la memoria dell’acqua

Vorrei avere la chiarezza della goccia che cade,
che non pensa alla sua forma perfetta e si lascia carezzare dall’aria,
neppure la trasparenza sollecita il suo orgoglio,
nulla dice della sua complessa struttura.
Cade in una pozza, in un bacile,
è la lacrima d’una fontana senza il timore dell’addio. 
Lascia cerchi perfetti e si confonde,
eppure resta sè nella folla,
cosciente d’essere e mutare la sola apparenza.
Sa che non finisce, che cambia
e con gioia scorre o vola,
è l’infinita semplicità che non scorda,
l’essere da sempre universo e se stessa.

Nella scenografia dell’acqua che accompagna i passaggi, accanto ai segni di pietra e d’acciaio, ci sono polle sussurranti che impreziosiscono le superfici d’acqua. Acciaio corten intagliato dal laser e colori di lacche sulle pareti. Richiami erotici si mescolano all’ideologia della fretta e del consumare. A questo servono i piccoli bar con pochi tavolini, menù precotti, cibi sempre uguali per menti che non pensano al cibo e assolvono ad una abitudine. Onorano, come possono, la loro funzione. La sera e la notte servirà ad altri stereotipi.

Nessun sguardo vede mentre cammina, mette assieme il suo tempo, lo mescola con uno scopo, non cerca una ragione del perché sia necessario mutare. Cessare d’essere utili e vicini a ciò che si è. Non c’è tempo. Tutto scorre attorno, flussi di corpi che chiacchierano, scambiano parole, necessità, umori, banalità senza fatica. Nulla è semplice, nulla è profondo., mentre a bada si tiene la coscienza. Ma a volte questa irrompe, diviene domanda, paura e tutto sgretola senza risposta. Era questa la vita che avrei voluto vivere? Ed io chi sono se non cose che fanno da perimetro a un corpo e lasciano una scia di vento senza ricordi.

Vorrei avere la memoria dell’acqua, il suo semplice farsi ed essere stato che include il futuro. Poi la notte rallenta i flussi, si svuotano i bar, si danno le brioches di cartone ai barboni. E mentre la città si chiude, in alto s’addensano nuvole d’acqua. Pioverà.

in breve

Il cronografo meccanico ritarda di trenta secondi al giorno. 3 ore in un anno. Devo decidere se metterlo a posto o lasciargli vedere il futuro un po’ prima di me. Questa piccola passione per gli orologi meccanici s’è tramutata in un desiderio soddisfatto, come fosse il tempo e la sua misura imprecisa ad attrarre l’attenzione e questo bastasse. Poi quando il tempo si capisce lo si considera come un affettuoso discolo che fa quel che meglio crede ma ci vuol sempre bene.

Oggi a Venezia il tempo non contava, ce ne siamo andati dal ristorante che non c’era più nessuno e anche i camerieri, tolta la divisa, ci raccontavano storie e confidenze belle. Mi verrebbe da definirle bellissime per la loro rarità e per il portarci in mondi lontani. Un cameriere vede gli uomini, li capisce e li colloca nel loro posto. Ha una sensibilità particolare nell’intuire e una soddisfazione nel guidare e soddisfare. Era bello starli a sentire e intrecciare i loro discorsi con i nostri.

Così il tempo non scorreva e l’amicizia si riempiva di quel fulgore raro che accade quando tutto è sincero e si sta bene assieme. Ci sono grandi o piccole cose da fare innanzi, ma verranno comunicate senza fretta. Meditate, saranno l’occasione per nuovi incontri e per quel sentire che costruisce progetti, dà loro forma, ed è un eterno divenire che non dipende neppure da noi. Al più siamo agenti di un bellissimo andare per suo conto.
La pioggia è arrivata quando doveva, ormai a Padova. Eravamo tutti al coperto e dispersi in un fazzoletto di pianura, le nubi si sono sovrapposte e rinserrate e poi hanno piovuto con dolcezza. Ho pensato che gli animisti hanno un rispetto infinito per ciò che accade e non possono determinare e capiscono le altre religioni, gli dei, gli atei e gli agnostici lasciando a ciascuno il compito di trovare un equilibrio e una pace con il mondo. Con ciò che vive e ciò che apparentemente non lo fa, ma è solo un’impressione.

