Ognuno di noi ha ricordi differenti degli stessi fatti, concatena cause ed effetti sulla base di tesi più che di domande. Forse dipenderà dalle opinioni che si consolidano anche sotto la spinta del pensiero dei media che vorrebbe diventare pensiero comune. E questo pensiero procede per assoluti. Abbiamo vissuto fatti comuni ma ciascuno di noi era diverso e spesso sono le nostre ragioni a prevalere nel giudizio.
Si tende all’elegia di ciò che si è maturato prima di un’epoca senza ideali e con il sé come riferimento. Delle piccole miserie si toglie traccia: disperse all’aria dopo aver ben battuto i tappeti sotto cui erano state messe.
Siamo ottimisti o pessimisti e la realtà è indifferente a ciò che pensiamo, se non per quanto ci riguarda e così nascono i nostri ricordi. Forse per questo servono gli storici e un uso confacente a noi del presente e del futuro. La narrazione è altra cosa e non fa neppure bene, perché il racconto politico sociale unifica i ricordi, fa un fascio delle vite, le sterilizza di ciò che hanno provato e fanno prevalere il più forte, non la verità o la ragione.
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la notte regala animali sapienti

La notte regala animali sapienti,
accovacciati nel buio, respirano piano,
ascoltano
il calore della terra, l’umore che sale dall’erba,
il colore sciolto nell’ombra.
Dall’alto sono aggregati di timore,
senso del limite,
e un brivido sconosciuto che avvolge l’ignoto,
La mente interroga gli occhi,
sente il passato svolgendo gomitoli di filo d’argento e nodi d’ambra,
vuole risposte mentre guarda le stelle,
e non riflette, d’istinto è la fuga ciò che l’attrae,
ma qualcosa si forma, sembra, par di conoscere,
l’odorato è l’occhio notturno e mentre cala il fresco dal cielo,
la terra e le cose tracciano mappe di profumi,
si riconosce l’assenzio selvatico, il timo, l’umore dell’acqua,
gli alberi, le resine, i fiori ormai sfatti,
le erbe mischiate, il legno tagliato,
un cigolio che spande il sapore di sangue e di ferro.
Nella notte lo spirito s’acqueta
e le parole si formano libere con la durezza levigata del ricordo,
compitare il senso è confondersi nel buio,
gli occhi spalancati bevono frammenti di luce e odori,
mentre lontano, ma appena oltre la mura,
rumore di vite, d’altri passati, emozioni e paure intrise di gioia,
dicono senza dire,
perché solo la disperazione di non essere
uguali e differenti,
il cuore riempie di timore.
28 giugno 1914, a casa…
Il 28 giugno 1914 è domenica. Mio nonno e la sua famiglia abitano a Karlsruhe. Il nonno e’ un giovane uomo, ha bei baffi neri e folti, capelli neri. Lo sguardo è fermo, deciso, con una tenerezza particolare negli occhi. Sua moglie è piccola, magra, dolce e bella, hanno due bambini, entrambi nati in Germania, uno è nato da poco, è mio padre, la sua sorellina ha due anni. E’ una famiglia felice, stanno bene economicamente, hanno una bella casa, il nonno ha un lavoro autonomo. Guardiamolo un po’ meglio. Ha da poco superato i trent’anni, ma ha molta vita sulle spalle, come accade al suo tempo, decisioni e indipendenza, tutto presto. Lui e i suoi fratelli sono emigrati pur avendo un lavoro e un piccolo patrimonio nel paese dove, da sempre, la famiglia ha vissuto. Con loro sono emigrate anche le sorelle. Sono passati per la Svizzera, fermandosi due anni assieme e poi si sono separati. Chi è rimasto in Svizzera, chi è andato in Francia, lui ha scelto di andare in Germania con la moglie, che l’ha seguito sin dal primo momento. Sono sposati da pochi anni. Lavora molto, il Toni, ma è contento di quel paese da poco unito in cui si è fermato. Pensa di stare il tempo necessario per accumulare un buon gruzzolo e poi tornare a gestire la locanda di famiglia, l’appalto dei tabacchi, rimettendo in ordine le case, i campi, e comprandone degli altri. Non è un contadino, nessuno lo è mai stato in famiglia, i terreni servono per la locanda e per l’osteria, per fare vino, un po’ di granturco, ortaggi e mandorle. Abitare sui colli non è facile in quei tempi, dopo l’unità d’ Italia, il Veneto si è ulteriormente impoverito, per questo sono emigrati.
