della laguna.

La mia casa aveva un notevole riquadro di terra all’interno, si coltivava l’orto, c’erano alberi da frutto, spazio per correre e giocare. Non distante da dove abitavo era stata scoperta una villa romana, una piccola parte ma significativa. Era emerso un grande pavimento a mosaico e con figure colorate di uomini e animali, contornato da fregi intrecciati, era parte di una delle stanze, quale non si capiva. Era stato estratto intero e portato al museo. Si diceva che, per certo, la villa fosse ben più grande e che non si riuscisse a perimetrarla semplicemente perché le case le erano state costruite sopra, e altri pavimenti erano sotto cantine, strade, od orti. Questo racconto, unito alla vista quotidiana di quel mosaico che era sulla strada per andare a scuola, l’avevo udito in casa e aveva acceso la mia fantasia. Così d’estate, con la scusa di curare l’orto, scavavo buche a casaccio, aiutato dal cane di casa. Emergeva di tutto e nulla di quello che volevo, pensavo che anche in quella terra lavorata da millenni, ci fossero tracce di antichi manufatti. Mi accompagnava la curiosità interessata del mio cane, gran seppellitore di ossi, che però, oltre a riempirmi le scarpe di terra, non aveva gran utilità nella ricerca.

Ma io cosa cercavo? Credo mi aspettassi di trovare un tesoro sepolto da qualche abitante prima che la città capitolasse, magari una pentola di monete od oggetti preziosi di una casa patrizia sfuggiti alla devastazione dei longobardi. Oppure un pezzo di mosaico, un vaso, un’anfora come quelle che si vedevano nella casa accanto. Insomma qualcosa si sarebbe trovato. Per non tirarla troppo in lungo, nelle ripetute campagne di scavo, venne fuori una quantità industriale di radice di cren, ottimi vermi da pesca, non pochi ossi di manzo e prosciutto riseppelliti con solerzia dal cane Poldo, un notevole assortimento di pezzi di vetro e di ceramica, una monetina dello stato pontificio della fine del 1500, pezzi di marmo che attribuii a colonne spezzate, un paio di capitelli che lasciavano ben sperare, molta stanchezza serale. L’orto non fu mai così ben vangato come in quell’estate e a settembre chiusi la campagna di scavo.

Mi è tornato a mente quel tempo, così ricco di attesa, perché è una buona metafora della ricerca dentro di noi. E cioè, una fatica notevole, idee confuse, poca sistematicità nel cercare, la fortuna che latita, ritrovamenti che sembrano incongrui e che vengono scartati rispetto al grande risultato atteso, stanchezza finale. Allora avrei dovuto seguire la pista della monetina, insistere sui marmi e sui capitelli, cercare i collegamenti tra le cose e invece volevo il tesoro. Volevo cioè dimostrare che la ricerca produce un cambiamento radicale e immediato. Ho capito molto dopo che nel cercare dentro si trovano un sacco di cianfusaglie, che ciò che appare è la superficie scambiata per il profondo. E ho anche capito che serve metodo e silenzio, pazienza e acume. Tutte cose di cui siamo dotati, ma che  se applichiamo nella ricerca in profondità, diventano difficili da gestire su un risultato, ovvero portano dove vogliono loro.

Ho capito con molto ritardo, che non si trova ciò che si cerca, ma ciò che ci cerca ci trova e che questo, quasi mai è piacevole e non risponde al risultato atteso, però è in grado di cambiarci un poco, di attivare nuovi percorsi di vita, di farci scoprire legami inattesi. In fondo ciò che c’è sotto ha un suo fascino e si riallaccia a me. È la mia storia, non come me la sono raccontata, ma come si è creata facendo interagire la resistenza alla conquista, la punizione conseguente, la volontà di creare il nuovo, la capacità di non dimenticare nei secoli bui del cuore, chi ero. E questo processo, ne sono convinto, è quello che percorriamo tutti se cerchiamo qualcosa. Per questo non smetto di cercare e sono convinto che il sotto non smetta mai di dialogare con il sopra, attenda paziente di essere scoperto e di rivelarci il tesoro della conoscenza che non si esaurisce. Cari colleghi che non vi accontentate della superficie, buona ricerca e che gli dei del profondo ci aiutino.

cominciamento, ma tutto è iniziato nascendo

Abbiamo bisogno di un termine per iniziare il nuovo. Che magari nuovo non è ma è un modo diverso di vedere e vederci. Lo chiamo cominciamento perché è un atto di volontà, un voler vedere, mutare ciò che ci toglie identità. Non è facile. Implica svelamento, ossia vederci come siamo davvero e non sotto innumerevoli croste di abitudini. Neppure le idee che diamo per scontate sono davvero così solide se le esaminiamo, spesso sono convenienze, modi per vivere senza problemi.

