libri e fiori

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Più libri e meno mimose. Così consigliano i librai per l’otto marzo. Donando libri (e non solo l’otto marzo) mettiamoci anche un fiore, meglio se in vaso.  Il piacere del leggere, il conoscere, non sono mai in contrapposizione alla gentilezza, anzi la generano, la esaltano. E’ la conoscenza arrogante, che non fa fare un passo avanti al noi e neppure all’io.

Le donne conoscono bene il valore del sapere e praticano la gentilezza, quindi meglio associare i simboli e non scinderli. Le donne mi hanno insegnato il valore del sapere e della gentilezza. Quelle con cui sono cresciuto mi hanno anche raccontato che non sempre avrebbero pagato, che non erano di per sé fonte di ricchezza o di potere, ma erano un piacere, avevano una loro felicità e generavano benessere. E soprattutto mi avrebbero permesso di parlare con me e con gli altri. E su una cultura hanno insistito in particolare: quella del rispetto a partire dai sentimenti altrui. Se cerchiamo questa cultura nei libri, solo i grandi scrittori ne parlano adeguatamente e ciò che sorprende è che le storie non siano mai scontate anche quando si sa come andranno a finire, perché è la persona che non è mai eguale. Ed è una “letteratura” dinamica e fondata su principi profondi quella che tratta del rispetto, in grado di separare il melenso da ciò che è carne e sangue e quindi verità.

Tutto questo le donne lo sanno e lo insegnano, basta ascoltarle. E donare loro un libro e un fiore significa dire che ammiriamo l’intelligenza e siamo conquistati dalla gentilezza. 

Che ogni giorno sia otto marzo, nella mente e nel cuore.

un campo di battaglia

Eri un campo di battaglia. 

Ed era vero. In un certo senso la battaglia infuria ancora. Non credo cesserà. Probabilmente non si vuole che finisca. Credo che la vera scelta che ci viene proposta al nascere sia tra il lottare o il subire e che si cerchi per tutta la vita una via di soluzione che ci permetta di essere chi siamo. Certo che nessuno te lo spiega, i genitori, gli amici, o gli insegnanti, tanto meno i preti di qualsiasi credo o razza, o gli psicologi da rotocalco. E neppure i filosofi te lo spiegano, che non c’è solo la battaglia ma che anche l’avversario si deve scegliere e che questo possiamo essere noi oppure gli altri. E se scegliamo di combattere con noi è perché vorremmo emergesse qualche verità, essere in assonanza, dalla stessa parte. Vorremmo far la pace con noi. Forse per questo quando si pensa alla pace si associa l’idea della quiete, e la quiete ci riguarda assai.

Tra le diverse sensazioni sulla quiete, una sembra convincermi più di altre e non è la tranquillità, ma qualcosa che assomiglia molto all’equilibrio dinamico della corsa: ogni posizione di per sé porterebbe alla caduta, tutte assieme e coordinate sono un insieme armonico d’equilibrio che porta innanzi con gioia. Quindi la quiete e non il silenzio dopo lo scontro, lo sfinimento che aggredisce e lascia senza pensieri e forze, la capitolazione sino al prossimo confronto. Basta essere leali, usare l’autoironia (l’altro è tremendamente serio) e riconoscere quando l’altro ha ragione, ma non deflettere se si sente dove sta il bene per noi.

Mi sorprende poco che tu l’abbia visto così chiaramente ch’ero un campo di battaglia. Il tempo scorre molto, però si ferma davanti agli occhi di chi ci guarda attento; e quando si vuol bene si indaga sulle sensazioni, mentre i dati di fatto e le definizioni da dizionario sono così incontrovertibili da lasciare freddi perché sono caselle in cui nessuno davvero ci sta tutto: conta la persona e ciò che suscita davvero. Forse sentivi il rumore del ferro, l’odore di fuoco che brucia, l’inquietudine che non tiene fermi. E’ per questo che ora vorrei dirti che ho cambiato strategia e modo di combattere, che m’interessa poco vincere, ma non torno mai indietro e questo mi dà un vantaggio incredibile, ho misericordia per chi combatto, per quello che è stato. Lo capisco anche se cerco di non farlo prevalere. Forse per questo i momenti di quiete sono maggiori e il campo di battaglia continua ad armi pari. Non finirà mai, eppure ogni miglio che conquisto, ogni pollice aggiunto è un passo verso una quiete che ci tenga assieme. Io e l’altro che poi sono sempre io.

