minimi pensieri 9

Alleviamo le giornate di piccola poesia: un pensiero che distoglie dall’usuale, un gesto congruo ad una cura, lo sguardo che coglie una bellezza nascosta. La parola si confonde e diviene sentire, così l’alleviare è il curar di sé nell’allevarsi e il puntare verso l’alto del levare. Come se nella sua terreità il reale coltivasse un sogno che abbiamo dentro e ci dicesse che non si è mai soli quando si parla col cuore del mondo.

storielle d’universi paralleli

Da tempo, (si dice così per rappresentare un farsi dei pensieri, un ruminare che per motivi estetici diventa rimuginare, ed è un mettere assieme pezzetti sconnessi di parole, senso e tempi diversi. Tutte cose che una scatola di lego fa molto meglio di noi, solo che quando si è adulti e si vuol dare un senso preciso alle cose, si resta con il mattoncino tra il pollice e l’indice e ci si chiede come meglio approssimare la realtà, notoriamente curva, con qualcosa che è un parallelepipedo) ovvero stamattina, ho sentito una riflessione sulle parole e sul loro approssimarsi e approssimarci dentro di noi. Tiziano Scarpa descriveva il farsi della parola e la sua imprecisione e che quando essa veniva usata era come portarsi all’orlo del precipizio (del senso, immagino). La cosa mi ha colpito perché per me le parole sono contenitori e come usano gli illusionisti, dal contenitore vengono estratti fazzoletti di seta multicolori annodati, conigli, cappelli, magari anche l’assistente, l’illusionista è particolarmente bravo, ma il tutto ha comunque un legame che pur approssimando descrive l’illusione di dare un nome al mondo. Proseguendo nei pensieri, mi è tornato a mente, un blocco di parole che in un romanzo russo contemporaneo, descrivono l’attività soddisfacente di una protagonista. La signora in questione, si chiama Elena, fa la disegnatrice tecnica di motori per carri armati ed è felice che con tre proiezioni assonometriche, finezza di segno e quote, possa essere descritto compiutamente qualsiasi pezzo che diventa da quel momento riproducibile e quindi privo di equivoci. Insomma acquisisce una identità perfetta. Lei pensa che anche le frasi abbiano una loro particolare prospettiva che dà loro senso di cosa ed è somma compiuta di singole rappresentazioni.

Questo produrre cose e dare loro un nome, ha anche un processo nell’immateriale, ovvero descrive l’indescrivibile e allora approssima, ma non per questo diventa incapace di suscitare sia l’immagine di ciò che descrive, sia il suo senso profondo emotivo in grado, miracolo, di mettere in sintonia persone che non si conoscono oppure di approfondire in modo vertiginoso la conoscenza tra chi si crede di conoscere. E tutto questo con un mezzo imperfetto che sostituisce la mera indicazione di un dito e di un suono più o meno preciso che diventa quella cosa. Il fatto è che noi il multiverso e il meta verso lo possediamo in noi e che tutto quello che la tecnologia ci può dare è la rappresentazione imperfetta del sogno e del suo sconfinare nel risveglio. Quindi lo sconnettere la precisione dalle parole sarà seguita dallo sconnettere identica precisione dalle cose e dalla loro immagine. In definitiva possiamo descrivere o compiere o fare entrambe le cose, magari riassumerle in un processo strano che chiamiamo poesia e che ha potenza evocativa formidabile quando è buona. Oppure possiamo usare un’altra notazione e leggere musica, persino scriverla o cantarla e poi riascoltarla indefinitamente e scoprirne ogni volta sensi nuovi. E se alla musica uniamo le parole ottenere insiemi così potenti che in alcuni casi possono sollevare passioni oppure quietarle e sempre con gli stessi segni su un pentagramma se siamo in occidente. In oriente qualcuno o qualcuna, piangerà o si sentirà pieno di vita per parole differenti e accordi meno usuali di quelli che si frequentano nell’altro emisfero, però, e qui concludo, è proprio quell’approssimare che va dritto al senso, differente per ciascuno di noi e che ciascuno costruisce come fosse un castello di lego dove la fantasia rende i vuoti, stanze e i pieni, mura, ma l’insieme è un brulicare di possibilità di accadimenti che hanno come riferimento ciò che ci sembra di conoscere: le vite.

giorni mai eguali

Il garofano, il tulipano, i tralci, l’azzurro ovunque, il profumo di maggio dalla finestra aperta, ma questo era il sogno di stanotte. Oggi il cielo era grigio. si attende la neve, intanto è arrivata una pioggia sporca che bagna appena le crepe del cemento, riga l’asfalto e aspetta che si aprano gli ombrelli perché le persone si stringano un poco.