Di Sarajevo non sa ancora nulla, lo saprà il giorno successivo. Immagino che ne avrà parlato con la nonna, accennando al fatto di sangue che riguarda un impero vicino, ma senza calcare la voce per non preoccuparla troppo. Le avrà detto che per loro non cambiava niente, che sarebbero rimasti nella loro casa di città, con i nuovi agi acquisiti e che queste vicende, loro, le hanno già vedute. Non si ricorda, la nonna, dell’uccisione di re Umberto a Monza, e dello zar in Russia? E cos’era accaduto? Nulla. E poi la Serbia, chissà dov’è. Un Paese di pecorai, come il Montenegro, il regno da cui viene la regina. Tutto lontano. L’Italia è alleata della Germania e dell’Austria, cosa può venirne a loro? Nulla. Hanno anche preso gli attentatori, quindi ci sarà il processo, la condanna e poi basta.
Venivano da anni prosperi e felici, erano persone normali e un po’ speciali, avevano coraggio: il futuro sarebbe stato positivo. Nei mesi successivi, già alla fine di luglio, le cose cominciarono, invece, a precipitare. All’inizio non capivano, L’Italia era ancora alleata ma non entrava in guerra. E gli italiani cominciarono a non essere più graditi. anche il lavoro era diventato più difficile, così, penso, che si fecero una ragione quando furono costretti a rimpatriare. Con due bambini piccoli, vendendo il vendibile, ritirando i risparmi. Partirono con le sole valigie, fatti salire su un treno che riattraversò la Svizzera. Questa volta non si fermarono, ma sarebbe stato meglio. Chissà cosa pensò mio nonno, probabilmente non aveva voglia di ricominciare subito e i marchi oro e le sterline erano abbastanza per tentare un’attività al paese. Poi, in realtà, non ricominciò nulla di definitivo e quei soldi consentirono a mia nonna di essere indipendente fino al 1920. Così tornarono e dopo pochi mesi, il nonno fu chiamato alle armi, per chiudere la sua vita in una dolina oltre il san Michele, nel ’17. Era una persona pacifica, non aveva voglia di guerra, ma qualcun altro l’aveva attirato in una trappola del presente. Quel presente che non ha futuro quando le cose vengono spinte troppo da chi non ci pensa, anzi lo vuole determinare il futuro mettendoci la volontà di onnipotenza. Mio nonno invece pensava, e sapeva, che il futuro si costruisce con la giusta lentezza, ma lui era solo maggioranza. Non contava poi così tanto. Così fu uno dei 12 milioni di morti soldati. E la bimba fu uno dei 5 milioni di morti civili, morì di spagnola nel ’19. La nonna fece il possibile, anzi molto di più. Non si curò del patrimonio, seguì i figli e poi mio padre. C’era un posto per il dolore e uno per la vita? Lei fuse tutto e conservò di mio nonno il ricordo di un uomo giovane, dolce e deciso. Ne parlava, e le poche volte che questo ricordo doloroso oltrepassava le labbra, era con grande tenerezza. Lei, che non si era più risposata, che aveva affrontato e ricostruito la vita dopo la dissoluzione di ciò che aveva e dei legami con i parenti. Da come l’ho conosciuta, e l’ho conosciuta e amata molto, non le importò mai delle cose perdute, non ne parlava, ma delle persone sì. Era attenta agli affetti rimasti e al nonno, del resto s’era liberata con noncuranza.
E’ il 28 giugno, è domenica, la famiglia è riunita per la cena. Dalle finestre aperte entra il caldo già estivo, le voci un po’ strane della strada, la brezza della sera. Forse mio padre piagnucola o forse dorme, la bimba gioca. Magari c’è un po’ di nostalgia, ma il futuro è pieno di tenerezza come il presente. Lontano è successo qualcosa che li riguarderà, però non lo sanno e non toglie I sorrisi. Anzi credo che mia nonna non abbia mai ben collegato le cose e forse è stato bene. Lasciamoli così in una piccola, grande felicità, in una domenica di giugno di cento nove anni fa.
