canzone

Poggia le tue mani sulle mie
ho nozioni imprecise,
e non so cosa tu sentì. 
Se annuso la tua pelle
la sento rabbrividire,
ma non son sicuro di nulla:
credo sia il grigio che dilaga attorno.
Posso solo ascoltare
e fraintendere te, non me.
Ho nozioni imprecise
e ciò che non ho imparato
non l’imparerò mai più da me.
Insegnami di te,
mentre molto accade intorno,
mi basta saperti dalla pelle,
dal tuo sussurro se ti lasci andare:
sarà il calore che mi parlerà di te.

2001

Quello precedente era il 2 millesimo post su wordpress. Non è stato difficile scriverli, è stato lungo. A volte faticoso. Mi sono accorto, ma io sono un po’ lento, che da tempo il linguaggio vorrebbe essere più fluido. Liquido, come direbbe Bauman, in sintonia con me stesso e con il mondo. Se penso allo scarnificare le parole praticato prima, oppure al loro rigonfiarle d’aggettivi ventosi poi, o ancora al suono cercato assieme al ritmo, posso dire che un po’ di sperimentazione l’ho fatta. Ma nello scrivere pubblico ognuno sperimenta sé stesso, cerca qualcosa in più, foss’ anche l’apparire ortografico e lessicale, più curato di quello che solitamente offre al proprio silenzioso scrivere. O anche solo il rileggersi e correggere, cosa che magari spesso non si fa. Anche fossero queste lezioni a sé nell’apparire, ci sarebbe un educarsi. Quindi questa è una scuola che riguarda chi scrive e la sua cercata verità; e che, indipendentemente dagli obbiettivi, dai risultati, dalla soddisfazione che ne trae, è qualcosa in più rispetto al non provare, al non dire per timidezza, al limitarsi perché qualcuno un giorno, secondo parametri oscuri, decise che lui, proprio lui, non era portato, non scriveva bene. Se la realtà è una dura maestra, la memoria, lo sguardo, la fantasia, il dubbio, non sono da meno. Non c’è nulla da mostrare, ma molto da vedere, e in questo mostrarsi ci si mette in gioco. Così per il 2 millesimo post, m’ è venuta l’idea di fluidificare la lingua, di cominciare ad inventarne una di personale da usare talvolta per me. Uno scrivere privato per capire dove s’inceppano le parole e dove il suono diventa significato. Il gramelot esiste da sempre, non solo in teatro, è un linguaggio da bambini oppure da kabbalisti esoterici. Però entrambi credono nella magia delle parole e amano il mistero e quindi s’assomigliano. Bisogna essere un po’ apprendisti e credere nella magia per pensare che le parole abbiano la vita che ciascuno gli dà.

Come me, per l’appunto.

tempo 2.

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Frammento sulla fine della giovinezza … 

Non era coinciso nulla. Maturità, attese, posizione, amore, situazioni. Nulla che avesse un posto predefinito, che potesse far dire: c’è un prima e quindi un dopo. Così nel flusso tutto, semplicemente, continuava mutando. Anche i fatti avevano una loro singolarità, ma erano fatti. E non era un giudizio di valore, certo che l’importanza veniva sentita, ma erano accadimenti, con una loro meccanica che includeva il mutamente. E non poteva essere diversamente proprio perché erano importanti ma umani. Forse che prima d’essi, non c’erano stati altrettanti, e magari più profondi, mutamenti? E allora se non si quietava il confluire dell’accadere, nello scorrere tranquillo (pareva che l’idea di flusso fosse quanto di più vicino al tempo che viene vissuto, indossato a pelle, e acconciato a sé), se questo non s’allargava e rallentava, allora non si capiva dove fosse un prima se non per cronologia, oppure per quella localizzazione che era più una mappa dell’anima che di luoghi.

