La bellezza ci cerca, ovunque, basta non essere offuscati dalla stanchezza, dalla serialità d’un sentire obbligato, e ci trova. Se diventa estetismo non ci coinvolge davvero, parla con quel narciso che ci accompagna, lo conforta e gli fa credere di appartenergli. Certamente è un sentire concreto la bellezza, è un equilibrio e un imprevisto, ma qui mi fermo perché voi ne sapete più di me e ognuno sa di cosa parla quando parla di bellezza, della sua bellezza.
Mi piace meno la “letteratura” del brutto, dello sporco redento, la povertà non è mai bella per chi è povero e neppure la bruttezza lo è per chi è brutto. Può essere una spinta a riconoscersi, estrarre virtù nascoste, ma costerà fatica. Altra cosa la mediocrità, la miseria interiore e la bruttezza sguaiata senza pensiero, che si distribuiscono ovunque secondo una gaussiana indifferente al censo. Magari più diffuse dove ci si aspetterebbero i migliori talenti. La politica, a esempio, oppure gli alti ruoli di lavoro, pubblico o meno, dove conta più il millantare che la capacità vera. Se la bellezza è un aiuto formidabile a crescere, l’imitazione del mediocre condanna a vedere il peggio come normale.
Però l’umanità c’è ovunque, in centro come nelle periferie e credo che portare la periferia in centro sia un atto di bellezza, come pure far vivere le persone in modo più decente. Lasciarla dov’è, nel bisogno è letteratura e divisione sociale. Quando si parla di mobilità sociale di questo si intende, ovvero del cambiare condizione di partenza. Infine quando si scrive la propria storia non importa molto da dove si viene, l’importante è scriverla, possibilmente con meno luoghi comuni possibili, e in questo avere una direzione è importante. Ma forse nella mia testa c’è un’ icona del bello interiore che è lo star bene nell’equilibrio mobile, mentre il bello esteriore è un urlo che trascina, spesso è apparentemente statico mentre genera pensiero nuovo e acuisce i sensi. Modelli di sentire, che mescolano esperienza, vita, letture, viaggi, sono parte di me, motivo per la mia, di storia.
La bellezza è una direzione, una guida, in realtà cerco me stesso e la mia storia.
Stavo andando verso Cheren, a nord di Asmara con un’auto a noleggio. Scendere dall’altopiano e immergersi in una pianura in parte coltivata, aveva un segno di preesistenza per i pensieri di ciò che doveva essere stato e ora era in parte in abbandono. Qualche mezzo militare semidistrutto, vecchi carri armati, segnavano la strada assieme ai cartelli che dicevano in Tigrino e in inglese che i campi erano minati. Residui di30 anni di lotta di liberazione dall’Etiopia, si mescolavano con Jacarande in fiore, acacie, alberi dell’incenso. Non c’era nessuno per strada, qualche posto di blocco a cui bisognava mostrare i permessi e lasciare un po’ di legna per i soldati. La strada si snodava piena della polvere che l’auto sollevava e del vento che strappava fiori rossi e foglie secche d’eucalipto. Tutto si posava con lentezza, si vedeva poco e cercavo di non correre, intanto ai lati della strada vedevo gruppetti di case con le donne e i bambini indaffarati a preparare il pranzo, I bambini più grandi, con divise fatte di grembiulini grigi e calzoncini rossi, tornavano da scuola in gruppetti o da soli. Fu in un tratto semidesertico che lo incontrai, piccolo, sandali di pezza, cartella di tela sulla schiena e ben attento a restare sul margine della strada. Mi fermai e gli chiesi in inglese se voleva un passaggio. Scosse la testa e riprese a camminare. Avevo sempre caramelle con me, mi affiancai e gli allungai la mano piena di dolcetti, ne prese uno, disse qualcosa che interpretai come un grazie e riprese a camminare, serio e compunto sotto il sole. Era chiaro che gli avevano insegnato a non dare molta confidenza e continuai la strada verso Cheren. Era ormai l’una passata, avevo sete, c’era un gruppo di capanne e case attraversate da una strada, non c’era nessuno. Mi fermai davanti a quello che sembrava uno spaccio, c’erano due sedie di metallo e sedendomi, uscì un uomo. Gli chiesi una birra. Prima in inglese, poi in italiano. L’uomo mi guardava senza capire, feci il gesto di bere, mimando un bicchiere, sparì senza più tornare dentro una oscurità densa. Entrai nella stanza, che era priva di finestre, la luce si fermava con un segno netto dove iniziava l’ombra, oltre era compito degli occhi abituarsi a vedere nel buio morbido dei riflessi e del chiarore. C’era un banco, un tavolo, delle persone sedute che mangiavano dentro a scodelle, con del pane eritreo intinto in un qualcosa di bianco. Era yogurt di latte d’asina o cammella. Pranzai così, a nord di Asmara i residenti sono spesso di religione sunnita e l’alcool non viene servito nei villaggi. Rifiutai l’acqua, lo yogurt era buono e toglieva fame e sete. Pagando cercavo con gli occhi qualcosa da comprare per dare del denaro senza offendere, c’era talmente poco che presi una scodella di terracotta seccata al sole. Un recipiente buono per lo zighini uno spezzatino piccante che mi servivano sull’enjera, quella specie di pane crespella e che non toccava la scodella o il piatto. Se li avessi lavati si sarebbero rotti a pezzi e sciolti nell’acqua e così, pensai, il mio yogurt aveva avuto molti antenati che avevano reso impermeabile il fondo della scodella. Si sperava in questi casi che nessuno degli antenati avesse l’ameba o che fosse vero che lo yogurt con il suo acidulo e con le colonie di lactobacilli e loro amici fosse uno dei pochi alimenti sicuri.