un paese di vecchi
Diciamo la verità, questi vecchi che bazzicano la politica e le televisioni, non solo hanno stancato ma non sono mai piaciuti. Sono ridicoli quando cercano di fare i giovani, hanno ricette per tutto, ma soprattutto non mollano il potere reale che gestiscono. Ostentano saggezze che i loro gesti contraddicono, raccontano storie che non sono la loro vita, si ammantano di conoscenze che non hanno previsto nulla di quanto accade. Sono pervasivi, occupano i posti nella comunicazione, nella narrazione della politica, non vanno in pensione, casomai fanno finta di farlo e cambiano lavoro togliendo spazio a chi vorrebbe averlo. Ex direttori di giornali ora fanno gli storici, ex giudici sono ministri di giustizia, deputati e senatori, ex imprenditrici fallite dovrebbero rilanciare il fascino italiano, vecchi industriali hanno ricette per governare il paese dopo aver ceduto le loro imprese, tutti sanno tutto e non stanno zitti.
Pensate alla funzione di Vespa e dei tanti sosia da lui generati, in questa realtà così composita, difficile, divisiva, pensate al ruolo che hanno avuto, a come è stata raccontata la realtà del potente di turno, quanto posto gli è stato dato per le sue narrazioni sino a confondere gli spettatori nel percepire il futuro come un apocrifo del presente. Nessuno di questi ha migliorato il paese, non c’è più solidarietà, più senso critico, una percezione equilibrata della realtà.
Il grande imbroglio è cresciuto con gli anni, e ha fatto danni ovunque a partire dalla politica sino a far scordare cosa sia il senso del potere come servizio. Nella sinistra ha cancellato la diversità, l’orgoglio di essere tale, annacquando la sua identità e facendole desiderare di essere ciò che doveva combattere. Il vecchio per restare al potere fa scegliere il nuovo per il nuovo, in specie se disgiunto dalle vite e dai bisogni concreti.
Questo è un paese di vecchi, lo dice la demografia, con pensieri vecchi e amnesie frequenti, che rifiutano di essere tali e di analizzare ciò che accade davvero, dovrebbero essere saggi, donare il sapere accumulato, ma in una società dove vale il singolo, l’io che non si cura del prima e del dopo, i vecchi sono un peso o una minaccia. Chi è forte e ha potere, glorifica se stesso, stipula alleanze senza limiti di età purché funzionali ad eccellere sugli altri, ad usarli finché servono. Questo ha un curioso effetto che genera un’eugenetica surrettizia esercitata in modi diversi a partire dalla solitudine dell’io. Per chi non ha potere, c’è la coscienza di essere parte di un mondo che gli diminuisce la sua comprensibilità e in cui è difficile trovare un ruolo. Chi possiede affetti veri ha la possibilità di sentire l’età come possibilità di un nuovo sconosciuto, se c’è chi si prende cura di lui prosegue una indipendenza di pensiero e azione, trasmette cultura sociale, è tramite per una continuità di valori. Altri, invece, e non sono pochi, vengono travolti da un sistema burocratico che medicalizza la solitudine, diventano incapaci di tenere un ritmo che enfatizza la quantità sulla qualità, si isolano da un mondo di finti giovani e popolato da vecchi abbienti e determinati a fare i propri comodi e dimenticarsi degli altri. Assentono ai vecchi che non si pensano tali per il potere detenuto, diventano inermi, attendono, si lasciano andare rassegnati. Questa è l’eugenetica che viene praticata e non è poco crudele, ma insensata e inutile. Generatrice di anomia e di decadenza sociale.
lo stato che predica bene e razzola male
Nella solita ripartizione tra trasgressivi e benpensanti, in particolare nei governi che mettono la famiglia come centro del loro interesse si sorvola comunque su un fatto, che in questo paese ci sono più sepolcri imbiancati che chiese, che abbiamo tristi primati di turismo sessuale, che non esiste una educazione ai sentimenti che faccia bene all’amore e ai rapporti di coppia. Tra poco mi aspetto che torni alla ribalta il tema della prostituzione, perché non solo esiste, ma riguarda almeno 6 milioni di clienti, e un numero che si avvicina alle 100.000 prostitute, con un fatturato di almeno 90 milioni/mese esentasse ma rilevato in parte nel Pil. Quindi affrontare temi etici, portando alla luce la realtà non è una caratteristica della politica che ha sempre un doppio binario tra le virtù civili e morali e il laissez faire della pratica comune. Questi ultimi 30 anni non hanno chiarito la vita sociale, se non per il fatto che l’etica si basa sul potere e così hanno glorificato il furbo, il potente, colui a cui tutto è permesso perché neppure l’infrangere la legge alla luce del sole è un limite se si hanno buoni avvocati e prescrizioni favorevoli. A volte basta chiudere un occhio, a volte entrambi per non cogliere le contraddizioni, come tutti fossero conniventi e nulla di ciò che viene detto avesse un qualche valore civile. Siamo lo stato dell’etilometro che impone la tassa sull’alcool, che lucra sul fumo, che guadagna sui carburanti inquinanti, che ha un tasso di corruzione elevato e diminuisce i controlli, che respinge in mare gli emigranti e non controlla le disumane condizioni di lavoro di molti di essi nell’agricoltura, nella logistica, nei servizi. Un sentire comune si è fatto strada ovvero che la legalità sia un optional, che la sicurezza riguardi solo alcuni e alcune parti del paese, che i servizi pubblici che rendono eguali i cittadini possano diventare accessibili solo per chi può pagarli.
