la festa della liberazione

Il palco era collocato in una posizione inedita, tra l’università e il municipio. Guardava entrambi come se la libertà riguardasse il sapere e l’amministrare. L’università medaglia d’oro della resistenza da cui era partito il richiamo alle coscienze di chi aveva asservito anche il sapere alla dittatura. Il municipio avrebbe aspettato il 28 aprile per cambiare idea, non molti cittadini che ritrovarono nella parola libertà il modo di fare i conti con se stessi e con le proprie scelte. Questo pensavo mentre i discorsi proseguivano e il cerimoniale, così rigido e anacronistico, scandiva il susseguirsi delle corone da porre davanti alle lapidi dei caduti; la retorica evaporava significati che invece dovrebbero essere parte delle vite.

E così guardavo la traduttrice per la lingua dei segni, i suoi gesti che erano parole sintetiche e così esplicite da riassumere, non il ieri raccontato, ma l’oggi. La costrizione, il suo rifiuto, il disastro dei corpi e degli spiriti, l’ascesa della libertà, il dentro e il fuori, rappresentati e chiari nella nettezza delle mani che raccoglievano il senso e lo redistribuivano. Ero affascinato dal suo muoversi controllato ed essenziale, che non era un riassunto, ma il senso per quanti erano sordi. Le sordità e l’indifferenza senza gesti che le richiamino alla coscienza sono nei fatti, sinonimi. Adesso l’oratore parlava delle ultime, ancora più inutili stragi, delle torture efferate che si erano svolte in un palazzo poco distante, e le mani riportavano a sé quel dolore che le parole dovevano esprimere. Non erano cose lontane, in altri luoghi stava accadendo lo stesso. Resistenza e libertà, venivano prima l’una e poi l’altra e non erano gratuite.

Bisognerebbe avere coscienza che gli uomini sono unici quando viene praticata l’eguaglianza, l’asservire toglie ad essi la loro unicità ancor prima della libertà.

Le parole e i gesti della traduttrice aiutavano a riflettere, a considerare che fruivamo  di un privilegio che non era costato nulla ai figli e ai nipoti ma molto ai padri.

La religione della libertà di Croce mi è tornata a mente quando è stato evocato il nome di Antonio Gramsci, il cervello a cui doveva essere impedito di pensare, secondo lo stesso Mussolini. Oggi è l’anniversario della sua morte, ma quel cervello non smise mai di pensare, restò libero preparando la libertà di altri.

Così la cerimonia ufficiale finiva tra battimani e fanfare, si formavano i capannelli di persone che si conoscevano da sempre. Molti sorridevano perché si era sentita una giornata differente. Guardavo la traduttrice che ora parlava con le autorità, c’erano molti militari sul palco e pensavo che le sue mani, ora quasi ferme, avrei voluto spiegassero di nuovo quel gesto che aveva fatto alla fine. Sì, quando era stata chiesta, per la pace oggi minacciata, un’ azione agli uomini liberi, lei con le mani, aveva mimato la colomba che vola verso il cielo e mi era sembrato bellissimo.

19 marzo

Alle 11 già si prendeva il numero e c’era la fila fuori della porta. Alle 12.30 era finito il dolce speciale per la festa del papà, una torta con ripieno di nocciole e cioccolato con un bel 19 sopra.  E pure le focacce con le mandorle e la granella di zucchero, evocatrici di prati e scampagnate, erano finite. Oltre al profumo di zucchero che veniva dal laboratorio, restavano le commesse stanche e pochi altri dolci bellissimi, ma di ripiego. Insomma la razzia si era consumata e adesso nelle case, con le prime finestre socchiuse, ci si apprestava al pranzo con quel qualcosa in più che valeva a significare cose differenti. Alla fine, credo, fossero i bimbi a percepire qualcosa di festoso. I padri sorridevano, le madri apparecchiavano più o meno come al solito, ma in più c’era quell’evocare un ruolo, una particolarità che apparteneva ai maschi della famiglia. Eh, sì perché se uno non era padre, un padre l’aveva pur avuto e tra i nonni e i figli c’era un’intesa verso i nipoti che trasmetteva qualcosa che doveva pur continuare. Tutto questo era generato da una festa commerciale, che aiutava il pil cioccolatiero, e magari induceva a qualche dono tra compagni di vita, ma che aveva la sua maggiore rilevanza dal basso verso l’alto ovvero dalle figlie e figli verso quei padri più o meno anziani che erano ben inscritti nei codici delle vite vissute.

Nel bene e nel male. 