Era caldo, tornavo verso la strada principale e ritrovai il bimbo in divisa che camminava verso una casa, aveva ancora in mano la caramella, non l’aveva mangiata. Scesi e gli offrii altre caramelle mezze sciolte, mi guardava dal basso con gli occhi spalancati, ne prese un’altra e mormorò qualcosa, poi si riavviò verso la sua casa e sparì nell’ombra. Salendo in auto e puntando su Cheren, pensavo ai profughi eritrei che spesso cercano di arrivare in Italia e tra loro molti cercano di sfuggire a un servizio militare a vita o a condizioni di precarietà assoluta. Non pochi di questi sono tra le vittime dei naufragi e della mancanza di accoglienza e pietà della presuntuosa Europa, dell’Italia, che non riconosce neppure la cittadinanza ai figli di Italiani che hanno occupato quel Paese sino alla seconda guerra mondiale.
Pensavo al benessere malato che spingeva da analisti e da dietologi, all’eccesso di cose che alimentavano i consumi. Pensavo i pensieri che passano quando si ritorna perché si è un po’ cambiati ma non abbastanza per mutare malesseri e vita. Pensavo che Freud in Eritrea non avrebbe avuto successo e che il racconto di ciò che affliggeva costringeva a fare cose, a muoversi in un ambiente bellissimo e difficile. Mentre intravvedevo le prime case di Cheren, l’immagine di quel bimbo non mi lasciava, il viso da adulto consapevole che non c’era nulla da ridere nella sua condizione, la scuola che gli avrebbe insegnato il minimo perché l’istruzione non era un diritto ma un servizio allo stato e per la prima volta mi sono chiesto qual è la linea dell’innocenza e come essa entri nei sentimenti sorgivi. Come essa si muova nel mondo e tracci confini dove si contamina il giusto e l’ingiusto. E questi pensieri non mi hanno abbandonato, perché non basta discernere e riflettere, non basta la ragione sia essa personale o di stato, c’è qualcosa di più profondo dove ancora l’innocenza vive e non ha bisogno della perfezione che genera la colpa, ma si nutre di ciò che sana lo spirito, fa cadere le braccia lungo il corpo, rende attento l’udito, acuto lo sguardo e non presume, non giudica. Ascolta e vede e neppure cerca di capire, solo riconosce l’uomo che sta davanti, ciò che lo attornia, il suo vivere, come un valore.
E va in pace o si siede in pace aspettando il canto del muezzin e la notte che porterà sogni agitati e fantasmi di ciò che era prima, sino al nuovo canto del muezzin. Qui vicino era nato l’uomo e qui ci sono radici che nessuno investiga con il cuore, ma che solo ad intuirle generano la sensazione che qualcosa, nel tempo, non si sia mai spento.
“Il libro che gli serviva aveva cento capitoli, uno per anno – era la storia del ventunesimo secolo. … Un’occhiata all’indice poteva forse bastargli. Saremmo riusciti a dirottare la catastrofe del riscaldamento globale? La trama della storia prevedeva il verificarsi di un conflitto sino-americano? L’ondata di nazionalismi razzisti nel mondo avrebbe ceduto il passo a qualcosa di più generoso, di più costruttivo? Era possibile invertire l’andamento crescente del numero di specie in via di estinzione? La società aperta avrebbe trovato modi nuovi e più giusti per trionfare? L’intelligenza artificiale ci avrebbe resi saggi, folli o irrilevanti? Ce l’avremmo fatta a far passare il secolo senza scambio di testate nucleari? Per come la vedeva lui, anche solo uscire vivi dalla fine del ventunesimo secolo, dalla fine del libro, sarebbe stato un enorme successo.”
Ian Mc Ewan – Lezioni -Einaudi 2023
Fuori, il cielo dall’azzurro glaciale del primo mattino era diventato grigio, come rattrappito dal freddo, poi con il sole pieno, senza dar nell’occhio, s’era stirato in un nuovo azzurro. Un gatto al risveglio.
Guardava gli uccelli becchettare tra l’erba, indeciso su ciò che fosse utile adesso. L’ansia, che poi era irrequietezza e incapacità di afferrare una tranquilla visione del tempo, dell’importanza delle cose e del loro attendere nel compiersi, si era sciolta nella lettura delle ultime pagine del libro. Un finale positivo aiuta l’umore, si disse, riordina le cose e la loro importanza.