Viene da chiedersi se l’unico discrimine non sia etico o civile (qual è il grado di civiltà di un paese che dice una cosa e ne ne permette un’altra), ma basato sull’utile che può essere tratto da una pratica di massa, da un sentire comune che rende prioritario il proprio desiderio o tornaconto e neppure esamina come evolve la libertà individuale e quella collettiva secondo regole che devono essere comuni. Non si può discutere di suicidio assistito ma si può rendere la sanità e il sociale così impervio per i 10 milioni di poveri o quasi tali, da non poter accedere in tempo alle cure o vivere una vita dignitosa. In questo pervertirsi del bene comune, della politica come servizio ci sono le deviazioni di una intera comunità fatta di eccezioni e non di regole. Anche in passato ci sono stati tempi terribili e bui, ma ciò che mi sorprende è che l’indignazione si sia smarrita, che comunque tutto diventi normale e sparisca il legante sociale. Nelle fiabe si dice la verità, il re è nudo, nelle nostre fiabe, la realtà scompare e con essa ciò che ha valore e può far crescere un popolo, una comunità.
abbiamo bisogno di ringraziare

Abbiamo bisogno di ringraziare, farlo ci cambia dentro, il cervello accoglie endorfine che cambiano l’umore, il corpo diverta morbido, accogliente, la percezione positiva del tempo si estende e trabocca nel futuro. Ringraziare fa bene, magari lo facessimo spesso, perché la vita è generosa, ed essa non si nega a chi la accoglie e la festeggia.
Eppure spesso non ringraziamo e non parlo della parte formale che fa parte della buona educazione, ma non riconosciamo ad altri quello che abbiamo dentro di nuovo e buono e che consapevolmente o meno, essi ci hanno generato. È una comunicazione positiva ricevuta, se non viene riconosciuta a chi l’ha provocata, si piega su se stessa, resta un momento di benessere che si affievolisce.
Il concetto di utilità permea l’agire sociale, trasforma il gratuito in superfluo o in dovuto e lo misura con il desiderio. La comunicazione profonda, e l’emozione ad essa connessa, si riduce a ciò che si pensa di aver ricevuto, misurandolo con il desiderio, mentre non si sente il valore di ciò che è gratuito e che dovrebbe attrarre la nostra attenzione. Così non si capisce ciò che è generoso, privo di richieste, se non per l’attenzione che esso vorrebbe. Anche se non risponde ai nostri desideri questo ricevere non ha meno importanza. Non siamo il centro desiderante delle relazioni ma una parte di esse. Forse per questo non capiamo quando davvero finiscono le comunicazioni possibili e i ruoli, quando è l’ora di andarsene perché non c’è più nulla che tenga assieme e troppo è stato dissipato. Quando il cervello e l’emozione non ringrazia e sente solo vuoto, è il tempo di togliere il disturbo, di non insistere più e di uscire dalle ossessioni del ricevere. Un buon metodo è ringraziare per ciò che non abbiamo chiesto e lasciare che entri un po’ di silenzio e guardare attorno lentamente per vedere ciò che si è trascurato, prigionieri dell’io desiderante. Molto ha continuato ad essere profuso, ha atteso d’essere riconosciuto, e pur dato si è disperso in un’aura positiva. È il momento del nuovo, del vedere ciò che consideriamo poco o nulla, per superficialità e disattenzione, ma esso è stato l’ambito del nostro vivere, ciò che ha permesso altre felicità e desideri.
la scuola si scioglieva nell’estate
La strada era chiusa da un volto che faceva da ponte tra due case e da due paracarri di trachite. In città c’era l’uso di adoperare la trachite dei colli sia per oggetti d’abbellimento che per quelli sbozzati per dare la sensazione di forza, qui la pietra faceva entrambe le cose, davanzali e cornici di finestre e barriera per le auto. Con quel nome strano, Agnus Dei, il volto si allargava in una strada che non era strada né vicolo, una sorta di cortile che univa cose diverse: le case popolari o quelle importanti, il nobile e il materassaio, la nostra scuola e molti bambini.