Si poteva dire: allora, in quel giorno, ero qui, sentivo questo. E la geografia di sentimenti avrebbe avuto un suo perché assoluto, com’ essa fosse il vero portolano che descriveva la rotta d’ una vita. Però di molti anni non restava traccia, come se essi si fossero consunti in un grigiore di candele senza presenza. Neppure delle infinite sequele di piccoli piaceri, di incontri, di discussioni accese, di mondi ardui, di sentenze scavate a fatica, feroci, apparentemente definitive, restava traccia, come se quel lasso di tempo lungo, e in sé ben vissuto, fosse infine privo d’un colore definito, e per questo utile a sé solo. Guardando il passato, esso era una sconfinata serie di piccoli avanzamenti, un pullulare di fatti, di cose, di eccezioni uniche, poste su un turbolento orizzonte avanzante e non una sequenza lineare per cui ciò che era stato nuovo, ora fosse in uno scaffale. Semplicemente era stato prima. Non era definitivo in sé, era accaduto e non aveva chiuso nulla davvero. Quindi la vita poteva essere una infinita serie di aperture o di chiusure e stava in noi scegliere l’una o l’altra condizione e quindi il definitivo prima e l’assoluto dopo.

E la giovinezza finiva davvero assieme alla sua follia? E se la follia non terminava sarebbe sfociata nella pateticità? Chiedersi quando finiva la giovinezza era dare una data alla follia del corpo, all’eccesso portato sorridente oltre il suo limite, ma il pensiero che lo guidava, che attingeva goloso al nuovo e lo gettava in quel flusso, ed era ricco d’ansia costante d’incompiuto, di lasciato in disparte, e di nuovo che sorgeva, poteva esso generare, combinando tutto, una condizione d’essere non connotata. Libera da collocazione e ruolo, rispondente a sé e alla propria percezione del mondo. Pensava di sì, perché non poteva fare altro se la vita apriva. E solo il patetico, e il suo farsi ridicolo, era da evitare con accuratezza, per non essere caricatura di se stessi. Insomma corrispondere a ciò che era ed evitare, l’insania suprema del ridicolo. Assomigliarsi per vivere bene il tempo proprio, non un’età.

saper voler bene

Il prete ha detto: sapeva voler bene. La chiesa era piena. L’ha notato anche lui, il prete, sapendo che non capita in questa stagione.

Saper voler bene non è da tutti, non l’insegnano. Neppure in famiglia, e così bisogna imparare da soli. Tutti, o quasi, chiedono qualcosa, hanno un bisogno, una ferita, un buco da colmare. Chi sa voler bene, ascolta e fa quello che può. Tiene il cane, il bambino, la spesa, sposta un mobile, guarda negli occhi. Restituisce affetto alla paura di non essere ascoltati, capiti, amati. Voluti bene, insomma. E non serve sapere molto, anche se lui sapeva molto, è la semplicità dell’ascoltare, dell’avere principi e del vivere in conseguenza, che dimostra il voler bene. In chiesa c’erano molte persone diverse che non si conoscevano, il voler bene è egualitario, guarda negli occhi, si mette allo stesso livello. E’ uno stare tra gli altri che rende la presenza, parola.

Non so cosa credesse davvero. Penso alla religione. Di sicuro credeva all’amore. Lo perseguiva vivendo. Questo partiva dal suo cane e finiva nella persona incontrata per caso in quel suo angolo di strada dove lavorava. Lo faceva con naturalezza, con tutti gli errori che fanno di un uomo, un uomo.

Faceva caldo nella grande chiesa. Pensavo che la differenza tra noi è proprio nella capacità di saper voler bene. Che magari voler bene significa dare ad altri per restituirci qualcosa. Qualcosa che ci manca oppure che è la necessità di protenderci per toccare una mano; che è poi come toccare un cuore. Magari è un bisogno che abbiamo tutti ed esprimiamo in linguaggi differenti, troppo rigidi. Pensavo. Oppure è un bisogno troppo grande che devia e non dà nulla e chiede solo, e così genera tristezze infinite, perché non verrà mai colmato.

E pensavo anche che dipende da noi imparare a voler bene.  Che nessuno lo insegna perché è eversivo e cambia le cose oltre alle persone. E’ rivoluzionario saper voler bene. Lui lo sapeva fare. Così, io che non amo le cose fuori ambito, guardavo e sentivo quella strana cerimonia che facevano per lui, prete compreso, come bella e adeguata. 

caldo notturno

Mia cara, fa un caldo improvviso, aggressivo. Stanotte sono andato a letto tardi, non ho spento subito, come sempre. Leggevo dei racconti di A.L. Kennedy e mi piacevano. Mi sono chiesto che significasse quell’A. L., rigettavo il pensiero a stamattina, però ci tornavo: Anne? Luise? Era comunque una donna, e descriveva gli uomini in prima persona, con la precisione distratta di chi ne conosce i desideri, i tic, le abitudini. Pensavo che ci assomigliamo in maniera imbarazzante e che solo la sguaiataggine ci impedisce di capirlo e metterci un freno. Magari lo chiamiamo pudore, ma è paura di perdere l’unicità.