Se ci basta, va bene così e si può continuare indefinitamente. Qualcosa ci stupirà, molto meno di quanto vediamo. Qualcosa ci darà emozione, ma molto meno di quello che poteva per le barriere che abbiamo messo dentro. Basta accontentarsi, ovvero farsene una ragione, come se le ragioni fossero un punto di forza e non una resa che continua nel tempo. Le ragioni sono le firme ai nostri armistizi, necessari per non essere travolti da una disfatta, magari utili a riprendere fiato, ma inefficaci per mutare un desiderio, una passione, in vittoria. Nelle vite mettiamo limiti diversi, alcuni, importanti, sono necessari per non offendere gli altri, per conformare le nostre azioni a regole che abbiano un futuro. Altri paletti sono convinzioni religiose, paure e fedeltà che cercano di evitare guai. Ci sono poi convenzioni, comodità, finti principi, convenienze, non poche meschinità che se lette correttamente darebbero il valore reale del nostro io e delle nostre vite. Tutto importante e legittimo, noi siamo quello che scegliamo di essere, ma non raccontiamoci che questo vivere non fa macerie e danni. Non abbiamo forse inventato il male minore e l’accontentarsi, per far diventare una scelta un po’ infingarda una necessità buona e fertile di futuro?
Il fatto è che sappiamo che se non rischiamo non è vero che tutto sarà splendido, che nulla di ciò che facciamo è perfetto e che quel restare sulla strada vecchia, non è avere un passato, una raccolta di successi e fallimenti ma la paura boja di andare in territori sconosciuti dove ci sono altre regole e tutto viene azzerato. C’è chi riesce davvero a cambiare vita e chi lo sogna. Entrambi sono migliori di chi non sogna più.

Dovrei trarre delle conclusioni, propormi qualcosa, faccio entrambe le cose ma riguardano me, le mie paure e il mio coraggio, la capacità di cambiare e l’insofferenza del lasciare che le cose generino una costante malinconia e insoddisfazione. Noi non siamo stati fatti per l’insoddisfazione, l’abbiamo creata giorno dopo giorno allontanando la curva che ci rappresentava da quella che vivevamo. Non siamo stati fatti per essere infelici, nessuna educazione può affermarlo, ma per essere a volte felici, qualche volta soddisfatti, sempre alla ricerca di ciò che corrisponde a noi e ai desideri che conteniamo. Ciò che auguro a me e che riguarda anche voi, è di vedermi come sono e come potrei essere, di avere forza per colmare un divario di fatica perché nulla sarà regalato, di avere il coraggio di lasciare ciò che non fa bene, che tiene legati ed essere felice o infelice ma per mia scelta.
Che il tempo sia buono e il cuore grande. Buon futuro a tutti voi e a me.

nulla è senza prezzo o non avrebbe valore

… se si vuole restituire una dimensione, umana, comunitaria, ecologica, non tanto in senso ambientale quanto psicologico esistenziale, alla nostra vita, se si vuole sfuggire a quello che ho chiamato il “ modello paranoico” che ci costringe a consumare per produrre a livelli sempre più insostenibili, a competizioni sempre più stressanti e ci priva del vero valore dell’esistenza, il tempo, non c’è “bio”, “ecocompatibile”, “we”, “sviluppo sostenibile” che tengano, il solo modo di tornare a “un’economia di sussistenza”, vale a dire, sia pure in modo graduale, limitato e ragionato, a forme di autoproduzione e autoconsumo che passano necessariamente per un recupero della terra e un ridimensionamento drastico dell’apparato industriale, finanziario e virtuale…
Massimo Fini ne “ il fatto quotidiano “ del 20-11-2010


