La superfluità è una categoria di giudizio impietosa. L’esserne oggetto pone in un recesso della società dell’utile. La stessa società che venera il maiale e non lo dice, anzi lo connota di una negatività proterva, d’una sotterranea invidia per la sporcizia godereccia ch’esso in realtà non ha perché è conforme al vivere suo. Insomma essere un po’ maiali nel senso d’una libertà istintiva ma non dirlo. Ipocrita, la ben pensante società, connota l’inutile rendendolo desiderio lussuoso nelle cose e invece banalmente esecrabile negli uomini. Scegliere d’essere superflui significa portarsi nell’eccezione. Uscire da un conformismo del servire a qualcosa, mettersi nel canto in cui solo i pochi simili potranno riconoscersi come affini.
Il superfluo paga le tasse e persegue altro da ciò che gli si sarebbe apparentemente utile. Nell’amore va contro corrente seguendo il cuore oltre la convenienza, nel lavoro sembra adattarsi ad un ruolo che non brilla, nel pensiero coltiva passioni fortissime per ciò che è marginale al main stream della cultura. È ospite della stessa nave ma guarda troppo il mare, si perde sul ponte, nel naufragio sembra il primo da sacrificare. Eppure, c’è sempre un eppure nelle cose, senza la sua presenza il mondo sarebbe incompleto, conforme e scontato, chiuso alla meraviglia, ripetitivo. Non gli si può dare importanza, ma la sua superfluità è la roccia che separa l’acqua nel fiume, si bagna e non s’imbeve, e mostra la terra dov’è solo conforme fluire.
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dell’innocenza mai posseduta, il nero
Nel rigoroso candore del nero,
che tutto assorbe e ordina,
c’è lo stato perplesso di chi osserva,
la sua infantile inermità.
Se tutto poi fosse ruotato sulla necessità
d’una rottura,
una liberazione, come oggi si direbbe, scoprendo che non c’era nulla che impedisse il nero,
oppure il bianco,
oppure qualsivoglia sfumatura di piacere e voglia,
se tutto questo fosse il senso d’una ribellione,
molto insegnerebbe il contemplare la paura,
il rifiuto dell’irrequietezza,
il disordine apparente ch’essa conduce alla coscienza.
Allora la serenità a lungo così agognata avrebbe un senso,
e renderebbe meno certe le direzioni dei passi,
l’attendere e il sacrificare pezzi innumeri di sé importanti,
per un ordine che è resa,
e disperato desiderio d’un cavalier che liberi.
Ma da chi e cosa lo sappiamo
e non c’è nulla di scientifico nella sofferenza di non essere appieno,
non c’è nulla di risolutivo nel traboccare un bicchiere con purchessia,
a noi tocca liberarci
e cogliere ciò che contiene il nero.
aveva ragione e torto assieme
Ho risentito la sua voce per radio, lo stesso tono, lo stesso incespicare nella costruzione della frase che deriva dall’abitudine di usare l’inglese come prima lingua. Come allora lo stesso atteggiamento tranchant che mi aveva così colpito e indisposto. Eravamo entrambi di vent’anni più giovani. Al consolato italiano, un cocktail di presentazione e di benvenuto. Invitati della comunità italiana e americani, tutti in piedi e impegnati in quell’esercizio da polipi che tiene insieme un piatto, un bicchiere mezzo pieno e una forchetta, tra un tonnarello e una polpetta al sugo lui si avvicinò e mi chiese cosa vendessimo davvero. Il tono e il sorriso ironico sottolineava che degli italiani non c’era da fidarsi molto, Che eravamo un po’ magliari e che comunque non avevamo la giusta dimensione per il paese che ci ospitava. Ero un po’ offeso, non ci conoscevamo e mi sembrava avesse la puzza sotto il naso, solo che la puzza eravamo noi. Gli dissi che avevo conosciuto suo padre, professore all’università al mio corso, e gli chiesi cosa ricordava della città in cui era stato a lungo. Sapeva poco e ricordava meno, però aveva un giudizio. Ne ricavai una ulteriore sensazione negativa, ingenerosa, per noi, per me, che ci davamo da fare e che, con difficoltà, cercavamo di rappresentare un Paese, il suo e nostro, e insieme un territorio degno di considerazione, geloso della propria dignità.