Sai qual’è una piccola verità che ho capito? Che quando combatto dentro se vado un po’ avanti anche gli altri attorno ne hanno vantaggio, non è il mio scopo principale, ma è così. E vale anche per i momenti di quiete, capisco di più, sono più morbido pur restando me. Credo sia questo il senso di tutto questo lottare, trovarsi per trovare gli altri, capire un po’ di più insomma. Ed essere inflessibili quando conta davvero. 

buon compleanno Papà

Oggi compiresti cent’uno anni, ne hai potuti compiere poco più di metà. E’ stato un peccato per tutti. Ho pensato spesso a tuo padre in questi mesi, al Nonno. Alla tua nascita in Germania, al rientro concitato di tutti voi, al fatto che poi Lui sia morto troppo presto per Te. Anche per noi è morto troppo presto. Bisognerebbe che ci venisse lasciata la possibilità di decidere quando è ora di andarcene e invece questo non ci è concesso. E’ una banalità ripetercelo, e comporta una serie di conseguenze sul vivere il presente, ma non impariamo mai. Neppure Tu hai imparato. Ho pensato a quanto ti sia mancato tuo Padre, al ricordo che ne potevi avere, Tu così piccolo quando morì, ai bisogni che sono rimasti senza risposta. I tuoi occhi azzurri avevano dentro sia la malinconia che il sorriso. Non parlavi molto, però le tue parole erano ricche di sentire, di passione quando erano rivolte alla realtà, alla politica, ed erano piene di amore quando parlavi di noi. E poi ascoltavi, ascoltavi molto.

Siamo stati assieme molto meno di quanto era necessario, sono sempre troppe le cose che non si sono condivise, quelle rimandate, quelle non dette. Chissà come mi vedevi, cosa coglievi delle mie contraddizioni, della mia fatica di crescere così diversa dalla tua. Per piccoli, fortuiti, incontri ho avuto pezzi della tua vita che non venivano da Te, dai racconti di guerra, dalle difficoltà del vivere di cui parlavi poco e dei momenti di coraggio, di cui parlavi ancora meno e che c’erano stati, eccome se c’erano stati. Un tuo amico di gioventù, lo riconobbi che era già vecchio, e fu un caso, anche se ci conoscevamo da anni ed eravamo entrambi compagni di partito. Un giorno gli dissi che ero tuo figlio e gli si illuminò il viso, e fu come se la vostra infanzia e giovinezza comuni emergessero di colpo col loro carico di emozioni. Mi parlò del tuo talento nel giocare a calcio, delle palle di stracci, delle difficoltà economiche, del lavoro, della vita pulita e orgogliosa, delle idee politiche comuni nate in quella parte di città antifascista e popolare che io ho frequento ancora. E poi si tacque felice e commosso. Il passato era vostro, potevo capirlo fino a un certo punto perché poi diventava un sentimento personale.

Nei molti anni passati da quando te ne sei andato, sei tornato nei sogni, nelle cose che hai lasciato. Saresti stato un buon compagno per i tuoi nipoti e invece ti hanno conosciuto attraverso i tuoi figli, ti hanno visto in qualche piccola fotografia che ti mostra dentro a un carro armato in Libia, oppure ben vestito con i tuoi amici, o con la Mamma, a braccetto, felici e giovani, quasi ragazzi. C’è sempre un sorriso in quelle fotografie, diverso in ognuna e mai pieno, c’è un trattenere l’esteriorità che è riserbo perché i sentimenti si vivono dentro e si dimostrano il giusto. Chi li condivide li capisce fino in fondo e questo basta.

Ci sono mancati dei pezzi di vita, non l’amore o il sentirsi profondamente, abbiamo continuato a parlare e a condividere come si poteva, anche se Tu non c’eri più. Non c’erano le parole ma ti ascoltavo lo stesso e poi facevo di testa mia, come sempre. Era il mio modo di staccarmi da Te e dalla famiglia per trovare una mia strada, e ha avuto le difficoltà che hanno gli adolescenti quando cercano più i motivi per avere un rifiuto che un permesso, perché quel rifiuto sotto intende interesse e amore. Poi si fa lo stesso, ma l’amore non è in discussione. Certo ci sono stati i miei rifiuti, non i tuoi, e così quando mi sono ribellato, c’era sempre amore nelle mie rivolte radicali.

Abbiamo discusso parecchio di politica nel ’68, io ero oltre le tue idee sempre nette e di sinistra, ma che escludevano che ci si dovesse dividere se si volevano cambiare le cose. Non mi bastava più questa visione e però se non sono finito chissà dove, è anche per tuo merito, per la tua concretezza, per il tuo senso della passione che deve durare e possedere la pazienza per mutare la realtà. Chissà se l’ho imparata da Te o dalla Mamma la pazienza. L’avevate entrambi, assieme all’ idea che un lavoro dev’ essere ben fatto, qualunque esso sia perché è un modo per dire chi si è. Non avevo la tua capacità manuale, ma c’ho provato e di questo perenne mettermi alla prova Ti ringrazio anche ora che forse dovrei pensare ad altro. Non penso spesso al passato, l’ho vissuto, però ho pensato che nelle vite, per un po’ si possono rimuovere gli anni, ma poi tornano tutti, senza neppure la mediazione creatrice del ricordo, del racconto. Ed emergono emozioni pure: mancanza, amore, comunanza, forza, tristezza. E ci teniamo ben strette quelle emozioni, perché lì ci ritroviamo davvero, chi c’è e chi se n’è andato.