Una festa non genera né conserva l’amore che non c’è, allora bisogna cercarlo se esiste in noi, se le mani che mostriamo sono adatte alle carezze. Davanti alla porta dei nostri pensieri c’è qualcuno che attende? Ecco, il senso di tanto cercare, di tante sicurezze, è quell’amore di cui non è lecito parlare e che ci conosce. Noi siamo noti a lui, non è vero il contrario e ciò che portiamo attorno come una conquista reciproca è l’incontro che la forte determinazione del caso ci ha regalato. Ma eravamo predisposti, attendevamo entrambi che ci fosse qualcosa di nuovo, un generatore di palpiti, di occhi aperti nel buio, di indecisioni, di entusiasmi sconosciuti.

Dare forma a tutto questo, farne un progetto di vita e riempirlo di errori, di deviazioni, di slanci e di storia, restando noi diversi. Incredibilmente e definitivamente diversi è una avventatezza che solo ciò che non risponde a regole può dare. Forse esiste uno spirito dei Valentini, di ciò che è evoluto e che non è ricordo, non è vita stata, ma un corpo che è cambiato per esso, per quell’amore che non si chiede e si propone, lui, alla vita: prendere o lasciare. Quello abbiamo, se vogliamo, se apriamo la porta .

Che faremmo senza il romanticismo? Essere comunisti un tempo, era romantico. Si poteva sacrificare molto senza pensare all’utile personale. In quest’epoca i comunisti non ci sono più e muoiono i romanticismi, si concentra sull’io, sull’affermazione di esso, la vita. Eppure l’amore resiste e di diffonde, incurante di quello che accade, a mutare le vite. E la vita è quella che tu hai donato a me, senza l’amore sarei stato uno sbandato tra le pile accumulate dei libri senza ordine, spinto in mezzo a persone animate da sentimenti diversi, a chiedermi qual è il filo ed io chi sono. Poi è accaduto qualcosa di diverso dall’atteso, così ne è nato un ordine/disordine. Ciò che portavi hanno spinto le parti comuni a mettere assieme un ordine profondo e segreto. Nell’amore ci sono segreti in troviamo il nostro senso profondo e parti che non mostriamo se non in una intimità assoluta. Potrebbe bastare per segnare definitivamente le pagine di un’agenda e invece, scrive, ah come scrive e vuole scrivere quest’amore che non esaurisce il sentire.

le parole per dirlo

Era andato via seguendo un malessere senza nome. Voleva sciogliere il nodo che aveva avviluppato tanti fili e canapi in diverse età e poi s’era legato ad una bitta per impedire di prendere la corrente e il largo. Pensava che trovando i nomi, seguendo i fili, il nodo si sarebbe dipanato, la sua vita sciolta, avrebbe ripreso a scorrere secondo il suo daimon, col desiderio e il caso. Pensava spesso a un racconto sui molti nomi che hanno le cose e a come essi riconducano ad uno, quello interiore: l’essenza di sé che è libertà e identità. Cercava intanto le storie dei canapi e dei fili, con la pazienza appresa scioglieva. La sera era invaso dalla nostalgia di ciò che aveva lasciato, la notte spesso i sogni gli raccontavano le sue paure.

Ciò che si capisce e si scioglie quasi mai risolve, ci mise tempo a capirlo e lentamente prese forma l’idea del ritorno. Possedeva molte parole nuove, non poche oscure e profonde, ma quel dizionario era infinito e la ricerca nel buio era ardua, con un tempo senza limite né luogo. Tornare non toglie dall’inquietudine, ma consente di riposare e di questo sentiva la necessità, riposare per continuare a vivere e cercare le parole dentro e fuori di sé.