Per un mio quasi coetaneo, benestante, realizzato e inquieto può essere facile dire “ torniamo ad un’economia di sussistenza”, in fondo l’aggettivo graduale non inficia né il tenore di vita, né le opportunità residue, e neppure le abitudini vengono sostanzialmente toccate. Le priorità di valori, le necessità si alterano con l’età e si invertono quando si esprimono salendo sulla scala delle possibilità economiche. Vale a dire che a seconda di dove ci si trova nello spazio tempo-sociale si hanno bisogni differenti. Ma ciò non toglie che quanto diceva Massimo Fini mi trovi consenziente, purché non sia un lusso occidentale: il n.i.m.b.y che sposta altrove le nostre difficoltà, senza rinunciare a nulla.

La strada dell’alternativa a questo modello di vivere non può essere indolore, bisogna perdere, rinunciare per avere. Se penso alla mia esperienza di lavoro che cercava di proporre una compatibilità incrementante nell’uso del territorio, una riduzione progressiva dell’impatto della trasformazione di materia in beni, constatavo che nel farlo, non conoscevo la velocità del degrado complessivo e che dovevo, per eccesso di variabili, assumere che alterando di meno comunque miglioravo l’ ambiente. Mi restava il dubbio, che oltre alle parole, vendevo un sottointeso, un inganno. E che il solo motivo per cui venivo creduto era nella parola compatibile, e che la mia proposta non alterava desideri, attese, abitudini, ma semplicemente le arricchiva della speranza di non essere in un treno lanciato verso la catastrofe. Anche una catastrofe non faceva paura, perché si pensava che qualcuno comunque ci avrebbe salvato, la scienza o un evento eguale e contrario che spazzasse via il danno. Comunque c’era una distinzione tra i più forti, i possessori della tecnologia, ma non tra i più deboli.

Meglio quindi appartenere comunque ai primi, lo pensano tutti, anche quelli che si danno da fare per avere un mondo migliore, ci sono solo quelli che davvero scendono negli inferi del disagio, della fatica, che capiscono che il mondo è salvabile ma che deve mutare non per tecnologia ma per convinzione (che in questo caso significa rivoluzione economica) che comprendono il limite della parola compatibile e che non ravvisano più la gradualità come una via d’uscita. Mentre se le cose procedono indisturbate, bisogna trovare la speranza altrove, chiederla a chi conosce il disagio profondo di chi vive la contraddizione tra l’essere uomo e non essere riconosciuto come tale.

La carne da cannone non è mai morta definitivamente e si riproduce ovunque, al ritmo necessario per il suo consumo da parte delle élites. Se si diviene consapevoli di tutto ciò, cosa se trae se non la percezione delle proprie contraddizioni e inanità. E per sfuggire all’apatia o alla disperazione del fare, quale strada resta a disposizione? Trascurando i cambiamenti da catastrofe, resta la via del cambiamento delle coscienze, il proporre, l’essere conseguenti e l’attuare stili diversi di vita, ma anche il richiedere cambiamenti radicali e immediati. Rifiutare per resistere, praticare ciò che è compatibile con sé stessi, approfondire le analisi e le compatibilità con il vivere, ma resistere alla suasion che modifica, approva, rende compartecipi dei magnifici destini del comportamento prevalente, della moda dei consumi, della scienza orientata a trovare soluzioni a ciò che si altera in un percorso infinito di rottura e riparazione.