Forse proprio in questo ricapitolare ciò che c’era e ciò ch’era mancato si trovava il senso di quella paternità esercitata e ricevuta. Tutti noi siamo figli di un equilibrio di identità, o meglio del suo disequilibrio e la gratitudine portata ai padri è la stessa che portiamo alle madri. Però differente. Nel senso che dal padre ci si aspetta un bene sconfinato e una protezione che si aggiunga ed integri quella della madre. Ci si attende che ci sia quando non si ha voglia di parlare ma la sofferenza emerge. Lo si vorrebbe interlocutore e accogliente, non giudicante e portatore di risposte. Servirebbe sicuro, fermo, amorevole. Poi ciascuno nel fare il padre dà quello che ha,  ci sono padri avari e padri inutilmente prodighi, né agli uni né agli altri viene chiesto dai figli, se non di essere capiti e amati. Anche chi ha le migliori intenzioni quasi sempre travasa ciò che gli è mancato, i suoi luoghi comuni, i concetti che hanno informato la sua vita. E sbaglia, ma per fortuna le capacità di autocorrezione dei figli sono molto elevate, e se non si risparmia loro la sofferenza del non essere capiti e accompagnati in quello che potrebbero esprimere, alla fine, anche attraverso la ribellione, l’equilibrio questi lo trovano.

Però oggi c’è un fenomeno che dilaga, quello dei padri che ci sono, ma lasciano alle madri il compito di reggere l’intero edificio familiare. Padri che abbandonano, che non pagano gli alimenti, che si pensano in una eterna giovinezza fatta più di sfarfallamenti che della costruzione di futuri comuni. Credo che di questo si parli troppo poco, che le madri dopo una separazione abbiano pesi ineguali ed eccessivi se il padre diventa evanescente. Il divorzio o la separazione sanciscono la fine di un rapporto tra adulti, ma non con i figli. E si dà per scontato che le cose si aggiustino con il diritto di famiglia o con i rapporti patrimoniali, invece dopo una rottura trovare un padre adeguato è un processo di educazione del maschio che nessuno gli ha insegnato. Si parla molto più, e con scandalo, delle paternità in coppie dello stesso sesso, dove i figli sono scelti e comunque partono con una grande dote d’amore, piuttosto che del fenomeno dei padri assenti. Nell’educazione del maschio dovrebbe esserci pure una educazione ai rapporti affettivi che comprenda la paternità,  e di come esercitarla in tutte le situazioni che la vita mette in campo, invece si preferisce darla per scontata. Soprattutto non si dovrebbe lasciare ai figli il compito di sopperire a ciò che manca in termini educativi, di cercare altri padri, di fare da padre a chi li ha generati. Ma questi sono pensieri scontati, che peròe  non cambiano le relazioni, non si impongono con norme, non sono educazione all’affettività e alla responsabilità. 

Non credo che il 19 marzo serva a questo, però tutti abbiamo avuto un padre che ha intersecato non poco le nostre vite.  Sono tra i fortunati che lo hanno sentito tale, anche se quando sarebbe stata l’ora di parlare tra uomini non c’era più. Però c’è stato e c’è ancora,  e tutti quei discorsi che non abbiamo potuto fare, li facciamo in silenzio. Oggi gli sarebbe piaciuto il dolce, avrebbe sorriso, e poi avremmo parlato di politica o di calcio, tra uomini. Ma non per la festa inventata per far vendere torte e regali, ma perché tra padri e figli ci si intende se si è compagni di viaggio e questo viaggio non finisce che con noi. Come il bene.

un vecchio signore di provincia

Un vecchio signore di provincia. Ecco quello che sono.

Mi piace la parola signore, come molte altre me l’ha insegnata mia nonna, prima in dialetto, sior, e poi in italiano. E aggiungeva la e finale per dare il giusto tono a ciò che evocava. Quella e metteva assieme il rispetto e la gentilezza, dovuti anzitutto agli altri, sennò che sior sarissito, uno de quei che gà solo più schei de i altri, ma no i xe siori dentro. E così insieme evocava il tratto un po’ distante che si doveva acquisire per chi cerca di capire gli altri ed è cosciente d’essere uomo.

