san Martino

In questo giorno i carri dei fittavoli e dei mezzadri, se l’annata non era stata soddisfacente, andavano in cerca di una nuova casa sperando in migliore fortuna. Perché di fortuna e non di diritto si trattava e se la mezzadria era già un passo avanti rispetto alla servitù, la vita di quelle persone era consegnata comunque all’indigenza, alla fatica, alla malattia, all’interminabile sequela di disgrazie che accompagnavano la miseria. Beppe Fenoglio ne parla in un racconto: la malora, cupo come la sorte che si accanisce, ma proprio l’etimo del titolo è sbagliato perché non si trattava di una condizione momentanea, ma di una vita di stenti e di insulti, di angherie che toglieva dignità alla persona. Le vite si chiudevano in silenzi cupi, con scoppi improvvisi di rabbia (ho raccontato tempo fa del delitto della contessa Onigo da parte di uno di questi quasi servi della gleba) e solo emigrare sembrava dare una alternativa, ma anche in quel caso i pochi che ce la facevano erano accompagnati da tanti che soccombevano oppure proseguivano altrove vite di stenti. Ebbene queste persone desideravano gli stenti e l’arbitrio di casa quando furono in guerra. Perché è bene ricordarlo, la guerra fu soprattutto di contadini contro altri contadini. Persone che guardavano il terreno e ne vedevano i pregi e i difetti oltre a scavarlo di trincee. Persone che conoscevano i nomi delle piante, ed erano in grado di usare gli attrezzi e di farli. Persone messe assieme in una accettazione del destino che investe chi non si ribella, ma che pensavano ai campi e ai lavori da fare a casa, alla miseria che cresceva finché loro erano al fronte.

Le lettere dei soldati dovrebbero essere lette e spiegate ai ragazzi nelle scuole. Credo che non sia rimasta alcuna percezione di cosa avvenne e quanto esso fu disastroso per le famiglie. Piccole prosperità distrutte assieme alle vite, orfani a non finire accanto a non pochi figli nati fuori dal matrimonio. Tutto venne occultato in una propaganda che parlava di santità della guerra e di una sua giustizia che non c’era e non ci poteva essere.

Penso ai comandanti e ai non tanti che vedevano gli uomini prima dei soldati, alla razionalità anche nel combattere contrapposta al puntiglio, che erano posizioni di minoranza di fronte all’inutilità di posizioni da raggiungere e abbandonare subito dopo, alla pianificazione di attacchi fatti di ondate dove gli ultimi dovevano camminare sui morti che li avevano preceduti. Cosa avranno pensato nel giorno di san Martino quei contadini già immersi nel freddo, nella paura di un ordine.

Ungaretti si guarda attorno e usa le parole scabre e definitive della poesia.

Eppure, lo dico per esperienza, se andate a san Martino del Carso non c’è traccia di queste persone. Se andate sulle doline del san Michele, non c’è la presenza di queste vite. Ci sono i monumenti, lacerti di trincea, ma non gli uomini, o meglio non la loro umanità.

Anni fa cercavo un luogo: la dolina delle bottiglie, dov’era morto mio nonno. Volevo rendermi conto di cosa vedeva, se sentiva l’odore del mare, se c’era terra attorno. Pensavo che qualche riferimento l’avrebbe rassicurato anche se non era un contadino. Il luogo non riuscii a trovarlo, non c’era nelle mappe militari, e al più si poteva indicare una zona. Così mi dissero, perché quello che scrivevano nei registri, spesso erano toponimi locali oppure nomi inventati dagli stessi soldati. Ma c’era comunque poca terra, una petraia e finte quote di colline inesistenti. Qualche lapide dispersa sui muri dei paesi. Nessun ricordo. Di centomila morti contadini in un fazzoletto di territorio non erano rimasti che i sacrari e le cerimonie delle autorità.

Ai ragazzi di adesso cosa viene trasmesso di quanto accaduto in quei luoghi, come si riesce a far parlare le vite per non disperderle nel nulla? Credo che l’identità di un popolo sia fatta non tanto della storia, ma della sua umanità. Che se dovessi parlare in una scuola a dei ragazzi delle medie direi loro della sofferenza del non avere identità, dignità. Gli racconterei non dei generali, quelli verrebbero dopo, nella sequela infinita di errori, ma di cosa pensavano e scrivevano quelle persone a casa, perché noi siamo cresciuti sulle loro vite. Gli direi che molti di loro conoscevano la famiglia e la fatica e molto meno l’Italia e che essere liberi, poter scegliere, era un privilegio.