Da un certo momento in poi gli anni li hai compiuti con noi, non quelli in cui eri vivo, ma quelli dopo, e la tua Presenza era altrettanto forte, perché c’eri e non c’eri più. E tutto quello che intanto accadeva di importante, in fondo, ti vedeva presente e quello che avremmo voluto vivessi non era più possibile. E mancava a Te prima che a noi. Cosa impossibile vero? A chi se ne va non manca nulla di quanto viene dopo, mancava a noi quel condividere e lo attribuivamo a Te, avremmo voluto ci fossi. Così ne è venuta tristezza assieme alla gioia di vivere, di essere qui e di tenerti con noi. Non so se ho ereditato quel lampo di malinconia che si mescolava all’allegria, nei tuoi occhi. Forse voglio solo riconoscermi e vederlo, ma lo sento, lo sento forte.

Buon compleanno Papà.

o roscopo, oppure?

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Mentre buttavo le briciole dal balcone, un piccolo assembramento di passeri si è radunato. Hanno becchettato quel che c’era, con molto senso della realtà, poi hanno divorato anche l’aggiunta, e infine sono sciamati in un volo corto fatto di fili e rami. Appoggi, insomma per stare a vedere. Siccome ho virtù aruspicianti, da quel breve volo, per inferenza statistica, ho tratto questo oroscopo egualitario, che va bene per chi ci crede e per tutti i segni, anche quelli sul muro e sulle scale che non si capisce mai chi li abbia fatti. E va bene pure per chi non ci crede l’oroscopo, perché al volo dei passeri nessuno si può opporre. Néanche Renzi o la U.E.

AFFARI: Distinguiamo, se per affari intendiamo gli aggeggi di solito elettronici, di cui non ricordiamo il nome, e a malapena la funzione, ma di cui certamente non abbiamo nozione del funzionamento, allora siamo circondati da affari che lampeggiano, rassicurano, inquietano e che sembrano avere una funzione consolatoria nelle nostre vite. l’anno a venire sarà ancora più ricco di questi affari che comunque non dureranno, e come gli altri si butteranno senza averne sfruttato le capacità. Se saprete coglierne il limite avvertirete anche un senso di liberazione e quindi affari nuovi vita nuova.

Gli altri affari, ovvero quelli che fanno i tipi in gessato, i conoscitori di vini pregiati che fanno bere agli altri il vino in tetrapack, i possessori felici e condonati, delle ville sul mare che costeggiano le nostre coste perché il mare è in loro funzione non per tutti, quegli affari lì andranno sempre bene. Per tutto l’anno e anche quelli a venire. Diciamo che i gessati appartengono a un altro universo che non ci compete e se i loro buoni affari fanno un po’ andar peggio i nostri, qualche motivo ci dovrà pur essere, ma per ora non sappiamo come metterci una pezza. Anche perché se mettiamo una pezza a loro restiamo un po’ col culo scoperto noi, che le pezze ormai le abbiamo lì.

LAVORO: nel 2015 chi avrà lavoro, lavorerà molto ma sempre con lo stesso ricavo. Alcuni si sentiranno dire: ti ho dato un lavoro e vuoi anche essere pagato? Ma allora non sei mai contento… Però si intravvederanno segnali positivi di uscita dalla crisi,e questo rincuorerà alcuni se avrà effetti pratici su di loro oppure deprimerà altri se non gli cambia nulla. Pare non sia una scelta possibile, quindi cercate di vivere al meglio e di aver fiducia. Per ora non costa nulla, la fiducia, anche se la si potrà detrarre dalla nuova denuncia dei redditi.

TECNOLOGIA: i passeri non erano passeri, erano droni, ma me ne sono accorto dopo. Sono sempre più intelligenti questi droni. La tecnologia ci coccolerà, affascinerà, convincerà per tutto l’anno e anche dopo. Ne saremo conquistati e compreremo un sacco di cose inutili e divertenti, che si rifiuteranno di funzionare quando servono di più. Saremo dipendenti e ci sembrerà di essere più liberi. Tutti i grandi marchi mostreranno novità che renderanno obsoleto e senza valore quello che non avete ancora finito di pagare. Le applicazioni che funzionavano tanto bene non andranno più con i nuovi sistemi operativi. E se con fatica avete imparato a far funzionare il penultimo ritrovato della tecnologia, dimenticatevene perché l’ultimo è diverso, più semplice e incomprensibile. Potete anche considerare cheperfino i droni passeri senza batteria non volano, che fare le 4 operazioni e scrivere su carta può persino risultare intelligente e senza attendere un black out mondiale cominciare a preferire la concretezza del legno, del ferro, delle piume e dei cuori pulsanti (ossia dei sentimenti).

SESSO: L’anno è aperto e promettente, Marte si incontra con Venere, se entrambi hanno voglia. Se siete degli dei non c’è problema, saranno situazioni idilliache e memorabili, ma se non siete dei guardatevi attorno e pensate a quello che davvero volete, la scelta sarà tra la durata e l’estetica. Come per le lavatrici tedesche. Comunque sia la scelta, visto che le possibilità sono ampie e l’anno favorevole, scegliete il meglio. E se non è vero che chi fa sesso statisticamente (chissà com’è il sesso statistico) vive più a lungo è pur vero che si diverte assai di più. Meditate, meditate, ma non per per troppo tempo, poi datevi da fare.

