Chiamato a raccontare in tre minuti cos’è per me la vita, per uno e mezzo stetti in silenzio: bisognava dar tempo alla vita di nascere.
Poi aggiunsi un sospiro, che non era indecisione e neppure stanchezza, ma soffio. Come fa la vita bambina che scherza col sonno del bimbo che dorme ed è comunicazione, aggregazione, dolcezza dell’amor vicino.
Così mezzo minuto lo usai per dire che per costruire qualcosa, vita compresa, bisognava mettere assieme, stabilire una relazione tra diversità apparenti, usare la tenerezza del congiungere con legami forti e deboli.
Lasciai mezzo minuto di silenzio per pensare. Sono lunghi trenta secondi, ma servivano a capire.
Mi restava mezzo minuto, sorrisi prima di concludere, perché era difficile mostrare che viver bene è più che vivere.
E allora dssi che per farlo serviva tentare di realizzare la vita aggregandola con armonia.
E che quando accadeva era un ordine o un disordine comune che faceva scorrere mentre rasserenava.
Forse avevo usato più parole del necessario e il tempo s’era concluso.
La vita perdonerà, perché in realtà non c’era molto da dire, bastava vivere.
Non era coinciso nulla. Maturità, attese, posizione, amore, situazioni. Nulla che avesse un posto predefinito, che potesse far dire: c’è un prima e quindi un dopo. Così nel flusso tutto, semplicemente, continuava mutando. Anche i fatti avevano una loro singolarità, ma erano fatti. E non era un giudizio di valore, certo che l’importanza veniva sentita, ma erano accadimenti, con una loro meccanica che includeva il mutamente. E non poteva essere diversamente proprio perché erano importanti ma umani. Forse che prima d’essi, non c’erano stati altrettanti, e magari più profondi, mutamenti? E allora se non si quietava il confluire dell’accadere, nello scorrere tranquillo (pareva che l’idea di flusso fosse quanto di più vicino al tempo che viene vissuto, indossato a pelle, e acconciato a sé), se questo non s’allargava e rallentava, allora non si capiva dove fosse un prima se non per cronologia, oppure per quella localizzazione che era più una mappa dell’anima che di luoghi.
Si poteva dire: allora, in quel giorno, ero qui, sentivo questo. E la geografia di sentimenti avrebbe avuto un suo perché assoluto, com’ essa fosse il vero portolano che descriveva la rotta d’ una vita. Però di molti anni non restava traccia, come se essi si fossero consunti in un grigiore di candele senza presenza. Neppure delle infinite sequele di piccoli piaceri, di incontri, di discussioni accese, di mondi ardui, di sentenze scavate a fatica, feroci, apparentemente definitive, restava traccia, come se quel lasso di tempo lungo, e in sé ben vissuto, fosse infine privo d’un colore definito, e per questo utile a sé solo. Guardando il passato, esso era una sconfinata serie di piccoli avanzamenti, un pullulare di fatti, di cose, di eccezioni uniche, poste su un turbolento orizzonte avanzante e non una sequenza lineare per cui ciò che era stato nuovo, ora fosse in uno scaffale. Semplicemente era stato prima. Non era definitivo in sé, era accaduto e non aveva chiuso nulla davvero. Quindi la vita poteva essere una infinita serie di aperture o di chiusure e stava in noi scegliere l’una o l’altra condizione e quindi il definitivo prima e l’assoluto dopo.
E la giovinezza finiva davvero assieme alla sua follia? E se la follia non terminava sarebbe sfociata nella pateticità? Chiedersi quando finiva la giovinezza era dare una data alla follia del corpo, all’eccesso portato sorridente oltre il suo limite, ma il pensiero che lo guidava, che attingeva goloso al nuovo e lo gettava in quel flusso, ed era ricco d’ansia costante d’incompiuto, di lasciato in disparte, e di nuovo che sorgeva, poteva esso generare, combinando tutto, una condizione d’essere non connotata. Libera da collocazione e ruolo, rispondente a sé e alla propria percezione del mondo. Pensava di sì, perché non poteva fare altro se la vita apriva. E solo il patetico, e il suo farsi ridicolo, era da evitare con accuratezza, per non essere caricatura di se stessi. Insomma corrispondere a ciò che era ed evitare, l’insania suprema del ridicolo. Assomigliarsi per vivere bene il tempo proprio, non un’età.