Resistere significa essere conseguenti, maturare consapevolezze allegre, essere progressivamente innervati di priorità diverse, di cultura che conosce l’altra faccia della realtà e non ne ha paura, ma cambia in conseguenza. Resistere significa essere con i giovani, senza la maggioranza di essi non si cambia e non si vince. Ma i giovani sono la parte più difficile di un mutare collettivo, anche se lo portano innanzi, perché devono ancora consumare, temono di perderne possibilità in una concezione del mondo che appare “pauperista”, meno ricca di opportunità di star bene, di avere. Restare in un ragionamento riduzionista  è castrante, riconduce a gruppi piccoli, religiosi, mentre serve una laicità del crescere differente di massa, che si alimenti di selezione e non tolga possibilità, anzi aggiunga incessantemente e con evidenza, qualità al vivere. Non è facile, anzi, la deriva moralistica, il vedere la propria necessità diventare norma, toglie la capacità di cogliere i problemi, le difficoltà del mutare abitudini, le implicazioni di un modello che si basa su una libertà di scelta apparente, ma sostanziale. Rinunciare all’auto per andare a lavorare a piedi a 3 km di distanza non è una grande fatica, ma se il lavoro fosse a 30 km? E in una società basata sulla sussistenza ci sarebbe lavoro per tutti, e con quali garanzie? L’industria ha creato lo stato sociale, l’agricoltura non era in grado di farlo. Il commercio mette in relazione il mondo, ma ha bisogno di una moneta comune non del baratto. Immaginate un mondo in cui gran parte delle cose che fate, avete, usate, non abbiano più significato comune, un mondo artigiano in cui la tecnologia non ha serialità, una tecnologia resa solo funzionale, quasi domestica. Il progresso che rallenta perché non servono in continuazione nuove “release” di software o di hardware. Immaginate un mondo con il manifatturiero ridotto, un mercato basato praticamente sull’uso e non sul possesso. Immaginate che questo commercio svuoti le scelte  nelle vetrine e nelle bancarelle. Immaginatelo questo mondo che colloca le persone e le cose al centro del loro significato quotidiano, esisterà una via aurea per combinare tutto questo con questo mondo senza critica in cui viviamo. La domanda che si pone è: ma davvero vogliamo questa via e questo mondo e cosa siamo disponibili a pagare per averlo?

fratture

Bisogna rendersi conto che esiste la frattura. Nelle cose è facile ammetterla, persino porvi rimedio, più complessa è la sua gestione nei rapporti tra persone perché dolorosa nel sentire e perché traccia un prima e un dopo, senza ponti. Resta il ricordo. Dovrebbe essere ripulito dalle nostre scorie, riportato a fatto, essenza pura. È più facile ricoprirlo di indifferenza, di rancore, togliere lo smalto a ciò che è stato perché ora non è più. Questa mancata persistenza, ferisce, questo genera il rancore. Sapere di essere sbiaditi, non più importanti, cancellati, tocca nella considerazione di sé, ma c’è altro su cui si fonda la ferita. Nella rottura, qualunque essa sia, l’uno scriveva ancora una pagina e immaginava ce ne fossero altre, l’altro, sia esso umano o oggetto, ha già chiuso il rapporto. È una tazza che cade e si frantuma, un libro perduto, un treno di cui si vede l’ultimo vagone, comunque sia accaduto: è finita una storia. E chi usa lo scrivere dovrebbe sapere quando è tempo di concludere perché ogni ulteriore passo è nel nulla.

Chiudere porta con sé un silenzio, differente per ogni caso. È quello della scopa che raccoglie i cocci, rumoroso e costernato. È quello della banchina svuotata della stazione ricca di voci estranee, o, nella consuetudine, quello della mano che si ferma e non cerca più il contatto. La mente è divenuta consapevole, ha capito che è finita la storia e ora c’è il momentaneo vuoto che porta ad altro. Questo altro non esiste ancora, ma esisterà e non sarà uguale, non rimpiazzerà nulla di ciò che si è frantumato, sarà altro e nuovo.
Per questo, forse, neppure un saluto è necessario, per sancire dentro che quanto ha avuto una sua bellezza non è recuperabile. Deve restare solo il bello nel ricordo.

dov’è finito c’eravamo tanto amati?

Ogni anno, con le feste tornava C’eravamo tanto amati di Ettore Scola. Quest’anno, ma anche l’anno scorso, non si è visto. Quando lo vedevo tra i film in programma, pensavo che da qualche parte ci fosse un programmista RAI, sfuggito ai vari governi di centro e di destra, che aveva più o meno la mia età. Un “comunista” cinefilo, di quelli diffusi fino agli anni ’80, che erano attenti a ciò che accadeva nella realtà ed erano così audaci da proporre una soluzione alle sue storture. Alcuni scomparvero travolti da improvviso successo, mentre altri furono colti da stanchezza immane, ma non il nostro programmatore cinefilo, che nascosto nel suo lavoro e lo usava subdolamente e cosi tra mille porcheriole  continuava a mandare questo film. Credo si siano accorti di lui, ma forse l’ostracismo è più grave perché ormai non si vede più il cinema “civile” dei registi “comunisti” che rafforza vano uno sguardo sulla realtà. Per tv vediamo produzioni americane, tedesche, danesi, francesi che sono o sdolcinate oppure splatter, con sequenze incredibili di morti ammazzati. Alla fine, se questi sono i modelli, diventa tutto relativo: significato, recitazione, messaggio e si crea quella meta realtà che per chi può, diventa il modo di vivere.