Così questa ed altre parole fondamentali sono cresciute con me, si sono radicate nei significati, divenendo quasi ideogrammi di vita, sigilli per racchiudere contenuti ed esprimerli. Se gioventù sapesse e vecchiezza potesse, me lo ripete spesso un quasi coetaneo che guarda le cose con più distacco di me e ha un concetto del tempo più concreto del mio. S’approfitta, non di rado, della sua prima qualità e io ascolto e poi faccio a mio modo. Come sempre ho fatto. Come si fa ad essere vecchi? Mia madre a 92 anni non lo era e tantomeno mia nonna, entrambe avevano molto da fare con la vita, trafficavano con essa e le davano l’impressione che essa avesse il predominio nella cronologia degli anni, ma non era così.

Sempre mia nonna, mi insegnò che lo scorrere, il lasciar perdere si diceva transete in dialetto e non aveva una sola parola che lo traducesse in italiano, perché era un atteggiamento che faceva parte della nostra cultura nei confronti della vita. Poi scoprii che era venuto direttamente dal latino transeat e che aveva attraversato i secoli e le invasioni, annichilamenti di civiltà, le rovine domestiche sino a definire un modo di vedere nei confronti della vita e del tempo. Passa e scorre. Transete. Non badarci troppo. 

Ho tenuto lo scorre perché il flusso avvolge come un abbraccio e fa sentire chi è davvero vicino. Non è facile condividere in un flusso. Bisogna parlarsi nel movimento, lasciarsi intuire, avere tempi coordinati. Chi corre troppo si perde e chi rallenta per suo conto è impossibile aspettarlo, ma se la fortuna assiste una vena di un flusso ne incontra altre di simili. Con loro riesce a parlare, il che significa condividere la sostanza delle cose: quelle preziose, quelle a cui si tiene davvero. E che poi, a ben rifletterci, si racchiudono in poche parole. Ciascuna così densa di significato da essere un contenitore e ciascuna contenente molta ricchezza di umanità per riconoscersi. Questo non ha tempo, ma spera solo nell’occasione di trovare chi può capire, perché in un flusso bisogna rispettare per amare chi è vicino ed avere lo stesso tempo, e viceversa. Cosa non facile, ma possibile.

Per descrivere ciò che ho attorno, ho a disposizione un lessico che si è costruito deponendosi negli anni, come quelle rocce limose che solidificandosi mettono in mostra diversi colori delle stagioni passate. Anche per questo c’è una parola della mia lingua materna che mi assiste ed è ponà. Parola che dice l’accoccolarsi nella cuccia, l’appoggiarsi a un sostegno comodo, ma anche e soprattutto il depositarsi. E quando ne chiedevo ragione a mia nonna, lei mi spiegava che come il mare lentamente deposita cose poco consistenti sulla riva sino a farne un terreno solido al camminare, così le cose, con dolcezza, si depositano dentro di noi e diventano ciò su cui troveremo sostegno.

Sono un vecchio uomo di provincia, che lavora il necessario per dirsi che sa far qualcosa e che sta tra libri e altre cose poco utili. Uno che si arrabatta col tempo, che lascia depositare le parole e ne tiene alcune come importanti per davvero. E quest’ultima frase potrebbe essere il curriculum a cui tengo.

ma c’era il sole?

ma c’era il sole? Sí, c’era. E faceva caldo come adesso? Certo. E i bambini c’erano? C’erano anche se restavano poco. E giocavano ? In qualche modo giocavano, i bambini trovano sempre qualcosa per giocare. Però avevano paura, tanta paura, ma anche si consolavano. Come potevano. E le loro mamme e i loro papà? Se li stringevano forte addosso o li tenevano per mano, finché potevano. Per dargli coraggio, come fa la tua mamma con te quando hai paura. E così la paura gli passava, vero? Si, passava. almeno per un po’. E poi?

Questa è la prima delle due domande terribili, perché la risposta è: li uccidevano. E di solito segue il silenzio e poi un’altra domanda altrettanto terribile: perché? 

Molti anni fa, quando mio figlio era piccolo e visitavamo luoghi come Terezin, mi chiedevo come si potessero raccontare gli eccidi, la shoah ai bambini. La risposta era quella di dire la verità entrando nel loro mondo. Dicendogli che esiste il male, che gli adulti lo devono contrastare e non subire e non devono avere paura di altri adulti che scelgono di uccidere chi è diverso. Ma perché questo avvenga esigeva spiegazioni lunghissime che i bambini non seguivano. Perché neppure lo noi lo sappiamo fino in fondo. 

In questa giornata c’è troppa memoria e domani più nulla. E nulla collegherà la memoria a quanto accade, eppure il male sarà ancora presente e vigile. La natura ci ha insegnato a scappare davanti al pericolo, ma oggi è anche difficile scappare e allora abbiamo una sola alternativa: combattere. E la risposta a quella domanda sarebbe: perché esiste il male e non ci furono allora abbastanza persone che lo combatterono.