La strada era di ciottoli della Piave, larga, priva d’alberi e d’ombra, affollata di genitori e nonni, alle ore di ingresso e uscita dalla scuola, poi semi deserta. Quando s’avvicinava giugno e la festa del Santo, il sole diventava eccessivo, i grembiulini azzurri e bianchi erano crocchi di farfalle pronti alla muta dell’estate, sfilati in fretta e consegnati alla mano che accompagnava, ma era una fatica immane, perché corse, parole gridate, appuntamenti, erano tutti più interessanti del tornare alle case e al pranzo che attendeva.
Questa strada non è mutata molto, la scuola c’è ancora, non è più primaria, ma le finestre e l’edificio non è cambiato.
Abolirei gli ultimi giorni di scuola, ho pensato, rubano l’estate e sono un tempo senza oggetto, appiccicato a maggio per rispettare una data. I giorni di fine anno erano pieni di mattine in cui non si sapeva che fare, i mobili di legno scricchiolavano, l’odore di polvere e legno stagionato si mescolava con quello delle tende pesanti, color corda, che dopo essere state appollaiate per mesi sul soffitto, scendevano con nuvole di polvere sulle alte finestre. Fuori il sole premeva, faceva caldo e lo stillicidio delle ore, in cui ascoltare a mezzo e bisbigliare appieno, si fondeva con lo strusciare dei piedi dentro le Superga nuove, sempre blu e già sudate.
Il maestro tirava avanti, anche lui preferiva raccontare, far leggere libri e riempire paginate di compiti per l’estate, ma non aveva più voglia e si vedeva. Il tempo dei saluti si stava esaurendo e settembre era un luogo indeterminato del futuro mentre già irrompeva l’estate, quella vera non quella del calendario.
Negli anni ’50, le aule, erano fatte per l’inverno, per le stagioni a mezzo, con armadi solidi e misteriosi di contenuto, poca luce, finestroni enormi, banchi ricoperti di una vernice pesante, nera e pronta per l’ incisione. Già la primavera aveva fatto aprire le finestre, ora il sole di giugno, mostrava lo sporco degli angoli e dei banchi, si perdeva tra gli intagli pazienti contornati d’inchiostro, batteva su vetri opachi di polvere e polline e finiva per illuminare impudiche pareti sporche di pedate.
Questo era il luogo in cui eravamo vissuti, avevamo imparato, eravamo stati castigati, colto qualche piccola fugace gloria. Eravamo in un mondo povero, per questo ricco di pregiudizi e di futuro, ma fuori c’era il mondo vero. Ascoltavamo le ultime, stanche parole ma le teste erano già oltre le finestre, sui prati, nei campetti dove giocare fino al buio. Poi c’era il mare vicino, e per voglia o salute le famiglie ci avrebbero portati verso la più bella gioia dell’estate, i gelati, i bagni, la libertà.
Poi diventati più grandi, ci sarebbero state gioie, timide attese, malinconie infinite, le paure nell’estate che era, lei, prorompente e noi immersi nel tumulto di sangue, ormoni, pensieri che già ci travolgeva. Ci sarebbe stato il timore e la tentazione di ciò che non si conosceva, desideri da rimettere in ordine con la realtà. Ma i luoghi, gli scenari, erano gli stessi di quando eravamo bambini, con calzoni più lunghi e gonne più corte.
Quando arrivava giugno, la sequenza degli ultimi giorni di scuola tornava indietro, diversa eppure sempre uguale, ed era la differenza tra costrizione e libertà, tra tempo dell’obbligo e tempo proprio. Non so come sia ora, nei pochi anni che ho insegnato a me spiaceva lasciare i ragazzi, e negli ultimi giorni, trasformavo l’autorità in un far domande, in un nuovo fraternizzare, quasi per tenere il ricordo, ma la loro testa era già altrove. Non dipendevano più, la scuola si scioglieva nell’estate, com’era accaduto a me non troppi anni prima.