Il mio programmatore preferito deve essere andato in pensione, così è svanito il suo memento e la vendetta lanciata contro chi ha sotterrato gioventù, passioni e voglia di cambiare.

Credo si sarà capito che C’eravamo tanto amati è un film che mi piace ancora, e non è l’unico, con un soggetto che ricordava come una generazione conquistò, costruì, sperò, e infine si conformò. Ci fu un convergere di intelligenze, alimentate dall’utopia e della concretezza, che produsse letteratura, film, saggi, quadri, statue, musica e che parlava di speranze perdute.

Però questo film che ho visto tante volte, non riesco più a vederlo in dvd da solo: mi fa male.

Mi fa male perché racconta delle speranze deluse, delle lotte apparentemente inutili, dei compromessi pagati con il potere, degli abbagli, della buona fede e di quella cattiva, del fallimento e del successo, insomma della vita e dell’amore che sembrano certezze e spesso non sono tali. Vita e amore, sono cose molto concrete quando si mischiano nel costruire le scelte personali e le passioni collettive, fanno volare ma anche molto sanguinare.

Mi fa male perché mi sembra abbiano vinto gli altri, quelli che sono arrivati dove solo l’io conta e il noi l’hanno perso per strada.

Era davvero tutto finto, tutta illusione? Davvero non c’era differenza tra una parte e l’altra?

Non so se il potere sia triste, so che ha la capacità di rendere tristi, so che la povertà non è mai felice, so che chi crede in qualcosa di più grande e lotta per darla a sé e agli altri, è felice. Spegnere le speranze è una colpa contro natura, ma è quello che è accaduto per quelle più grandi. Ora restano le piccole speranze rintanate in un io che fatica a diventare noi.

Mi pare che quello che non mi piace, sia il prodotto di quelle disillusioni, che la mia generazione abbia trasmesso la propria sconfitta e che così oltre a far vincere i furbi intelligenti abbia reso più difficile l’amore. Ma tutto questo è preistoria, contatto fisico, speranze comuni, attese, lotte, che nel virtuale si chiudono con un mi piace, oppure con uno scontro che si cancella con il successivo. Non so come sarà  il noi al tempo del virtuale e dell’adesso, non so piu che dimensione abbia il futuro che si racconta con i tweet e la metà realtà. Non lo so e anche se tutto questo non c’era quando il film fu girato, anche allora si chiudeva con una disillusione triste. Un sentire che conosco ed è forse per questo che non riesco a vedere più il film per intero.

P.s. La canzone partigiana del film era davvero bella e pure la cantammo spesso, solo che non era partigiana ed era nata molto dopo in occasione del film, ma si poteva credere ci fosse continuità e che non fosse davvero finita un’epoca.

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viene il nuovo

Viene il nuovo,
che matura nel cuore dell’inverno,
come frutto acerbo della passata stagione.
Viene senza chiedere,
segue occulti sentieri,
e abbiamo bisogno d’auguri,
di frecce nel cielo,
di vividi fuochi per piegare presagi.
Ciò che ancora non è
si fonde con ciò che è già stato,
ma è solo timore del cuore.

Per questo vi auguro amici difficili e sinceri,
hanno anime a cui parlare,
e il loro affetto non ha dubbi.
Vi auguro passioni
che travolgono abitudini,
nel mostrare realtà ardue
ed esaltanti.
Vi auguro passi misurati ed infiniti,
direzioni prese con il cuore,
ritorni senza rimpianti.
Vi auguro simmetrici amori,
dolcezze silenti,
fortuna d’occhi che parlano
e le carezze che sentono.
Vi auguro serenità nel giorno che si farà,
libri che scandaglino il profondo,
pensieri nuovi, mai prima usati,
e inusitato sentire.
Nuove abitudini, vi auguro,
che diano piaceri quieti,
preparino imprese inattese
e diano piacere al vivere.
Per noi vorrei il cuore che vede il mondo,
l’intelligenza che si dona, senza risparmio,
la pace che si conquista assieme.
Che sia un anno possibile,
dove il buono ci faccia bene,
il bene e la giustizia siano di tutti,
senza tema d’essere eque, forti
e nate da buone volontà.
Che ci sia pace, senza sofferenza,
abbracci che cancellano vicendevoli mali e un vento nuovo che percorra il mondo,
a scuotere le bandiere
che sembravano perdute,
ma sono l’anima dell’umanità.