E partirei da san Martino e dai traslochi per dire che un tempo la stragrande maggioranza di chi lavorava la terra e quindi del Paese, era precaria, ma che ci fu un momento in cui anche questa precarietà sembrò una felicità perché le stesse persone stavano peggio. E che san Martino era un militare che tagliò il mantello per darne metà a una persona che non aveva nulla. Era un militare che capiva la miseria e rispettava la dignità.

Sì partirei da questo.

Buon san Martino a tutti.

la frattura

Quando su questioni non dappoco, come la riforma costituzionale, tra amici ci si trova su posizioni differenti, qualcosa si raffredda nella sintonia. Non sono solo opinioni, è una visione del futuro, del poter camminare assieme che muta. Non è che bisogna essere sempre d’accordo, ma è la qualità del discutere che è mutata e la svalutazione dell’espressione del dubbio che prima permetteva di trovare punti di contatto che viene dissolta. Mai come ora il dubbio condiviso sarebbe un legame che permette di evolvere il discorso. Ma non è così, ed è la negazione del dubbio che mette dall’una o dall’altra parte definitivamente. Ecco di questa scissione l’addebito andrà a chi coscientemente ha perseguito la frattura impedendo che il buono dell’una e dell’altra parte si incontrassero. Questa divisione proseguirà nel peggio tra chi amico non è, e ci sarà chi non riconosce più la Costituzione come propria. Sarà questo un danno immane che entra nella politica. La politica ha il compito di mettere assieme per risolvere i problemi, adesso emerge il suo contrario ovvero una parte risolverà ciò che pensa essere il suo problema. E questo si insinua nella società, e arriva nei rapporti tra le persone. È questa la frattura più grande che viene provocata. Scientemente provocata. Non è il nuovo, è un’arma del vecchio che divide le forze e sostituisce un potere con uno nuovo, ma che ha sempre la stessa natura, le stesse modalità.

Il 5 dicembre non sarà caduto il mondo, anzi tutto continuerà come prima, con gli stessi problemi irrisolti che ci portiamo appresso e sarebbero ben più urgenti, però non sarà lo stesso. A Renzi bisogna riconoscere che per suo merito c’è una scissione tra un prima e un dopo, una chiarezza che allontana. Ma era di questo che il Paese aveva bisogno?

sere d’autunno

Inattesa, una luce bianca, è entrata:

solleva lo sguardo,

e lo conduce prima sul muro

poi verso il cielo, interrogando.

È stato un momento, senza sapere, atteso,

prima che un raggio illuminasse

il legno del pavimento, la gamba, il braccio,

il cuore

e poi la testa si rendesse piena di quell’azzurro,

che gioca tra le nubi, ora di sfondo.

Non è più novembre,

è solo vita che vive, incurante del suo tempo

forte e libera di sé, e della stagione,

come usano, talvolta, le sere d’autunno,

prima delle luminarie per natale.

Poi la luce è mutata nel chiarore grigio

che lascia fioca quest’aria di primo freddo,

e non sa più dove andare,

mentre s’appiccica alle case,

chiude balconi e persiane,

e accende i piccoli led nei bar.

Lontano un telefono chiama,

con quell’antico suono degli oggetti d’altra età,

e tutto scorre attorno,

anche il chiarore scivola sui muri,

mentre, la sera, fioca di piccole paure, gia ci circonda.

Che noia il vivere

senza certezza d’amore,

che vuoti scava la parola

quando si perde vibrando nell’aria,

come luce prima d’un buio.

O forse quella luce non è mai stata

e la parola mai detta,

l’abbiamo solo immaginata:

ci pareva,

ed era solo una telefonata per dare una voce alla malinconia.

D’autunno le voci interiori,

prendono scuri toni,

sciolgono capelli intrecciati,

attendono la notte mentre il primo freddo si fa strada

e bruna è la sera

quando il cuore non si fa sentire appieno.