C’ho ripensato più volte in questi anni e ho concluso che aveva ragione e torto assieme. Che spesso le missioni economiche fallivano gli obbiettivi, che mancava la continuità nel lavoro di promozione, che rappresentare l’eccellenza non era facile perché quella conclamata si rappresentava per suo conto, mentre mostrare la fatica, le speranze, il lavoro certosino, le unghie rotte e le notti insonni non portava nessun lustro, Però c’era il territorio, la storia, l’eccellenza delle menti, l’insegnamento, una grande capacità di intuizione e di lavoro. In fondo ci facevamo lustro dei parenti ricchi, del successo altrui, mentre del nostro cosa potevamo dire se non che c’era voglia di lavorare, di fare, di crescere.
Aveva ragione sulla dimensione delle imprese, sul fatto che assieme alle realtà vendevamo la voglia di crescere, le speranze che sembravano cosa fatta, la ricerca in corso con gli scarsi mezzi, le idee povere anche se aperte. Eravamo parenti poveri, merce da lavoro, da sfruttare per penetrare il mercato che con il suo risparmio un po’ di potere d’acquisto l’aveva.
Aveva torto nel pensare che fossimo piazzisti, che ci fosse un voi e un noi. Per dimostrare che questa parte della realtà non salva nessuno, c’ha pensato il mercato finanziario, le crisi immani degli ultimi anni, il mutamento troppo veloce dei Paesi e della incapacità di crescita del benessere. Noi eravamo di una ricchezza cosi labile e recente da sapere il duro prezzo dell’impoverimento, lui non lo sapeva ma questo avrebbe investito anche il Paese ricco per antonomasia: gli Stati Uniti, demolendo la sua classe media.
L’ho visto più volte in televisione, letto e ascoltato. È un opinionista autorevole e ricercato, esponente di quella scienza, l’economia, che non risolve i problemi, ma propone in continuazione soluzioni. Si è un poco ammorbidito, forse l’età, però ancora giudica e fa capire che possiede verità incontrovertibili. Ho rivisto la mia opinione d’allora, non mi infastidisce più, aveva ragioni e non verità allora come adesso. E questo mi rassicura che in tutti gli errori che si possono fare, la buona volontà è ancora un motore mentre chi giudica si ferma oppure viene trasportato, ma non aiuta ad andare avanti. Però abbiamo bisogno anche di critici feroci. Ci riportano alla nostra dimensione, basta non essere schiantati dalla critica e pensare che non c’è speranza.
il gergo e lo stile
Nei codici di appartenenza emerge il gergo. Parole, gesti, modalità d’interazione, sono distintivi per sentirsi di un gruppo e appartenere a qualcosa. Il gergo verbale è barriera verso gli estranei e vale ovunque, nei gruppetti giovanili, nel quartiere, nella società, in ambito scientifico, in politica, ovunque.
Se ho fatto fatica a imparare, a fare carriera politica, se sono nato e cresciuto in un certo ambito, non ho l’obbligo di essere chiaro, anzi mi devo rassicurare che appartengo ad una cerchia ristretta e attraverso i miei modi dire parlo con chi capisce.
C’è una valutazione di superiorità rispetto a chi non può appartenere, questi è al massimo, uno straniero, un dilettante, non un adepto. Da ciò la connotazione negativa del dilettante e ciò che un tempo era segno aristocratico ed elitario, ovvero far le cose per diletto, eccellere per piacere, ma non per mestiere o denaro, è diventato sinonimo di pressapochismo, di prestazione non paragonabile allo specialismo. Amo i dilettanti perché riempiono di passione il mondo, rispetto i professionisti perché gli danno continuità. E finisce qui, almeno per me.
Lo stile è altra cosa. Nasce nell’individuo, lo disciplina in ciò che ritiene di essere, lo connota, non usa gerghi perché il linguaggio è implicito nell’immagine che mostra. E non ha bisogno di apparire, perché essere fedeli al proprio stile è aderire a ciò che si pensa davvero di se stessi. Insomma essere e basta.