Ieri a Firenze faceva un caldo becco, come si dice da queste parti. E anche qui, nella pianura che si immerge nell’afa a maggio e ne esce a ottobre, non si scherzava affatto. Lo pensavo, mentre il treno bucava la calura e trasportava qualche centinaio di storie incomunicabili e congiunte dalla comune sensazione di disagio. Questo pianeta non ci segue, e noi non lo seguiamo.
Il convegno era davvero interessante e il mio ruolo di moderatore di tavola rotonda, fumoso Cosìcon molta libertà circospetta, come mi accadeva a scuola, sono andato a usma. Termine che indica l’annusare dell’animale indeciso sul percorso, ma che una strada la deve pur trovare. Alla fine e durante, ero contento di ascoltare cose intelligenti e nuove. Perfino troppe, tanto che pensavo: ma dire anche un po’ di sciocchezze come nella vita normale magari alzerebbe lo scontro tra intelligenti e futili, invece tutti intelligenti erano. Però pensavo che fa bene sentire il dipanarsi dell’intelligenza e che anche ascoltare dubbi fa altrettanto bene.
Una riflessione che inopinatamente ho detto, riguarda il potere della scienza. Comunque più piccolo di quanto la scienza pensi rispetto alla politica e molto più grande di quanto essa pensi rispetto al senso comune. La scienza analizza e prova, trova risposte parziali, mentre da lei si vorrebbero soluzioni risolutive e immediate. Insomma si è sempre insoddisfatti dalle risposte che i ricercatori danno, perché la scienza ha un concetto di tempo disgiunto dalla politica e dall’economia, e guarda le cose nel loro evolvere, così questo non è capito dai quei due soggetti, che dovrebbero assicurarle i mezzi e la libertà di crescere. Parlando di sostenibilità ambientale e well-being è facile scivolare nell’apocalittico, e guardarci attorno non ci rassicura, così alla scienza in fondo si chiede di liberarci dalla morte e dall’apocalisse senza fatica e non di dirci: guarda che stai cadendo nel precipizio.
Ci sarà tempo e modo di entrare noiosamente nelle idee sullo sviluppo compatibile, ma ciò che m’interessa è dire brevemente una impressione. Noi siamo la nostra storia e le nostre attese. Abbiamo un vissuto, errori e qualche buon risultato, ma consegniamo la percezione di essere vivi, cioè agenti su noi stessi e sulla nostra realtà, ad alcuni momenti, spesso a fatti esterni a noi. Ed essi pur piacevoli o meno, hanno ormai il crisma della singolarità. Come se l’essere vivi fosse più un’abitudine che una cosa di cui essere grati a noi stessi e a chi ci ama. Il grande sonno senza sogni di quest’ epoca, in fondo è tutto qui: abbiamo chiesto ad altri di sognare per noi, di vivere per noi, di dirci cos’è buono e cosa non lo è. Eppure eravamo, e siamo dotati, di meccanismi che ci spingono ad addentare o succhiare la vita, l’indifferenza e l’assuefazione sono entropia del vivere. Allora della vita cosa ne abbiamo fatto? La stiamo impiegando nel fare o nell’essere vivi ? Insomma vogliamo viverla o no, questa vita che è poi solo nostra?