AMORE: L’ anno che si apre, secondo i passeri-droni è favorevole all’amore. A quello in corso, a quelli non ancora nati, a quelli che si concludono. La pentola del tempo sembra contenga sia la felicità che il dolore e che l’amore abbia la capacità di cucire entrambe e poi di metterle a disposizione come al self service. Abbiate fame e prendete una bella dose d’amore, consumatela che tanto ce n’è ancora, innamoratevi di chi lo merita e vi corrisponde e se vi capita di guardare il soffitto al buio, non è segno d’insonnia o disturbi alla vista, ma della necessità di ascoltare quello che c’è dentro: siete innamorati.

POLITICA: Il premier nel discorso di fine anno ha detto che la parola guida del futuro sarà ritmo: preparatevi a ballare. Sulle possibilità che questo sia un Paese tranquillo, i passeri-droni sono stati chiari: non sarà così. Ci sarà invece tutto il campionario di promesse, improperi, dileggi, speranze che fanno parte della politica non noiosa. Si vota il nuovo capo dello Stato, se ne avete voglia ci sono modi interessanti di partecipare attraverso gli allibratori di scommesse di Londra, di sicuro avranno più brividi delle quirinarie di Grillo. Forse si vota oppure no, ma il vero fatto nuovo è che il premier attuale non giura più sulla testa dei figli, come uno precedente, cosa che rassicura i figli, ma non il resto del Paese. Però promette il cambiamento, quindi non preoccupatevi ci mancherà niente. Allora dipenderà da voi occuparvi di politica, visto che neppure le elezioni mancheranno: potete fregarvene come fa il 50% degli italiani, aderire per opportunità a una parte come fa il 25%, credere a qualcuno o qualcosa per svariati motivi come fa il 23,5%, essere convinti di poter cambiare davvero le cose come fa l’1,5% degli italiani. Comunque sia la vostra scelta non illudetevi, la politica vi braccherà, vi costringerà a discuterne, influenzerà le vostre vite, vi farà inveire, vi darà delusioni e speranze, non le scapperete, allora tanto vale interessarsene davvero.

SELFIE: Sarà un anno favorevolissimo ai selfie, se ne scatteranno a miliardi. Aiuterà molto il riconoscimento momentaneo di chi li scatta visto che pare crescano i problemi di identità, e se nessuno sa chi è davvero meglio si scatti una fotografia e la metta su facebook, magari qualcuno lo riconosce. Tra le tante spazzature in crescita, dopo la plastica negli oceani e nei ghiacciai, ci sono i selfie. Se ne producono miliardi e sono usa e getta, solo che da qualche parte ristagnano e occupano memorie, cloud, sms, mail, social network, ecc. ecc. e stanno intasando tutto. L’anno che verrà non promette nulla di buono al riguardo, continueranno a moltiplicarsi finché ci sarà solo una immagine nelle teste di ciascuno, la propria.

TEMPO: Secondo una recente teoria  pubblicata su Nature da due fisici americani sulla direzione della freccia del tempo (i due intervistati, hanno accolto il giornalista in maglietta e calzoncini corti, con delle pantofole interessanti a forma di orsetto quantico) si sono detti contenti della teoria e perplessi sulla comprensione della stessa), sembra che a partire dal momento zero dell’universo, il tempo e la sua freccia si siano espansi in entrambe le direzioni opposte, per cui le frecce sono due, opposte e noi saremmo remoto passato degli antipodi della freccia opposta. Questo provoca una piacevole conseguenza: siamo già stati e abbiamo una possibilità di futuro che già esiste. Tanto vale approfittarne e viverlo allegramente.

Buon anno a tutti, il tempo è una buona cosa, usatelo.

andar via per allegria

Forse era già un saluto quel sorridere, baciare e abbracciare ripetuto. Preso per allegria da feste era invece un preannuncio che saresti andata via. E ora penso sia per un amore travolgente, per una svolta improvvisa e incontenibile, che hai fatto quello che tutti sogniamo e di cui a volte parliamo: chiudere una porta e andar via. Che fosse per questo che gli occhi ti ridevano, e luccicavano, quella sera, guardando noi privi di un simile coraggio? Comunque sia, ti penso avvolta da un’ allegria senza ritegno, da emozioni nuove e pensieri appena distratti dal ricordo. C’è chi dice tu sia a Napoli, altri a Palermo, segno che, oscuramente c’era chi sapeva. Prima o poi, arriverà il tuo messaggio che racconta, ma intanto, in quest’anno che finisce, una libertà che lascia attoniti percuote le nostre abitudini e tu sarai divertita d’essere sulle nostre labbra. Siamo gli stessi, un po’ più piccoli, consapevoli e poveri di sentire. Presi dai dubbi e dalle scontentezze non diamo spazio ai sentimenti che travolgono le vite, conteniamo e restiamo attaccati alla realtà insoddisfacente mentre tu voli. E te lo dirò, prima o poi, che distanti siamo più soli ogni volta che ci si pensa. Hai però mostrato che si può fare e dar sostanza ai sogni, così ci hai regalato la speranza che davvero non sia tutto così perduto. 

la calda buona notte scrivo

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Ti scrivo perché è sera e son stanco di giorno. 