Vedere la propria dimensione e avere pensieri più grandi, metteva energia, scartava la visione delle difficoltà e induceva a tentare.
Siamo idee, immagini, desideri, che si portano davanti alla grandezza di un orizzonte che è già infinito anche se lo nasconde. Pensò a quando in montagna la cima sembrava lontanissima e invece non solo la si sarebbe raggiunta, ma il ritorno, ebbri di stanchezza sarebbe avvenuto nella luce calda del pomeriggio che entrava nella sera.
Così al limite dell’acqua, preso dall’orlo dell’onda e dal suo divagare, alzare lo sguardo era perdersi e insieme trovare una diversa dimensione raccolta. Il calore diventava brezza, profumo d’erbe alle spalle e odore di salso davanti. I gesti dei pescatori vicino alle barche erano la dimensione di un tempo che si ripeteva e l’osteria del paese era il luogo dove rompere i silenzi protratti nel lungo dialogare interiore.
Una dimensione al limite e l’estrarre dall’infinito quotidiano accadere, l’essenza di ciò che era importante a sé e agli altri, con quella scala dei valori che costringeva la mente a ricordare il dove e il dito a percorrere l’atlante. Poteva sbattere le ali una farfalla in Tasmania e nel bicchiere di vino, ancora a mezzo, vedere i suoi cerchi muoversi. Oppure era il tuono che rotolava giù dal cielo e costringeva a rapide ricerche di riparo, a crearli, ma qualunque cosa fosse, c’era una gerarchia d’importanza nelle vite dove il desiderato dialogava con la necessità e l’accadere era insieme caso e spinta di volontà. In tutto questo essere oggetto e parte c’erano grandi spazi di libertà da riempire d’affetto, d’amore, d’impegno e di quieto essere in pace con sé. Per il nuovo che veniva e dal passato che mutava, confondendo entrambi la mente e l’agire ben oltre l’accadere.
Siamo memoria nel presente, pensò, e intuizione di ciò che ci riguarderà: una tavola in cui inscrivere lettere e colori che rimandavano ad altro e pian piano trovavano quiete e posto.
Della casa ricordavi le grida per le scale, i litigi che s’acquietavano dabbasso, nella grande cucina che sbucava sul cortile. La scala, in pietra d’Istria, la divideva a mezzo, i gradini avevano il colore biondo dei capelli delle ragazze che venivano dal Friuli. Qualcuna a studiare da maestra, altre a servizio in famiglie abbienti e se avevano figli da allattare, spesso erano balie a domicilio. Si trovavano sotto il portico, davanti alla porta in cui entravamo anche noi, erano messe a servizio dalla moglie di Nini, conoscevano strada e porta, si trovavano la domenica pomeriggio, come le moldave o i filippini, adesso.
Chissà che nome aveva davvero Nini. Era un omone grosso, possente e capace di una carezza quando passavo, le sue mani a me sembravano enormi, capaci di chiudersi a pugno ma anche di tenere con eleganza le carte trevigiane che causavano scoppi di voce e insulti immediati. Bastava una carta sbagliata, un punto perso e tutto veniva messo in discussione, la tovaglia, i bicchieri, il bottiglione mezzo pieno di un vino rosso, aspro sin dall’odore e potente nel colore, tanto che neppure la varecchina l’avrebbe tolto dalla tovaglia. Nell’alzarsi degli uomini e della discussione tutto volava in un angolo di quella strana stanza, e mentre liberava il legno del tavolo, scurito dall’uso, rovesciava le sedie, il vino si spandeva sul pavimento d’assi d’abete e finiva la partita. Il pavimento era macchiato tutto l’anno, fino a Pasqua, quando veniva sfregato e poi passato con gommalacca e mordente sciolti nell’alcool, allora assumeva un colore rosso brace che assorbiva ogni macchia e pungeva il naso. Era il momento della diaspora degli scarafaggi che in gran numero uscivano e si infilavano in buchi, sino a quel momento segreti, per non farsi più vedere per un paio di mesi. Alla mia richiesta su dove andassero, mi venivano date risposte che suscitavano ilarità che non capivo. Vanno a Sottomarina a prenotare la stagione estiva oppure scappano verso le pescherie a comprare pesce. Noi abitavamo vicini alle pescherie, erano dall’altra parte del fiume ma non riuscivo a immaginare una cassetta di sardine portata da un esercito di scarafaggi, e a chi le avrebbero portate? E in cambio di cosa? Tutti ridevano e ridevo anch’io.