Tutto vive e di tutto noi possiamo chiedere allegria e misericordia in un abbraccio che ci contamina solo di vita.

 

scrivere frasi corte

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Scrivere frasi corte, pennellate, fotogrammi, associazioni di pensiero, ricordi e futuri mescolati. In un fotogramma ci sono talmente tante cose che non si notano, clandestini  beffardi rispetto al pensiero. Animaletti, oggetti utili all’interrogarsi sul perché c’erano. Nessuno li aveva chiamati eppure assistevano ed erano protagonisti rispetto al focus che doveva essere unico. Per questo i professionisti mettono uno sfondo neutro, ma anche loro non vedono tutto ciò che entra, un dente che sorride, una piega dell’orecchio immodificabile, la disposizione delle scarpe che si intrecciano, affiancano, sovrappongono. Per loro conto le cose operano, almeno in parte.

Scrivere frasi corte senza un significato immediato. Chi non segue, non si sforza, è in attesa d’altro: non capirà mai la complessità. Le parole sono complesse e semplici. Non rispondere subito di sì è quasi un negare che dev’essere dissipato. E se non lo è, il silenzio assente o nega? Usare il silenzio come frase corta.

Un tramonto è un tramonto eppure è colore, nubi, atteggiamento, attesa, nervosismo, stato d’animo, distrazione. Nel fotogramma c’è tutto quello che non si vede, c’è l’atteggiamento del non vedere. Parlare d’altro, del poco attinente, dei progetti tra un’ora, di chi non c’è.

Attenersi è linguaggio burocratico. Immagine di foglio A4 legal, un solo argomento per comunicazione. Paura di confondersi, di mischiare il messaggio. La realtà resta fuori delle pagina, è interpretazione. Per questo le cose non si ripetono uguali e c’è una direzione nei fotogrammi che permette ai particolari di entrare e uscire, di aggiungerne di nuovi, di avere nuove vite mentre nulla si sa delle precedenti. Dove esse siano finite, dove riposano o si dissolvono.

Scrivere frasi corte e rispettare la sezione aurea. Qual’è il posto del particolare nella sezione aurea. E dove il ricordo? Finire con una domanda che ha la risposta nell’incipit. Tu dove sei in tutto questo? Ridurre la frase a tu e non sapere di chi si parla.

Tu.

 

 

 

il sogno del sibarita

La notte è stata una guerra di sogni, sudore e lenzuola. Così l’alba è entrata grigia dalla porta aperta ed era quasi una liberazione. Non so se capiti anche a te, ma sogno moltissimo in questo periodo e i sogni sono così ricchi di particolari e di simboli che prenderei il quadernino che sta sul comodino per tenerne traccia. Troppa fatica, mi adatto e passo al sonno successivo. So ad esempio che i sogni profetici mettono assieme probabilità e paure. Che non sogniamo quello che vorremmo perché c’è molta più libertà nella nostra testa che nella vita quotidiana. Però non mancano di affiorare i desideri ma è tutto cosi oscuro nello svolgersi e insieme semplice perché le pulsioni, voglie e paure sono poche, ben catalogate e lo stesso sempre nuove. Le notte d’estate sono faticose, così ricche di ricordi e risvegli e insieme spossate dalla calura.

