caldo freddo

Il cibo era appena tiepido. Non la conversazione e il dibattere, ma la besciamella del pasticcio, rappresa in uno strato apparentemente solido e laccoso, pattinava i discorsi, li rendeva perplessi e instabili. Così nell’affondare il coltello, nell’inghiottire rapido, c’era la ricerca del caldo delle viscere del cibo. Esso doveva pur fare da coibente ed aver conservato uno strato di calore interiore. Come un scendere nella terra alla radice delle cose che si vedono, oppure nel profondo dell’animo.

Caldo era il sapore atteso prima del gusto, il contrappunto al dire che, parlando di sinistra, di cambiamento, doveva essere caldo, e invece…

Caldo è il suono interiore della rivoluzione che porta all’uomo. Quindi quell’abbraccio di piacere e parola doveva esserci, e invece l’incipiente freddo, negava l’abbraccio. Rendeva ostico l’umore, il sapore, il senso e la ragione del mangiare. Più greve il discorso e frequente il vino. Un cercare calore per armonizzare la vita e il fare che muta.

Caldo e freddo come metafore della politica. Parlavamo di sinistra e di presente, la realtà era fredda e priva di sapore, il futuro caldo e coinvolgente. Bisognava cambiare ristorante, andare oltre la precarietà delle minestre riscaldate.

veloce vorace il bacio

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della tua velocità vorrei dire,
 
del tuo correre incontro,
 
del ribollir d’amore,
 
della libertà che si spoglia nel profondo,
 
della pelle nuda goduta,
 
lanciata, gridata, sussurrata,
 
ma che ancor più…
 
Ancor più vive e cresce nel lampo d’occhi,
 
e prima di socchiudere,
 
scruta l’ attimo, scava,
graffia d’intuito l’infinito,
 
veloce, vorace come il bacio,
 
come solo una carezza che entra,
 
e un corpo che non s’accontenta sa fare,
 
ma vuole il cuore.
 
E cosa meno del cuore
 
può accontentare l’essere?

pulviscolo

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Complice l’ora che preannuncia il meriggio (ricordate il meriggiare pallido e assorto?), tra le piante, s’ indora di sole un pulviscolo. Accade anche in primavera, ma adesso quello che allora era pullulare fertile di vita, esita a posarsi. Come intuisse che altro cadrà su lui. Foglie, piccoli rami, zampettare d’uccelli in perenne cerca di cibo, strati di materia ch’era viva altrimenti. Quel pulviscolo si trattiene in aria, s’appresta, ma non cade. È un funambolo che sfuma i contorni, attrae l’attenzione, segna la luce.

Sulla strada, auto veloci e disattente. Il parco è vuoto, neppure i bimbi lo frequentano, impegnati nel diventare altro da sé. A noi invece, con la voglia d’ubiquità che ci portiamo dietro, sfugge il mondo. 

In un segmento ci sono infiniti punti, ma solo due sono i terminali d’esso. Ecco, c’accontentiamo del punto A e del punto B, e ci pare una gran conquista l’esserci giunti a tempo, mentre il resto è solo suolo da calpestare. Peccato perché ha infinite meraviglie che durano un attimo e poi già sono altro.

del dolore

Faccio fatica a guardare la foto di una madre che abbraccia la figlia prima di essere uccisa perché ebrea.  

https://www.facebook.com/ShlomoVenezia/photos/a.10151253417964666.482792.44828619665/10153692251269666/?type=3&theater

Accadde innumerevoli volte e accade ancora. La contabilità dei numeri  non esprime la grandezza e l’atrocità del sentire. Così con ancora più fatica, penso e immagino, il dolore che hanno vissuto quelle persone. Un dolore che faceva preferire la morte. Quel dolore non ha insegnato nulla. E di questa morte, come di altre abbiamo testimonianza, ma di tutte quelle che sono state morti altrettanto dolorose e silenti, non resta nulla.

Può insegnare qualcosa il dolore? Intendo dire, ai popoli, ai governanti, alle persone comuni?

Può mutare una decisione, un gesto a qualcuno che non sia chi ha vissuto il dolore?