ancora sul dono

Sul dono e su ciò che ne resta

Sul fare o non fare regali a Natale, quanto questi siano un obbligo e quanto un piacere, se essi debbano rispettare i gusti del ricevente o viceversa, se si possa trovare un utile compromesso, se i doni debbano essere misurati sull’importanza, ecc. ecc. ; su questi temi credo che tutti si siano esercitati.

Ho trovato un po’ di chiarezza, dopo anni di insoddisfazioni, che se da un lato ha ristretto i doni a chi conta per me, dall’altro cerca di continuare attraverso il dono un dialogo, un interesse reciproco e profondo.

Hai letto Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi ?

No, di che parla?

E’ una sorta di lettera d’amore molto bella. Tieni te lo regalo.

Ma mi hai già fatto un regalo.

E te ne faccio un altro. Vedrai ti piacerà.

Ma non è che era destinato a qualcun altro e l’aveva già letto ?

Qui il dialogo potrebbe finire, ed è finito, il libro tornare nel sacchetto e una amicizia avere un po’ di sana sospensione per capire ciò che davvero ci tiene uniti. Avevo detto la verità; l’avevo visto in libreria e comprato perché sapevo che di lì a poco ci saremmo incontrati. Una giustificazione non dovuta perché, a volte, bisogna sopportare le distorsioni mentali, le battute infelici, i difetti che emergono, anche negli amici.

E non è una questione di sincerità, o di buona educazione, ma di come ci si pone di fronte a un regalo. Non è necessario contraccambiare, ad esempio, l’imbarazzo non dovrebbe esserci, casomai l’emozione, e allora dovremmo chiederci perché un dono, che non è altro che un dono, dovrebbe generare un’asimmetria? Questo apre un discorso infinito che riguarda ogni rapporto “amorevole”, restiamo al contesto, un dono è un darsi, un’attenzione oggettivata, un reiterato modo di dire che si vuol bene. Se chi lo riceve pensa altro, mette in discussione l’intenzione, abbiamo sbagliato persona, perché anche se fosse un regalo riciclato, il rapporto e il dare non sarebbe sminuito in quanto tra molti si è scelto a chi dare. Questo mi fa pensare che i regali si possono sbagliare, ma bisogna darli alle persone in grado di riceverli. Chi non sente che dietro un dono c’è chi lo fa, oppure lo banalizza, semplicemente non lo merita. E neppure la nostra attenzione sentimentale merita.