Mi è tornata in mente l’Africa. Non succede di rado. Le notti sotto la zanzariera con il campionario di animali, dagli uccelli alle scimmie e ai topi che scorrazzavano sul tetto. A volte così vicini che mi chiedevo se la zanzariera era davvero ben riboccata. E l’aria che entrava dalle finestre con i profumi della notte misti ai gridi della vita che continuava fuori. E non era una vita pacifica. Così fino al canto del muezzin, tra sonno brevi e risvegli. Come fosse una malattia benefica, piena di vita che si aggiungeva alla vita diurna. Quanto mi piaceva il canto del muezzin. Dopo la preghiera si sentiva il mondo degli uomini che si rimetteva in movimento. Carretti, bambini, voci che si alzavano di tono, e tutto sembrava muoversi attorno. Chissà se tornerò in Africa, ormai gli anni passano e i motivi diventano più complicati, anche perché raramente ci sono stato per vacanza e il lavoro o un impegno preciso sono una guida ai rapporti e al vedere che non si trova nelle guide turistiche. E poi pensare in questo periodo a viaggi è perlomeno fuori luogo.

Pensa a come è mutato il mondo in pochi mesi. Se ascolti i notiziari, leggi i giornali, la dimensione che ne esce è quella economica, sparisce la paura dei mesi scorsi o viene bilanciata con notizie che nessuno è in grado di verificare, ovvero di un virus con meno forza e una epidemia che scema nei numeri, mentre nel resto del mondo infuria e uccide. Sono le stesse condizioni di dicembre solo che ora sembrano riguardare altri. Lo sappiamo che non è così, ma in fondo non vogliamo saperlo e allora gli esperti vengono consultati come gli oracoli, se ne troverà uno che predice che tutto si risolverà da solo. Credo che anche questo poi si trasferisca nei sogni, sono le paure che di giorno s’aggrappano alla scienza, ma la notte si affidano a ciò che davvero conosciamo, ossia la fuga. Solo che stavolta non c’è un luogo dove fuggire. Così torno alle cose che mi pare di conoscere e mi affido ad esse. Anni fa c’erano altre speranze, altri motivi forti per costruire, mettere assieme, sentire che il nuovo poteva essere compatibile con gli ideali della giovinezza, ora è più difficile. Anche scrivere, mi sembra più una conseguenza del leggere più che un progetto che trova una sua strada. Insomma più una autoanalisi che mescola tutto, attorciglia capi e canapi, che trova nei ricordi elementi che rimettono assieme storie, ma tutto diviene così parziale, autoreferenziale e infine banale.

Apparteniamo alla generazione che ha creduto nella parola, nella sua forza di cambiamento, nella potenza salvifica che essa poteva avere purché scavasse oltre l’apparenza e trovasse la verità. Quella verità personale che ognuno di noi possedeva e metteva a disposizione delle altre verità per farne un mazzo, un ideale. Questa generazione è al tramonto e la parola si è liquefatta, sostituita da un brusio continuo, da un perverso manipolare i significati. Per questo si desidera il silenzio e quando ci scriviamo, parliamo di come stiamo non di cosa facciamo davvero per noi stessi, ossia ben poco. Serve sapere come si sta davvero. Ad esempio tu puoi applicare a te il concetto di benessere? Stai generalmente bene oppure riempi le tue giornate di appuntamenti per non pensare e arrivi a notte con quei malesseri a cui non è possibile dare davvero un nome. Insomma succede anche a te di preoccuparti di quella parte che è possibile sanare di te stessa oppure non ci badi e vivi e basta. Ipocondria applicata all’incapacità di sviluppare nuovi ideali e idee che facciano vibrare e al tempo stesso sentirsi parte di una storia.