pietre levigate da innumeri piedi

Le pietre levigate da innumeri piedi, ciabatte, scarpe impolverate, sandali, che portano uomini oranti, foresti, curiosi, stanchi, pentiti, passanti. Percorsi: consunzione mutata in sentieri di pietra, fuori e dentro le basiliche, nelle chiese ipogee, nelle ville colme di enigmi e nei fori calcinati dal sole, tra colonne tronche e resti di fregi, circondati da basolati di strade minuscole destinati a improvvise piazze dove l’antico lastricato è rimasto. Fuoriuscito dai portoni dei palazzi, disegnato in colori di marmi, generatore di figure da gioco di bimbi o arcane geometrie, e attorno case, pietre, colonne annegate tra i mattoni, cocciopesto, pozzolane come legante di mattoni e interstizi per lucertole ed erbe, calcine, laterizi grandi, isole di muri e tracce d’intonaci sovrapposti, segni d’archi e poi lastre di marmi bianchi intere e fermate da borchie di bronzo, o più spesso sbrecciate con i segni dell’uomo e non della pietra. È questa Roma? Oppure sono i quartieri generati dall’inurbamento fascista, le marane di Pasolini, i canneti, le erbe alte senza più pecore, i pini alti nella campagna ora fitta di case basse costruite con mattoni e pietre rubate, le strade asfaltate senza fondo né fognature, gli orti che si sono mangiati a pezzetti i resti delle vigne, dei giardini e delle discariche abusive. O ancora oltre, Roma è nei palazzoni infiniti della speculazione edilizia, infilati tra le ferrovie locali e la campagna, con i balconcini pieni di panni, cemento che si sgretola e ferri arrugginiti in bella vista, scuole di periferia, chiese vuote con i lumini accesi, fabbriche ora abbandonate, depositi di qualsiasi cosa, carrozzerie e meccanici con casotti di legno, lamiera e cartelloni pubblicitari, negozi improbabili di frutta e verdura e pane ciociaro, biscotti cotti nel vino, accanto a detersivi e scatolette di tonno e di fagioli. Gente e parole che sono suono e significato assieme, albori di lingua nazionale parallela, quartieri in cui è meglio stare a casa dopo una certa ora. Treni che vanno verso le città vicine e segnano col ritmo delle traversine le rotaie, le recinzioni di cemento a limitare scarpate incolte. Periferie di un impero dove qualcuno si lamenta, molti soffrono, alcuni sguazzano. Povertà, medietà, invettiva e inventiva dentro un tracimare barocco e inacidito di lingua, strafottenza, pietà. Dove finisce Roma? Quando non ci sono più case e solo sterpi, degrado, pozze d’acqua, mucchi di rifiuti e casotti forse abitati, oppure quando la lingua muta e diviene altro che non è romano, dialetto o italiano? Anche qui c’è umanità, chi riconosce l’altro, ne tiene in piedi la vita e salva l’anima di chi di quella vita non conosce o neppure immagina l’esistenza. Ho letto che da poco è morto un Prete che raccoglieva aiuti, li distribuiva, dava uno spazio di gioco ai ragazzini che altrimenti sarebbero finiti per strada. L’ho conosciuto, era affabile e indaffarato, molti chiedevano, ora altri continueranno. Lo spero, ma Lui era importante per quel quartiere, aveva costruito un disegno di umanità e l’attirava. In queste situazioni di solito nascono persone al limite, che si fanno carico, che insegnano, che portano a vedere chi non vede. Tutto questo è necessario perché non ci sia solo chiusura e imbarbarimento, ma non è la gestione pubblica che vede il disagio. Lo Stato sono i cassonetti colmi che non si vuotano, le giostrine arrugginite, il verde che muore per incuria, i vigili che fanno la multa e intanto sono stanchi di capire dove sono. Lo Stato è la vita di tutti i giorni, come non ci fosse relazione, come se il luogo del benessere fosse non la cura ma il trionfo, il mostrare la forza del potere. Oltre e sotto, le linee di metropolitana portano ai marmi del centro, qui ci sono i bus stracarichi, le sporte, i ragazzini da andare a prendere a scuola, le voci che ormai parlano mille lingue, i murales e i bed & breakfast che si allungano verso il limite della città. Ma ha un limite la città senza l’uomo? 

