parole magiche

I bar, o le caffetterie come pomposamente si chiamano ora, sono comunque incipit, pagine con larghi spazi bianchi. Scenografie di tavolini, fatica unta di caffè e tramezzini malfatti, di noia, di piedi gonfi e tempo lento. Troppo lento. Guardate gli occhi dei baristi veri, trincerati dietro a un banco per difendersi dal mondo: hanno visto tutto. Tutto quello che poteva emozionare, tutti i film lunghi che iniziavano all’alba e finivano a notte fonda, tutte le sbronze in divenire, insomma la vicenda umana quando mostra i panni sporchi e lieti, a loro resta l’attesa che finisca tirando giù la serranda.  Ma se osservate bene l’angolo della caffetteria, ovunque, ha almeno un tavolino con tre sedie. Di solito si siedono in due, nella terza sedia finisce una borsa, una giacca. Sono un lui e una lei, oppure due lui o due lei, ma è l’angolo in cui accade qualcosa che dura. Quando si siedono sembra venga innalzato un separé, e dopo poco inizierà una conversazione intima.  I bar sono spazi da riempire. Luoghi di fretta e incontri, luoghi per speranze e per addii. Non sono mai indifferenti, per questo il nostro barista che ha visto quasi tutto e allora non guarda più, capisce al volo. Gli amanti, le coppie clandestine, quelli che sono ancora titubanti ma vorrebbero, i timidi, gli arroganti, i perduti, i violenti, gli stanchi, i lasciati. Molti finiscono in quel tavolino d’angolo. Come adesso.

Lei ha due occhi bellissimi, lui un viso perplesso ma determinato. Le dita cercano un luogo alle parole, tormentano bustine di zucchero, orli di tazza, il tavolo. Le dita accarezzano nervose i silenzi, incespicano sul dire e il tacere.  C’è un lasciare e un trattenere in azione. Vincerà il lasciare. Il barista lo sa e non guarda, ma noi sì. Forse è meglio si lascino, quando si finisce in quel tavolino per un addio è già accaduto tutto, c’è stata una sequenza infinita di rotture e rappezzi, di desideri malcelati e insoddisfatti, c’è stata, soprattutto, una svolta. Silente prima e poi via via più netta e rumorosa. Di quel rumore dolente che non si vuole sentire, ma c’è. Quel rumore a cui ci si ribella, che si pensa di aggiustare con un po’ di nuovo e molto di vecchio, con quel riandare al prima, al ricordo, senza sapere che non serve a nulla se non a perdere la ragione, perché il passato una ragione la possiede, ma il presente è carente di ragione. Torniamo ai nostri due partendo dall’età. Lui è più vecchio di lei, più grande come si dice ora, lei è bella per difetto di alternativa, dev’essere bella per lui. Ma ha il dubbio che non basti, allora si sminuisce, si critica, subisce anche l’aspetto. Se fosse oggettiva si sentirebbe davvero bella, e sarebbe bellissima, vedrebbe il suo viso e non le rughe, sentirebbe il suo corpo aderente, il muoversi armonico che ha quando corre o quando si stira svegliandosi, ma non avverte questa sua superiorità. Lui ostenta sicurezza, per lui rompere significa liberarsi da una colpa che ha messo in disparte ma c’è, coltiva la speranza che finisca presto. Però vuol fare l’innamorato che deve chiudere, per cui spinge le cose in modo che sia lei a decidere. È una porcheria, lo sa, ma non desiste, pensa sia meglio. Altre volte ha ostentato un dovere perché gli è già accaduto di chiudere, di lasciare, e a quel dovere s’è appeso per dire di no. Ha fatto un guaio maggiore perché ha fatto sentire qualcuno meno importante della sua vita banale, si è dimostrato egoista. Solo che l’altra non ha capito e non l’ha subito odiato per questo, ma si è fatta coinvolgere, l’ha giustificato. Ascoltiamo qualche frase:

Lui: Mi mancherai. I giorni non saranno più gli stessi senza di te. 

Non la guarda bene negli occhi, se lo deve imporre. Le mani si muovono e dicono altro. È imbarazzato, vorrebbe fosse già finito tutto, uscire da solo, sentire che qualcosa è alle spalle.

Lei: E allora perché ci lasciamo, proviamo ancora, è già accaduto, poi ci siamo capiti, abbiamo trovato soluzioni comuni. Noi ci amiamo, vero? Ci amiamo, no? … Allora perché non dovremmo risolvere tutto, l’amore ci aiuterà. 