Poi mi è venuto sonno e ho dormito a sorsi lunghi, con qualche risveglio per il caldo e sogni che caleidoscopiavano, frangevano in piccole stanze di storie. Sconnessi e connessi alla realtà, come sanno fare i sogni. Ho avuto l’impressione ci fossi anche tu. Mi ha svegliato uno squillo di telefono. Anche se mi sono alzato in fretta, non suonava più. Cercavo appigli con la realtà, dov’ero, dov’era il telefono. Al solito posto: lo schermo era nero. Nessuna traccia di chiamate, un’impressione. Non ero ben sveglio, anzi ero ancora preso dall’ultimo sogno. Mi muovevo piano, con gli occhi semichiusi per tenerlo legato. E ascoltavo le impressioni, ovattandole: una luce tenue, grigia e rosa, dalla finestra ,il pavimento di legno sotto i piedi, fresco e amichevole. Passando davanti allo specchio  sembravo senza colore. Mi sono sorriso per un momento, bagnato il viso e poi tornato a stendermi sul letto. Dalla finestra aperta entrava aria e il canto delle allodole. Ho cercato di riprendere il sogno, a braccia e gambe aperte, lasciando che il fresco mi percorresse. Era un entrare ed uscire dalla veglia, come fosse acqua e nuotassi piano. Poi tutto si è annodato nell’ultimo pensiero cosciente del corpo e ho ripreso sonno. Era davvero presto.

p.s. A.L. sta per Alison Louise

distanza

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Il reale, di se stesso è ossimoro,

e non se ne vergogna,

anzi del suo opposto si fa beffe.

Così la vita tua si svolge,

anzi si dipana,

distante dalla cura mia,

e quella che metterei,

diviene racconto, parola,

gesto tenero e lontano.

Ora il reale,

contiene ogni ossimoro,

e si beffa d’esso,

e d’ogni suo contrasto.

E così, d’ogni tenerezza.

 

libri e fiori

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Più libri e meno mimose. Così consigliano i librai per l’otto marzo. Donando libri (e non solo l’otto marzo) mettiamoci anche un fiore, meglio se in vaso.  Il piacere del leggere, il conoscere, non sono mai in contrapposizione alla gentilezza, anzi la generano, la esaltano. E’ la conoscenza arrogante, che non fa fare un passo avanti al noi e neppure all’io.

Le donne conoscono bene il valore del sapere e praticano la gentilezza, quindi meglio associare i simboli e non scinderli. Le donne mi hanno insegnato il valore del sapere e della gentilezza. Quelle con cui sono cresciuto mi hanno anche raccontato che non sempre avrebbero pagato, che non erano di per sé fonte di ricchezza o di potere, ma erano un piacere, avevano una loro felicità e generavano benessere. E soprattutto mi avrebbero permesso di parlare con me e con gli altri. E su una cultura hanno insistito in particolare: quella del rispetto a partire dai sentimenti altrui. Se cerchiamo questa cultura nei libri, solo i grandi scrittori ne parlano adeguatamente e ciò che sorprende è che le storie non siano mai scontate anche quando si sa come andranno a finire, perché è la persona che non è mai eguale. Ed è una “letteratura” dinamica e fondata su principi profondi quella che tratta del rispetto, in grado di separare il melenso da ciò che è carne e sangue e quindi verità.

Tutto questo le donne lo sanno e lo insegnano, basta ascoltarle. E donare loro un libro e un fiore significa dire che ammiriamo l’intelligenza e siamo conquistati dalla gentilezza. 

Che ogni giorno sia otto marzo, nella mente e nel cuore.

un campo di battaglia

Eri un campo di battaglia. 