Ma noi siamo in tanti adesso, vero, papà? E non lo faremo accadere, vero? Sí, hai ragione, siamo in tanti, vedrai che non accadrà più. Vedrai…

Almeno avere la speranza che quando si ripresenterà la bestia ci siano molti che vogliono combatterla. Almeno quello. 

di molte cose inutili a me il tempo porta ricchezza

Nella mattina dell’anno ho anzitutto riordinato i pensieri:
c’erano le sconnesse notti, gli eccessi,
l’onnipotenza dei piccoli poteri,
e gesti che mai avrei voluto fare.
Eppure…
Contingenze mi son detto,
perché accanto ad essi sentivo tutte le inutili sopportazioni,
e quelle che semplicemente avevano posticipato decisioni.
C’erano i silenzi e tutte le parole troppo tardi pronunciate,
e anche, mescolate, c’erano altre verità inutili, o beffarde,
tenere o bugiarde, comunque fraintese prima d’essere capite.
Una grande confusione s’è accumulata per aver vissuto,
e se tutto era comunque accaduto,
ora s’accalcava, bisticciava la sua importanza, pretendeva,
insomma il passato s’accapigliava,
e c’era necessità d’ordine,
la fatica di dare a ciascuno un posto.
C’era bisogno di disciplina per impedire che ciò ch’era stato fosse avanti al nuovo.
Così nella mia stanza interiore sono entrato,
ho visto gli scaffali piegati sotto il peso delle pagine incompiute,
la polvere accumulata su quello che era appena ricordato,
ho visto rilucere ricordi e bastava passare un dito,
c’erano passioni stanche e ripiegate,
un sentire acuto sciolto in lacrime passate,
le inconsulte commozioni,
e le troppe battaglie perdute.
Ho dissipato tempo nei talenti ch’erano sembrati.
Ho visto i timori nell’amare,
i rossori e l’esitare,
le faticose promesse mantenute,
ho sentito il cuore ingombro di scelte
e di fatiche,
di possibili vite mai sperimentate,
ma era passato,
confuso e sconclusionato.
Così pareva,
e allora mentre allineavo sulle pareti tutto ciò che sono stato,
piano liberavo il bianco su cui il futuro avrebbe spaziato,
cercavo la luce che l’avrebbe illuminato,
perché esso, nel vedere ciò che s’era accumulato,
ne fosse fiero e libero in ciò che sarebbe venuto.

se brusa la vecia

Il manifesto dice che nel pomeriggio in “prato” ci sarà il tradizionale rogo della vecia.

Allora le parole uscivano leggere e giocose, erano fiato d’inverno, vapore subito dissolto, seguito da un altro, per gioco, per sfida e così gli occhi che accompagnavano le parole, brillavano felici e impazienti. Allora.

Era l’attesa del sei gennaio: il mattino presto con la calza ripiena di dolci e un giocattolo nuovo, poi il pomeriggio, in piazza, il gran fuoco – ‘a parola par brusare ‘a vecia – fatta di fascine sovrapposte attorno a un palo con sopra una scopa sormontata da un manichino di paglia e stracci con tanto di cappello a punta. La vecia.
Ci sarebbe stato un fuoco enorme che mandava stelle di faville verso il cielo, e che a noi avrebbe infuocato il viso, rapito gli occhi, annullato i pensieri e messa una gran voglia di gridare, di meravigliarsi e ridere infagottati in cappotti e sciarpe di lana fatte in casa. Urla e parole staccate dal senso sotto lo sguardo divertito di genitori e nonni che ci avrebbero fatto assaggiare le mele e i peretti di San Pietro cotti e poi affogati nel vin brûlé. Ma solo due bocconi e un sorso, perché per i piccoli, c’erano caramelle e frutta candita.