Le notti in cui si attendono i risultati elettorali, sono sempre strane. Se sei nella sede del candidato, guardi i visi, e nella luce che si fa impietosa, vedi la sconfitta o la vittoria, e senti la tua sul viso anche se non ti vedi. Poi pensi che da queste parti accade più spesso di perdere, sopratutto se hai scelto, da sempre, la parte in accordo con le tue idee. E dopo un’ora e mezza o anche prima, sai già com’è finita, però ancora non te ne vai perché speri che qualcosa cambi. Magari arrivi a mattina e i pensieri si svuotano man mano di contenuto, anche la tristezza, se c’è, si trasforma e diventa esame di coscienza e poi si anestetizza. È così anche stanotte, solo che contrariamente a molte precedenti notti uguali, domani non assomiglierà a ciò che hai vissuto. Il bilancio della vittoria o della sconfitta riguarderà il futuro di chi resta e di chi se ne andrà. Ma chi è nato salmone cosa può fare se non risalire la corrente.
Prenotazione tre mesi prima, fare coda allo sportello per la riconferma dell’esame il giorno fissato, spostarsi e fare coda per il pagamento del ticket, 47.15 euro, ritornare all’altro sportello per consegnare la ricevuta di pagamento. Coda. Tra la cassa e lo sportello ci sono 50 metri. Tre code, 150 metri, per fortuna ho le gambe buone e una discreta pazienza. Eppure questa è la migliore sanità italiana, così dicono. Ma la burocrazia e la logica sono allineate al livello di efficienza e di irrazionalità più basso. Non c’è logica , ne buon utilizzo del personale, perché?
Adesso pazientemente attendo che un’ora tassativa per me diventi reale per il medico.
Oggi si celebra molto. Si discute altrettanto. Si smarrisce parecchio. Ciò che si strumentalizza in fondo lo si giudica di poco valore, accade anche con la festa della Liberazione, vista la scarsa attenzione che ha ormai la carta costituzionale, rispetto ad allora. Sembra un passato vecchio, inattuale, ma allora è meglio questa broda?
Intendiamoci, partiamo da condizioni assolutamente diverse. Oggi c’è la libertà, allora non c’era, c’è un benessere che pure nella crisi non è confrontabile con quello anteguerra, c’è un dibattito politico, la critica, la possibilità di muoversi, una eguaglianza difficile, ma perseguibile senza giudizi di razza, religione, genere., tutto questo e molto d’altro nel fascismo non c’era. Però oggi c’è una minore considerazione sul valore di tutto questo, tutto si confonde e diventa uguale, o almeno si vorrebbe fosse eguale.
Revisionismi storici, relativizzazione del contributo dei Partigiani, ma essere stati dalla parte del giusto, aver lottato, cambiato il Paese, riscattata la dignità dei singoli e di un popolo, lottato per la pace, contro le stragi, le sopraffazioni, la fame avrà pure avuto una differenza sostanziale, o no? C’è da chiedersi, nella diminuita percezione del valore della democrazia, quali domande non vengono più poste a chi si occupa della cosa pubblica, quali germi crescono intanto. La Resistenza allora dette molte risposte, ai singoli e alla comunità, pose domande nuove e soprattutto ridiede la speranza a una nazione. Per molti anni abbiamo vissuto di quella speranza, anche chi si aspettava altro dalla Resistenza e si sentì tradito nel sacrificio, comunque ebbe speranza: le cose sarebbero mutate. E mutarono. Ma oggi il Paese vive una crisi che non è solo economica, manca di valori condivisi, questo genera un grande pericolo che il passato sotto altre forme, possa ritornare e che l’Italia, l’Europa ridiventino incubatori di ineguaglianza assunta a sistema, di razzismo, di xenofobia, di caduta di libertà individuali e collettive. Senza valori comuni, senza una religione della libertà, dove possiamo andare? Come potremo cogliere l’ingiustizia, l’illegalità, là dove nascono se non c’è una comune percezione del futuro che oltrepassi il benessere? La grande risposta dell’Italia liberata dalla Resistenza era in questo coniugare: giustizia, libertà individuali e collettive, benessere economico, eguaglianza. Se oggi sono ancora queste le risposte, gli obbiettivi che mettiamo alla domanda di futuro, possiamo celebrare, altrimenti quegli ideali incompiuti sono da compiere, e questo ci riguarda oggi e nel futuro. 70 anni dopo i valori, le prassi, le realtà non compiono gli anni, nascono ogni giorno e hanno bisogno dello sforzo, dell’attenzione, della passione per inverarsi nella vita quotidiana.