Ed era vero. In un certo senso la battaglia infuria ancora. Non credo cesserà. Probabilmente non si vuole che finisca. Credo che la vera scelta che ci viene proposta al nascere sia tra il lottare o il subire e che si cerchi per tutta la vita una via di soluzione che ci permetta di essere chi siamo. Certo che nessuno te lo spiega, i genitori, gli amici, o gli insegnanti, tanto meno i preti di qualsiasi credo o razza, o gli psicologi da rotocalco. E neppure i filosofi te lo spiegano, che non c’è solo la battaglia ma che anche l’avversario si deve scegliere e che questo possiamo essere noi oppure gli altri. E se scegliamo di combattere con noi è perché vorremmo emergesse qualche verità, essere in assonanza, dalla stessa parte. Vorremmo far la pace con noi. Forse per questo quando si pensa alla pace si associa l’idea della quiete, e la quiete ci riguarda assai.

Tra le diverse sensazioni sulla quiete, una sembra convincermi più di altre e non è la tranquillità, ma qualcosa che assomiglia molto all’equilibrio dinamico della corsa: ogni posizione di per sé porterebbe alla caduta, tutte assieme e coordinate sono un insieme armonico d’equilibrio che porta innanzi con gioia. Quindi la quiete e non il silenzio dopo lo scontro, lo sfinimento che aggredisce e lascia senza pensieri e forze, la capitolazione sino al prossimo confronto. Basta essere leali, usare l’autoironia (l’altro è tremendamente serio) e riconoscere quando l’altro ha ragione, ma non deflettere se si sente dove sta il bene per noi.

Mi sorprende poco che tu l’abbia visto così chiaramente ch’ero un campo di battaglia. Il tempo scorre molto, però si ferma davanti agli occhi di chi ci guarda attento; e quando si vuol bene si indaga sulle sensazioni, mentre i dati di fatto e le definizioni da dizionario sono così incontrovertibili da lasciare freddi perché sono caselle in cui nessuno davvero ci sta tutto: conta la persona e ciò che suscita davvero. Forse sentivi il rumore del ferro, l’odore di fuoco che brucia, l’inquietudine che non tiene fermi. E’ per questo che ora vorrei dirti che ho cambiato strategia e modo di combattere, che m’interessa poco vincere, ma non torno mai indietro e questo mi dà un vantaggio incredibile, ho misericordia per chi combatto, per quello che è stato. Lo capisco anche se cerco di non farlo prevalere. Forse per questo i momenti di quiete sono maggiori e il campo di battaglia continua ad armi pari. Non finirà mai, eppure ogni miglio che conquisto, ogni pollice aggiunto è un passo verso una quiete che ci tenga assieme. Io e l’altro che poi sono sempre io.

Sai qual’è una piccola verità che ho capito? Che quando combatto dentro se vado un po’ avanti anche gli altri attorno ne hanno vantaggio, non è il mio scopo principale, ma è così. E vale anche per i momenti di quiete, capisco di più, sono più morbido pur restando me. Credo sia questo il senso di tutto questo lottare, trovarsi per trovare gli altri, capire un po’ di più insomma. Ed essere inflessibili quando conta davvero. 

buon compleanno Papà

Oggi compiresti cent’uno anni, ne hai potuti compiere poco più di metà. E’ stato un peccato per tutti. Ho pensato spesso a tuo padre in questi mesi, al Nonno. Alla tua nascita in Germania, al rientro concitato di tutti voi, al fatto che poi Lui sia morto troppo presto per Te. Anche per noi è morto troppo presto. Bisognerebbe che ci venisse lasciata la possibilità di decidere quando è ora di andarcene e invece questo non ci è concesso. E’ una banalità ripetercelo, e comporta una serie di conseguenze sul vivere il presente, ma non impariamo mai. Neppure Tu hai imparato. Ho pensato a quanto ti sia mancato tuo Padre, al ricordo che ne potevi avere, Tu così piccolo quando morì, ai bisogni che sono rimasti senza risposta. I tuoi occhi azzurri avevano dentro sia la malinconia che il sorriso. Non parlavi molto, però le tue parole erano ricche di sentire, di passione quando erano rivolte alla realtà, alla politica, ed erano piene di amore quando parlavi di noi. E poi ascoltavi, ascoltavi molto.