I farlocchi non possono barare a lungo, perché chi si appropria di uno stile altrui non riesce a viverlo. Al massimo assomiglia, cerca sicurezza, anche col gergo: caricatura.
n.b. interpretare e portare a sé significa creare un nuovo sentire, essere l’inaudito. Per me lo stile è importante se m’ assomiglia..
portolani: il tavolo
Non so come altri vedano il mio tavolo da lavoro. Entrano davvero poche persone in questa casa. E non lo saprò mai perché non chiederei. Avrei il pregiudizio dei iei occhi che nel vedere si mescolano con i significati. Con le piccole tracce d’amore che permettono di identificare le cose, collocarle, dar loro un pezzettino della nostra anima attraverso il legame con l’uso del tempo. Del nostro tempo. La cosa più preziosa che abbiamo. Non ascolterei a sufficienza con la mente libera da pregiudizi. E a me non piacciono i pregiudizi. E neppure i giudizi.
Il mio tavolo da lavoro è una mappa dei miei interessi, delle speranze, delle possibilità, ma anche della confusione, del sovrapporsi, del ridurre la chiarezza a un cammino tra asperità e morbidezze. C’è molta carta, scritta e bianca. Ci sono molte penne, due lampade, lenti d’ingrandimento. Mi piace molto la magia delle lenti, come pure il cristallo tagliato, le sfaccettature, i colori che generano. Quindi ci sono tra le cose apparentemente dormienti.
Poi molte matite. Colorate o meno. Inchiostri, forbici, attrezzi per la scrittura, tagliacarte, regoli, bianchetti, righelli, astucci. Disegno poco, la scrittura a mano mi sembra un buon modo per disegnare significati, però mi piacciono i colori, il loro entrare nella pagina. Le stilografiche e i pennini attendono il loro turno. Ci sono preferenze e rotazioni.
Il computer è circondato da dischi fissi, memorie sovrapposte, un baule di tracce, di scoperte che si aggiungono quando il tempo li ricomprende. Sulla parete si vedono quadri e fotografie. Nell’angolo una bacheca di sughero, zeppa di ritagli, foto, scritti, pezzi di carte geografiche. C’è molta musica attorno e ci sono molti libri. Sono una compagnia discreta, un sussurro piacevole, contorno e pietanza per una curiosità, un interesse piacevole. Il tavolo serve per scrivere e contenere. Contenere cosa? È un portolano che ricorda e intanto mette assieme e percorre il nuovo, un sovrapporsi di segni che desidera essere interpretato e intanto interroga. Gli orologi ad esempio, questa casa ne ha molti, meccanici per lo più, ma non solo. Sono una tangibilità di un tempo che solo in parte condivido. Il mio tempo coincide col portolano che si dispiega davanti a me, con la difficoltà attuale delle passioni, con i punti fermi, le bricole a cui attaccare la barca che mi ospita. Interessi e disattenzioni, uso dissennato e inutile del mio tempo. Mi piacciono queste due condizioni: l’inutile e il dissennato nel personale dialogo col tempo, sono libertà importanti. Di esse sono cosciente e non di rado contento. Serve leggerezza per non prendersi troppo sul serio, furie brevi, occhi che si riempiono nel vedere particolari e insiemi. Sposto le cose, le raduno e le dispongo. Sono attente e disponibili, proiettano un futuro di piccole tracce di me. Questo è un contenitore prima che un tavolo. Posso coglierne un senso perché non c’è confusione, ma volontà. La leggerezza salva dalla prigionia dell’ordine.
Confutatis, la maledizione che perde l’uomo, lo smarrisce, viene assolta dalla leggerezza. Dal significato e dall’autoironia congiunte. Libera me dalla dipendenza, dall’omologazione, dalla geografia che non corrisponde all’anima. Libera me dalla solitudine dell’ordine, dall’innocenza travisata. Le cose non sono innocenti e non sono colpe. Sono noi. Questo tavolo è un pezzetto, un’approssimazione. Sono asintotico a me stesso, come potrebbe essere compreso il mio ordine/disordine apparente? È una nudità che implica intimità, pudore verso chi non ama, un essere che nel mostrarsi include. Non esiste amplessare ma questo sarebbe il significato del compenetrare il senso delle cose. La Crusca provveda se può, ma anche non potesse per ciascuno c’è un angolo che lo racchiude. Lo spero, lo vorrei.