Mi viene da sorridere, perché significa buttare alle ortiche tutto quello che avevamo pensato in notti sempre troppo brevi, sudate e piene di fumo. Notti ben diverse da queste dove s’attende l’alba per un caffè. Non per andare con voglia nel mondo, e sembra sbiadita quella vita che ha sempre sorprese e soprattutto possibilità inesplorate. C’era un principio di piacere che forse si è andato affievolendo, credo sia questo. Mi auguro che per te sia diverso. E in questo c’è l’augurio che lo star bene sia un bene così pieno da essere benessere. Tu medita cosa scrivermi, ma che sia la verità, quella è ancora un bene che possiamo condividere.

solstizio d’estate

Nei giorni facili al confronto, inquinati dal ricordo, il caldo colpisce e va al cuore dei problemi: non è un anno come gli altri. Anzi nessun anno è come altri ma questo colpisce per il suo sospendere il giudizio in una allegria che cancella settembre. Cosa dovrei dirti, amica mia, che te ne stai andando come se tutto fosse come al solito, solo con un anno in più: che la fortuna ci assista. Te e tutti noi che non possiamo vivere nel timore ma neppure possiamo essere acefali e il ragionamento che sempre ci ha affascinato non può essere gettato come un ferrovecchio soverchiato dal caso. Tendo a incupirmi se penso alle cose irrisolte che attendono, spero benevole come il balzo dei gatti al ritorno del compagno di giochi. Allora non penso, faccio e guardo. Faccio il minimo e guardo ciò che accade. Di sicuro, tu che vai in una spiaggia poco affollata, in un paese poco contagiato e benevolo, lascerai i pensieri al check in e poi tutto sarà come un tempo. Solo un po’ diverso, ma non troppo.

Tornano a mente i luoghi che già ora s’affollano, l’acqua che attende raffreddare la pelle calda e poi il quieto liquefarsi dei pensieri nel caldo e nel sole. Basta girarsi ogni tanto e riprendere un tempo che non ha rintocchi. Neppure fame prima di sera, solo sete e crema solare da mettere con lentezza. Le notti erano calde e corte, spesso la prima luce giocava con gli occhi e i sogni, le finestre aperte all’aria fresca portavano i profumi delle piante che si preparavano al giorno. Bastava girarsi e iniziare una sequela di sogni brevi fino al momento in cui qualcosa doveva pur iniziare.

Solstizio d’una strana estate. Ne converrai con me. Piena di segni, di indici che ciascuno interpreta per suo conto, ma chi legge i segni, mia cara, chi si spinge oltre il palmo della mano o i fondi nella tazzina del caffè. I menagrami e di quelli non abbiamo bisogno anche perché sbagliano anche quando dicono la verità, mettendoci di fronte alla nostra impotenza. Però è vero che stiamo fuggendo da qualcosa che temiamo. Ho un lungo elenco, ma credo che tutto si possa riassumere nel tempo. Vogliamo giocare con esso, precederlo, farlo amico e poi parlare del presente e del passato senza rimpianti, allineando le molte estati zeppe di cose che facevano di questa stagione il luogo del desiderio. Tu parti, non hai il tempo di chi ha bisogno, potrai restare o cambiare luogo seguendo un’idea e un’abbronzatura. Ho constatato che tra gli amici di un tempo ormai ci si saluta al solstizio e poi ci si dà appuntamento a settembre. Pensa è come quando eravamo ragazzini e si partiva per lunghissime vacanze al mare e settembre diventava il mese in cui tutto nuovamente iniziava, ma con un tempo largo, senza fretta perché il futuro era determinato. La scuola, i primi freddi, l’autunno, la neve e poi le vacanze di Natale. Tutto nuovo e insieme conosciuto. Ora non sappiamo nulla, approfittiamo del presente che è largo di doni se si è nella condizione sociale giusta.

Siamo fortunati? Lo pensavo fino a prima della pandemia, ora credo dipenda da noi aiutare la fortuna. Penso spesso a ciò che si presume ma non si sa, al cambiamento di cui abbiamo parlato e al clima che muta senza attendere che noi rinsaviamo. Pensa che in Siberia si stanno verificando fenomeni strani, tarme giganti che risvegliate dal permafrost che si scioglie attaccano la vegetazione, e improvvisi getti di fuoco del metano che sinora era imprigionato nel terreno ghiacciato e ora esce con violenza. Così il virus sembra un diversivo, un argomento importante che riempie le prime pagine e attende un vaccino, così nel frattempo lo si può tenere a bada e riempire l’estate di stranezze ma anche di consuetudini.