Lei sa che la risposta alla domanda sull’amarsi è terribile, già il silenzio è eloquente e una qualsiasi frase non la rassicurerebbe perché adesso non valgono le sfumature dell’amore, ma i fatti che esso genera e allora si risponde da sola: ci amiamo, si dice. Lo vuole credere, vuole pensare che l’amore sia lo stesso per entrambi.

Lui: Lo sai che non è possibile, questa volta no. Non ce la faccio, non è come le altre volte, si è rotto qualcosa dentro, ho bisogno di capire. Non amerò mai un’altra donna come ho amato te, ma non possiamo continuare. Ci facciamo solo male.

Lei tace, vorrebbe dirgli che così per lei il male è assoluto, che con lui sparisce la speranza, che non riesce a pensare ad un altro uomo. Vorrebbe odiarlo, ma è paralizzata, non sente nulla, solo dolore. 

Qui si innesta un pensiero, lasciamo i nostri due ex innamorati e cerchiamo di capire cosa accade in un addio dalla parte di chi lascia, anche quando c’è molta buona fede. Ci sono due parole magiche che seguono gli addii : mi mancherai. Che poi è come dire: per sempre, che è vero quando lo si dice ma non in assoluto, perché il per sempre si costruisce con caparbietà e non sempre se ne vede la ragione. Forse bisognerebbe dire, col senno di poi :può essere che mi mancherai parecchio o tantissimo, che nulla sarà come prima, ma comunque il tempo attenuerà, non svanirai, mi interesserò a te ma non mi mancherai come adesso, nel momento dell’addio. Ma non lo pensiamo e non sarebbe bello dirlo anche pensandolo, le saggezze negative sono un po’ stronze proprio perché naturali e vere. A volte il discorso, consumate le parole definitive, scivola nella possibilità: la vita ci porta altrove, forse ci ritroveremo, diversi magari ci ameremo più di adesso, di sempre, ma fino a quel momento sarò altro e non mi mancherai più come ora. Mancheranno le cose che non sono state, ciò che si è consumato, ma anche questo si ridimensionerà nel tempo e troverà il suo posto bello di ricordo. Vorrei che fosse che non mi mancherai ed io non mancherò a te, non sarebbe forse un atto d’amore più bello e più vitale, non sarebbe forse augurarti il bene e togliere il fiele?  C’è una speranza che finisca così, sarebbe una bella liberazione per chi lascia avere anche la possibilità di riserva, sennò la stronzaggine mica ci sarebbe. Diciamo che quelli bravi ci riescono ma nella testa di lei dovrebbero formarsi queste parole: Eh no, mio caro, non funziona così e se tu mi manchi vorrei avere almeno lo stesso trattamento, ovvero mancarti fino all’infelicità, anzi un pochino di più.

I nostri due innamorati quasi ex, perché mica finisce subito, si sono alzati. Lui ha pagato, lei ha pianto con molta dignità, adesso stanno uscendo. Fanno pochi passi assieme, poi si separano. C’è stato un abbraccio, ma è meglio non indagare su quanta disperazione asimmetrica si porti dentro. Il barista ha alzato gli occhi, ha guardato, e poi si è voltato per fare un caffè. Lo beve lui stavolta.