Confutatis. Confondi, perdi l’utile e il suo simulacro, porta a noi ciò ci approssima, la nostra confusione apparente, l’ordine che non è tale, lascia il senso. lascialo in noi, in tutte le sue accezioni, il senso, perché di sentire abbiamo bisogno.
improperi
Perché hai creato una sequenza di dolore e l’indifferenza? Perché in noi non è emersa la reciprocità del sentire? Perché ci colpisce poco una tragedia per qualcuno che giudichiamo diverso da noi e siamo affranti da ciò che è nel perimetro del giardino culturale in cui siamo cresciuti?
È naturale tutto ciò: la differenza divide, gli interessi dividono, la parentela si diluisce con la distanza e diventa indifferenza. Che c’entra la cultura? Siamo naturali e animali raziocinanti, dotati di libero arbitrio, presuntuosi di parole, fugaci di azioni. Ma cos’ è rimasto di duemila anni di storia se tutto assomiglia a ciò che c’era prima? Cos’è mutato se il mezzo è ancora l’annientamento e la servitù dell’avversario per generare sicurezza. E cos’è sicurezza?
La sicurezza è l’intangibilità del mio spirito, della mia dignità, del mio corpo, del mio pensiero. Ma è vero per tutti o solo per me? Appena distante da dove vivo, in una notte priva di luce perché non c’è corrente elettrica e le candele sono buone solo per i cecchini o i droni, in quei luoghi senz’acqua e senza cibo, dove ci ci stringe in cerca di calore, si pensa ad un futuro che racchiuso tra l’alba e il tramonto del giorno successivo, cosa significa la parola sicurezza? Dove nulla è intangibile, cos’è sicurezza? Per 1400 anni abbiamo guerreggiato. Ovunque e dovunque. >E nulla è stato risparmiato. Nulla era sacro e nel tuo nome e si sono perpetrate stragi immani, dall’una e dall’altra parte. È curioso che mentre noi precipitavamo nella notte della cultura, nell’estirpare radici antiche di pensiero per sostituirle con nuove, tra le sabbie dei deserti d’Arabia altri popoli venissero alla luce. Perché le luci non si mischiarono? Devo chiederlo agli uomini, gli dei sono muti, parlano per enigmi e prescrizioni, enunciano domande che diventano obblighi radicali. Dovrei dire alla mia coscienza che la labilità dell’uomo, la sua imprecisione e fallibilità lo salva dalla notte dello spirito, che gli permette di essere relativo e sfuggire alla dittatura sanguinaria degli assoluti. Oggi è giovedì e per alcuni conta molto, per altri nulla, i fatti che accadono però ci riguardano. Anche quando le parole si spengono. Siamo scivolati in un buio che non è notte, è assenza di luce, di proposta, di forza intellettiva e come animali siamo abbacinati dall’istinto. Ma a che serve tutto questo se sappiamo la nostra insicurezza? la nostra debolezza?
Tenebrae, il buio si confonde col silenzio, con l’assenza di parola, di soluzione, di raziocinio. Stamattina c’era chi metteva in discussione il dubbio, ovvero la cultura laica del relativo che ha permesso le libertà nei popoli. Qualcuno sosteneva che l’occidente ha fallito nel cercare di capire l’altro. Se non siamo stati in grado di trasmettere un orizzonte comune di crescita, che resta della luce?
Oggi chi fa sociologia dell’Islam ha scelto un campo fortunato di carriera, ma è da noi che dovrebbe avvenire la ricerca, ovvero cos’è sostenibile nel nostro mondo? E perché questo non è l’orizzonte comune di popoli diversi? Chi è laico queste cose le chiede a se stesso, non ha un dio che risponde, e il cammino della tenebra è un percorso tra uomini, con risposte tra uomini.
Non voglio la precarietà di ciò che guardo da distante, non voglio che essa entri nel mondo, che sia condizione di guerra e di morte, e se non voglio questo, devo guardarla, percepirla come tenebra dell’essere e dello spirito. Angoscia che esige un assestamento in me. Perché non posso essere al sicuro se non affronto il cammino verso una soluzione.