Siamo stati assieme molto meno di quanto era necessario, sono sempre troppe le cose che non si sono condivise, quelle rimandate, quelle non dette. Chissà come mi vedevi, cosa coglievi delle mie contraddizioni, della mia fatica di crescere così diversa dalla tua. Per piccoli, fortuiti, incontri ho avuto pezzi della tua vita che non venivano da Te, dai racconti di guerra, dalle difficoltà del vivere di cui parlavi poco e dei momenti di coraggio, di cui parlavi ancora meno e che c’erano stati, eccome se c’erano stati. Un tuo amico di gioventù, lo riconobbi che era già vecchio, e fu un caso, anche se ci conoscevamo da anni ed eravamo entrambi compagni di partito. Un giorno gli dissi che ero tuo figlio e gli si illuminò il viso, e fu come se la vostra infanzia e giovinezza comuni emergessero di colpo col loro carico di emozioni. Mi parlò del tuo talento nel giocare a calcio, delle palle di stracci, delle difficoltà economiche, del lavoro, della vita pulita e orgogliosa, delle idee politiche comuni nate in quella parte di città antifascista e popolare che io ho frequento ancora. E poi si tacque felice e commosso. Il passato era vostro, potevo capirlo fino a un certo punto perché poi diventava un sentimento personale.

Nei molti anni passati da quando te ne sei andato, sei tornato nei sogni, nelle cose che hai lasciato. Saresti stato un buon compagno per i tuoi nipoti e invece ti hanno conosciuto attraverso i tuoi figli, ti hanno visto in qualche piccola fotografia che ti mostra dentro a un carro armato in Libia, oppure ben vestito con i tuoi amici, o con la Mamma, a braccetto, felici e giovani, quasi ragazzi. C’è sempre un sorriso in quelle fotografie, diverso in ognuna e mai pieno, c’è un trattenere l’esteriorità che è riserbo perché i sentimenti si vivono dentro e si dimostrano il giusto. Chi li condivide li capisce fino in fondo e questo basta.

Ci sono mancati dei pezzi di vita, non l’amore o il sentirsi profondamente, abbiamo continuato a parlare e a condividere come si poteva, anche se Tu non c’eri più. Non c’erano le parole ma ti ascoltavo lo stesso e poi facevo di testa mia, come sempre. Era il mio modo di staccarmi da Te e dalla famiglia per trovare una mia strada, e ha avuto le difficoltà che hanno gli adolescenti quando cercano più i motivi per avere un rifiuto che un permesso, perché quel rifiuto sotto intende interesse e amore. Poi si fa lo stesso, ma l’amore non è in discussione. Certo ci sono stati i miei rifiuti, non i tuoi, e così quando mi sono ribellato, c’era sempre amore nelle mie rivolte radicali.

Abbiamo discusso parecchio di politica nel ’68, io ero oltre le tue idee sempre nette e di sinistra, ma che escludevano che ci si dovesse dividere se si volevano cambiare le cose. Non mi bastava più questa visione e però se non sono finito chissà dove, è anche per tuo merito, per la tua concretezza, per il tuo senso della passione che deve durare e possedere la pazienza per mutare la realtà. Chissà se l’ho imparata da Te o dalla Mamma la pazienza. L’avevate entrambi, assieme all’ idea che un lavoro dev’ essere ben fatto, qualunque esso sia perché è un modo per dire chi si è. Non avevo la tua capacità manuale, ma c’ho provato e di questo perenne mettermi alla prova Ti ringrazio anche ora che forse dovrei pensare ad altro. Non penso spesso al passato, l’ho vissuto, però ho pensato che nelle vite, per un po’ si possono rimuovere gli anni, ma poi tornano tutti, senza neppure la mediazione creatrice del ricordo, del racconto. Ed emergono emozioni pure: mancanza, amore, comunanza, forza, tristezza. E ci teniamo ben strette quelle emozioni, perché lì ci ritroviamo davvero, chi c’è e chi se n’è andato.

Da un certo momento in poi gli anni li hai compiuti con noi, non quelli in cui eri vivo, ma quelli dopo, e la tua Presenza era altrettanto forte, perché c’eri e non c’eri più. E tutto quello che intanto accadeva di importante, in fondo, ti vedeva presente e quello che avremmo voluto vivessi non era più possibile. E mancava a Te prima che a noi. Cosa impossibile vero? A chi se ne va non manca nulla di quanto viene dopo, mancava a noi quel condividere e lo attribuivamo a Te, avremmo voluto ci fossi. Così ne è venuta tristezza assieme alla gioia di vivere, di essere qui e di tenerti con noi. Non so se ho ereditato quel lampo di malinconia che si mescolava all’allegria, nei tuoi occhi. Forse voglio solo riconoscermi e vederlo, ma lo sento, lo sento forte.