principi di pensiero

Principi di pensiero, ovvero inizi, sollecitazioni, bisbigli dagli angoli colmi d’ombra, dall’aria che distribuisce acari e polvere in lame di luce. M’incanto nella danza di cose che si divertono nell’attimo. Si passa da pensieri negativi, di assenza fino al timore di perdere sé e poi viene un sentire onde di vita che non hanno nome. L’inconoscibile si stende ovunque, ciò che peschiamo in questo mare è lo sconosciuto, prima, e il conseguente, poi, delle nostre vite. Sapere è sensazione drastica del limite, generatrice di moltitudini di pensieri errati, di alcuni corretti, di pochi, a volte, geniali o giusti che guidano e forniscono l’idea di futuro. Un futuro personale, incerto nelle paure che mi riguardano, incerto nel persarsi parte di un collettivo, incerto ma che non può non vedere e immediatamente dimenticare. E non costruisce perché non solidifica idee e non convince, non aggrega. Tra due incertezze il pensiero coglie le cose, rivendica ricordi, stabilisce connessioni leggere e si appoggia al sentire/sentimento che naviga in un mare. Così gli sembra e gli pare di conoscerlo, ma è superficie, spunto senza seguito, quasi meditazione di un perdersi.

I pensieri leggeri nascono e si spengono, raramente con rimpianto, ma accade quando una sequenza di connessioni per un attimo illumina e poi si spegne senza poterla fissare. I pensieri leggeri sono motrice e legame degli attimi, cuciono il nostro tempo in qualche misterioso senso che pesca nell’inconosciuto e genera la piccola realtà interiore.

Se penso alla realtà come a un succedersi di strati, è ancora l’analogia con il profondo a prevalere, è scavo nel più permeabile mare o quello, ben più difficoltoso, nella terra. Entrambi pieni di periglio e oscurità mentre si scende. Anche andando verso l’alto, ancora si percorrono strati verso un profondo rovesciato che non finisce e che è ben più ampio e infinito. La luce resta solo vicina all’io che parte e poi comunque subentra il buio cosparso di stelle e distanze senza percezione, pur avendo esse misura. In questo andare in cui non ci si muove se non con il pensiero sta la paura dell’abisso, ma comunque viaggiare nel profondo è un partire dalla percezione di sé nella superficie, nella rete di pensieri accennati, nella rete di connessioni singole che in un punto sarà smagliata e da lì ci porterà altrove. In noi.

Moti d’occhi e di sensi attratti da momentanee esplosioni d’interesse: una cosa ritrovata, un mutare di luce, un passo in un libro che sembra vederci come siamo e intanto manda ad altro. Uno sterminato galleggiare interrotto da richiami alla realtà e racchiuso in isole d’interesse che spingono a soffermarsi. E’ un luogo questo tempo mio senza oggetto, che può galleggiare oppure tuffarsi verso il profondo e ritrarsi nel significato che solo lì si trova, per un tempo che perde senso perché è continuità senza smagliature. Riemergere e rivedere le cose, le connessioni tra di esse con mente nuova, nata dal pullulare di pensieri che principiano e poi oziano. Pensieri senza necessità, né utile, privi di apparente connessione, come i sogni.

la lieta fatica del leggere e dello scrivere

Non è sempre semplice leggere. Manca il tempo, gli spazi e gli orari non sono quelli della iconografia della quiete: la luce vicino alla finestra, il volto preso, la posa composta il libro davanti al viso o sulle ginocchia. Spesso leggere è piacere rubato al sonno, all’intento d’altro e alla distrazione. Avviene nei luoghi più svariati, dall’intimo al pubblico.

La casa è uno dei luoghi del leggere, ma confesso che ho letto molti libri in libreria e con l’attenzione acuita dal tempo ridotto e dalla necessità di capire che mi avrebbe portato alla decisione se acquistare o meno, un ulteriore ospite per la casa. Del molto che avrei voluto, ma poi rimase in scaffale, mi restano tracce, lacerti e impressioni forti, come se il cervello conoscendo l’esiguità del tempo a disposizione si acuisse per “rubare” un senso, suscitare un’emozione, mettere insieme i pezzi di una trama che poi sarebbe stata ripresa. Alcuni di quei libri li ho poi comperati, altri sono rimasti nella mia testa e ancora mi fanno compagnia, per cui mi chiedo se l’impressione sarebbe stata la stessa se ne avessi letto l’intero contenuto. In un libro forte è il piacere della scoperta che le parole sollevano, lo stile, la composizione della frase tolta dal contesto, così nasce il primo giudizio. E la curiosità che nasce da una vicenda accennata porta con sé una concentrazione inusuale che prescinde dal luogo. E’ il piacere sottostante a far diventare la stanza della mente prevalente sul luogo in un suo estraniarsi, perché c’è un’urgenza che coincide con la necessità. Per questo subentra il disappunto se si viene interrotti: iniziare, proseguire a sazietà, interrompere per un successivo appuntamento. In questa sequenza si trova il gusto di un rubare le parole che poi verrà disteso nella successiva, casalinga lettura.