Ti scrivo con gli accenti a posto ma senza lo spazio delle virgole perché ho bisogno di calore.

Tra poco rimetterò le virgole così se vuoi mi potrai baciare però intanto scriverò con i colori di una vecchia Ektachrome scaduta che continuano a virare verso il blu. 

E di corsa ti scrivo perché la notte fuori morde ogni mio passo. E già questo basterebbe a giustificar la fretta che ingolfa le parole.

Hai mai pensato che scherzetti fanno questi piccoli segni nella testa? Ti dico che s’ingolfano e sembrano sgomitare ed affannarsi per uscire da chissà quale collo di bottiglia ma se ci pensi il golfo è un abbraccio che accoglie tutto, il vento, il sole e la tempesta, gli spruzzi d’acqua, le bestemmie dei marinai, le grida dei bambini, i voli dei gabbiani e le vele gonfie di colore, accoglie tutto e allora se m’ingolfo accoglimi anche tu nelle parole che escono da quel cappello magico che m’hai donato.

Accogli le parole che escono ordinate, le metto in fila e  guardale,

gocce sul vetro che scorrono veloci,

sogni sotto l’albero d’estate,

ma anche bambine che corrono su un prato,

un fuoco in cielo che per un attimo le stelle ha rubate,

le attese della notte di natale. 

Ne farò collane da mettere annodate

sul tappeto davanti alla tua porta, prima di suonare.

E suono il cuore tuo veloce,

suono ciò che hai scambiato per musica di strada,

suono i tuoi fraintesi

e scappo,

per rintanarmi timido nell’ombra d’un angolo a guardare.

Tu sporgerai il bel viso e sembrerò un pensiero, un battito,

l’incontro che non c’è stato, la figura che pareva, l’uccello subito volato. 

Rintanerò tra i miei sogni raccontando

che ogni amore li contiene tutti,

che ogni bacio apre la bocca al giorno,

che ogni carezza è un brivido che prima non c’è stato. 

Ti sussurrerò dall’ombra: se si può volare perché dovresti correre ?

E se di tutto questo persiste appena un poco,

la mia ombra si scioglierà nella luce

assieme ai saluti rossi appesi fuori dei tuoi vetri

mentre lampeggia e pulsa ad ogni battito di ciglia

il desiderio dei miei occhi che ti prende.

Tutto persiste appena e così ti scrivo.  E qui basterebbe.

Perché mentre scrivo e uso colori di matita

e sottolineo

e traccio una tenerezza che ti riguarda,

ormai non dovresti chiedermi perché.

Non raccogli forse i fiori per tener stretta la bellezza?

Non passi tra le dita le foglie aspirandone il profumo?

E non accarezzi il gatto perché è caldo e ti risponde? 

Le parole sono uccelli d’inverno che hanno freddo,

s’ammassano nelle briciole del vicolo, e son frulli

e confusione d’ali,

gorgogliare di colombi,

e gridi,

ma che te ne faresti se non vedessi la pazienza audace che le cuce,

Volano come quel palloncino che ti volteggia attorno,

e rosso volerà

rubando il giallo al sole

quando sarà pieno della gelosia di te.

Se leggi le mie parole e vedi il filo, saprai che anche quando corre in cielo

sempre a te vola il rosso palloncino,

e allora accoglimi, che è tempo,

tienimi nei miei preziosi punti e virgola

perché così più a lungo mi potrai baciare,

tienimi nella calda buona notte,

e poi dormi tra sogni di croccante e zenzero candito

perché sia dolce la tua bocca

al primo bacio del mattino.

ogni giorno

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Ogni giorno che ci è stato dato, 

ogni momento che abbiamo donato,

ogni prima luce di lampione,

ogni figura che ora è voce, 

ogni possibilità che diventa amore,

ogni refolo d’aria fresca prima della notte.

ogni pietra seduta, calpestata, sconnessa e consumata,

ogni bellezza che è stata donata,

ogni attenzione che ha visto e si è soffermata,

ogni rimorso ch’è stato consolato,

ogni attesa in cui qualcuno è arrivato,

ogni solitudine cercata,

ogni pensiero che ha capito, 

ogni telefono cancellato,

ogni auto andata senza i pensieri che ha portato, 

ogni nube mutata dal bianco, all’aranciato e al blu, prima d’essere ombra nel nero,

ogni persona che ha guardato l’acqua,

ogni metà verso cui si è camminato,

ogni sogno, tenerezza e confidenza che m’ hai donato,

ogni soffermarsi improvviso che c’ha detto che siam vivi,

indefinitamente e pienamente vivi, per un attimo,

ogni giorno e notte, sempre. 