E se il dolore è solo un fatto personale, cosa resta di esso?

limitare

Limitare i sentimenti, deviarli, portarli in un angolo dove possano essere maneggiati. Racconta la psicoanalisi che il bisogno e la sua soddisfazione recingono i sentimenti in un luogo accessibile e ripetibile. I sentimenti tendono a dissociarsi dal desiderio e legarsi prevalentemente ai bisogni. La gestione omeostatica dei sentimenti, che esclude l’imprevisto dell’eros. È tutto così maledettamente complicato, interconnesso. Ci mancava la dimostrazione che gli atomi gemelli risentono del cambiamento dell’uno e dell’altro, indipendentemente dalla distanza che li separa. Che esista un’anima della fisica? E quella degli umani dove la collochiamo?

Limitare, confinare, sperare che arrivi da dentro un salvatore.

Michele Strogoff quando viene accecato con il ferro incandescente piange, non trattiene e salva la capacità di vedere. Chi si lascia andare all’emozione, chi non vuole dimostrare nulla e accetta la propria natura, ciò che sente, conserva lo sguardo.

È questo il pericolo maggiore che si corre nel voler ricondurre tutto al compatibile: la cecità.

Sul limitare, la soglia, il passaggio, il pericolo di cadere, l’inconosciuto. Nel superare la soglia il rischio del mutare, dell’essere mutati, di superare la nostalgia dell’innocenza, di andare oltre in una nuova sconosciuta innocenza.

un’idea

Quando nasce l’idea è tutto un fiorire di percorsi, di sviluppi, d’ alternative.

Il flow dell’idea, nascita-compimento, ha una spinta così forte che supera le alternative viste come difficolta verso l’obbiettivo.

Certo ci sono idee e idee, ma quelle che conquistano sul serio, sono un ribollire che scalda anche chi è vicino, lo coinvolge. E allora è uno scambiarsi, un intersecare proposte, un mettere assieme, un produrre che distilla gli obbiettivi e li rende a portata di mano.

E c’è un’euforia, un’ innominabile frenesia che è quasi passione.

Le persone che hanno idee da realizzare, sorridono. Poi molto verrà messo in disparte, ma se l’idea è buona torneranno fuori le strade non esplorate, germineranno altre idee.

E il tutto diventerà cose, fatti.

Per me funziona così.

volti

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Questa fotografia è stata scattata nel 1968, durante la festa delle matricole, poi di fatto abolita dalla contestazione. Non conoscevo gli studenti fotografati. L’ho conservata pur essendo priva di riferimenti personali. E di fatto non contiene nulla. Nulla di conosciuto.

Già allora mi piaceva fotografare volti, figure, corpi, mi sembrava che le storie contenute si potessero intuire da una espressione del volto, da una posa, dagli occhi. Mi sono chiesto, e lo faccio ancora, come si sono svolte le loro vite. Dove sono adesso. Ho la sensazione che nei volti ci sia una continuità che resta, come un’eco di qualcosa di accaduto.

Non sono mai stato un gran fotografo, ma mi piaceva, già allora, fissare ciò che percepivo, intuivo. Stranamente il vedere veniva dopo, magari leggendo la fotografia in camera oscura. Associavo le fotografie a un pensiero, a un suono, un odore. Di allora restano parecchi negativi, spesso non stampati. Mancavano i soldi.

Mi accorgo che documentavo qualcosa a me stesso.

Fotografavo spesso sconosciuti e privi di particolarità forti. Oggi si guarda una foto per riconoscersi (teologia del selfie) oppure per riconoscere o per meraviglia. Il resto fa parte di quel mondo poco interessante che è la realtà. E pur fotografando la realtà mi pareva di distorcerla con le persone, con i loro pensieri, le attese, la normalità unica d’ogni vita. Per questo volevo aggiungere i volti alle cose, perché loro avevano un’altra percezione rispetto alla mia. Ed io non l’avrei mai conosciuta, ma ritenevo possibile che essa in qualche modo mi arrivasse.