Cosa facesse Nini, che poi era il capofamiglia che ci ci affittava l’ultimo piano, quello in cui ero nato, era sconosciuto come il nome. Quella stanza con il tavolo delle carte era quasi sempre chiusa. Di notte avvenivano traffici che la riguardavano e c’erano cose che entravano e uscivano. Quando era vuota giocavano a carte e se per caso assistevo, al momento della rissa, venivo fatto allontanare in fretta mentre l’ultimo sguardo coglieva le mani già pronte a parare o a dare e più spesso a prendere gli abiti dell’altro per spingerlo contro il muro. Allora la porta si chiudeva, le voci si alzavano di tono e i contenuti erano quelli delle parole che io non dovevo imparare. A volte la partita riprendeva, più spesso finiva con urli e un ultimo sbattere di porte. Quella stanza era vicina all’ingresso sotto il portico, aveva una finestra ed era stranamente sopraelevata rispetto al corridoio, di due scalini, anch’essi di legno. Sotto al tavolo c’era una gran botola che portava direttamente in cantina. La stessa che nelle prime avventure batticuore, scendevo con il figlio più piccolo di Nini, verso un buio appena rotto da una bocca di lupo che dava sotto al portico, con un’oscurità che non consentiva di distinguere le cose che si ammassavano sulle pareti sino al soffitto a volta. Finita la scala fatta di gradini di mattoni messi in taglio, scivolosi e neri di sporcizia, c’era un pavimento che anch’esso doveva essere di mattoni, ma la polvere depositata e impastata con l’umidità, lo rendeva cedevole al passo. Di passi ne facevo pochi perché c’erano rumori e, Bepi, il compagno d’avventura, diceva ch’erano pantegane così grosse che si sarebbero mangiate un gatto. Per quello di gatti in casa ce n’era solo uno, un soriano sempre in braccio alla moglie di Nini. Gatto pacifico, dall’artiglio bizzoso che non amava essere privato della quiete che aveva scelto. Della cantina sapevo l’odore di umido e di marcio, l’oscurità che prende forma di mobili, damigiane e cose, il brivido di freddo che già si sentiva nell’aprire la porta e che assomigliava all’alito spento dei draghi che illustravano il libro di fiabe che mi era stato regalato per la befana.
La casa mi sembrava grande, a te non era mai piaciuta se non per le stanze ampie e alte e per la vista sui tetti e sul fiume. Eravamo nel centro della città vecchia, si vedeva la torre dell’università, con il suo parafulmine che era fonte di paura per te e per me di ulteriore avventura nell’attesa che una saetta fosse catturata dalla punta di ferro ritta sulla sommità e che, come mi raccontavano gli amici dei giardini dell’arena, l’intera corda di acciaio intrecciato che scendeva al suolo, si illuminasse e restasse incandescente a fischiare e sfrigolare tra sbuffi di vapore. Devo dire che pur attento e impavido, non ho mai visto quella corda infuocarsi ma un fulmine, quello sì che vidi, e il suono fu immediato, tanto era vicino, e fece tremare i vetri e tu ti nascondesti con me in camera. Con la Nonna sentii il terremoto e ci nascondemmo sotto al tavolo, ma la casa doveva essere abituata perché non si aprì neppure una crepa.
La cucina dava sui tetti e sul giardinetto dove c’era un ciliegio che era prodigo di frutti, buoni da alcool e da sciroppi o marmellate, ma poco dolci al gusto. C’erano ragazzi che ne andavano ghiotti e s’arrampicavano sul muro di divisione dal cortile del palazzo a fianco, per coglierli e riempire le mani e le magliette che si alzavano su canottiere bucherellate dall’uso. Erano gli apprendisti del falegname e dell’idraulico che avevano bottega nel gran cortile del palazzo e a me sembravano grandi, ma avevano forse undici o dodici anni. Tu mi raccomandavi di non frequentarli, avrei disubbidito volentieri ma per loro il tempo dei giochi era già finito e se il loro “padrone” li avesse visti giocare con me, li avrebbe presi a calci perché dovevano imparare un mestiere ed era per questo che le famiglie lo pagavano. A fianco della cucina soggiorno, c’era la stanza stretta e lunga, in cui dormiva mia Nonna, con una finestra alta che dava sulle scale illuminate da un grande lucernario. Poi c’era un corridoio largo che dava sulle scale e sull’altro lato una stanza simmetrica a quella della Nonna in cui dormivo io oppure i parenti in visita e poi una grande stanza da letto, che era quella dove dormivi Tu e Papà. C’erano due letti, il vostro e uno vicino alle finestre che davano sulla strada, dove prima c’era stato il lettino azzurro per me e poi un letto più corto del vostro, che serviva ad ospitarmi quando c’erano parenti. Due finestre, i suoni della strada fino a tardi, la luce di un lampione che filtrava dagli “scuri” di legno e il cielo bene in vista quando d’estate le imposte erano socchiuse. Ero nato in quella stanza, di notte, con un viavai di parenti e dei vicini del piano di sotto. Mi raccontasti che era caldo e che tutto avvenne in fretta e con il dolore che non si poteva eliminare. E allora Ti intenerivi e forse quella casa la amavi un poco, perché era legata a me. Per Te era una costrizione e a parte la tua amica dal nome strano, Alba, nulla ti legava a quel posto se non gli amori profondi che tenevano tutto assieme e allontanavano le difficoltà.