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quasi 4 novembre

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L’ auto s’inerpica nella sera, le curve si susseguono, i fari illuminano case spente o alberi fitti come palizzate. Gli alberi sono alti e giovani, due guerre hanno eliminato la storia dei boschi antichi e l’immensa distesa che riforniva la Serenissima di pennoni e fasciame per le galee. Per curve ripide, si sale, e il bosco circonda il sasso e l’asfalto, fino alla spianata dei cimiteri, dopo la strada prosegue senza più case. Fino in cima. Qui combatterono a lungo fanti che venivano da regioni lontane rispetto all’altopiano di Asiago. La brigata Liguria perse 2000 uomini in tre giorni, una carneficina, ma tenne l’urto della Strafexpedition. Qui erano loro a resistere e a Castelgomberto, la brigata Sassari. C’è una piccola cappella, che adesso i fari illuminano, poco oltre il cimitero inglese e quello italiano, con i caduti di entrambe le parti.

La strada adesso è più accidentata e ripida, c’è un silenzio che sospende la luce nell’aria, fino alla cima. Dove c’è oggi una malga e un allevamento di maiali, c’era il comando della brigata. La vista sull’altopiano è magnifica. È immerso nelle nubi, con i monti del Trentino a far da sfondo, e il chiarore del tramonto che scema rapidamente. Penso a ciò che vedevano quegli uomini nei pochi momenti di calma: attorno gli alberi spianati dalle artiglierie pesanti, ridotti a moncherini fumanti, le petraie e i prati che scendono a precipizio verso Cesuna.

Non c’è nessuno stasera, anche il finto rifugio illuminato, è vuoto. Torno fuori e guardo la distesa di nubi che scurisce, le prime piccole luci, i segni di vita delle strade. Il silenzio continua. Cosa sentivano i fanti, oltre gli scoppi, gli ordini concitati, i fischi dei projettili in arrivo ? E chi assaliva, gli Alpenkrieg tirolesi, cosa sentivano? L’epoca dei fatti è il maggio 1916, l’Italia non è ancora entrata in guerra con la Germania, il generale Cadorna, pur ripetutamente avvisato di una spedizione in preparazione da parte degli Austriaci, non dà peso alle informazioni dei disertori. Persino agli ufficiali nemici non crede. Poi dal 15 maggio si scatena l’inferno, al solito mancano gli ordini e una chiara visione della battaglia. Viene spesso ordinato di morire per carenza di seconde linee. Così nascono le leggende sul monte Cengio, il salto del granatiere, i suicidi dei volontari trentini o giuliani. Chi viene catturato farà la fine di Battisti e di Filzi. Se la spedizione austriaca riuscisse, sarebbe il disastro, presa Vicenza, poi Padova, Verona, Venezia. Gli austriaci avrebbero la pianura e la guerra vinta. In quei giorni l’altopiano viene evacuato, con la triste sorte degli esuli, portati distante, confinati e guardati con sospetto. Cimbri, todeschi, solo gente di confine, ma visti come possibili nemici: erano donne, adolescenti e bambini, più di 20.000. Agli altri, evacuati dagli austriaci, andò peggio, morirono in tantissimi, per fame, malattie, freddo. Si può morire di freddo dentro una baracca? Sì, soprattutto i bambini.

Nell’aria c’è il profumo dell’autunno: un po’ di fumo lontano, le foglie dei faggi che iniziano a marcire, la terra che esala vapori. È tutto così calmo. Gli animali tornano dal pascolo, lenti, i campanacci agitati nelle ultime brucate d’erba grassa, ma sono pochi, la transumanza c’è già stata, queste mucche e vitelli sverneranno qui.  A fine giugno del ‘916, il 27, finì l’offensiva, le parti si trincerarono e cominciarono gli attacchi alla baionetta per pochi metri. Ci sono molti nomi che troviamo nelle nostre strade e che fino allora erano luoghi da pascolo e bosco, Ortigara, monte Cengio, Melette, ad esempio, luoghi di macelli insensati per pochi metri, guadagnati e persi per puntiglio. C’era chi non capiva, ed era la maggioranza, il perché di tanto uccidersi. Lussu ne ha parlato con una prosa sommessa e forte, senza epicità, e in molta letteratura di guerra vissuta questo non capire, emerge, poi ci sarà il mito della guerra santa propagandato da chi non l’aveva fatta.

Con una terra di nessuno breve, le trincee a tiro di voce e tanti morti, c’erano diserzioni dall’una e dall’altra parte. A questo penso e guardo la luce, che ora è un biancore rosato e segna alberi e cime con la precisione del nero, come volesse ritagliarli e poi ricostruirli su un tavolo: un gioco da bimbi prima di cena. Ma è solo bellezza e qui nessuno giocava.