Ho pensato che fare il possibile e attendere i nuovi equilibri sia ciò che è giusto e che l’estate comunque in posti diversi la trascorreremo. Diminuendo i coinvolgimenti emotivi per ciò che accade, per i problemi vecchi a partire dalle migrazioni e le guerre, fino allo stato dell’economia che mai come in questo caso significherà come vivremo. Ho pensato che guardare le cose, cercare le connessioni, fare ipotesi, seguire le notizie vere, rifiutare i complotti e cercare le cause, sia un esercizio che si può fare senza essere angosciati dalla propria inanità. Il verso del Trionfo di Baco e Arianna diceva:

Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

 

Accadrà qualcosa ma ne parleremo al tuo ritorno, intanto il solstizio regalerà comunque una tregua e chi dovrebbe avere vista lunga, ovvero gli statisti e i gestori del potere speriamo non vadano anch’essi in cerca dell’oblio estivo. Mi conforta che nel nostro Paese, molte cose apparentemente senza soluzione accadono d’estate e poi trovano un loro equilibrio. Però se mi chiedi se sono sereno, ti mentirei. Allora non chiedermelo e goditi l’estate, che con le mie paturnie alleggerite io farò altrettanto.

Buon solstizio.

 

piccolo popolo

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Molti di noi vengono presi in giro per la propria malinconia. Altri per la sensibilità oppure per l’inerme accettare situazioni che li mettono in svantaggio. Spesso ci viene insegnato cosa dovremmo fare, mentre sono irrise le cose banali (così a loro sembrano) a cui siamo legati. Veniamo giudicati negli ideali, nei modi di vivere, nei rapporti con ciò che viene definito utile.

Non di rado veniamo usati o almeno si tenta di farlo. Tutti o quasi, credono di sapere ciò che è utile e salutare per noi e non mancano i consigli. Solo chi ci vuol bene cerca di capire oltre l’evidenza. Chi ci vuol molto bene ci accetta per ciò che siamo e non vorrebbe cambiarci.

Sognatori essenzialmente; donne e uomini che nel mondo hanno comunque sviluppato un loro modo di essere in accordo con se stessi. Vincere apparentemente perdendo, non è facile. Forse per questo i sorrisi sono a volte senza motivo e si riferiscono a soddisfazioni interiori poco comunicabili.  Fabbricatori di compromessi per cercare di darla a intendere e restare come si è per davvero. Una realtà più antica, parallela e superata, viene in noi attualizzata. Come se per davvero fosse possibile cambiare, essere diversi, avere più armonia e gesti gratuiti nei rapporti tra persone e con il mondo che ci avvolge. Ed essere autentici: ridere quando viene o piangere o guardare e pensare cose che non sono così usuali, sapendo che è meglio non parlarne.

Non folli, non come si pensa per chi è pericoloso a sé o ad altri, ma coltivatori di un piccolo giardino conchiuso dove si sta bene e che viene aperto con fiducia a chi è in grado di ascoltare con i cinque sensi e con il corpo. Ascoltare e conoscere il valore piacevole di alcune attese, il peso forte delle delusioni, il coraggio che occorre per rimettere assieme i cocci di noi stessi e ridere per il risultato. Con piacere, ridere e poi parlare d’altro. Di cose apparentemente strane, inusuali, come i sentimenti profondi, il sentire che s’assomiglia e con felice sorpresa si ritrova, la dolcezza della gentilezza, l’arte del difficile naufragare con ironia. E dell’inutile che non è mai tale, ma necessario al cuore e all’amare. D’altro, insomma.