Non ho sicurezza e neppure ricette, so che una guerra non verrebbe vinta dai civili, ma dai militari. So che il percorso è lungo, comunque, e che ci sono ragioni dentro la nostra società, la nostra cultura ed economia che dividono, so che non c’è nessuna soluzione buonista nel senso che un buon sentimento resta chiuso dentro una testa e che accanto al contingente c’è la sua proiezione nel tempo. So che esiste un noi fatto di convinzioni difficili da ricondurre all’umanità dell’uno. So tutte queste cose e non chiedo ragione se non a me stesso sapendo la mia piccolezza, l’inermità, lo sgomento. Questa è la solitudine, restare nella notte soli e trovare le ragioni che mi riguardano.
Me lo ripeto: le ragioni che mi riguardano. E so che saranno fallaci, parziali, ma non ho altro. Solo questo per affrontare la notte.
l’amore ed altri guasti
Credo ci sia un abuso, conclamato o meno, della parola amore. Il mio dialetto, che è stato lingua, non l’aveva nel vocabolario. L’amore era un’ accezione non detta del bene, una gradualità incrementante e non definita verbalmente in un pudico non dire.
Caro amico, hai finito di vivere nell”800, già nel secolo scorso, il ‘900, l’amore e la parola che lo definiva, era stato sdoganato nel linguaggio comune. Il ti amo è corrente, esprime un sentimento forte, non ha bisogno di sottigliezze e sfumature.
Ne sei ben sicuro? Vedo ovunque persone che confondono i piani interconnessi. Dire con troppa frequenza amore, non è forse un esorcizzare il timore della sua assenza. Un antidoto al tradimento, all’incapacità di restare con sé stessi, al senso di morte. Tutti elementi della stessa necessità di non essere soli.
La lingua dice quel che vede e che vorrebbe ci fosse. I linguisti, i semiologi non interagiscono con i sentimenti, al più diventano entomologi, ma non creano. Accettare il ti amo svalutato implica trovare qualcosa che definisca il di più, ciò che supera l’eccesso d’uso. Verrà fuori in qualche modo…
Dimentichi che l’inguaribile schiera dei romantici continua a scavare nei sentimenti, nel sentire. Alimenta le parcelle e gli studi degli analisti e dei psicologi clinici, ma alla fine ha una sua superiorità: sente con acutezza un bisogno che è sempre insoddisfatto. Come a dire che: non basta mai. E se l’amore porta con sé il paradiso ne ha anche l’antitesi, ma chi ci rinuncerebbe?
Forse per questo si diluisce nella ripetizione del dire, dell’enunciare il ti amo, più che praticarlo. Oppure per chi lo cerca e ne ha paura, tenta di provarne ebbrezza e misura. Lo anestetizza, insomma.
sciupafimmine
… Aveva la libertà. Che le bastava per due. E nessuno che chiamasse per dirle a cosa stava pensando o dove si trovava. Quello era un altro dei suoi trucchetti preferiti.
…
“Sì.” Gli piaceva pensare di essere all’origine di tutto.
L.A. Kennedy : Stati di grazia
Chi parla è una delle amanti deluse e ancora innamorate di un dongiovanni da strapazzo. Uno sciupafimmine privo dello slancio luciferino dell’ hidalgo e senza altro progetto che il proprio narcisismo numerico. Un uomo, ma potrebbe essere una donna, che dissemina vuoto perché incapace di contenere amore e di restituirlo. E ciò non significa che non venga generato amore, ma esso è al tempo stesso vero e monco, asincrono, destinato ad essere dissipato per mancanza di incontro.
L’oggi si specchia esattamente come il ieri nel narrare storie comuni. Non c’è esemplificazione, riconoscimento casomai. Mancano gli eroi e le eroine palesi. L’amore è silente come la disperazione. Però muta la modalità : la dimensione virtuale crea il reale, l’incontro materiale che non ha seguito progettuale. Il materialismo percettivo è divenuto cultura e quindi cognizione del rapporto. In fondo messo il bimbo davanti alla vetrina dalla quale può estrarre i giocattoli desiderati, esso fa i conti con la propria solitudine, prigioniero dell’assuefazione e libero dal desiderio.