Mi torna a mente un episodio di quei giorni. Qualcuno di una compagnia dell’89° fanteria, durante l’ennesimo, inutile assalto, pensa di consegnarsi durante un attacco. Di arrendersi, insomma. Il comandante del corpo d’armata, viene informato e fa bombardare la compagnia, che ancora combatte, uccidendo innocenti e disertori. Poi non sazio dell’esempio, da tutta la brigata Salerno fa estrarre due uomini per compagnia e li fa fucilare. Anche dai reparti che avevano combattuto con eroismo, anche da quelli che erano a riposo. Il comandante della brigata, che protesta, viene minacciato di essere fucilato entro 10 minuti se non procede con le esecuzioni. Alle 18, quest’ora, 48 innocenti vengono fucilati. Orrore nell’orrore.

Cosa avranno pensato, e capito, i fucilati e i loro compagni? Ci sarà stato trambusto, protesta, paura, pianti, un divincolarsi inutile, poi la catatonia di chi non capisce e il silenzio che precede le esecuzioni. Non ci si chiede mai cosa passi per la testa di chi è oggetto di un’ ingiustizia assoluta. Se esso pensi che tutta la sua vita sia stata inutile di fronte a ciò che subisce, se ciò che ha costruito, l’amore provato sia sbagliato per un mondo che non lo vuole. Avranno pensato che la nazione, lo Stato per cui tante volte hanno rischiato, per il quale hanno patito fame e paura, adesso disponeva di loro per capriccio, per dimostrare una forza cieca uguale a quella del nemico che uccideva in battaglia. Ma almeno il nemico non li chiamava per nome, gli lasciava una possibilità di difendersi, poteva anche solo ferirli, lo Stato, no, li uccideva e basta. Per dare esempio di una forza così bruta e ingiusta da non avere possibilità d’essere capita. Impossibile racchiuderla in una logica di vita, era solo morte. 

Valeva allora e vale anche adesso questo pensiero che si oppone alla sofferenza delle vite che si sentono sconcluse, uccise due volte. Anche quelle che la sorte ha risparmiato, vengono uccise nel vedere la morte gratuita, l’ingiustizia perpetrata. Penso che se ci fosse una giustizia, questa dovrebbe emergere dall’analisi del suo contrario, dall’esame dell’arbitrio. Il disertore, il ribelle dovrebbe dire qualcosa e invece li si circonda di ignominia per non parlarne. Questi uomini furono esclusi dai monumenti ai caduti. Eroismo, paura, coraggio, scelta, in una ragione alta ci sta tutto perché l’uomo contiene tutto e qualcosa sempre tradisce.

Mio nonno morì l’anno dopo, in una dolina vicino al San Michele. Era agosto, erano i giorni del suo compleanno, era giovane e aveva moglie e due figli. Chissà cosa pensava dei tedeschi che di lì a poco avrebbero sfondato a Caporetto. Erano quelli che gli avevano dato agiatezza e lavoro, quando era emigrato. Parlava la loro lingua, ma era italiano. Era bastato questo per farlo rimpatriare e poi arruolare.

In questa sera, che ormai è notte, chi ha ragione è il silenzio. È un vuoto che non si può riempire. Non ragiona, afferma.

Credo che il sacrario siano queste nubi, questa luce, queste montagne, questi boschi che non appartengono a nessuno, eppure sono stati vissuti, riempiti di speranze, di desideri, di grida e dolore. Loro e il silenzio ci chiedono qualcosa: perché?

Queste righe volevo titolarle: decimazione. Poi ho pensato che la decimazione viene praticata non solo sui campi di battaglia, ma che è il non distinguere, è la cecità dell’esempio che non esemplifica. È solo forza con una ragione presunta e debole che non motiva chi resta, fa solo paura. Ho anche pensato che i generali non li decimano mai qualunque errore facciano e per quanti morti inutili ci siano. La decimazione sta intorno a noi, basta riconoscerla.

la corretta pronuncia dell’amore

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Ortoepia  ovvero la corretta pronuncia delle parole, ma tu come pronunci la parola amore?

Tieni la a lievemente chiusa come fa il cuore che, prima di lasciarsi andare, ha un piccolo brivido di paura?