Io invece quella casa l’ho amata. Quando era disabitata ho cercato di capire se si poteva affittare o addirittura comprare. Era cambiato tutto. Dalla camera si vedeva ancora il cielo ma un palazzo alto aveva sostituito i tetti a spiovere di fronte, il palazzo a fianco, nonostante avesse storia, un progettista del’600 e una imponenza non comune, oltre che di pregio, era stato abbattuto per farne un insieme moderno di appartamenti, negozi e finestre. Gli artigiani cacciati, il fiume interrato, le pescherie sostituite da un informe mescolanza di marciapiedi, alberi a casaccio, fermate di autobus. Interrato il ponte, scomparsi il panettiere, le osterie, il macellaio, il fabbro, il falegname, il verduraio, il pizzicagnolo. La casa era rimasta per ingordigia della proprietaria, ma si dissolveva nell’incuria. Guardavo gli “scuri” del secondo piano e immaginavo cosa doveva essere stata quell’estate degli strilli e poi i primi giochi, fino ai ricordi vaghi e le sensazioni. Te ne parlai più volte, ma oltre la nostalgia degli anni non c’era un sentire quel luogo come importante oltre a me. Tu stavi bene dov’eri e il ” casa or’è dove si vive” era il tuo luogo del presente. Del passato si poteva raccontare, sorridere, sentirne la pesantezza mitigata dalla gioventù e dalla voglia di vivere, ma tornare indietro no, non era possibile quindi molto meglio andare innanzi.
Non ho mai saputo bene che mestiere facesse Nini, perché qualche volta parlasse spagnolo inframezzandolo con il dialetto e a me sembrava che fosse una sola lingua. Non ho mai capito perché dovevo stare attento qualche mattina mentre lavavano il pavimento e c’erano tracce rosse nel secchio dell’acqua dopo una notte in cui le voci si erano alzate troppo e Tu avevi chiuso a chiave la porta della camera. Penso facesse il contrabbandiere, forse ricettava e qualche volta i conti non tornavano. Ogni tanto spariva o venivano a prendere informazioni, ma cosa facesse davvero non l’ho mai saputo e perché l’avvocato proprietario avesse affittato proprio a lui. A me voleva bene, diceva che gli portavo fortuna a carte, bastava che me ne andassi quando non era aria. Ma quello succedeva quasi ogni volta.
Esiste un orlo del tempo, una fretta che diventa creazione perché genera pensieri che dovrebbero essere continuati e allora attinge a risorse sconosciute, le allinea, cerca di mandarle a mente, le rimanda con il senso della perdita che non sarà colmata perché nulla si ripete davvero nei nostri circuiti di senso, ma intanto altro, interrompe e porta via. Resta un alone che ricorda, sarà dissolto dalla creazione, che è furore e nostalgia.
La ricerca di dominare ciò che è un protendersi nell’ignoto e trarne un immediato senso è solo un capo del refe tessuto d’ illusione: è il filo che tenendo assieme genera il senso e il nuovo.
Così esiste una calma che non è noia, né bonaccia, è l’intromettersi di pensieri che salgono e sconfiggono il rettiliano che vorrebbe tutto e subito. Riportano, i pensieri, in una sospensione del capire della superficie, persino l’intuizione sospendono. Ed è un dialogo tra il dentro e fuori che nei momenti di mirabile equilibrio è meditazione. Nulla urge, nulla va perduto, tutto è labile per sua natura e come il capire si deposita e permette di pensare senza farlo. Vedersi.
In quell’attività dell’anima, ch’è guardarsi nello specchio oltre ciò che ad altri può essere utile, vedo segni del tempo, un lampeggiare d’occhi, tratti che riconosco, e allora indugio nei pensieri, che resistenti, han modellato solchi, tracciato mappe: percorsi ch’io seguo e ricordo. Ma anche il nuovo vedo e non sempre è facile o benevolo, è ciò che trattengo che mi ha segnato? E come lasciare ch’esso si liberi e corrisponda non a ciò che è stato ma a ciò che vorrebbe essere?
Chi mi vede, scivola su tutto questo, chissà che cerca, mentre anch’io mostro la vanità d’esser un po’ sopra il ripiegar la schiena, e tengo per me, e per pochi altri davvero, il senso di quelle strade che costante indago. Di tanti anni, ed errori, m’è riuscito il riconoscermi (il ricordo è così mutevole e creativo), mentre a dire ciò ch’è accaduto, solo i segni restano oggettivi.
Forse è questo che rende contento il sapere che una mano ancora lasci impronte di calore sulla mia. Andare, mentre mi guardo, andare in scelta o solitaria compagnia, andare restando qui, in cerca di me stesso.
“Buon giorno, posso avere una confezione di essenziale?”
Da dietro il banco, un camice bianco si volta e sorride.
“Mi spiace, signore, non ne vediamo da mesi, le ordiniamo e i magazzini neppure ci rispondono. Pensiamo finiscano tutte alla Caritas o a Medici senza frontiere.”
Imbarazzo del cliente, ma anche stizza.
“Questo è il terzo negozio in cui chiedo una confezione di Essenziale e le risposte sono come le sue o più fantasiose. Un suo collega mi ha detto di cercarle in Africa o nei centri profughi.”
Sorriso del camice bianco, aggiustatina agli occhiali. Colpo di tosse di uno dei due clienti che seguono quello al banco.