Devo dire che anche adesso ho la stessa illusione e che nel fotografare spesso cerco qualcosa d’altro rispetto a ciò che apparentemente vedo. Non sarò mai un buon fotografo, ma in fondo la fotografia è una scrittura e l’adopero come mi viene. Proprio come le parole.

la macchina di babele

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Per quelle strane coincidenze, che non sono tali, George Gamow, matematico americano famoso negli anni’50 e Jorge Luis Borges, scrittore molto famoso in quegli anni e pure dopo, ipotizzavano in libri totalmente diversi, della generazione automatica di testi. Gamow immaginava una stampante automatica in grado di combinare le lettere e gli spazi, che operava senza limiti di tempo. Questa macchina avrebbe prodotto tutti i testi già scritti, anche quelli perduti o solo pensati e quelli ancora da scrivere. Bastava discernere il buono da ciò che era semplicemente una sequenza informe di spazi e di lettere. Fatica a suo modo infinita come la produzione dei testi.

Borges, nella Biblioteca di Babele, mostrava tutti i libri già raccolti in una biblioteca circolare, ed era un universo ben più inquietante nella sua indifferenza, ma il contenuto era lo stesso: si poteva generare qualsiasi libro scritto o da scrivere, metterlo in uno scaffale e forse qualcuno l’avrebbe letto e scoperto, ma anche no. Sarebbe comunque esistito lo stesso.

Il pensiero che si disperde, non solo nelle nostre menti, ma anche quando viene fissato, è la raffigurazione della babele dei contenuti che ci sono nel mondo ed ora nella rete. Universi che parzialmente si fondono, verità e menzogna che si sovrappongono, impossibilità nel discernere, nell’apprendere anche solo in piccola misura il desiderato. Dispersione di pensiero e infinite biblioteche di Alessandria che hanno avuto e avranno il loro carnefice. E diverse e parzialmente rinasceranno.

Ci si stringe in gruppi, in crocchi che parlottano tra loro, per evitare la dispersione. Questo può essere emblematico di una disperazione sottesa, di una solitudine che condanna il rapporto tra pensiero e sua manifestazione, oppure può parlarci dell’unico e della sua parziale riproducibilità. Come per gli infiniti testi, gli infiniti pensieri non saranno mai gli stessi, si perderanno già dentro in noi. Ma pezzi di pensiero riemergeranno in altri, in contesti e fattispecie differenti. Li riconosciamo e generano affinità. Molto sarà perduto, ma cos’è il molto rispetto all’infinito e al relativo che esso genera. Non possiamo averlo il tutto, ma chi cerca, o anche è solo curioso, trova. Ed è stupefacente cogliere qualcosa che ci assomiglia nelle parole di un altro. Non è noi, ma ci dà la sensazione bellissima di non essere soli.

18.03



Sono le 18.03, l’ora del rosso degli stop. Delle code col verde dei semafori. Lampeggiano insegne di farmacie, bar, supermercati e offellerie. Immersi nei gas di software taroccati, c’è chi guarda il nulla, chi il telefono, e pochi il tramonto che gonfia nubi di luce gialla e rosa.

È l’ora dei ritorni e dell’andar via. Schizzi di buio nei vicoli, prime luci, rossi melograni e cachi gialli tra le foglie dei giardini.

Auto, musica, parole, pensieri, Janacek e Kafka. Chissà come sono i moravi adesso.

Non pensarci e guida, è la modernità, bellezza.

la crusca senza accademia

Un prodotto con largo
eccellente lente 100 mm!

Bresse Pirsch 25-75×100 Terra telescopio è stato progettato per gli amanti del uccello dell’osservatore e cacciatori che vuole avere una grande qualità e prezzo medio telescopio. Questo telescopio fornisce una visione dettagliata di posizioni troppo che è di fondamentale importanza per gli utenti. Pirsch telescopio soddisfare o superare le vostre aspettative. Lenti multi-strato e BAK-4 ha 100 millimetri proprietà ottiche. Ciò consente di mettere a fuoco via al tramonto, è possibile ottenere un quadro chiaro.

Questi testi su fb  mi riconciliano con la vita: ho un avvenire che forse non sarà di astronomo guardone ma con lo scrivere posso migliorare.

Però ciò che mi affascina di più con il telescopio Bresse Pirsch25-75×100  è che è possibile ottenere un quadro chiaro.

Cosa non darei per un quadro chiaro…