Lo scrivere dovrebbe essere speculare, distendersi come un gatto, dormire ed essere pronto ad azzannare. Così vale per l’ispirazione, ma scrivere è anche bisogno, lavoro che deve cercare motivazione. Procedere, come faccio per frammenti, in fondo è nulla e per me tutto. Fabbricante di coriandoli per mancanza di costanza o di sufficiente ingegno, comunque considero lo scrivere un’attività di rapina e di equilibrio tra ciò che sento, vedo, penso. E’ un saltabeccare che lascia tracce dentro, traccia vie, apre porte e vede il contenuto di stanze che attendevano d’essere amate. Come per l’ascoltare, lo scrivere è interpretazione, decrittazione dei pensieri che spingono la parola ad uscire, fascino del palese mischiato al nascosto. Non è mai passivo, spesso è inadeguato, crudele con sé stesso se non trova il filo che lo porti fuori dal labirinto trionfante delle parole sull’orlo del vuoto e del bianco di un foglio, ma lo scrivere, nelle sue forme, è estetica del contenuto e insieme contenitore. La sintassi può essere violata, le parole non dovrebbero mai esserlo, perché contengono, nascondono e mostrano, si allineano sulla pagina, sopportano, ci parlano. Di questo bisognerebbe essere consci che lo scrivere anzitutto parla a noi e ci cambia, ci fa capire quello che ancora non era chiaro e per questo andrebbe rispettato sin dalla grafia. Ma oggi non si scrive più a mano e pur avendo tanti caratteri a disposizione spesso può mancare il nostro.

Nello stropicciar di carte,

i pennini asciugano significati, s’intingono di lettere.

L’attesa aveva un senso, se può avere un senso l’attesa,

quand’era diluita in possibilità tessute di poca trama:

così si vanta l’intuito, senza dire,

del suo cervello tattile proteso

e della mia passione di sentircapire il presente tra le dita.

Tutto vero,

anche del portare al fiuto il mescolar del mio e d’altro sentore,

del distendermi che divora sensi trasversali,

di questo ha intuito,

ancora.

Pile di fogli bianchi, fittamente ordinati,

in attesa,

non del caso e della sua arroganza,

ma di ciò che è stato, delle parole che non hai detto ancora mai,

e se al finir della luce ritrovo serenità

nel frusciar di fogli, senza lettura,

sono preso d’un bisogno d’altro respiro, mai provato.

minimi pensieri 8

La tentazione del bello non diventa ossessione di perfezione ma è il modo per uscire dall’immobilità e dal pantano in cui si scivola in questa società ineguale. C’è una tentazione costante del non decidere, del mantenere la posizione nel timore di perdere qualcosa, o tutto quel poco che si possiede. Solo i giovani fuggono da questa immobile assenza di futuro, non tutti ma quelli che prendono in mano la loro vita capiscono che la coscienza di percorrere almeno una strada, andare verso un dove, è già avere la possibilità di essere se stessi.  Essere prigionieri, a partire dal linguaggio, delle cose seriali, dei modi convenzionali e stereotipati di dire, nel definire e vedere la realtà, ci rende ciechi. E in questo il luogo comune che è la realtà virtuale, dove regole e modi sono apparentemente liberi, precipita l’immobilità della mente. Qui il bello diventa transeunte. Non vivifica, non spinge a sperimentare se stessi, non fa crescere le persone e non le mette assieme. Nasce un sogno di innocenza originaria che appartiene a ciascuno, ma è qualcosa che non esiste se non si verifica nella realtà e nel suo svolgersi. Il conformismo, anche virtuale, uccide i sogni e rende immobili le persone, fino alla rinuncia della libertà. La lingua ci insegna che le cose possono cambiare nome perché non sono ferme, perché hanno più dimensioni, perché mutano nel guardarle, toccarle, sentirle. E così nei miliardi di modi di chiamare i sentimenti e l’amore, nel renderlo vero nei gesti e negli infiniti modi per farlo non c’è forse il prefigurare della vita nella sua molteplicità che ognuno di noi contiene? E non è questa molteplicità la radice dell’innocenza, del bello e del rapporto profondo tra chi cerca, trova, mette in comune ciò che sente ed è?