” Non posso che ripeterle quanto le ho detto, signore, dovrebbe provare da qualche collega di campagna, forse hanno qualche fondo di magazzino in scadenza. Qui abbiamo solo Superfluo, di varie confezioni e prezzi, ma di Essenziale, nulla.”
Mormorii alle spalle del cliente, proteste sottovoce, un cliente guarda l’orologio, riapre la porta. Esce. Il cliente insoddisfatto fa per voltarsi, è visibilmente contrariato, poi ancora si rivolge al camice bianco.
” C’è una legge, anzi la Costituzione, la madre delle leggi, che mi assicura l’Essenziale, deve essere rispettata, sono un cittadino, pago il dovuto, esigo…”
Il camice bianco non sorride più.
“Cosa può esigere, caro Signore, quello che non c’è non c’è, si rivolga alle assistenti sociali del comune, alle associazioni di beneficenza. Ma lei non guarda la televisione, non legge i giornali, non consulta internet, ha mai visto una pubblicità dell’Essenziale? Ha colto qualche invito all’acquisto o alla sua ricerca. No, c’è solo Superfluo che viene offerto in quantità e qualità differente secondo le ricorrenze e stagioni. Perché anche il Superfluo ha cicli produttivi e una domanda variabile, quindi auto, profumi, orologi a Natale e cibo in grande quantità. Tutto in eccesso per poi alimentare le patologie che assicurano altro spazio ai farmaci di moda. Il Superfluo è ciò che muove la società, che la differenzia al suo interno, che stabilisce l’ordine e le gerarchie. Il Superfluo fornisce autorevolezza e potere, può essere gettato, tenuto in gran conto ma è la libertà, se lei non ha questa libertà, non esiste. “
Ormai i clienti in attesa sono molti, le proteste sono ad alta voce, si sovrappongono, si rafforzano, se non ha i soldi per il Superfluo perché deve intralciare gli altri… sarà il solito ecologista… di persone che vogliono limitare la libertà di consumare ce ne sono troppe… basta, esca e lasci che possiamo acquistare.
Entra un poliziotto. “Cos’è questa ressa?”
Il camice bianco spiega succintamente i fatti mentre consegna una confezione variopinta di Superfluo al cliente successivo. Il signore che aveva chiesto l’Essenziale, cerca di sgusciate tra le persone. Lo trattengono. Lo consegnano all’agente. Ci ha fatto perdere un sacco di tempo…è arrogante… pretendeva di avere dei diritti… e ha allungato una mano verso camice bianco, l’ho visto io.
L’agente lo prende in consegna, gli stringe un braccio, l’uomo cerca di divincolarsi. L’agente gli dice che dovrà rispondere di resistenza, mentre escono, gli chiede i documenti.
Persone: non gliela faccia passare liscia… attento sta mettendo una mano dentro la giacca… ha una pistola. L’uomo protesta che sta cercando i documenti. Le voci si alzano, viene immobilizzato, l’agente lo ammanetta. Commenti entusiasti dentro al negozio. Aumentano le vendite di Superfluo. Le persone vanno verso casa, sorridendo soddisfatte.
nel lavoro si predicava: Tu puoi trarre il massimo da me se mi consideri persona e non cosa. Se la mia opinione vale e non viene usata contro di me. Se valorizzi ciò che posso dare attraverso quello che do, posso essere fedele ai progetti dell’azienda che poi sono i tuoi se mi meravigli con una nuova conoscenza e così i progetti diventeranno i miei. Ciò che non puoi fare è essermi indifferente.
Esisteva un piccolo negozio di dischi, una stanza incastonata tra un’osteria e un ferramenta, con due cabine anecoiche e i dischi stipati in verticale in mobili di formica. Ci si sedeva su una panchetta all’interno di una delle cabine, si chiudeva la porta pesante con una piccola finestra e si metteva la cuffia. All’esterno un signore, forse proprietario, ma di certo possessore della musica, metteva il disco e lo faceva assaggiare nel pezzo scelto o in uno a sua discrezione. Mi piacevano molto i pezzi che lui sceglieva, preannunciavano un piacere sconosciuto, che poi avrebbe avuto modo di diventare parte di me. Mi convinceva con un annuncio di bellezza, un inizio di conoscenza e di passione. Non funziona così anche per le grandi imprese tra gli uomini?
Si diceva che in fondo non abbiamo altri criteri per scegliere in un gruppo: gli amici, i nemici, gli indifferenti.
Vale anche ora, gli indifferenti a noi, non contano.
Ognuno di noi contiene la propria malattia e su questa costruisce vita e relazioni.
Ne ha sensibilità, ma la mette in disparte, la maschera di necessità.
Scrivo di marginalità, penso cose strane e futili, uso quello che conosco per indagare con lo sguardo a lato. Mi interessa vedere intorno dopo aver guardato negli occhi, perché lì dentro ho trovato pezzi di me.
Conoscere la propria malattia significa averne intera la paura, vedere che l’indifferenza è appena dietro l’angolo pronta ad azzannare.