problemino

Che fare degli incompetenti, dei furbi, degli arruffoni, degli scansafatiche, dei disonesti, degli imbecilli, presi ciascuno nella sua peculiarità, e di cui tutti abbiamo nozione e non per sentito dire, perché sono attorno. Ovunque. E che fare dei meccanismi per cui non di rado, alcune di queste persone, arrivano a posti di responsabilità, presunta, perché quella vera non se la prendono? Insomma il problema è come fare in modo che esista una responsabilità personale, anche di chi li assume, li promuove, li giudica. Finora l’esercizio della pubblica opinione, anche quella avvertita, raziocinante, meno eticamente ottusa, si è esercitato sulla politica. Non che questa sia esente da responsabilità, anzi, le responsabilità sono proprio nella sua incapacità, passata e attuale al netto delle tante riforme spacciate per tali, di incidere sull’efficienza, sull’eliminazione della furbizia e del privilegio, sulla convenienza e sui poteri occulti. Che essendo occulti, questi ultimi, mica si mostrano, ma fanno e per fare hanno bisogno di una galassia di inefficienze, di controlli assenti, di controllori comprabili, di procedure farraginose e lavoratori svogliati, ecc. ecc. La politica è responsabile, ma chi governa o è all’opposizione, di più, perché dalla teoria e dalle promesse deve passare alla pratica. Quindi alla politica, seguendo il concetto di sussidiarietà, ovvero a partire da quella più vicina e non da quella più distante e irraggiungibile, va chiesto di provvedere. Però la cosa non si esaurisce qui. Cerco di esemplificare con un episodio recente. Ad una riunione di piccoli imprenditori, c’erano alti lai sull’inefficienza della politica, sui balzelli intollerabili della tassazione, sulla burocrazia e sui controlli e tutti, dico tutti, dicevano che bisognava cambiare, ovvero togliere controlli, togliere tassazione, rendere libero il mercato del lavoro, eliminare le contrattazioni sindacali, ecc. ecc. Tutto vero ma nessuno che chiedesse una maggiore efficienza della pubblica amministrazione, controlli reali sul lavoro nero, una lotta vera alla corruzione, un fisco equo che facesse pagare però le tasse a chi non le paga. Sommessamente è stato chiesto dov’erano quando andavano in comune a chiedere i condoni edilizi per l’edificazione abusiva dei capannoni in area verde, per necessità magari, ma abusivi. Dov’erano quando invece di investire nell’azienda costruivano appartamenti, investivano all’estero, esportavano capitali. Dov’erano quando il lavoro senza tutele era un elemento forte di controllo della produzione, con il nero, l’evasione dei contributi, la riduzione dei livelli di sicurezza perché costavano. Dov’erano quando invece di pagare le tasse aspettavano il condono tombale e intanto compravano le auto di lusso, le barche da 21 metri, le ville in collina. Erano in un altro Paese oppure in questo, e se il sistema era, ed è ancora, quello, che classe politica ne sarebbe uscita che consentisse il patto tra crescita e potere? Non ci sono state risposte sul merito, ma è stata rivendicata l’onestà dei presenti. Cosa che io credo, ma la realtà mi dice altro e allora credo che il problema del dov’erano verrà rimosso assieme all’invito di chi dice cose maleducate. 
Preciso, la società dei migliori non esiste e non è neppure possibile, e forse è meglio così perché sarebbe terribile nella sua ricchezza di giudici, però esiste un utile comune, qualcosa che più o meno suona così: non faremo il massimo però un accordo su quello che è mediamente equo e fa stare meglio si può trovare. E questo accordo è compito della politica oppure di chi sente che le cose così non vanno, io penso di entrambi, non di uno solo, di entrambi.

la gioiosa fatica dell’incerta direzione

Quando emergeranno le conseguenze nessuno di quelli che aveva sostenuto ciò che le ha generate riconoscerà l’errore fatto. Questa certezza mi fa pensare di essere sempre dalla parte sbagliata, di non vincere mai davvero e questo mi rincuora, mi dice che è sempre l’evidenza a cambiare le cose oltre a quello che posso fare. Un senso di onnipotenza che se va, un essere minoranza congeniale al dubbio, al non avere fedi trascendenti. I dogmi, i proclami, rassicurano chi avrà sempre ragione, vincono più che convincere e al loro rovesciarsi diranno che è la storia, la logica, a determinare le conseguenze. Ma questa è una storia diversa da quella in cui confido, perché una fede sotto sotto ce l’ho ed è nell’uomo, nella somma positiva che genera la sua voglia di vivere. La stessa voglia che prima gli fa credere alle chiacchiere che non includono la realtà ma una sua visione di comodo e poi lo spingono a disfarsene. E così mi fido di ciò che accadrà, dell’ evidenza che fa combattere le battaglie che si pensano giuste, che non rincorre un consenso di potere, e alla fine, quando si sbaglia, è pure contenta e fa riconoscere il proprio errore. È questo vedersi in movimento, nella gioiosa fatica dell’incerta direzione contraria che fa sentire vivi e dentro al mondo. Quello che ci approssima e quello che è.

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Nel meriggio, gridi d’uccelli notturni

parlottano con le gru,

con l’acciaio che schiocca nei cavi,

sento la luce, 

e il suo peso,

il consistere del colore che resiste, sbiadendo

la sfida del vedere il fondo delle mie verità.

Meriggio e ombra,

passione che s’acquatta,

pronta:

una stilla di sudore è nettare

e pensiero che s’infuoca.