Difendimi dalle forze contrarie,
la notte, nel sonno, quando non sono cosciente,
quando il mio percorso, si fa incerto,
e non abbandonarmi mai..
Non mi abbandonare mai!
Riportami nelle zone più alte
in uno dei tuoi regni di quiete:
è tempo di lasciare questo ciclo di vite.
E non mi abbandonare mai..
Non mi abbandonare mai!
Perché le gioie del più profondo affetto
o dei più lievi aneliti del cuore
sono solo l’ombra della luce.
Ricordami come sono infelice
lontano dalle tue leggi,
come non sprecare il tempo che mi rimane.
E non abbandonarmi mai..
Non mi abbandonare mai!
Perché la pace che ho sentito in certi monasteri,
o la vibrante intesa di tutti i sensi in festa
sono solo l’ombra della luce.

l’amore ai tempi del renzismo

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Che poi, col tempo, la leggerezza diventa altro, ed è così profonda e modo d’essere, da non lasciare impronte mentre prende l’anima. Cura e onestà. L’amore degli adulti dovrebbe essere questo: un prendersi per mano, condurre ed essere condotti sapendo con chi si è.

In questo affidarsi c’è l’onestà del vedersi dicendo: sono così, ma non ti parlo della superficie, bensì di quello che poi davvero sono. E ti parlo di te, di come ti sento e vedo mentre ti apprendo dalle tue parole, dai gesti, dall’attenzione che ci scambiamo. Per questo abbiamo bisogno d’essere più veri, per abbandonarci con fiducia e per avere levità nel camminare assieme. Per quanto cresceranno le chiacchiere, la finta leggerezza e le piccole falsità attorno, noi sapremo dove andare, dove osare, dove portarci assieme.

Come un tempo, cura e onestà, ma più mature e quiete, e più profonde, sono bussole di questa travagliata stagione. E l’affidarsi seguendo l’intuito, non il bisogno, perché ciò che resta siamo noi, con quello che davvero amiamo, a partire da noi stessi.

così immagino

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Così immagino il tavolo ordinato e penso al mio, ingombro di cose da fare, di idee interrotte, di appunti, di riottosità per ciò che si dovrebbe. Sul tuo c’è un foglio, una penna, un tablet. Rigore come il bianco alle pareti. Rigore come il tentativo di un ponte verso l’innocenza. Rigore per accedere all’ordine della perfezione. E’ ordinata la perfezione? Mi piacerebbe parlare con te di tre parole guida: innocenza, super io, serenità. Partendo dalle sensazioni, come quando ci davano i temi scuola e un legame bisognava pure trovarlo tra il poco appreso e ciò che ribolliva dentro (e che voleva uscire). Potremmo anche parlare di ormoni e di libertà, di tangibile, materico, sensuale e anche di etereo, romantico, passionale. Tutto messo assieme, agitato per bene, reso urgente. Era lì la natura del disordine? dell’inquietudine? Immagino, ma è un mio pensiero, che senti il disordine come antitesi di una purezza primigenia, un peccato contro il nitore. Era ordinato il prima del ribollire ? Era un facile comporre le forze anarchiche del desiderio nella quiete delle cose al loro posto? Approvazione. Di chi? Perché? Che ci sia sempre il bisogno d’un amore interrotto alla base di tutto? Sembra di muoversi su una spirale che mentre ci allontana fa vedere la vita che si ripete, era solo un poco prima, e il centro, da cui emana o converge è sempre un po’ oscuro. Sembra tenere più energia di questo evolvere pigro che allontana, il centro. Si va sempre verso l’esterno con le gambe e verso l’interno con la testa. Il cuore va ovunque, ma chi lo ascolta davvero, il cuore?

Fuori dalla finestra, dalla porta, il verde e gli alberi. La collina si arrampica verso le case. La strada è venuta dopo, prima i sentieri. Gli alberi, e ancor più gli arbusti e le erbe, non hanno altro ordine che il reciproco vivere. Sgomitano ma trovano sempre un equilibrio conforme alla vitalità. Quello che ribolle anche in te e che hai altrove condotto e regimato. Diversioni da sé. Le pratichiamo tutti e a larghe mani, perché essere è fatica. Nei miei ricordi di bambino, il disordine non mi ha mai infastidito, erano gli adulti che lo pretendevano. Anche in quei quaderni ricchi di aste e linee orizzontali lo volevano. E in quelle associazioni strane di lettere e suoni: celo si scrive con la i, ed è cielo. E io scrivevo e cancellavo, perché gli occhi contraddicevano le orecchie, il suono. Finché si aprì un buco nel foglio e piansi. Da allora il cielo ha una i e dentro ha un colore senza troppe vocali. E un piccolo dispiacere. Conformarsi.