E la emme è tenuta a bada perché non raddoppi d’entusiasmo, perché non corra sulle sue gambine per abbracciare e farsi festa e poi distendersi. Al modo, e con la fiducia, dei gatti, che mostrano sì la pancia, ma non sono indifesi. E sono pieni d’aculei morbidi, di libertà amorose, ma anche di rabbia se vengono traditi. Allora decidi come sarà ma che non sia un glissar distratto verso la vocale.

E la o  che segue, sarà una semplice vocale o un erotico bacio? Un soffio prensile, una meraviglia che si sorprende vogliosa e pronta e non lo sapeva. Ovvero, faceva finta di non saperlo, ma respingeva desideri e attese con lo stesso rastrello con cui li raccoglieva, indecisa e al tempo stesso tentata.

E la erre, s’arroterà come fosse una lingua che non s’accontenta, oppure indugerà nel suono che ha l’aspetto lieve del limone, un dissetarsi tra brividi e un chiudere e aprire come a cercar aria? Quell’aria che solo un certo alito possiede, un certo odore di pelle imprime ed anima un desiderio che già s’avverte nel dire. Ed è un dire muto che è già sentire e attendere il buono, il dolce, il sapido del dopo.

E lafinale sarà squillante oppure quasi afona, tronca come nel richiamo dei poeti? E come la porgerai mentre gli occhi sono attraversati da bagliori languidi, come la terrai per lunghezza di pronuncia? Lunga e dolce come i baci che non finiscono, o ancora breve come l’impazienza che esige d’esser completata?

Perché amore non è una parola che s’ esaurisce in un’unica pronuncia, ma è un filo lanciato per attrarre e unire. Non legare, unire, in interminabili accenti, in variazioni d’infinite semplici complessità e tutte con i loro pronunciare su cui non è necessario investigare ma è sufficiente ascoltare.

Un’infinita varietà dell’ascoltare ciò che quella parola dice e soprattutto, include. Perché l’amore unisce e include e solo questo può essere nella sua felice assurdità.

Esisterà allora una sua corretta ortoepia del dire e del sentire? Ci sarà modo di porre i giusti accenti e così compiere il piccolo miracolo che chi dice e ascolta siano per un infinito momento coincidenti?

La risposta è positiva se ami e non ti porrai problemi perché sai che solo questa è la corretta pronuncia dell’amore.

cesura


Ho avuto un’infanzia felice, ma l’ho capito dopo. Il necessario era sul tavolo, sul cuscino, fuori della porta. Quando le folate arrivavano qualcuno chiudeva le finestre. Se ho scelto di andare, nessuno mi spingeva, casomai mi è stato spesso chiesto di riflettere, ma alla fine c’era rispetto. Questo mi ha permesso di fare errori non mortali e di coltivare il dubbio. Tornando, la luce gialla mi accoglieva, con  il tepore, il cibo buono. Non mi è mai mancato nulla di quello che serviva. Con punte d’orgoglio ho scelto, la sconsideratezza mi è stata perdonata quasi sempre, la responsabilità quasi mai. Questo è accaduto ovunque non in famiglia e così  ferite si sono aperte fino a chiudersi malamente. Eppure una cesura si è prodotta, e ci passo sopra le dita a valutarne solidità e morbidezza, l’ho sentita come il confine del vero, la linea che sta in me silente. Da lei ho imparato ad amare parole e suoni, da lei spegnere la radio, il mondo intorno. Chiudere l’intelligenza che spesso non serviva, come l’evidenza. Non far conto di benemerenze fugaci. Solo l’amore è stato a suo modo, sincero, tenero e severo. E cosi ho appreso a lasciar parlare il cuore.

appunti 2

Qui tutto si rinnova i cicli si completano:

L’immagine delle sedie desolatamente vuote alla presentazione del rapporto dell’agenzia ONU sul clima, WMO, testimonia il distacco tra l’eguaglianza da assicurare agli uomini e gli interessi del capitalismo e delle economie degli Stati. Eppure ciò che si dice nel rapporto è terribile, parla di danni ambientali che potranno essere risanati in molte generazioni di comportamenti virtuosi, di oceani che si innalzeranno, dell’ imprevedibilità di tempeste tropicali o locali, di milioni di persone condannate a spostarsi o morire.