 

 

lasciare

Comincia quando ci si rende conto e ci si prepara al lasciare. C’è sempre un senso strano nel finire un’esperienza. Il senso dell’incompiuto e della possibilità interrotta, ad esempio, ma anche le soddisfazioni e l’interagire forte. Poi la stanchezza per le sconfitte, ché queste sempre fanno capolino nei bilanci, assieme al senso di onnipotenza frustrato dalle cose. E questo non è male, perché insegna la misura e l’ autoironia nel vedersi fare. Senso del proprio tempo, cosa diversa dall’età, percezione dell’essere il prodotto attivo di un passato che ha una sua visione sul futuro. La libertà che è connessa a questo è impagabile se non giudica, se è curiosa, perché possiede la partecipazione e il distacco.

Cosa resta di un anno vissuto nella novità e nel confronto? L’aver appreso cose inusuali, visto le solite piccolezze, i contrasti umani che definiamo umani per tollerarli, sentito la propria inadeguatezza e allo stesso tempo la spinta a fare cose nuove. Insomma materiale importante per l’area grigia che precede ogni futuro.

Ci sono anche molti chilometri percorsi. Hanno un senso strano i chilometri, sono occasione di vedere, scoperta, stanchezza, stazioni di servizio, mutare delle stagioni e del tempo, lavori in corso, file, ritardi e anticipi, pensieri. Soprattutto pensieri che non possono essere fissati, che evaporano e si respirano, pensieri che accompagnano e quindi amici. Anche pensieri grevi, decisioni, contrasti, insofferenze, sconfitte. Ecco che torna questa parola, sconfitta, ed è il lasciare che la fa emergere perché la rende definitiva. Senza una possibilità di cambiamento. Riscatto si sarebbe detto un tempo quando sembrava che le cose davvero potessero mutare per nostra collettiva volontà. Lasciare e non essere mandati via, c’è una voluttà nel pensarlo che allevia il senso dell’incompiuto. Lasciare per volontà è una bellezza che ci si dedica. 

p.s.volevo titolare queste righe con un termine poco usato: onusto. È quello che associamo alla pienezza di un fare, riservato ai condottieri, ai pensatori forti, ma io credo, anche a chi ha davvero vissuto. Purtroppo e per scelta sono un miles, quindi l’essere onusto non mi appartiene, perché il miles ha tutte le difficoltà dell’incompiuto e il sorriso consapevole che a far danni non si smette mai.

 

il topo e la buca

programma elettorale

Vorrei rassicurarti caro elettore, non ti dirò poi molto, 13.8 cm di scrittura. È un quadrato d’impegni sulle nostre poche vere necessità, nella certezza che staremo bene assieme. E vale per entrambi, perché cammineremo a lungo in compagnia. Cominceremo a far in modo che l’acqua defluisca senza invadere le case, che la cultura cresca per suo conto trovando spazi e ascolto. Le spazzature se ne andranno la mattina presto, e parlare davanti casa tornerà ad essere un piacere. Risparmieremo il necessario per l’inverno, senza lesinare nel divertimento nell’estate, e ci sarà nuova erba per far correre i bambini e alberi per farli riposare. Pianteremo nuovi fiori perché la primavera ne ha bisogno e rimetteremo in ordine le scuole perché è più bello imparare dove si sta bene. Sarà bello camminare e correre con la bicicletta tra colori e bianco per allietare il giorno e luce sufficiente per far scorrere la notte. Il vigile ci abituerà a non prendere le multe, il poliziotto a vedere il pericolo dove c’è davvero. Ci saranno sempre luoghi aperti a chi non sa più dove andare e una spalla su cui mettere la mano per chi fatica a camminare. Per curare non mancherà un ambulatorio senza orari con medici accoglienti. E ci preoccuperemo della vita di chi ha perso il necessario per sperare. Cacceremo il topo e colmeremo le buche nelle strade. Scegliendo il buono, cureremo il bello, per sentire d’aver vissuto bene in questi anni. E tutto questo non ti sembri poco perché scoprire che si sta bene assieme, ci rassicurerà di esser sempre ricchi di presente e di futuro. 