Per questo la Resistenza non finisce, ma continua per una società più giusta, eguale e libera.
Per onestà e chiarezza bisognerebbe porsi le domande vere che stanno sotto i problemi: cosa vuol fare l’occidente di questi uomini che fuggono da guerre e fame, non di rado indotte dallo stesso occidente? E se non vuole fare nulla, come pensa di respingerli? E’ meglio porsele queste domande, perché ora sono un milione in attesa, ma se il mondo continua a generare profughi e affamati, i milioni cresceranno. Le soluzioni evocate in questi giorni vanno dall’affondare i barconi con i profughi a bordo all’affondare i barconi nei porti. Lascio perdere la prima soluzione perché solo un nazista può pensare una cosa del genere, ma anche la seconda non risponde in realtà a nulla di concreto perché basta ricordare, e ce lo dice la cronaca datata di oggi, che i droni o i cannoni non distinguono tra amici e nemici, tra prigionieri e aguzzini. Inoltre il milione di profughi che ha attraversato il deserto o è fuggito dalla guerra in Siria o in Iraq, che fine farà? Possiamo dichiararci irresponsabili di queste persone? Diciamo che il problema lo deve risolvere la Libia, un paese nel caos in cui non manca la responsabilità dell’occidente?
Per questo le soluzioni evocate sono da bar sport, in realtà si sta scatenando una guerra per il cibo, l’acqua e la vita. E l’occidente non potrà chiudersi pensando di salvarsi. Non ci riuscirà perché il costo sarà talmente alto da non poterlo sopportare. né democraticamente, né economicamente e solo se rinuncia a depredare i territori, come ha fatto per secoli, ma al contrario, investendo e creando condizioni di pace e di lavoro potrà uscire dall’assedio.
Salvare se stessi significa, affrontare un’emergenza umanitaria, e contemporaneamente disinnescarne le cause: guerra e fame. Per questo emergenza e progetto vanno assieme: se i soldi che vengono spesi per arginare l’inarginabile verranno portati e spesi nei Paesi d’origine si invertirà il percorso dei profughi. Nessuno ha voglia di morire per strada se non fugge da una morte certa o quasi, ma questo sembra che i governi occidentali non siano in grado di capirlo. Serve un piano di aiuti per l’Africa e il medio oriente che consenta l’autosufficienza alimentare ed economica, con il contemporaneo embargo delle armi e l’imposizione della pace. Ma questo ha dei costi, forse per questo si preferisce l’emergenza e il dibattito sterile che genera: perché svia dalla soluzione reale del problema. Ma non perderemo il benessere raggiunto se si forniscono le condizioni di autosufficienza ai popoli, semplicemente evitiamo una guerra che già è in atto, anche se non dichiarata, e che, fosse solo per il numero, ci vedrà comunque perdenti. Quindi un calcolo di perequazione di risorse, di riduzione dei conflitti, la stessa diminuzione della diseguaglianza è oggi un calcolo logico, basato sul male minore: l’occidente cambia il mondo rendendolo più vivibile ovunque e conserva il suo benessere. Anzi lo può addirittura accrescere perché crea capacità economica, nuovi mercati non più basati solo sull’assistenza. E tutto questo non ha nulla di buono o santo è semplicemente l’alternativa all’uccidiamoli tutti.