Voi credete che questo scenario riunisca i grandi della terra, i gestori dell’economia per immaginare un futuro alternativo? Ebbene sì, si riuniranno per dilazionare le urgenze, per non vedere la globalità dei problemi e quindi la necessità di soluzioni globali, verrà detto che chi produce anidride carbonica lentamente uscirà da queste produzioni, che l’energia è necessaria anche ai nuovi popoli emergenti.

La terra è indifferente a ciò che decide una piccola razza animale, al più, adattandosi a ciò che accade ne può favorire la scomparsa, ma lo farà senza malanimo. Non si adonta se bruciamo foreste, se eliminiamo specie, non ha un giudizio etico su di noi, semplicemente si accoccola meglio nelle nuove condizioni. Agita di più i venti, sommerge coste, aumenta il mare e scioglie i ghiacci. Tanto poi i ghiacci li rifarà con una nuova glaciazione, le coste riemergeranno e le foreste si espanderanno nuovamente appena diminuirà la pressione di quella specie che accumula denaro inutile a salvarsi e non risolve i problemi.

Stranamente c’è molto di nuovo, di vitale, in tutto questo. Si alza la temperatura, si sciolgono i ghiacci. Si tagliano le foreste, avanzano i deserti dove c’erano pianure fertili e per lo stesso motivo dove c’erano ghiacci si coltiverà il grano. Qui tutto si rinnova e i cicli si completano. La terra è indifferente se chi prima aveva di che mangiare, non l’avrà più, perché altrove si potrà aprire un nuovo ciclo. Capire che le cose non restano a mezzo è fondamentale per trovare soluzioni vere, il resto sono contentini, tirare avanti e passare il problema ai figli.

Un tempo ci si divideva tra apocalittici e integrati, tra quelli che vedevano conseguenze gravi e quelli che si bevevano il bicchiere mezzo pieno. Siamo circondati da indifferenti e da parecchi che bevono, gli altri sono quelli che si preoccupano e gli passa la sete. C’è qualcosa di apocalittico in tutto questo? Non credo, vedrete che riemergeranno le centrali atomiche che non producono CO2, vedrete che qualcuno progetterà barriere mobili per fermare i mari dove c’è denaro che cresce, vedrete che in Africa si continuerà a desertificare piantando jatropha e togliendo foresta. Vedrete che crescerà l’industria automobilistica basata sull’ibrido e con essa i produttori di accumulatori elettrici. Vedrete che continuerà la produzione di plastiche e la ricerca per smaltirle senza che nessuno si ponga domande sul consumo energetico connesso e da quale fonte provenga. Vedrete che l’allevamento di carne da hamburger o da consumo di massa, crescerà e che al più cambieranno le salse da mettere nel burger. Addirittura ci sarà una crescita di fonti rinnovabili e di sistemi di produzione, molto meno si investirà nella conservazione dell’energia e quindi nella bonifica energetica degli edifici. Catastrofista? Non credo, vedo chi sta bevendo il bicchiere mezzo pieno e che si dice fiducioso nella capacità dell’uomo di trovare sempre una mirabolante invenzione che cambi ciò che è prevedibile.

E gli altri? Volete che me la prenda con chi ho conosciuto ai margini del Burkina Fasu e che taglia il sottobosco per cucinare il cibo, che non ha correte elettrica, è sempre al limite della fame e della malattia? Oppure me la dovrei prendere con gli eritrei che tagliano un po’di piante per scaldarsi sull’altopiano perché d’inverno non fa mica tanto caldo e per cucinare serve la fiamma. Me la dovrei prendere con il pescatore che prende un po’ di pesce per sfamarsi e per venderlo al mercato in un fiume pieno di melma? Lui sa bene che il pesce sta cambiando razza, che il cuneo salino risale per oltre cento km il fiume perché non piove più a monte e non c’è portata d’acqua. Mangia un pesce un po’ più salato, guarda le mangrovie e la vegetazione di palme che muore, gli spiace, ma cosa ci può fare. Me la devo prendere con lui? Come vedete, non sono catastrofista, anche se penso che le persone che vivono in condizioni di quasi espulsione dalle loro terre e città potrebbero fare qualcosa, ribellarsi ad esempio, ma hanno così poco che anche la ribellione è un lusso. E visto che non sono catastrofista io penso che la ribellione debba partire da qui, da dove si capisce dove si sta andando, che qui si deve aiutare un processo di re indirizzamento delle risorse economiche del mondo. Ci sarà sempre chi farà soldi con questo ma almeno non sarà per sterminio indifferente.