Nel farsi amoroso dell’attrazione c’è un punto in cui tutto può accadere, è il crinale su cui si può camminare pericolosamente oppure scivolare verso l’esperienza. Il vissuto assunto come dimensione educativa della persona non educa la coppia. E l’esperienza diviene passato nell’uno, ferita nell’altro. Nel lasciare c’è una responsabilità enorme, ciò non significa l’indissolubilità, il per sempre, ma l’accettazione del dolore proprio e dell’altro. E infatti in ciò che virtualmente si genera dal reale, la fuga, scivola nella rappresentazione, nell’immateriale. La crudeltà immane dell’sms, la cancellazione di un numero telefonico, lo spiegare avvitato su di sé perché comunque lo star bene implica il sacrificio dell’altro, assunto come via d’uscita. Badate bene che non c’è giudizio morale in tutto questo. Da sempre gli amori si sono generati e consumati, ciò che è sempre stato difficile è il progetto connesso all’amore, il riconoscimento della sua fallibilità, il feed back continuo, e anche il vederne il fallimento. Come dire che mai come ora è facile innamorarsi e al tempo stesso, difficile gestire le conseguenze dell’innamoramento. Forse per questo c’è una proposizione della leggerezza sentimentale perenne, come se la vita fosse il passare da un eccitamento ad uno stato di normalità e poi al successivo.
Come riempire il vuoto che l’assenza di progetti comuni genera è difficile pensarlo, di sicuro il virtuale è un luogo lenitivo, però quanto esso possa prefigurare una nuova grammatica dei sentimenti non riesco a capirlo.
Come per il dongiovanni della Kennedy, che per le proprie conquiste ha bisogno di sentirsi all’origine del tutto, spesso non c’è neppure la narrazione di un Leporello che enumera e vanta i successi del proprio padrone, ma solo la disperata solitudine di un collezionista distratto. Ho la sensazione che non è questo il porto a cui approdare, e che la navigazione continui tra passato, presente e futuro, per ora senza una bussola che non sia il culto del sé e la sofferenza lasciata alle spalle. Perché forse è bene dirlo, la sofferenza assieme al dispiacere genera anche la sensazione di essere vivi e questa sembra sia diventata una necessità non solo in amore.
vasi
Immagine
tre variazioni sull’otto marzo
prima variazione:
Si può essere commossi e calmi? Sì, se ciò che si è subito si è talmente commisto alla vita da diventare permanente parte di essa.
Con voce commossa e calma, enuncia lo stalking subito per sei anni, le minacce fisiche, le percosse, il pericolo di morte. E accanto a questa condizione assurda del vivere, enumera le denunce, la diffidenza incontrata, i tentativi di dissuaderla dalle querele, l’atteggiamento e l’insensibilità incontrate, essi stessi percossa e violenza, nel capire più l’aggressore che l’aggredito. Una parola pesante emerge tra le altre, la connivenza dell’istituzione che rende compatibile socialmente l’abuso, che diventa parte della violenza. Poi il racconto continua con il positivo incontrato, le persone sensibili delle associazioni di aiuto contro la violenza, un graduato di polizia che capisce e chiede scusa a nome dello stato. Il narrare è sereno, ma non scompare del tutto la piega amara della voce, delle parole. Poi, l’epilogo, che non è tale, verrà col processo dopo sei anni di sofferenza. Ma non ci sarà processo, perché nel frattempo il persecutore è morto. Tutto derubricato quindi? Finito? No, perché la vittima per fortuna è viva, ma deve ricostruirsi, inglobare la violenza subita in una visione positiva di se stessa, terapie per riaprirsi alla speranza, al rapporto con gli altri.
Si può essere commossi e calmi nella voce e trasmettere, proprio attraverso la calma, il carico di dolore in atto e trascorso. Questo insegna, fa riflettere, rende lampante l’inadeguatezza delle parole di legge e dei comportamenti che esse generano. Non si tratta solo di sentirsi in colpa in quanto genere. A che serve la colpa se non è accompagnata dal suo superamento? Bisogna essere consapevoli, e questo riguarda tutti, che la violenza è tra noi e che, se non la vogliamo, bisogna, non solo emettere leggi, ma fare in modo che essa non sia accolta, giustificata, relativizzata, messa in conto come danno collaterale. Non c’è nessuna guerra in atto tra i sessi, c’è solo una questione di rapporti ed eguaglianza che dev’essere modificata nella cultura, nella percezione. A partire dalla mia cultura, dal mio intendere la presenza femminile ovunque nella società.