Quindi non è vero che l’indifferenza non conti, specie quando si maschera di cinismo, non è più inazione e azzanna la volontà.
Curare la propria malattia, significa capirla e temere il cinismo che non fornisce interessi veri. Solo le passioni sono a lato del cinismo, agiscono con chimica strana che combina occasioni e sentire. E se quasi mai si completano negli enunciati che le avevano generate, forniscono, comunque, la materia del vivere.
Scrivo spesso di piccole cose per me grandi e mi occupo di cose vere, mi saturo di realtà ogni giorno, al contrario di quando si parlava molto e si faceva poco o nulla e si viveva altrove. A lato. Allora restava quel vuoto, quell’inanità che genera la percezione della propria insufficienza colpevole.
Anche adesso.
Così la mia indignazione diventa passione e si scatena appena fuori della banalità di ciò che questo paese è diventato.
Ognuno è soggetto felice delle proprie passioni.
Per età potrei dire che non è più compito mio, che non m’interessa più. Ma in fondo la terza metà della vita, non è destinata a fare ciò che non si poteva fare prima, quello che non si è fatto è definitivamente perduto, ma il nuovo che è interessante, i nuovi percorsi e vincoli, le nuove virtù.
Ognuno di noi contiene la propria pazzia e ne ha nozione.
Spesso è l’unica libertà, la parte vera che si possiede, per questo è intollerabile viverla con continuità. La pazzia non conosce il limite tra il particolare e il generale. Totius ex parte. Era uno dei principi della magia antica, nel particolare c’è tutto il conoscibile dell’universo, tutte le contraddizioni, tutte le forze e le equazioni fondamentali. Per questo cerco la mia pazzia nei particolari, li lego alle passioni con sottili rossi fili di seta, scrivo di sciocchezze e m’intrido di realtà.
Gli uomini di pianura hanno le gambe snelle e forti di chi cammina a lungo, le scarpe sempre impolverate, un cappello per il sole e un berretto per le nebbie di novembre. Hanno la testa che pensa altrove, l’odorato che sente il salso della marina mentre gli occhi vedono i monti appena oltre le città. Risalgono i fiumi in barche dal fondo piatto, remano in piedi tra odore di fango e canne, si fermano a guardare i salti dei pesci che pescano dall’aria gli insetti. Conoscono osterie dove si approda e che fanno zuppe forti, di verza e di maiale, sanno gli uomini di pianura, dove tacere se si gioca a carte e alzare il vino quando un pugno sul tavolo protesta.. Sanno il fresco dell’alluminio delle sedie allineate in piazza, l’odore del cotone delle tende dove riposa l’ombra, l’orologio dei tacchi di chi è attesa. Offrono un chinotto, un pevarin, un fiordilatte ai bambini, mentre per loro c’è il musetto caldo e i fagioli cotti nel coccio. Risalgono le pianure e ritornano, stanno nelle città come i principi a palazzo, si stupiscono di ciò che al ricordo dello sguardo manca, inseguono un pensiero che li era accasato. Tornano sempre negli stessi posti, conoscono le pietre, i visi, il mutare delle stagioni nelle luci. Sanno l’ora della sera, la lunghezza delle notti insonni, il richiamo dei rapaci sopra il campanile. Amano i vicoli di notte, i campi a maggio oltre la periferia, l’acerbo verde delle vigne a giugno. In bicicletta vanno verso i campi dove gli Iris, le giunchiglie e i fiordalisi fuggiti dai giardini occupano i fossi, si fermano su vecchi muri, le schiene appoggiate al cotto che s’arroventa al sole, calano sugli occhi il cappello e guardano il lavoro ordinato delle formiche. Non amano le auto incolonnate, l’aria satura di azoto, l’asfalto che scalda i piedi. Aspettano l’inverno quando si sentono da distante i fumi che l’aria suddivide tra legna e stoppie nei camini. Sanno che i contadini adesso serrano le porte, come in città e che conoscono il sudore della paura, per questo sono cauti e rispettosi. Camminano, pensano, si fermano per una parola e se ne vanno inquieti, cercando la misura dell’ombra d’estate, lo spessore del ghiaccio a gennaio. Hanno grossi pastrani, baveri alti per tenere in petto il calore del respiro, seguono la ferrovia, la strada, il fosso e si meravigliano che così tanta pietra, mattoni e anni, si siano accumulati nelle città togliendo gli alberi dai giardini, tombinando fiumi, spianando le piccole salite dove c’era il ricordo di rovine antiche. Gli uomini di pianura amano con l’allegria triste di chi non sa stare al suo posto e sognano un sogno che sia nuovo, mai prima frequentato. La sera accendono le luci necessarie, vanno alla finestra, guardano tetti e dentro altre finestre. Vedono muovere corpi, bocche che dicono qualcosa che non prosegue, poi le luci si spengono e c’è una luce azzurra che non si ferma e fa star zitti. Ogni tanto una ragazza, o un uomo, d’estate in canottiera, vengono nella piccola terrazza o al balcone e con un gesto pieno d’abitudine e di grazia, accendono una sigaretta. Si vede la brace che rosseggia, il fumo che si spande e guardano il cielo o attorno, immersi nei pensieri.