Buon compleanno Papà.

o roscopo, oppure?

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Mentre buttavo le briciole dal balcone, un piccolo assembramento di passeri si è radunato. Hanno becchettato quel che c’era, con molto senso della realtà, poi hanno divorato anche l’aggiunta, e infine sono sciamati in un volo corto fatto di fili e rami. Appoggi, insomma per stare a vedere. Siccome ho virtù aruspicianti, da quel breve volo, per inferenza statistica, ho tratto questo oroscopo egualitario, che va bene per chi ci crede e per tutti i segni, anche quelli sul muro e sulle scale che non si capisce mai chi li abbia fatti. E va bene pure per chi non ci crede l’oroscopo, perché al volo dei passeri nessuno si può opporre. Néanche Renzi o la U.E.

AFFARI: Distinguiamo, se per affari intendiamo gli aggeggi di solito elettronici, di cui non ricordiamo il nome, e a malapena la funzione, ma di cui certamente non abbiamo nozione del funzionamento, allora siamo circondati da affari che lampeggiano, rassicurano, inquietano e che sembrano avere una funzione consolatoria nelle nostre vite. l’anno a venire sarà ancora più ricco di questi affari che comunque non dureranno, e come gli altri si butteranno senza averne sfruttato le capacità. Se saprete coglierne il limite avvertirete anche un senso di liberazione e quindi affari nuovi vita nuova.

Gli altri affari, ovvero quelli che fanno i tipi in gessato, i conoscitori di vini pregiati che fanno bere agli altri il vino in tetrapack, i possessori felici e condonati, delle ville sul mare che costeggiano le nostre coste perché il mare è in loro funzione non per tutti, quegli affari lì andranno sempre bene. Per tutto l’anno e anche quelli a venire. Diciamo che i gessati appartengono a un altro universo che non ci compete e se i loro buoni affari fanno un po’ andar peggio i nostri, qualche motivo ci dovrà pur essere, ma per ora non sappiamo come metterci una pezza. Anche perché se mettiamo una pezza a loro restiamo un po’ col culo scoperto noi, che le pezze ormai le abbiamo lì.

LAVORO: nel 2015 chi avrà lavoro, lavorerà molto ma sempre con lo stesso ricavo. Alcuni si sentiranno dire: ti ho dato un lavoro e vuoi anche essere pagato? Ma allora non sei mai contento… Però si intravvederanno segnali positivi di uscita dalla crisi,e questo rincuorerà alcuni se avrà effetti pratici su di loro oppure deprimerà altri se non gli cambia nulla. Pare non sia una scelta possibile, quindi cercate di vivere al meglio e di aver fiducia. Per ora non costa nulla, la fiducia, anche se la si potrà detrarre dalla nuova denuncia dei redditi.

TECNOLOGIA: i passeri non erano passeri, erano droni, ma me ne sono accorto dopo. Sono sempre più intelligenti questi droni. La tecnologia ci coccolerà, affascinerà, convincerà per tutto l’anno e anche dopo. Ne saremo conquistati e compreremo un sacco di cose inutili e divertenti, che si rifiuteranno di funzionare quando servono di più. Saremo dipendenti e ci sembrerà di essere più liberi. Tutti i grandi marchi mostreranno novità che renderanno obsoleto e senza valore quello che non avete ancora finito di pagare. Le applicazioni che funzionavano tanto bene non andranno più con i nuovi sistemi operativi. E se con fatica avete imparato a far funzionare il penultimo ritrovato della tecnologia, dimenticatevene perché l’ultimo è diverso, più semplice e incomprensibile. Potete anche considerare cheperfino i droni passeri senza batteria non volano, che fare le 4 operazioni e scrivere su carta può persino risultare intelligente e senza attendere un black out mondiale cominciare a preferire la concretezza del legno, del ferro, delle piume e dei cuori pulsanti (ossia dei sentimenti).