” brusare ‘a vecia” era un rito arcaico, senza domande. Precedente ogni senso, ogni cristianesimo, anche se questo ci aveva messo di suo e la forma della pira e il mettere in “figura” una donna rimandava ad altri roghi ben presenti nel dire e nella memoria che non si cancella mai nelle generazioni.
Il male si bruciava e così la devianza, ciò che non rispondeva ai dogmi sociali, le streghe insomma ; sembrava ci fosse una consequenzialità purificante che veniva data per scontata e pur non essendoci prove dirette, per fortuna, non si raccontava forse anche in casa, di malefici subiti da altri, di misteriose croci sotto i letti, di corde e nodi affogati nella crine e di roghi di materassi e di benedizioni ripetute per scacciare la sfortuna dalle vite, dai raccolti.
E quella “paro’a”, il gran fuoco della befana, non indicava nel fiume di faville e fumo portato dal vento come sarebbe stato il raccolto in campagna. Non era forse così da sempre che i segni, il vento e il cielo potevano indicare cosa sarebbe avvenuto e che il vecchio doveva morire per rinascere nuovo?
Perché si bruciasse la befana che portava doni, non si capiva. Gli altri portatori di doni si tenevano in gran conto, babbo natale era una recente acquisizione ma nessuno pensava di immolarlo. I santi sarebbe stato blasfemo solo pensare di fargli fare una fine cruenta.
Restava questa vecchietta che per settimane ci avevano portato ad ammirare in qualche vetrina del centro e che era, sì un po’ sdentata e pure vestita da poveretta, ma sembrava buona e di certo tutto quello che aveva lo metteva per riempire calze e portare giocattoli. Non di eccelsa qualità i giocattoli, soprattutto poco solidi per mani e piedi poco rispettosi però, accidenti, era pur sempre una tra le pochissime persone buone che ti regalavano qualcosa.
Eppure quelle domande si spegnevano nell’attesa del rogo che chiudeva le feste, che riconsegnava grandi e piccoli al lavoro o alla scuola. Spariva la pietà astratta, se mai c’era stata, nelle fiamme che s’innalzavano alte, si urlava, si correva, si danzava senza saperlo e si prendeva freddo cosicché non di rado la sera c’era la febbre come complemento della gran scaldata ricevuta.
I roghi accompagnano l’umanità, con l’irragionevole presunzione di purificazione di chi li appicca, non mi chiedevo allora perché il fuoco desse gioia l’accettavo e basta. E neppure mi chiedevo cosa contenesse una tradizione, di quante paure e di terrori antropomorfi fossero fatte le vite. Eppure vivevo in una città che era stata culla della scienza, ma questo non era bastato per esaminare il legame tra parole, gesti, fatti accaduti. La bestia era sempre viva e solo pochi anni prima i nomi di quelli che poi sarebbero stati scritti sulle pietre d’inciampo erano persone vive finite nei campi di sterminio.

Sarebbe bastato togliere la vecia dalla cima del rogo e tutti sarebbero stati felici lo stesso, ma c’era qualcosa di così arcaico da estirpare che nessuno aveva il coraggio di farlo. Bisognava dare alle cose un nome, dignità alle donne, riconoscere che il male non aveva genere e lo si portava dentro e lì si vinceva. Ma tutte queste domande mica me le facevo e guardavo il fuoco, e gridavo e osservavo ammirato i fiumi di faville che si perdevano nel cielo, felice di non so cosa. Correndo e saltando assieme a tutti gli altri piccoli uomini attorno al fuoco.

cuocere il pane il primo giorno dell’anno


Fuori c’era il sole limpido e rosso del pomeriggio e un vento a piccole raffiche fredde. Tra l’una e l’altra l’illusione che si fosse quietata la lama gelida di tramontana. Gli abeti si scuotevano, i faggi vibravano perdendo le ultime foglie. Entrambi immagino osservassero i mucchi di rametti secchi e di foglie, che erano stati lasciati attorno ai tronchi ed ora si disperdevano in colonne e mulinelli.
Di questo inverno strano e senza neve attorno i ricordi di ciò che siamo stati, e nel farlo poi ne siamo sconsolati e attoniti per il risultato, come se il nuovo non fosse nel ripetersi di gran parte delle abitudini e dei gesti ma imprevedibile e meraviglioso nel suo risultato. Così pensavo augurandomi e desiderando per chi mi è vicino, sia l’abitudine con le sue certezze d’identità come il nuovo che essa produce e intanto infornavo il pana.
La sera precedente, c’era ancora luce, guardando dalla finestra avevo impastato il pane. A lungo e a mio modo, senza la meticolosa minuzia degli appassionati panificatori del web, piuttosto pensando al fare bene augurante del gesto, al coincidere tra parola e sostanza che risiede in qualcosa che poi diverrà intimamente nostro, ma non solo nostro perché sarà diviso con altri, e l’aggettivo buono lo distaccherà da qualcosa di consueto perché è sempre diverso e in fondo nuovo e il buono coincide più con la novità che col ricordo.
Cuocere il pane il primo giorno dell’anno e mangiarne anche nei giorni successivi in una continuità che appartiene a ciò che si fa lo sento beneaugurante. E anche come lo si pensa con la parola che diviene fare e non solo significato mi sembra un gesto significativo.
Nella laica modalità dello stare assieme a pranzo ci si sceglie, ma è già un dopo l’aver preparato, si condivide non il fare ma la parola che unisce, il cibo che dev’essere sapido, soddisfacente il corpo oltre il necessario. Così la convivialità che diviene eccezione e si distacca dagli innumeri pranzi e cene consumati per abitudine è già un ulteriore l’aver costruito il modo dello stare assieme, l’averlo preparato.
Così il fare il pane il primo giorno dell’anno è per me un fatto simbolico di qualcosa che precede ciò che avverrà poi in una sorta di auspicio dell’essere assieme. Fare il pane è uno sperimentare il senso del miracolo che avviene nel combinare e trasformare le cose. Mobilitare i lieviti, farli agire con le farine, aspettare i tempi e le temperature che li fanno prosperare, e lasciare che si esprimano nella semplicità del soffice e del bianco dentro un involucro di profumata croccantezza oppure sperimentare e dare un sapore ulteriore con l’olio o i semi.
Mi piace fare il pane e ancor più il primo giorno dell’anno, magari non verrà qualcosa di memorabile, non sarà qualcosa da confrontare con quello del fornaio ma è il fare che continua e si rinnova in gesti antichi ed è buono per più giorni.
Ci si innamora anche delle metafore per sentire la vita che è sempre nuova e non dimentica mentre continua.