buon natale tutto l’anno

C’è un tempo in cui le promesse, le fanfaluche, le stesse parole vengono a noia, nel senso che non fanno più nessun effetto. Pensate se fosse festa tutto l’anno, dopo una settimana non si saprebbe più che fare, così c’è un bisogno di normalità che investe presente e futuro. Forse è la stanchezza della pandemia ormai declassato e cancellata come notizia, forse la guerra in Ucraina che sembra non riguardare e si riduce a un continuo rifornire e usare armi senza pensare che ci sono ormai centinaia di migliaia di morti. Forse sono i riti della politica che si ripetono, l’eterno congresso del PD, le trasformazioni del M5S, le intemerate di Salvini su provvedimenti che ha approvato e che ora attribuisce ad altri, La Meloni che diventa un gigante della destra che ama la famiglia, la sua, la fine patetica del berlusconismo, ecc.ecc. Tutto annegato tra panettoni e povertà estreme. Ci si abitua a tutto e non è bene, perché il peggio dilaga. Ma questo è un lamento e non produce nulla, non cambia la realtà, che dipende troppo spesso da una lettera di assunzione o di licenziamento, che non muta la perenne perdita di speranza sull’Italia che riguarda i giovani e quelli che a 50 anni devono inventarsi un lavoro. C’è una progressiva perdita di speranza che accompagna la povertà crescente, è un regalo della meritocrazia e del familismo che ha potere e denaro e quando non lo ha prende a calci chi sta peggio. Ma chi si merita davvero di essere povero, di avere fame, di non avere cura né solidarietà? Invece pian piano si fa strada l’idea che chi non arriva ad avere successo ne porti anche la colpa e che il nemico sia quello che ha ancora meno e accetta di tutto per non morire di fame. Avete notato che di dignità si parla sempre meno, che il lavoro come mezzo per avere realizzazione e vita dignitosa non esiste quasi più ma si frammenta in piccole schegge di appartenenza sociale e poi di rifiuto reiterato della realtà ? Nella meritocrazia c’è la competizione non la dignità che rende uguali in partenza e durante la corsa. Ci si accontenta duellando col vuoto di senso, di futuro, di presente, di patria. Casa or è dove si vive e fare lo sguattero a Londra o raccogliere mele in Australia dà una dimensione terribile dell’abbandono, della perdita. Nessuno provvede davvero e non resta che competere. I poveri, i deboli, gli esclusi saranno oggetto di carità, se va bene e la dignità si perde così, pian piano, nella consapevolezza che non siamo comunità ma individui. Terribile vero? Eppure è così e le distanze tra la speranza e la realtà si allungano, questo dovrebbe colmare la politica,, la sinistra in primis, ma anche chiunque pensi davvero che gli uomini valgano qualcosa. E non basta lo dica il Papa, dobbiamo dirlo noi che lo pensiamo. Anche nelle piazze che si riempiono di senza partito e che esprimono questo bisogno di pulizia interiore, di solidarietà, che è festa tutto l’anno quando c’è un noi che difende l’io, quando ci si riconosce e si è contenti di farlo.
Buon Natale agli uomini di buona volontà che di rinascere nella giustizia sociale abbiamo tutti bisogno.

fisiologia del dono

Nella simbologia del dono, quello inatteso acquista un valore particolare e così riceverlo è un doppio piacere. Non so se ci si faccia meno doni di un tempo e se questi arrivino, a volte, con le poste, in questo caso è stato così e già leggere il mittente è stato un piacere, un pensiero d’attenzione.

Non lacero mai la carta dei pacchetti e non per riusarla, ma per tenere assieme la cura di chi l’ha spedito. Ci sono impronte di tenerezza che avvolgono il dono. Per questo serve tempo e scegliere se aprire subito, come fanno i bambini che lasciano all’emozione il compito di decidere oppure prolungare il tempo e cullarsi nei pensiero lasciando che permanga l’impressione della sorpresa. Spesso, se sono da solo, scelgo la curiosità, ma apro con cautela.

Dopo il cartone della scatola spunta un nastro viola, una lettera, un biglietto dipinto e un secondo pacchetto. Prima la lettera che spiega un moto d’animo, poi un biglietto con una poesia sconosciuta e bella, e un disegno stilizzato come ulteriore attenzione: un albero rosso.

In questo degustare, sorrido già da tempo, e il sorriso è fermo sulla soglia delle labbra come sentisse il calore di quanto sta accadendo. Rileggo, mi fermo. Il secondo pacchetto è un misto di curiosità e gratitudine, apro piano e spunta un libro. Un libro ti prende per mano, se chi te lo manda è caro, la mano è quella sua che ti addita cosa è stato importante, un pensiero che si immagina. Il sorriso che dispone da solo le labbra, è lo specchio d’un piacere profondo e d’una comunicazione intensa. Poso il libro e sento la gratitudine del dono che fuga il pensiero che siamo sempre con noi e a volte in attesa che qualcuno ci parli profondamente, allora sgorga la sorpresa e la meraviglia d’essere uomini.

Un libro ti prende per mano, se chi te lo manda è caro, la mano è quella sua che ti addita cosa è stato importante, un pensiero che si immagina. Il sorriso che dispone da solo le labbra, è lo specchio d’un piacere profondo e d’una comunicazione intensa. Poso il libro e sento la gratitudine del dono che fuga il pensiero che siamo sempre con noi e a volte in attesa che qualcuno ci parli profondamente, allora sgorga la sorpresa e la meraviglia d’essere uomini.