E se fosse tutto un maledetto imbroglio questo mutare impercettibile d’opinioni? Non una dietrologia, un burattinaio che orchestra la rappresentazione, ma la semplice deriva degli interessi, cioè fare quello che conviene quel poco o tanto da lasciare uno spazio per la coscienza che si conservi una via d’uscita. Capire le ragioni del potere per trovare la convenienza, insomma, si sa che la coerenza non è solo ardua, ma faticosa e con prezzi da pagare. Pensiamo ai quotidiani, ovvero a chi fornisce le notizie e la loro interpretazione. Repubblica naviga in mare renziano, non basta la prolissa domenicale prosa di Scalfari per un giornale che ai tempi di Berlusconi, aveva fatto delle 10 domande al premier il controcanto del potere e ora di domande non se ne fa più nessuna. Che fosse tutta una questione tra imprenditori? Di inimicizie d’affari? Questa è dietrologia deteriore, ma lo smottamento, dapprima piccolo e lento, poi più forte e consolidato, c’è stato e ora la parte politica del giornale è chiaramente orientata, hanno sposato questa visione della società renziana. Capisco che al Pd la sparizione dell’Unità non faccia poi così danno, a poco serviva anche prima, ed Europa non è mai stato davvero importante. Ma cosa leggere allora? Il Fatto? Le acidosi di Travaglio? Può servire la continua denuncia e l’acquisto di dosi massicce di Maalox, per chi si sente impotente di fronte alla continua violazione di principi e regole? Poi se si pensa alle carriere costruite sulle denunce senza effetto qualche dubbio viene. In questa analisi della realtà, pur smaccatamente di parte e verbosa, la vecchia Unità funzionava bene perché aveva voglia di formare un Paese nuovo e c’era un partito che orientava una visione diversa della società e del futuro, ma dalla narrazione dello “sfacelo” quotidiano, che speranza può emergere? Capisco allora che in sostanza mi manca un giornale da prendere ogni giorno, che non posso leggere solo la parte culturale di Repubblica, che il Manifesto non è sufficiente, che se non c’è una informazione alternativa di popolo, non si va da nessuna parte. Che serve un giornalismo che evidenzi le connessioni tra ciò che dovrebbe cambiare e ciò che cambia. Il privilegio non è diminuito in Italia, non c’è nulla di nuovo, se più non si considera la riforma del Senato e l’abolizione finta delle province come la panacea dei mali del Paese. Pagano i soliti, al più si è dislocata l’attenzione altrove, ma il potere è intatto e ringalluzzito. Oggi siamo nell’era del cambiamento renziano, e le connessioni non sono così scontate, non c’è una critica che leghi presente e futuro atteso e ovunque emerge il pensiero: almeno qualcosa sta cambiando. E questo uniforma le coscienze nell’attesa di vedere che effetto che fa. In fondo questo nuovo non è la preparazione di qualcosa di diverso, più giusto, equo, ma il proprio coincidere con il mutare perché questo di per sé è diverso rispetto alla morta gora in cui il berlusconismo e l’insipienza della vecchia guardia Ds aveva collocato il paese. Ma basta l’analisi individuale per leggere la realtà? No, perché manca un progetto che riguardi i singoli e le collettività e questo progetto dovrebbe essere raccontato ogni giorno assieme all’analisi di ciò che va e di ciò che non va. Ecco perché adesso quando passo ogni mattina all’edicola non so più che comprare e mi pare un maledetto imbroglio.