Come sarebbe stata la scrittura primigenia senza obbligo di conformità ad un codice comune? L’armonia delle linee e dei tratti. Un ideogramma per mettere assieme pensiero e sua rappresentazione. Un codice senza sintassi. Efficace tra pochi, avrebbe impedito lo sviluppo dell’umanità. Niente regole, niente letteratura, niente matematica. Divago. Il dottor Divago perduto tra necessità e libertà. Guardo il foglio con l’immaginazione e lo vedo bianco. Nel cestino, appallottolati, i pensieri da gettare. Ordine. Il tablet e il pc conservano tutto ciò che vogliamo e ci presentano sempre una pagina pulita. L’apparenza ordinata dell’elettronica e del digitale, sotto c’è un magma di fotografie che non verranno analizzate, spesso neppure riviste, pensieri sbozzati, testi che si consumano nella loro formalità e conseguente inutilità. Come una voragine la memoria magnetica ingoia tutto, non discrimina e restituisce l’apparenza dell’ordine. Il disordine è madre di tutte le cose e si espande come una spirale sfrangiandosi d’energia, ma qualcuno ci convinse che abbiamo bisogno di perfezione al posto della imprecisione. Non ci resta che l’armonia per liberarci dal mito della perfezione e dall’innocenza. L’armonia, e l’equilibrio che non è un suo sinonimo, per rispondere a sé, non ad altri. Una condizione di forza.

C’è un ordine nell’armonia. Riguardo la congerie magmatica del mio tavolo, come una eruzione che ridisegna il mio paesaggio interiore. Vale se perseguo l’armonia altrimenti ne sarò, più o meno felicemente, travolto. Ma tu su quel foglio bianco, cosa scriveresti?

Caro amico

Caro amico, siamo davvero retrò, continuiamo a scriverci lettere. Rade, certo, ma lettere fatte di parole che cercano di tenere assieme ciò che siamo con ciò che siamo stati. Ti ricordi quella sera alla casa degli italiani, a nord di Rosario? E alla fine della cena, gli inni, i discorsi, le canzoni napoletane e friulane, le lacrime che scendevano senza sapere perché e il cantare sempre più piano e poi il silenzio pieno di borbottii. Sono sicuro che ti ricordi, e anche di quello che allora ci sembrò un vecchietto, ti ricordi. Ci prese un po’ in disparte e ci chiese: ma come va in Italia, davvero? E il re, quello giovane, come sta? Parlava di Umberto e lui se n’era andato nel ’35 in Argentina. Gli raccontammo che andava bene, che anche Umberto stava bene e adesso era all’estero. Ci guardammo senza aggiungere altro. Lui parve contento.

Te lo ricordo perché anche tu sei distante da tanto ormai, mi scrivi che l’Italia c’è poco sui giornali in America, e neppure per televisione ne parlano mai. In internet segui altro, in fondo non c’è mai urgenza quando si è lontani e le cose viste da distante si muovono ma non fanno rumore. Lo so, eppure delle sere ho un magone che diluisco nel sonno. Ti penso allora e mi piacerebbe aver fatto le tue scelte. Essere distante, tornare qualche mese ogni 10 anni, come fai tu. Salutare gli amici, fare una rimpatriata fatta di pacche sulle spalle, cibo, informazioni e piccole notizie su chi non c’è, bere quel tanto che ci arrossa le guance e poi salutarci contando di esserci sempre. Ogni volta che ci sarà. Mi piacerebbe ancora di più adesso, ma allora scegliemmo altro. Ti ricordi quanto ne parlammo, e ciascuno cercava di convincere l’altro, poi ci siamo salutati, ripetendoci che ci saremmo visti e scritto, che ogni anno almeno ci sarebbe stato un appuntamento, che la nostra amicizia non sarebbe finita. Come non sarebbero finite le cose in cui credevamo. L’amicizia c’è ancora, magari non quella di un tempo, frammentata com’è dalla distanza e dalle vite, ma le cose in cui credevamo, amico mio, non ci sono più. Finito tutto, cancellato, espulso dalle idee e dalle passioni.