SESSO: L’anno è aperto e promettente, Marte si incontra con Venere, se entrambi hanno voglia. Se siete degli dei non c’è problema, saranno situazioni idilliache e memorabili, ma se non siete dei guardatevi attorno e pensate a quello che davvero volete, la scelta sarà tra la durata e l’estetica. Come per le lavatrici tedesche. Comunque sia la scelta, visto che le possibilità sono ampie e l’anno favorevole, scegliete il meglio. E se non è vero che chi fa sesso statisticamente (chissà com’è il sesso statistico) vive più a lungo è pur vero che si diverte assai di più. Meditate, meditate, ma non per per troppo tempo, poi datevi da fare.

AMORE: L’ anno che si apre, secondo i passeri-droni è favorevole all’amore. A quello in corso, a quelli non ancora nati, a quelli che si concludono. La pentola del tempo sembra contenga sia la felicità che il dolore e che l’amore abbia la capacità di cucire entrambe e poi di metterle a disposizione come al self service. Abbiate fame e prendete una bella dose d’amore, consumatela che tanto ce n’è ancora, innamoratevi di chi lo merita e vi corrisponde e se vi capita di guardare il soffitto al buio, non è segno d’insonnia o disturbi alla vista, ma della necessità di ascoltare quello che c’è dentro: siete innamorati.

POLITICA: Il premier nel discorso di fine anno ha detto che la parola guida del futuro sarà ritmo: preparatevi a ballare. Sulle possibilità che questo sia un Paese tranquillo, i passeri-droni sono stati chiari: non sarà così. Ci sarà invece tutto il campionario di promesse, improperi, dileggi, speranze che fanno parte della politica non noiosa. Si vota il nuovo capo dello Stato, se ne avete voglia ci sono modi interessanti di partecipare attraverso gli allibratori di scommesse di Londra, di sicuro avranno più brividi delle quirinarie di Grillo. Forse si vota oppure no, ma il vero fatto nuovo è che il premier attuale non giura più sulla testa dei figli, come uno precedente, cosa che rassicura i figli, ma non il resto del Paese. Però promette il cambiamento, quindi non preoccupatevi ci mancherà niente. Allora dipenderà da voi occuparvi di politica, visto che neppure le elezioni mancheranno: potete fregarvene come fa il 50% degli italiani, aderire per opportunità a una parte come fa il 25%, credere a qualcuno o qualcosa per svariati motivi come fa il 23,5%, essere convinti di poter cambiare davvero le cose come fa l’1,5% degli italiani. Comunque sia la vostra scelta non illudetevi, la politica vi braccherà, vi costringerà a discuterne, influenzerà le vostre vite, vi farà inveire, vi darà delusioni e speranze, non le scapperete, allora tanto vale interessarsene davvero.

SELFIE: Sarà un anno favorevolissimo ai selfie, se ne scatteranno a miliardi. Aiuterà molto il riconoscimento momentaneo di chi li scatta visto che pare crescano i problemi di identità, e se nessuno sa chi è davvero meglio si scatti una fotografia e la metta su facebook, magari qualcuno lo riconosce. Tra le tante spazzature in crescita, dopo la plastica negli oceani e nei ghiacciai, ci sono i selfie. Se ne producono miliardi e sono usa e getta, solo che da qualche parte ristagnano e occupano memorie, cloud, sms, mail, social network, ecc. ecc. e stanno intasando tutto. L’anno che verrà non promette nulla di buono al riguardo, continueranno a moltiplicarsi finché ci sarà solo una immagine nelle teste di ciascuno, la propria.

TEMPO: Secondo una recente teoria  pubblicata su Nature da due fisici americani sulla direzione della freccia del tempo (i due intervistati, hanno accolto il giornalista in maglietta e calzoncini corti, con delle pantofole interessanti a forma di orsetto quantico) si sono detti contenti della teoria e perplessi sulla comprensione della stessa), sembra che a partire dal momento zero dell’universo, il tempo e la sua freccia si siano espansi in entrambe le direzioni opposte, per cui le frecce sono due, opposte e noi saremmo remoto passato degli antipodi della freccia opposta. Questo provoca una piacevole conseguenza: siamo già stati e abbiamo una possibilità di futuro che già esiste. Tanto vale approfittarne e viverlo allegramente.

Buon anno a tutti, il tempo è una buona cosa, usatelo.