In questo c’è la tentazione del bello come processo che muove, che induce a vedere ciò che gli altri si rifiutano di cogliere, ed è l’imperfezione perfetta di chi ama profondamente.

minimi pensieri 7

Bisogna stare attenti a non esagerare. Percepire il limite. Vale ovunque e con chiunque. Anche con noi stessi. In ciascuno c’è sempre in agguato una ferita mai rimarginata per davvero, e non conta se siamo stati noi a farla. Quei piccoli segnali si dovrebbero cogliere, evitare le piccole nefandezze della disattenzione, oppure lasciare che tutto accada come deve. E se non si coglie la necessità della cura, allora va bene consumare m a almeno assieme. Non è forse il consumo che ci viene insegnato? Il consumo come motore della crescita, del movimento. Dicono. E nessuno più guarda i fiori delle scarpate, neppure li coglie. Strano, sono pieni di poesia e vengono riempiti di rifiuti.

considerazioni apolidi

Indignarsi non basta più. È la premessa, ma senza fatti, gesti, pensieri che operano, l’indignazione è sterile e non muta nulla. Il disagio è fisiologico, ed è ciò che non corrisponde a sé, a un comune sentire con chi ci è amico. L’indignazione è il primo tentativo razionale di dare un nome a questo disagio e di rifiutare il potere che lo comprende.

Un vaso è stato rotto da qualche parte, la cosa ci riguarda. Quando uso il noi penso a persone che non conosco, che non accettano ciò che è acquiescenza o cinismo. Non sono neppure attendisti, l’ha da passà ‘a nuttata, l’hanno considerato una impotenza transitoria per riposarsi, ma le idee non mutavano, restavano forti per cambiare.

Effettivamente non so a chi parlo e così parlo a me stesso. Da anni in politica e nella società si cerca il massimo comun divisore sociale e le persone che lo fanno non mi piacciono. Preferisco quelli che perseguono il minimo comune multiplo, l’eguaglianza e la dignità come diritto comune. Aritmetica di base per una società di uomini pensati come atomi, con molecole difficili, ardue nei legami. C’è una chimica del tenere assieme ciò che è giusto e necessario? Pensateci perché è indispensabile nell’era della pandemia, della diseguaglianza crescente, dell’ascensore sociale che funziona all’incontrario. Se non c’è il giusto condiviso, l’amore e il bene diventano difficili, inefficaci a lungo andare. Le società indifferenti trasferiscono l’indifferenza nei rapporti personali. Se non mi interessa dell’altro , starò con te per utilità, bisogno, difficoltà a rompere il legame giuridico, ma non per amore. Quando fanno quelle grandi manifestazioni sulla famiglia, ci pensano a questa carenza di valori comuni? Ci pensano che per preservare l’amore nella loro famiglia equilibrata e partecipe, è necessario non essere ingiusti con l’amore degli altri? Ci pensano che il giusto è fatica, è differenza, è gesto e indignazione perché qualcosa viene tolto ad uno, e quindi a tutti ?

Un vaso è stato rotto, ma era rabberciato alla bell’e meglio, ci pareva sano e invece non lo era. Quando ci si indigna si sente il limite del passato, di ciò che si è fatto, della propria importanza e possibilità: è un dare testate al soffitto in cui ci siamo confinati. Occorre qualcosa in più, il cielo per non sentirsi soli. Per questo penso al noi, senza conoscere se ci sarà qualcuno che ha le mie stesse insofferenze.

Non sono gli amici a josa, neppure il cicaleccio inane, ci sarà qualcuno che prova lo stesso bisogno e non si arrende. Come in quei giochi da bambini, in cui uno diceva all’altro, pensando di averlo vinto: ti arrendi? Allora, alcuni, tanti, abbiamo imparato a rispondere no, non mi arrendo e il gioco non finiva, poteva cambiare verso.