Vedete, circola da tempo l’idea che comunque siamo troppi. Quando eravamo meno, molti meno, la cosa si esprimeva con l’idea che la guerra fosse l’igiene del mondo perché eliminava i deboli e credo che quest’idea non sia scomparsa dalla testa di molti benpensanti, l’hanno solo spostata altrove, perché non solo ci sono le guerre con carichi inauditi di morti civili, di spese senza limiti fatte per distruggere, di inquinamento irreversibile, ma si pensa pure che se il pianeta si comporterà in modo più aggressivo, se verranno sommerse coste e città, comunque chi più avrà per proteggersi, non soccomberà.

Questa è l’ingiustizia assoluta e non la si può imputare alla fatalità, alla terra che si ribella, ma si deve riportare alla causa, e a questa è giusto ribellarsi con i consumi, con la condanna dei governi che non limitano i modelli sbagliati di vita basati sul consumo di energia e di cose, boicottando chi devasta e inquina. Insomma solo l’uomo può mettere argine all’uomo e questo non è da cultori dell’apocalisse, ma semplicemente la possibilità di chi pensa che vivere sia un diritto che riguarda tutti e non solo una parte del mondo.

 

appunti

Nenia cromatica

Pastoreau ha scritto un nuovo libro, l’ha dedicato al rosso. Dopo il blu e il nero, prosegue il viaggio di questo esperto di storia dei colori. Ha un solo difetto e un grande fascino: il suo editore italiano lo pubblica a prezzi davvero elevati. La qualità c’è tutta ma non sono libri da grande diffusione ed è un peccato. Il fascino è legato al tema del colore, una piccola passione meditativa. Ho imparato a conoscere Pastoreau attraverso “i colori del nostro tempo”. La sua scrittura è spesso sorprendente, le osservazioni puntuali, mai scontate, il tratto semplice, indagatore e minuzioso. Per coetaneità lo immagino diversissimo eppure affine. Da luoghi diversi abbiamo attraversato lo stesso lasso di tempo ricco di simmetrie, di notizie comuni. È partito dall’indagare simboli, anche quelli araldici, e mi sono chiesto com’è iniziato quel suo interesse, perché erano cose che mi piacevano molto nella mia adolescenza dissennata. Ma lui lo ha fatto benissimo, con metodo e discernimento, per me era una oscura spinta a confrontare, capire, a usare inutilmente (così dicevano i miei insegnanti) il mio tempo. Poi le cose vanno altrove, però le curiosità rimangono, come le tracce delle passioni che sono ferite mai ben curate.

Cosa c’è di più minuzioso di un colore? Non abbiamo nomi sufficienti per descrivere le variazioni di una radiazione elettromagnetica che supera gli occhi, mette in moto emozioni, organi, inquietudini, rilassatezze, spinge all’azione o la deprime, cambia l’umore. E chissà quant’altro muove un colore in quei circuiti che si alimentano di ricordi archetipici, sensazioni, bisogni.

Oggi se chiedi una preferenza, pare che il colore più usato nelle risposte sia il blu. Siamo nell’era del blu che fa distinto e poi è compassato il giusto. Non passa di moda nonostante gli attacchi dei colori pastello, dei laccati, degli elettrici. Però così le donne non si vestono più di rosso e a me spiace, perché un umore che grida di sé diventa sommesso. Cambiano i tempi e i colori. Anche le rivoluzioni hanno lasciato il rosso, sono diventate arancioni, verdi, amaranto, e non ci siamo accorti a tempo che l’effetto non era lo stesso. Disattenti come al solito.

Mi piacerebbe che i pensieri avessero colore, che ci fosse un personale dizionario colorato delle sensazioni, con cui poter comporre cantilene e canzoni, quartetti e sinfonie. Scambiare colori con parole appropriate, giuste nell’intensità, delicate nella comunicazioni. Mischiare il colore nel conversare. Avere piccoli haikù che siano la nenia cromatica del sonno, dell’approfondire, dell’iniziare a leggere, del sedersi e guardare. Del muoversi e camminare. Qual’è il colore base del camminare per me stamattina ? E con quello andare.

Questa serie di pensieri/appunti, proseguirà. Ci sono dei temi che mi sollecitano, ma sono miei e chissà in che ordine. Se volete contribuire, lo spazio è aperto:

Decimare.

Ridurre il numero di componenti, delle cose.