il tempo dell’elicriso

Fuori piove. L’elicriso ha rallentato la fioritura, così la lavanda e il rosmarino. Nella mia immaginazione, essi s’interrogano perplessi degli improvvisi sbalzi di temperatura. Ieri era un caldo quasi estivo e oggi fa freddo. E sarebbe tempo di coccole e calduccio di pelle con un tempo infinito e vuoto davanti. Un tempo in 3D. Da riempire oppure sospendere, da bere e assaporare, tempo proprio e non d’altri. È un’invenzione recente il tempo. Quello esatto e invadente, intendo. Prima trionfava un tempo pressapoco. Come quello dell’elicriso: è ora di fiorire, di mandare profumo di sera, di godersi il sole, di passare verso la maturità del verde, toh, guarda, fa freddino, è ora di scivolare nel letargo vigile dell’inverno. Tempo regolato sull’altezza del sole e sul succedersi delle lune. È bello il tempo regolato dalle lune, stabilisce quando è ora di crescere e di declinare, incessantemente. Dà una sicurezza che il tempo esatto non fornisce, ovvero quella che qualcosa comunque accade. In questo sta il tempo lento del riempire, il tempo 3D, che non è retta, freccia, ma è vischioso o fluido, e ha quella piccola baulatura della tensione superficiale che fa credere che qualcosa spinga da sotto. Come ci fosse un sentimento che vuol emergere, che rende vivo il tempo. Ecco il tempo dell’elicriso è un tempo del sentimento. Dell’amore sospeso e di quello impellente. Dell’amore ciclico che rinnova se stesso e di quello fedele a ciò che muta. Un tempo che accade, esattamente come l’amore, cioè pressapoco.

terra tua

In quella soglia, dove non si è più giovani.

Abbastanza.

Dove non si è più belli.

A sufficienza.

In quella terra dove il nero della sera aggiunge interesse al volto pallido,

e il colore toglie asperità al corpo.

In quel lasso di grigio e sabbia per gambe allenate alla gioia inconsulta.

In quell’essere finalmente colma di te,

e del giorno a piccole dosi,

o della notte ingoiata tutta:

ti riconosco.

Bella come non mai.

Non terra di nessuno, terra finalmente tua.

pensieri in libertà

Nessuno nasce libero. Sin dall’inizio qualcuno si preoccupa di mettere orari, regole, paletti alla tua vita. Costruiscono per te un ordinato vivere che è sapere cosa accadrà in ogni parte del giorno, ogni settimana, ogni anno, ogni età.

Nessuno nasce libero. Il bisogno d’essere accuditi, protetti, amati, coincide col taglio del cordone ombelicale, con lo sforzo del primo respiro, con il pianto che ne segue, con il primo freddo, con il primo sogno che s’alimenta nel mondo senza protezione.

Nessuno nasce libero e la libertà è una conquista anzitutto personale. Cosicchè ognuno disegna la sua libertà e i limiti della sua prigione e non smette mai di farlo perchè la libertà è fatica prima che piacere.

Esistono tante libertà, alcune sono così importanti da essere condivise. Senza la libertà di parola non si potrebbero, volendo, comunicare i propri pensieri, il sentire, la propria tristezza, la percezione della bellezza. Già in famiglia non è bello tutto quello che pare tale e non si può dire tutto quello che vorremmo. Ci sono stati, aree del mondo, religioni, regimi, società in cui si può sentire solo ciò che è permesso, si deve essenzialmente tacere oppure dire ciò che non dice nulla. Qui nasce il primo confronto tra la libertà personale e ciò che la impedisce, ovvero la libertà di essere ciò che si è e si potrebbe essere. Nasce un legame tra libertà individuale e collettiva perchè l’una non può essere senza l’altra. Eppure questa libertà di eprimere ciò che si è, non viene insegnata, così che  conquistarla è una consapevolezza individuale, un confronto tra essere e dover essere che dura una vita. Ma se posso ora pormi tutti questi pensieri banali sulla libertà, se posso misurarmi con me stesso per trovare i miei soddisfacenti limiti senza invadere quelli altrui, è perché la mia libertà in divenire, limitata, faticosa e preziosa è stata fatta crescere da molti che prima di me si sono posti il tema, che hanno sviluppato una sufficiente intolleranza all’assenza di libertà, al sentirsi ingiustamente oppressi, tanto da ribellarsi insieme ad altri e ottenere spazi nuovi per tutti. Hanno superato la solitudine della libertà, tanto da renderla un problema di crescita collettiva. Le mie piccole, grandissime, libertà, la possibilità di dire di no, è dipesa in misura essenziale dalla loro ribellione.