 

abitudini

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Ripetere i gesti che vengono da abitudini che c’hanno preceduto. Linguaggi che hanno scandito il tempo punteggiandolo di segni che avevano altro significato. Contestualizzare, se ci si avvede di ciò che è ormai modo di pensare senza un preciso senso, ma tenere ciò che è buono perché il male resta tale e così il bene. Allora come adesso. Nei gesti che si ripetono, come nelle parole, c’è una traccia di lotta, lo sforzo contro l’animale che ci portiamo appresso e contro il tempo. Il tempo s’è distaccato dal sentire ferino ed ora scandisce e pervade con tanti modi e tanto imperio da impedire ogni mutamento repentino. Allora aveva più difficoltà, era parte dei ritmi delle stagioni. Adesso, ma forse anche un tempo, si ergono piccole dighe in affermazione dell’essere nell’Essere, gesti di volontà poi trasformati in ritmo, in abitudine e così trasmessi. Divengono cifra d’una famiglia, parole e modi d’appartenere. 

Il caffè e il suo rito, m’arrivava dalla tranquillità di mia Nonna, dalla laboriosità continua di mia Madre, entrambe devote a quella pausa, allo scambiare parole in un momento di quiete come pure considerarlo accoglienza per chi arrivava inatteso. Ad Esse, da chi era giunto questo rituale che era zeppo di segni e di familiarità? Dove si era generata quell’abitudine, argine/piacere al tempo e piccola affermazione di potere? Da quali altre famiglie, scoperte, privilegi si era esteso come possibilità condivisa, e piccola sofferenza quando era stato assenza e privazione nelle guerre, nelle povertà delle cadute verso la sussistenza? In tant’altro trovo segni perché non se ne sono andate le abitudini, si sono trasformate, acquisendo sensi nuovi mentre altri ne hanno perduti. E sono tracce di un cammino a ritroso che scava verso l’origine: testimonianza d’infiniti equilibri tra piacere e privazione di esso, quindi desiderio.

Nelle abitudini ci sono storie personali mischiate con quelle collettive e tutte trasmesse in quella Storia che è di una schiatta arrivata sin qui. Che non si è perduta anche se ha subito ed è stata deviata dai fatti nei cammini intrapresi. Ha lottato nel tempo e ad esso, nel flusso, con l’abitudine, piccolo argine, s’è opposta. Ha trovato con fatica qualcosa che le consentisse di non essere altri, ma se stessa.

 

cossa feto, dito, gheto, sito

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Cossa feto, dito, gheto, sito?

Cussì come late, ‘e paroe xe passà,

daprima sensa saver ben, da la boca,

pò come giosse, pian pian in na macia e se gà ponà.

Ponà, te gò domandà, cossa vol dire?

E co la to voze piana te me disevi de le onde

che pin pianelo, posa sabia su sabia,

graneo su graneo, capa su capa

cussì che quando te meti el piè se sente on sfrigolar de tenaro,

un desfar che ben tien el caminar,

dolse da sentir come na caressa de man che gabia lavorà.

Cussì, te disevi, ‘e paroe se pona,

una sora st’altra

e come i sogni no è gà peso, fin che no le xe dite.

No te me ghé mai dito dei tò sogni

e ti vol saver dei mii ogni matina

e par i to oci, cussì pieni de ben mio,

xe passà on lampo che xe finio nei basi,

e te me ghè brassà par no dir,

furba ti e piena de ben par mi.

Chissà cossa sognava i veci,

pensavo tra mi,

lori che gà visto e po’ tuto ghe xe ponà,

in tea testa sensa desmentegar.

Chissà cossa che i sogna quando de scorlon i se sveja

par po’ riscomissiar.

Chissà cossa ch’i sogna i veci,

quando i verze i oci e i varda el scuro.

E quando ch’ei pianze, chissà cossa i gà sognà.

Desso che lo sò, gnanca mi lo conto

e no xe sempre vero che su queo che xe ponà se pol caminar.