In un libro di Nicola Lisi, diario di un parroco di campagna, si parla della vita che si svolge in una piccola comunità. Le feste religiose, i residui pagani, le credenze, le nascite e le morti. I fatti singolari si estrapolano da una sequenza di consuetudini acquisite non si sa come e tutto procede in una atmosfera sospesa. Anche i sentimenti sembrano solo personali e privi di effetti di mutamento e così il magico e l’inconsueto sono temperati, quieti . Tutto fa parte delle giornate che iniziano con un risveglio e finiscono con un riposo. Giorni tutti uguali che al più sono rischiarati dal loro grigiore da un senso d’attesa che qualcosa accada. Appena oltre i confini della parrocchia e del paese, succedono cose differenti e importanti, ma di queste arriva solo l’eco e raramente l’effetto. Questa era la condizione vera del mondo fino a 70-80 anni fa, e la tentazione del dotto o del protagonista era la vita quieta e l’estraniarsi dalle cose, proprio come accadeva nelle vite usuali, ma per scelta non per condizione. Poi le vite si dividevano tra vite immote e vite mobili, tra un tempo locale e un tempo universale. Ma di quest’ultimo tempo arrivava ben poco nelle case delle persone comuni, c’era al più qualche notizia da commentare, ed essa restava rigorosamente separata dalla gestione delle vite nel loro svolgersi abituale. Quindi c’erano due tempi che non coincidevano, e neppure spesso si toccavano: uno in cui si viveva e i cui non avveniva praticamente nulla e uno in cui avveniva molto ma che di fatto raramente riguardava le vite dei singoli. Anche i gravi sommovimenti storici, le guerre, gli eventi naturali catastrofici entravano nella memoria ma non mutavano le vite se non le riguardavano direttamente. Mia nonna ricordava il terremoto di Messina, ma questo non le aveva mutato condizione o destino personale visto che non era li, cosa che invece fece la prima guerra mondiale. Voglio dire che una sorta di impermeabilità del tempo vissuto nella propria vita rispetto al tempo dei fatti e del mondo era naturale quando non emergeva una correlazione diretta tra le notizie, i fatti e il vivere usuale. Ci si preoccupava di se e di ciò che accadeva in un raggio molto ristretto di metri, al più qualche kilometro, il resto era curiosità. Oggi che abbiamo la possibilità di conoscere molto di ciò che accade, che possiamo viaggiare con facilità, che siamo immersi nelle notizie, stranamente l’influsso sulle vite personali di ciò che accade non è mutato di molto. Viviamo apparentemente in un villaggio globale, ma la dimensione è quella della casa, di ciò che faremo tra qualche ora, in un fine settimana, tra qualche mese. Viviamo in una penombra serale che ha in se nostalgia e quiete e la percezione del mondo non agisce sui fatti e sulla possibilità di incidere sulle loro conseguenze, ma solo sulla distinzione se essi ci riguardano o meno e comunque ci penseremo domani. L”esortazione di John Donne sul non mandare a chiedere per chi suona la campana è ancora pienamente inattuata. Sappiamo molto ma non espandiamo il nostro tempo e così si deve ridurre la conoscenza, toglierle importanza fino a ridurla a un brusio di fondo che genera un’inquietudine costante. Viviamo vite inquiete perché il nostro tempo non coincide con il tempo del mondo, perché ne sentiamo la minaccia ma non interagiamo con esso. Allora la domanda diventa non tanto dove sono, cosa capisco, ma piuttosto: ciò che accade mi riguarda? E cosa davvero mi riguarda?
Ma cosa sentiamo davvero di comune e di collettivo?
Abbiamo sentimenti forti e individuali, l’amore, il disamore, affetti, solitudini e su questi regoliamo il sentire un po’ più profondo, generiamo stati emozionali che modificano i rapporti, e magari seguono un po’ le vite. Ma poi ? C’è un difetto di speranza che pervade lo stare assieme e si ripercuote sulle capacità individuali di venir fuori dal contingente, di superare i dolori e le difficoltà. Preclude anche la capacità di star dentro a ciò che vorremmo durasse. Insomma corrode l’idea che la vita abbia un discreto diritto alla felicità come bagaglio di nascita e ci rimanda alla precarietà, come nei tempi in cui le vite era molto più insicure. Questo devolverci a noi stessi come zattera unica di salvazione, ci consegna interamente alla fallacia, all’insicurezza dubbiosa delle nostre passioni dove ogni orgoglioso,e ottimista, per sempre, viene temperato dai fatti, dalle contraddizioni interiori, dalla testa e dal sentimento d’altri. Mancano le passioni collettive, che sono a loro modo più forti perché s’alimentano non dei dubbi di ciascuno, ma dalla necessità che scaturisce nell’analisi del reale, dalle certezze enunciate, sono pur sempre un divenire. Le passioni collettive non sono date in un adempimento vicino, ma includono la felicità relativa del sapere che si procede, e si conquistano posizioni, nella giusta direzione. Ebbene, queste passioni, oggi sono più flebili, quasi più petizione di principio che una forza condivisa.