seconda variazione:
La ragazza ha meno di vent’anni. Stringe tra le dita un mazzetto di mimosa molto sciupato. Eppure se potesse liscerebbe gli steli, gonfierebbe i fiori sino a renderli turgidi come appena colti. Lo ripara dalla pioggia con una mano mentre cammina veloce senza ombrello. Potrebbe metterlo nello zainetto, ma si sciuperebbe ancora di più. Rivolge i fiori verso il basso per far scorrere la pioggia, ma ogni tanto li rialza per controllare se si riprendono. Di certo l’ha ricevuto da una persona per lei importante. E ha collegato la giornata con una festa che la riguarda e un atto di affetto. Forse d’amore.
Si vive anche di simboli e di gentilezza, almeno per una giornata. Ci penso poco a questo. Mi ha sempre infastidito l’insistenza avida dei fiorai, l’attenzione pelosa del donare obbligato dal conformismo che si chiude in un giorno. E al pari m’ infastidiva l’ignoranza liberatoria delle pizzerie, dei night a spettacolo invertito nel genere. Anche la risata grassa e ricca di doppi sensi mi dispiaceva perché ad essa corrispondeva quella maschile. Mi sembrava mettere assieme la parte bassa della libertà. Eppure anche in questo c’era un passo avanti, una liberazione d’accatto era sempre meglio del bigottismo precedente.
Un fiore, anche virtuale, tutto l’anno per ripristinare la mimosa sciupata. Ogni giorno, la predisposizione a dare gesti di cura. Anche un abbraccio può servire. Un abbraccio lungo, caldo e silenzioso. Ricco di sottointesi e appena colto dall’albero del bene reciproco.
terza variazione:
Li ho visti l’altra sera a Gazebo, ripresi e commentati con la levità empatica dei conduttori che mette in luce, non l’immagine di rapina del fotoreporter, ma una quotidianità assurda, sofferente. Sono le donne e i bambini al confine con la Macedonia. Passano la giornata in fila per un panino e una bottiglietta d’acqua, attendono che qualcuno possa passare. Inermi tra gli inermi. Donne avvolte in lunghi abiti neri oppure con gonne corte colorate, che stanno e altre arrivano, si sistemano in tende fragili, estive. Tutti nella stessa condizione, pur venendo da diverse esperienze di rapporti familiari, di vita e di prospettive.
Non credo che oggi abbiano distribuito mimosa nel campo, sarebbero bastati i panini con un minor tempo d’attesa. Chissà se per loro prima esisteva un otto marzo, comunque non credo ci pensino ora. Non loro, non i tre milioni di profughi in Turchia, in maggioranza donne e bambini. Non il milione e mezzo stipato in Libano (ma forse quelli stanno meglio che con Erdogan). Non gli oltre 350.000 somali in un unico campo di tende a Dadaab in Kenia. Non l’indeterminato numero alle soglie del Sahara o sulle coste libiche. In maggioranza sono donne e bambini che attendono e mostrano la nostra vergogna.
Qui il genere scompare: quante donne che festeggiano l’otto marzo pensano che l’esodo dev’essere un problema che si risolve in occidente? Penso alle donne perché gli uomini su questo hanno gesti sbrigativi, considerano che i danni collaterali fanno parte della realtà. Poi si sa, che i maschi se la cavano, anche quando emigrano. Anche nel morire se la cavano, ma le donne come fanno a tenere a bada la paura e il dolore per i propri figli, per sé, per i compagni? Come ricostruiranno le culture, i nuclei di relazione, l’amore se non viene loro permesso di avere un futuro? La mia amica danese mi dice che in Danimarca non si festeggia l’otto marzo perché i diritti delle donne sono una cosa normale. Ma per chi valgono i diritti basilari? Quelli semplici, da cultura laica o religiosa: accoglienza, rispetto, eguaglianza, sono per noi e basta? Si è parlato molto a lungo di radici culturali da inserire nella costituzione europea. Questi diritti erano ricompresi, a partire dalle radici cristiane. Che fine hanno fatto alla prova dei fatti? Sparito tutto. Forse anche per questo l’otto marzo non è proprio solo una festa commerciale.