a torpigna è natale

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A Torpigna è Natale, come ovunque. Ieri sera le commesse della coop avevano fretta ben prima che chiudesse il supermercato. Il pranzo da preparare per il giorno dopo, la cena che deve pur essere speciale, occupava i pensieri e qualche parola scambiata tra scaffali e casse. Avevano quei copricapi che dovrebbero far sorridere i clienti, cornini rossi da renna, palline tintinnanti, il pesciarolo col berretto rosso bordato di finta pelliccia bianca. Il supermercato ormai era vuoto di persone, finiti i cotechini, i capitoni, le orate e le spigole. C’erano ancora montagne di panettoni fantasiosi solo nei ripieni, ma la scelta era  caduta su quelli tradizionali, con i pandori d’ordinanza che, infatti, latitavano negli scaffali. Segno che la fantasia ha sempre lo stesso sapore nell’industria dolciaria e poi sanno tutti che tra due giorni saranno disponibili le novità a sconti inusitati. Siamo assuefatti, come i tossici, fin da bambini, il dolce non è più rarità e gioia, casomai capriccio, occasione di compagnia, se va bene, ma poi scompare dal ricordo. Il panettone un tempo era con i canditi e l’uvetta, non come dicono ora: tradizionale senza canditi. Scorza di cedro e arancia candita e uvetta di Smirne. E forse era l’unica cosa che s’imparava sul panettone oltre al sapore di Natale. Forse.
Le strade attorno a via di Torpignattara non hanno luci, i festoni con l’I ❤pigna sono riservati al tratto tra l’acquedotto e l’angolo della Casilina, ma nelle strade parallele i negozi sono gli stessi: quelli dei pochi romani e quelli bangla. C’è qualche festone ma come ha detto la cinese del negozio dove trovi tutto o quasi: domani, siamo apelti melza giolnata. Domani era oggi, Natale. In questo mescolarsi di attese diverse, di popoli e abitudini differenti, Natale ha significati molteplici e quelli che sono arrivati da poco e da lontano, lo interpretano con lo stesso distacco interessato del vero padrone dei mondi, cioè l’economia. E sono proprio loro, quelli arrivati da dove il Natale era una festa d’altri che  ora vendono molti addobbi e regali, ma è solo business che domani verrà offerto a prezzo scontato.