Capisco che tutto questo oggi è lontano, che riflettere sulla libertà sembra un esercizio ozioso. In fondo ciascuno, ogni giorno, registra sconfitte e vittorie in questo campo che sembrano appartenere solo alla sua vita. Capisco anche che fatti e parole, un tempo importanti perché legati a eventi terribili, a ingiurie, sopraffazioni e conseguenti atti di viltà e coraggio inenarrabili, siano oggi svuotati del loro significato. Le parole di Calamandrei, di Primo Levi, dei tanti condannati a morte sembrano letteratura, pensieri alti, poesia, ma prive di un riscontro effettuale, di una incidenza vera sulle vite odierne. In questo iato tra esperienza e storia della libertà contemporanea vedo e sento il baratro dell’indifferenza che si consuma attorno a noi sul tema della libertà come conquista. Sento che non si è attualizzato il valore che possediamo, che non si è trasformato in ragionato patrimonio collettivo ciò che ha coinvolto allora tante donne e uomini, ma che questa spinta ideale e vitale si è consumata come fosse inesauribile e data. L’educazione ha oscillato paurosamente tra vecchie e nuove coercizioni. Ci sono stati tentativi, sogni di pochi che hanno riproposto il tema della libertà per sé e per i figli, aggregazioni educative e sociali originali, ma l’economia e la società  si sono incaricate di rimettere le cose a posto , nell’ordinato vivere che è conformismo prima che necessità. È vero, oggi ci si può muovere senza troppi limiti, c’è una libertà sessuale maggiore, si può dire molto purché qualcuno ascolti, ma il processo di affrancamento è ritornato ad essere solitario e personale. Irrigimentato dall’utile, confinato nel ruolo, nell’età, nella convenienza. Se faticosamente è proseguito un cammino collettivo, con nuove parole, nuove libertà, nuove costrizioni, esse non hanno conservato quella spinta dirompente che le aveva originate e oggi non è possibile misurare quanto questo cammino sia stato guidato da altri. Quanto le libertà siano state più un potente affare economico che arricchisce pochi più che una conquista collettiva di crescita. Perché la libertà ha come correlato la critica e non si può dire che questa si sia -e si stia- sufficientemente esercitando nei confronti della società liberale. Queĺla che di certo non è proseguita, al di là della retorica delle celebrazioni, è stata la riflessione sulla libertà e il legame che essa ha con l’educazione che mette assieme libertà personali e collettive. Si è pensato che essere e avere fossero coincidenti nella libertà e cosi la stessa parola, in conseguenza della crescente diseguaglianza economica, si è  via via svuotata di significato rivendicativo tanto che ormai il 40% dei cittadini di questo paese è  disponibile a ridurre la libertà personale in cambio di beni.

Le libertà personali da conquistare sono più o meno difficili se il contesto delle libertà collettive è carente e diseguale. E ancor più se esso include l’ingiustizia nel sentire comune. Portandoci verso la sola libertà individuale, facendola coincidere con l’avere è stato ristretto e chiuso il recinto della riflessione collettiva suĺla libertà. Chi ha è libero, tutti gli altri sono costretti in piccoli spazi personali, piu o meno come nelle società autoritarie dove la possibilità di essere liberi è oggetto d’acquisto.

Nessuno nasce libero, la libertà è una conquista personale, ma il suo esercizio è una consapevole conquista collettiva.

l’uomo superfluo

La superfluità è una categoria di giudizio impietosa. L’esserne oggetto pone in un recesso della società dell’utile. La stessa società che venera il maiale e non lo dice, anzi lo connota di una negatività proterva, d’una sotterranea invidia per la sporcizia godereccia ch’esso in realtà non ha perché è conforme al vivere suo. Insomma essere un po’ maiali nel senso d’una libertà istintiva ma non dirlo. Ipocrita, la ben pensante società, connota l’inutile rendendolo desiderio lussuoso nelle cose e invece banalmente esecrabile negli uomini. Scegliere d’essere superflui significa portarsi nell’eccezione. Uscire da un conformismo del servire a qualcosa, mettersi nel canto in cui solo i pochi simili potranno riconoscersi come affini.
Il superfluo paga le tasse e persegue altro da ciò che gli si sarebbe apparentemente utile. Nell’amore va contro corrente seguendo il cuore oltre la convenienza, nel lavoro sembra adattarsi ad un ruolo che non brilla, nel pensiero coltiva passioni fortissime per ciò che è marginale al main stream della cultura. È ospite della stessa nave ma guarda troppo il mare, si perde sul ponte, nel naufragio sembra il primo da sacrificare. Eppure, c’è sempre un eppure nelle cose, senza la sua presenza il mondo sarebbe incompleto, conforme e scontato, chiuso alla meraviglia, ripetitivo. Non gli si può dare importanza, ma la sua superfluità è la roccia che separa l’acqua nel fiume, si bagna e non s’imbeve, e mostra la terra dov’è solo conforme fluire.