No xe vero quando l’acua rosega

e porta via lontan,

e resta on vodo, na buseta

che nessun jorno impenirà.

Però ghe xe del novo,

eco queo che te disevi, dopo verme brassà,

ti che che gavevi visto tanto ti vedevi lontan:

ghe xe del novo, tienlo streto,

vardalo, viveo, ma vaghe drio pocheto

sensa stufarte de zontare vita a la vita,

parché la resta insieme al ben,

e queo no teo star desmentegar.

 

no logo né luogo

No logo per sentire la sostanza delle cose, l’amorevole loro utilità 
a noi soli. Adesso non luogo per non procedere
e per andar via,
già s’è dissolta la patina di sensazioni che chiamiamo memoria: 
lavata da sé a fior di pelle.
E la pelle non fiorisce se non nell’amore, 
ma quando il gelo l’accarezza
rabbrividisce,
e stanca d’appartenere diventa muta.
Prigionieri d’una terra di nessuno,
d’un non luogo, fatto d’abitudini in cui ci si riconosce e si regolano i corpi,
così si diventa un supermercato dove tutto viene allineato, comprato, consumato.
Scaduto.

 

tutto normale

I tavolini nella piazzetta davanti al bar del ponte erano tutti pieni ieri sera. Come prima, come al solito. Le mascherine ornavano l’ avambraccio, oppure civettuole, appese ad un orecchio. Non pochi le avevano abolite. Tutto normale quindi, anche la distanza era la solita delle conversazioni. Forse si saranno dette poche parole all’orecchio e qualche inutile cattiveria sarà rimasta nei pensieri, ma era una tranquilla serata di giugno all’ora dell’aperitivo. 

Non ho recriminazioni, ciascuno si regola come crede perché questo è il limite della responsabilità e la disciplina esige sanzioni, restrizioni esterne, un diverso stile di vita. Stamattina dicevano per radio che il distanziamento è tra le persone e non sociale, infatti per essere stanziati serve una responsabilità interiore e una fantasia che trova nuovi modi di stare assieme e porta la sicurezza nella fiducia.

Se tu mi ami non ti ammali, fai di tutto perché non accada e non mi contagerai.

Quest’attenzione semplice tiene unite le persone, possibili i baci e gli abbracci ed esamina ciò che invece è consuetudine, abitudine senza un pensiero che la sorregga e la nega come possibilità. Non per sempre ma per un po’. Sempre ieri sera, alla commemorazione di Berlinguer in piazza, eravamo distanti e insieme vicini. Ordinati nel porre un fiore senza nessun discorso ufficiale. Ma appena usciti dalla piazza sono cominciati altri incontri e ancora il tentativo di stringere mani, di annullare gli spazi fisici anche nel parlare. C’è un’impressione di libertà che supera l’attenzione e che è in sé un indice di ciò che verrà. Non parlo delle recrudescenze pandemiche, ma del cambiamento che si sognava negli stili di vita durante il confinamento in casa. L’inquinamento ha ripreso a crescere, il mutamento climatico continua il suo corso e dei piani che si sentono annunciare per la crescita, per l’economia, non c’è nulla che non sia una ulteriore declinazione di un neo liberismo che farà fare a minor prezzo ciò che si produceva prima. Nessun ripensamento vero, il che dimostra, e ciò è particolarmente vero nei paesi che si dicono democratici, che l’economia capitalista governa per suo conto, stabilisce cosa è progresso, ciò che deve piacere e con quanta fatica si dovrà acquistare l’inutile, il transitorio, il nuovo che è solo rappresentazione. Nessuno dei problemi di questo mondo che connette tutto tra ambiente produzione, consumo, viene affrontato. E lo stesso distanziamento sociale diventa rottura tra interessi comuni, tra esistenze. È triste che sia la forza a insegnare le cose e non l’intelligenza. Triste e brutto.