Qui tutto si rinnova i cicli si completano.

Accumulate: accumulare accumulare accumulare smaltire smaltire smaltire

Gli spietati baustelle

Beethoven fantasia corale

Elgar sinfonia n.1

Benvenuti in tempi interessanti

 

la lettera

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La lettera prendeva forma di slancio, trovava gli argomenti nell’aria.  Si guardava attorno, superava l’inerzia dell’abitudine, scrutava nel voler descrivere ciò che che era possibile descrivere. Certo, mancavano i profumi, i ricordi, gli amori che si erano sollevati per loro conto, in quei luoghi, in quel lasso di tempo così importante da essere ricordato e avere ancora influenza sul presente. Erano i piccoli grandi amori che avevano allungato il tempo oppure l’avevano reso così breve da essere attimo. Difficile dirli perché mancavano troppe informazioni, il contesto, il palpitare d’allora. E mancava pure la luce, quella luce, conficcata nel primo ricordo, nella sensazione di bello oppure di sconfitta. Sì perché i luoghi contengono sconfitte così sconosciute che annegano nella nostra memoria. La lettera ci provava, omettendo ciò che restava troppo complicato nella sua delicatezza e sfumatura, sorvolava su ciò che non era possibile descrivere e si dilungava su quello che poteva essere condiviso. Fino a dove? Dipende da ciò che si era messo assieme sino a quel momento, al limite, a ciò che si voleva ancora saggiare nel superarlo. Fumisterie? Non credo.

C’è un concetto di intimità che appartiene a ciascuno, una soglia che solo ad alcuni pochi è permesso di varcare e di ciò che c’è oltre, sempre ai pochi, è permesso vedere, sentire, toccare. Cos’è l’intimità se non la violazione consensuale del proprio segreto? Altrimenti diventa esibizionismo, con tutto il narcisismo e la falsità che esso si porta dietro, perché nell’esibizione non c’è nudità, ma vedimi come voglio tu mi veda. Intimità è una parola che contiene un mondo, il mondo di chi la mette a disposizione. È comunicazione che include tutte le forme di comunicazione, dalla parola alla pelle, dall’esposizione delle ferite nascoste accuratamente al piacere che diventa dare/darsi senza condizione. Intimità e parola, ci possono stare in una lettera? Direi di sì se all’esteriore si mette a disposizione l’interiore, se viene colto l’assaggio, se si legge tra le righe, se il presente viene compreso e fatto proprio perché ci sia un futuro.

Così la lettera conduceva la mano di chi scriveva, c’era stata una preparazione, una scelta, che poi non è scelta ma necessità, dell’interlocutore, la penna doveva essere quella giusta, così la carta. Entrambe dovevano contenere un abbandono di difesa, una volontà di mettere in comune. Sino a quanto e dove le parole si sarebbero spinte non era possibile saperlo. Anche il testo doveva essere libero, così i pensieri che raccontavano di sé, comunque, in un luogo, in un tempo, in un momento particolare. Era una lettera, cioè un atto libero che doveva essere interpretato e compreso come tale. 

la prima tempesta d’autunno

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Con la pioggia di stravento, il freddo ha aggredito sotto i portici,

e lì sostano pedoni indecisi su dove ripararsi,

e andare,

chissà perché diviene urgente l’andare,

che poi è un tornare,

forse desiderio di caldo, di cura?

E che fa la voglia di fuggire che sembriamo contenere,

mentre spruzzi di pioggia lavano persone e vetrine?

Hanno acceso le luci e il primo pomeriggio

si scioglie nella luce autunnale, che copre d’un giallo malato le cose,

ma in pasticceria ci sono le favette dei morti,

e si spande un profumo lieve di mandorle nell’aria.

Camminando lenti e vicini ai muri, si notano le porte delle case,

c’è una città vecchia che ha stipiti lucidi di vernice antica,

e larghe crepe che mostrano legni stanchi,

tra inserti di vetro goffrato e inferriate polverose

di ferro battuto,

ha aggredito, il freddo, sulla soglia di una consapevolezza,

che in realtà non c’è posto a cui tornare,

c’è solo la paura che sconfigge la voglia di andare.

Attorno, le voci si sgranano come la luce che frange gli oggetti,

e ne succhia l’anima per invogliare all’acquisto.

Il freddo, il primo, è la sera 

d’un giorno che stermina secondi di noia.