La strada sono gli stop dell’auto che hai davanti e due righe quasi parallele. La strada è la velocità compatibile, i tuoi pensieri e chi ti sorpassa a destra e a sinistra. La strada è la radio che parla e si perde, che racconta e svanisce. La strada ha davanti colline marrone bruciato, crinite d’alberi che affondano le radici in arenarie piene di fossili e sale. La strada taglia le altezze, serpeggia tra salite e passi ma a volte s’infila in gallerie, allora ha paura del buio, la strada, e lo trasmette a chi non ha il volume troppo alto, a chi non parla, non pensa, non sorpassa sfiorandoti e suonando il clacson. La strada si avvoltola su se stessa ad ogni uscita, dissemina fabbriche, alberghi, distributori, campi e rifiuti ai lati, la strada sa dove andare anche quando tu non lo sai. La strada è un mezzo e un fine, per questo è sempre in riparazione anche dove non si vede nessuno e ci sono solo i limiti e le restrizioni di carreggiata. La strada è onesta, non ti chiede di correre, di bere troppi caffè, di stancarti troppo, ti assicura aderenza e ti mostra i tuoi limiti. La strada è lì fuori che aspetta di perdersi dietro di te, è paziente nella notte, sa stare da sola, tollera il giusto, anzi la strada è giusta. A lato della strada ci sono i colori, anche sopra e davanti, la sera mentre il cielo stende strati di colori caldi nel cielo, ti chiederebbe di fermarti, di guardare attorno, di respirare l’umido che viene dai lati, dai campi bruni, dalle distese d’alberi che corrono verso l’acqua. Ti chiederebbe di ascoltare gli uccelli che raggiungono i nidi, il freddo che entra piano nelle scarpe e risale il giaccone. La strada ti direbbe di attendere, guardarti attorno, ascoltare i pensieri e cercare una locanda per la notte in un paese dove non si va in vacanza. E in una stanza d’altri tempi, con le lenzuola che odorano di cotone e di fumo di legna, mettersi a pensare che c’è tempo e la strada attende senza fretta. È così scivolare nel sonno, con gli occhi che vedono le rosse luci degli stop che si spengono e il grigio racchiuso tra due linee è solo un tappeto di stanchezze consumate.
Certe cose cominciano bene poi finiscono peggio in un rallentare vischioso che affatica sino alla perdita di senso. C’è una legge dell’usura che riguarda l’attrito, ha dei lati positivi perché il tempo leviga le cose.
Fa attrito il bene?
E cosa ne resta nella sua immagine accuratamente polita che conserviamo in noi?
Nel rinnovarsi il bene come muta? E se esso apprende dai suoi errori, cosa diventa?
Di simmetrie è fatto il procedere del ricordo che poi si muta in storia, sono grandi quelle che prendono i molti, li avvincono in sogni apparentemente uguali e poi si consumano nella relativa abitudine all’accadere. Così per i piccoli immensi sogni troviamo simmetria mai eguale e dovremmo sapere come i sentieri sempre incrociano altro cammino, ma ciò non fa deflettore e giudica unico il proprio sentire, com’è giusto sia. Non è la fine che in fondo interessa ma il principio e il suo primo svolgersi, potente ed ogni volta unico. E simmetrico.
Ma allora, cosa affatica il sentire emotivo dopo l’inizio in cui l’entusiasmo soverchia ogni calcolo di tempo?
Forse il ripetersi mai eguale, che torna. Anche per noi che siamo eccezione, mai regola. Torna il tempo che quando s’avverte è già trascorso, già pesa, già toglie. Non è come allora, quando iniziò ed era nuvola impalpabile di ciprea, un soffio di profumo nell’aria da cui essere imbevuti, respirati respirando. Il tempo gassoso dell’inizio è diventato prima olio e poi pietra e ha frenato la corsa. La dittatura del presente, del perenne decidere senza poter assimilare, è un ansare di pensieri che faticano a coagulare, che sono fatica interiore, un non dirlo mai prima del tempo, perché non sarebbe capito e sarebbe un’offesa. E nel frattempo, se l’abitudine non diventa nuovo, il sapore non c’è più, perché il tempo s’è incattivito in rimasugli. Costretti per recuperarne in senso a cercarlo tra gli spazi. Ciò che non si dice è detto, impreciso nei significati, pauroso nel mancare di contorni. Dilaga, chiede e ripete la richiesta d’essere interpretato.
Uccelli impagliati sognano l’antico splendore. Evocano, ricordano, e rendono il passo più lento, la memoria pasticciata, scrivono cielo e mostrano l’abisso.
Eppure c’è una luce. Non per necessità di naufraghi. È nella sublime incoscienza che vede oltre il succedersi immoto delle cose, il loro ripetersi. È nella capacità di sapere che non si sa, nel maneggiare la naturalezza del volo sentendo l’aria. Ciò che sta in essa, sapendo che oscuramente, felicemente, ci riguarda.