Questo quartiere dagli anni ’20 ha iniziato ad accumulare abitudini e tradizioni differenti. Ai romani si sono aggiunti quelli che arrivavano da altre regioni e non avevano posto nei quartieri del centro. Già da allora Natale si festeggiava in modi differenti con lo stesso significato. Anche nell’emigrazione interna italiana, i gruppi hanno mantenuto i riti e i modi di casa, nel cibo anzitutto ma anche nel dare significati alla festa perché se è vero che in Italia anche gli atei sono sempre un po’ cattolici, i cattolici sono sempre un po’ pagani di ritorno. Analfabeti gli uni e gli altri in uno spirituale che ha bisogno di concretezza e che deve sovrapporre i simboli a ciò che conosce, la famiglia in questo caso. E la famiglia in Italia era uguale ma anche diversa, poi dagli anni ’70 ha iniziato a mutare e non si è più fermata così che ora procede per aggregazioni, per somma di affetti ma è altra cosa da prima.
Qui a Torpigna di famiglie ce ne sono moltissime e diverse, nella mattina di Natale alcune percorrono le strade parallele che confluiscono verso i binari del trenino, con i figli al seguito. Nei marciapiedi insozzati dall’incuria di tantissime omissioni (perché devo tenere pulito se non lo fanno gli altri?) seguono percorsi verso case di nonni e genitori. Il panettone al dito medio, la bottiglia impugnata, la borsa di plastica, robusta e capiente, con i regali. Qui si è fatta l’Italia che non riuscì a Cavour e Garibaldi. In fondo gli italiani li hanno costruiti le trincee e i patimenti di due guerre mondiali, l’emigrazione, il fascismo e la resistenza. Naturale che Roma, assieme a Milano è un po’ Torino fosse la sintesi di questo processo, mentre il resto restava sempre un po’ per suo conto, geloso più di ciò che non era più piuttosto che di quello che era rimasto: il dialetto, la cultura, i significati.
In questi palazzoni che mescolano abitanti di molte provenienze, si legge la stratificazione di un secolo. Su un palazzo, nello stemma vuoto di simboli, c’è scritto: anno VII, dell’era fascista naturalmente che poi era non fu, ma chissà nel ’29 cosa si pensava del Natale. Di sicuro la chiesona immensa e vuota di ieri sera, non c’era ancora, però non mancavano quelli che sembravano punti fermi e poi si sono rivelati fragili. C’era la famiglia, perché era quella di prima e uno se la porta addosso anche quando è solo. C’era il Natale e il panettone come adesso, chi poteva faceva il presepe.

Adesso lo fa chi vuole non per possibilità: i negozi cinesi e bengalesi vendono festoni e statuine, per loro è merce che adesso producono a casa e vendono qui. Percorrendo la strada verso il centro islamico c’è una vita diversa rispetto a quella del corso di torpignattara, negozietti di frutta e verdura strana aperti fino a mezzanotte, persone sedute sui talloni, macchine parcheggiate e cacche di cane. Poi le case che custodiscono indifferentemente gli uomini e le loro storie. Natale è una storia che parla con loro diversamente, Natale è un giorno, Natale è un’ipocrisia, Natale è il momento di fermarsi e di capire. Dentro le case ci si accoglie e ci si stringe, poi ciascuno ha un motivo che rende importante o indifferente il gesto. Sta a noi, e noi, significa tutti, dare un senso agli abbracci.
Fuori di un balcone due babbi Natale si arrampicano più per entrare e salvarsi che per portare qualcosa che non sia loro stessi, e in mezzo, tra ficus e yucche, una bandiera italiana, è un tentativo di dire qualcosa che conta.
Natale a torpigna è il mondo e ciò che conta è il cuore. È sempre il cuore.

che resterà ?

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Che resterà di questo tempo indeciso,

di questi giorni che scavano fossati,

che resterà delle pietre lanciate,

delle amicizie provate,

dei confronti infuocati,

che resterà delle speranze deluse,

degli scenari tracciati?

Rovine, resteranno rovine.

Dal dileggio non emergerà la speranza,

dei toni troppo alti resterà a lungo l’eco,

e chi si è riconosciuto non dimenticherà,

né per convenienza, né per stanchezza.

Di tutto questo c’è un peso crescente,

molti non hanno notato,

da tempo non guardano più,

però qualcuno se n’è stupito, 

altri cercano di pensare sia dovuto,

ma è un peso nel cuore che pulisce il superfluo,

che evidenzia destini sullo sfondo,

mentre trasale ciò in cui si è creduto.