A noi sembravano immortali quelle idee, ci sentivamo dentro un progetto che eccedeva di gran lunga noi stessi. Era una religione con l’uomo al centro, ma hanno vinto gli atei e così tutto si è sgretolato. Prima con verità che non volevamo vedere e che sono apparse forti e incontestabili, così tutto è sembrato distorto, impossibile, sbagliato. Molti hanno fatto finta di niente, conveniva, ma poi sotto i colpi dell’individualismo e dell’indifferenza, pian piano si sono zittiti. Parlavano per frasi fatte, vuote di passione e di realtà. Tu eri distante, ma io ero qua e mi sono sentito un sognatore incapace di vedere la realtà. Non mi piaceva la realtà che mi imponevano, mi sembrava una campana fessa, senza suono. Ero fuori tempo e lo capivo, ormai residuo di un passato che ci crollava addosso. Quando crolla una casa non crollano solo i mattoni, le travi, ma anche gli affetti legati agli oggetti, i rapporti, le speranze che quella casa ha contenuto. Tra poco toccherà a Berlinguer, il resto se n’è già andato. Ti dico di questa sensazione perché non c’è più nulla di importante che vogliano tenere e te lo dico anche perché quelle notti e quel giorno li passammo assieme, condividendo lacrime e certezze. Si pensava, ce lo dicevamo, che quell’idea di società, di rigore, di cambiamento più rispettoso dell’uomo e del posto in cui vive, sarebbe andata avanti, anche nel Suo nome, e che le lotte future lo avrebbero sempre sentito parte di esse. Non fu così quasi subito, te n’eri già andato, ma quello che precedette la Sua morte, i picchetti alla FIAT (c’andammo anche noi, ricordi, per non far sentire soli quelli che erano lì giorno e notte), la scala mobile, la marcia dei 40.000 e le cose precipitarono. Lui non vide il referendum perduto, dissero che noi avevamo sbagliato. Ce lo dissero gli italiani, assieme ai dirigenti del nostro partito. I 40.000 trovarono interlocutori dappertutto, e noi non capimmo che se c’era un errore i problemi non cessavano, le soluzioni trovavano risposte fatte di licenziamenti, di difficoltà crescenti. Allora ci furono Craxi e poi Berlusconi a fornire risposte. E noi? Noi, io, non capii che già allora avevamo perduto, perché quella sconfitta aveva scavato dentro, demolito principi, convinzioni, idee. Però mica si diceva e così si è continuato finché mi sono trovato fuori della storia. Non da solo, ma io lo sentivo. Capisci, noi credevamo di essere parte della storia, di farla col nostro piccolo contributo e questa c’aveva sputato fuori, come un osso di frutto. Non ci ha messi in disparte, ci ha cancellato. Si chiama damnatio memoriae. E’ accaduto spesso nel passato, accade ora.

E così è finito tutto.

Ne parlavo con mio figlio, poi con altri giovani che hanno l’età in cui te ne sei andato, con una ragazza americana, e un lavoro che forse ci sarebbe stato, perché l’America, dicevi, era pur sempre un posto da cui vedere il mondo e poi ritornare. Questi ragazzi/uomini sono rimasti qui e parlando con loro ho scoperto che le nostre priorità di allora sono diventate niente, che le loro vite sono molto più precarie delle nostre, e già ci parevano ingiuste e misere (della miseria della condizione studentesca, ricordi? Ho ancora il saggio da qualche parte), e che quello che credevamo di aver conquistato per tutti, loro non lo vivevano, semplicemente perché non c’era. E poco vale dire che quelli che gli hanno tolto i diritti si chiamavano Berlusconi o Craxi, semplicemente sono stati privati di qualcosa quando ancora non potevano sapere che c’era e quindi non lo avvertono come una mancanza. Stanno peggio e basta. Non c’era passione in questo parlare con loro, i problemi e le mie soluzioni non avevano condivisione. Forse neppure le capivano le soluzioni, le parole che a me sembravano così ricche di significato. Allora ho capito l’indifferenza che è subentrata, è naturale sia così, per loro gli obbiettivi si sono talmente ravvicinati, l’affitto, le bollette, l’arrivare a fine mese, quale sarà il prossimo lavoro, che nel futuro al più ci sta una vacanza piccola, una partita con gli amici. Tutto diventa distante nell’indigenza e non c’è tempo, e modo di pensare, in grande. Questi uomini, perché ragazzi non lo sono, non credono più, né in Renzi né in quelli che lo contrastano. Sono distanti, come te, eppure vivono qui, ma non guardano al futuro, perché non riescono ad immaginarlo se non come somma di piccole/grandi difficoltà personali risolte.

E’ finito tutto, amico mio, e noi non ce ne siamo accorti, persi come eravamo nella cristallina forza delle convinzioni, degli ideali. Non ce ne siamo accorti e così siamo corresponsabili, perché non abbiamo saputo far evolvere le nostre ragioni del cuore e dell’intelligenza. Battuti non dal nuovo, ma dal vecchio che riemerge nel liberalismo trionfante. E così anche quello che si era duramente conquistato, è vetusto e si butta. Non è più vero che i diritti sono per sempre, scadono come il latte, ma noi non lo pensavamo. E’ la nostra sconfitta e non c’è più tempo per riprendere le bandiere rosse gettate nel fango. Almeno tu sei distante, leggi di questo Paese con la giusta misura e lo collochi nel tempo dilatato che si ha da lontano, cambierà perché in altri modi qualcun altro si incaricherà di rispondere all’ineguaglianza e all’ingiustizia. Sono un vecchio trombone, mio caro, borbotto e tengo lontano il cinismo, almeno quello, perché se qualcuno ha perduto non devono perdere tutti, anche quelli che verranno. Immagino ci sia una terza via, qualcosa che sia davvero nuovo e consideri un valore il cammino fatto. Adesso siamo un vicolo che non avevamo previsto, e non abbiamo un testimone da consegnare a qualcuno. E questo, credimi, rende oltremodo tristi. Ma qualcun altro si arrampicherà su per i muri e vedrà il giorno. Com’è, non come lo raccontano. Non noi. Ma questa speranza mi basta e forse può bastare anche a te.

Ti abbraccio con quella parola che ci piaceva tanto: compagno. Come un tempo, come adesso.