Qualche sera fa, in un incontro politico dove, tra diverse parti della sinistra si discuteva sulle ragioni dello stare assieme, è stato consegnato un documento di 7 pagine, scritte fitte, con carattere 6 o 8 e interlinea 1, con moltissime parti in grassetto, sottolineature e un argomentare sull’imprescindibile. Pensavo, leggendo, che tutto questo ordinare per assoluti senza esercito, è debolezza intellettuale e fisica, e che esprime l’incapacità di uscire dalle gabbie e dai luoghi comuni dell’ideologia passata, ma che soprattutto impedisce di trovare ideali condivisi perché esso parte dal delimitare confini anziché evidenziare ciò che dovrebbe tenere assieme. Ho ricordato questo fatto, non perché la politica sia particolarmente importante, ma perché essa è misura della presenza o meno di ideali nella società, oltre le convenienze, l’interesse personale, il giorno per giorno. E del resto, non accade così anche nelle vite dei singoli, negli amori che si trascinano e ancora così si chiamano ma sono incapaci di futuro e di novità? L’immagine che mi veniva da quelle pagine e dalla loro assolutezza, da quel così o niente, era quella delle infinite riunioni, un tempo molto fumose di qualsiasi cosa si potesse fumare, e ricche di opinioni, in cui il numero spesso superava quello dei presenti, ma che alla fine non uscivano dai circoli, dalle conventicole, e non investivano la società proprio perché essa nelle discussioni era sbagliata e spesso astratta, priva di bisogni che potessero diventare cultura, insomma indocile a conformarsi al fine alto. E i bisogni venivano visti come espressione individuale, non gestibili in un bisogno che li contenesse, come se tutti avessimo le stesse paure, lo stesso corpo, la stessa età, gli stessi desideri. Non riuscire a capire che la passione nasce da un obbiettivo alto, ma si alimenta nel suo farsi, nel suo generare sentire condiviso, è il sintomo della difficoltà di questi anni.
Quindi mancano i modelli e i condottieri forti di pensiero, ma noi dove siamo e cosa sentiamo davvero? Perché non c’è attenzione e analisi per ciò che si ripete, per ciò che si accetta senza discutere? Cosa vi dicono queste parole: povertà, occupazione, lavoro, diritti individuali e collettivi, Ucraina, Isis, Libia, immigrazione, sicurezza personale e collettiva, libertà, democrazia, futuro, presente, patrimonio comune, altro da me ?
Finché gioco col mio computer, al più leggo, spesso guardo e non sento che un breve brivido di fronte alla minaccia, distolgo subito e passo ad altro. Lo so che finché non mi faccio domande posso solo soggiacere alla tecnologia, essere il suo punto debole e al più ricondurmi ad una virtualità di persone che sono come me. Nel mio aprirmi ad ogni cosa virtuale, nella mia curiosità vorace, resto in superficie, relativizzo ogni cosa, aspetto passi, anzi la faccio passare subito distogliendo lo sguardo e mentre penso d’essere aperto in realtà mi chiudo alle passioni comuni. La tecnologia così adoperata mi porta alle mie passioni e le rende totalizzanti, così ho un ambito in cui posso essere felice o triste, ma sarò inequivocabilmente solo. Ecco perché queste domande si accantonano, perché sono difficili e ci pare di essere inani di fronte a qualcosa che avviene, e avverrà, nonostante noi. Senza passioni comuni si fa strada l’idea di essere prigionieri di un dio che impone secondo caso e sua necessità, umiliati dall’assenza di un’eresia che cerca la verità e indichi una strada e che se non salva dia almeno dignità al vivere comune.
Non perdo la speranza, passerà l’inverno della solitudine e dello scontento. Lo so che non è nuovo agli uomini e che tornerà un sentire comune e forte, un motivo per cui siamo assieme. Vorrei fosse per scelta e non per necessità.