Si è tracciata una riga 

e usato un bastone,

no, non sarà come prima,

e neppure come dopo,

come un tempo s’era sognato.

san Martino

In questo giorno i carri dei fittavoli e dei mezzadri, se l’annata non era stata soddisfacente, andavano in cerca di una nuova casa sperando in migliore fortuna. Perché di fortuna e non di diritto si trattava e se la mezzadria era già un passo avanti rispetto alla servitù, la vita di quelle persone era consegnata comunque all’indigenza, alla fatica, alla malattia, all’interminabile sequela di disgrazie che accompagnavano la miseria. Beppe Fenoglio ne parla in un racconto: la malora, cupo come la sorte che si accanisce, ma proprio l’etimo del titolo è sbagliato perché non si trattava di una condizione momentanea, ma di una vita di stenti e di insulti, di angherie che toglieva dignità alla persona. Le vite si chiudevano in silenzi cupi, con scoppi improvvisi di rabbia (ho raccontato tempo fa del delitto della contessa Onigo da parte di uno di questi quasi servi della gleba) e solo emigrare sembrava dare una alternativa, ma anche in quel caso i pochi che ce la facevano erano accompagnati da tanti che soccombevano oppure proseguivano altrove vite di stenti. Ebbene queste persone desideravano gli stenti e l’arbitrio di casa quando furono in guerra. Perché è bene ricordarlo, la guerra fu soprattutto di contadini contro altri contadini. Persone che guardavano il terreno e ne vedevano i pregi e i difetti oltre a scavarlo di trincee. Persone che conoscevano i nomi delle piante, ed erano in grado di usare gli attrezzi e di farli. Persone messe assieme in una accettazione del destino che investe chi non si ribella, ma che pensavano ai campi e ai lavori da fare a casa, alla miseria che cresceva finché loro erano al fronte.

Le lettere dei soldati dovrebbero essere lette e spiegate ai ragazzi nelle scuole. Credo che non sia rimasta alcuna percezione di cosa avvenne e quanto esso fu disastroso per le famiglie. Piccole prosperità distrutte assieme alle vite, orfani a non finire accanto a non pochi figli nati fuori dal matrimonio. Tutto venne occultato in una propaganda che parlava di santità della guerra e di una sua giustizia che non c’era e non ci poteva essere.

Penso ai comandanti e ai non tanti che vedevano gli uomini prima dei soldati, alla razionalità anche nel combattere contrapposta al puntiglio, che erano posizioni di minoranza di fronte all’inutilità di posizioni da raggiungere e abbandonare subito dopo, alla pianificazione di attacchi fatti di ondate dove gli ultimi dovevano camminare sui morti che li avevano preceduti. Cosa avranno pensato nel giorno di san Martino quei contadini già immersi nel freddo, nella paura di un ordine.

Ungaretti si guarda attorno e usa le parole scabre e definitive della poesia.

Eppure, lo dico per esperienza, se andate a san Martino del Carso non c’è traccia di queste persone. Se andate sulle doline del san Michele, non c’è la presenza di queste vite. Ci sono i monumenti, lacerti di trincea, ma non gli uomini, o meglio non la loro umanità.

Anni fa cercavo un luogo: la dolina delle bottiglie, dov’era morto mio nonno. Volevo rendermi conto di cosa vedeva, se sentiva l’odore del mare, se c’era terra attorno. Pensavo che qualche riferimento l’avrebbe rassicurato anche se non era un contadino. Il luogo non riuscii a trovarlo, non c’era nelle mappe militari, e al più si poteva indicare una zona. Così mi dissero, perché quello che scrivevano nei registri, spesso erano toponimi locali oppure nomi inventati dagli stessi soldati. Ma c’era comunque poca terra, una petraia e finte quote di colline inesistenti. Qualche lapide dispersa sui muri dei paesi. Nessun ricordo. Di centomila morti contadini in un fazzoletto di territorio non erano rimasti che i sacrari e le cerimonie delle autorità.

Ai ragazzi di adesso cosa viene trasmesso di quanto accaduto in quei luoghi, come si riesce a far parlare le vite per non disperderle nel nulla? Credo che l’identità di un popolo sia fatta non tanto della storia, ma della sua umanità. Che se dovessi parlare in una scuola a dei ragazzi delle medie direi loro della sofferenza del non avere identità, dignità. Gli racconterei non dei generali, quelli verrebbero dopo, nella sequela infinita di errori, ma di cosa pensavano e scrivevano quelle persone a casa, perché noi siamo cresciuti sulle loro vite. Gli direi che molti di loro conoscevano la famiglia e la fatica e molto meno l’Italia e che essere liberi, poter scegliere, era un privilegio.

E partirei da san Martino e dai traslochi per dire che un tempo la stragrande maggioranza di chi lavorava la terra e quindi del Paese, era precaria, ma che ci fu un momento in cui anche questa precarietà sembrò una felicità perché le stesse persone stavano peggio. E che san Martino era un militare che tagliò il mantello per darne metà a una persona che non aveva nulla. Era un militare che capiva la miseria e rispettava la dignità.

Sì partirei da questo.

Buon san Martino a tutti.