Dell’ultimo giorno di scuola mi è rimasto molto e passando davanti al portone di via Agnus Dei, si è rinnovata l’immagine dell’ultima corsa giù per la scala, oltre il portone, incontro al sole. Poi ci sarebbero stati gli scrutini, la paura e la speranza fuse assieme, ma era già comunque estate. Ed era la mia lunga estate.
era la sera del 5 giugno

Era la sera del 5 giugno, un sabato. Ero in Sardegna, nel Gennargentu. Da ore trattavo con i sindacati per definire le modalità di riduzione del personale senza che ci fossero problemi per i lavoratori interessati. Un prepensionamento allo stesso importo stipendiale, restando in organico, e il passaggio graduale alla pensione. Se il lavoro fosse aumentato qualcuno avrebbe potuto essere richiamato al lavoro, ma era una possibilità remota. I migliori, gli specialisti che servivano per ristrutturare davvero, se n’erano già andati e bisognava riqualificare chi era rimasto. La trattativa durava da due giorni, sempre nel pomeriggio tardi fino a notte, tutto era chiaro, ma non si chiudeva. Come gestore responsabile del progetto ne sentivo il peso, ristrutturando c’era un futuro, tirando avanti a contributi regionali ci sarebbe stata la chiusura, magari un anno dopo, ma lavoro stabile in quell’azienda non ce ne sarebbe più stato. Ci sono rituali nelle trattative. Di qualunque tipo siano. In fondo è un giocare a rimpiattino con la coscienza che ci saranno prezzi da pagare. Una buona trattativa si conclude con una moderata insoddisfazione di entrambe le parti, si deve sentire che si è un po’ perso ma che il buono e il giusto è stato preservato. Le sospensioni, i rinvii, le consultazioni servono a questo, ad affinare il punto dove ci si incontrerà.
Alle 21 fu chiesta una sospensione, un’ora, penso avessero fame.
Nei giorni precedenti, avevo fatto un lungo viaggio solitario tra i monti, in mezzo a macchie di sughere rosso fuoco ormai prive di corteccia. Erano nudità affascinanti, eppure sollevavano la pena di chi era stato derubato di sé. Forse rallentavo troppo per guardarle, così, dopo un controllo dei carabinieri, mi ero fermato sotto una quercia enorme ancora integra. Attorno c’era un verde a balze, il silenzio, un rapace che cercava preda e le macchie scure dei boschetti pieni di uccelli. Più lontano il riflesso di un lago e la mia meta di lavoro. Non ci pensavo e fino a sera ero libero, fuori dal tempo. Restai finché arrivò un gregge con la sua festa di cani, asini e agnelli. Due parole con il pastore, un pecorino tolto dalla bisaccia e l’affetto dell’ospitalità di uno sconosciuto. Aveva le mani forti e abili, annodava e costruiva recinti per la notte. Quando ci salutammo non volle essere pagato e prese il mio posto sotto la quercia, lanciando fischi ai cani, poi estrasse una specie di flauto e cominciò a suonare. Lo sentii dall’auto, lui era in compagnia, io ero con i miei pensieri. I giorni seguenti erano trascorsi tra impianti chimici e incontri e poi la trattativa. Così eravamo giunti a sabato notte. Nell’ora di pausa avevo fatto a tempo a telefonare a casa, a mia Mamma. L’avevo ringraziata ripetendo il bene che sempre ci ha unito.
Quando riprendemmo, il porceddu e il vino di Oliena, avevano alzato i toni, c’era forza nella stanza, persone abituate a resistere un minuto di più dell’avversario, ma io non ero un avversario e neppure chi era con me lo era: se non si trovava una soluzione non vinceva nessuno e l’azienda avrebbe chiuso.
Continuammo fino alle 23.30, poi fu chiesto un rinvio, io avevo mostrato e discusso i lucidi per almeno tre volte, cifra per cifra. Si era corretto assieme lo schema, rifatti i conti, mutato qualche turno, chiusa una porta inutile, recuperati 4 posti di lavoro, ma non era tempo di chiudere.
Ci salutammo e presi la strada dell’albergo, rifiutando la cena.
Avevo voglia di star da solo, di immergermi in quella casa di allora, vicino al canale. Ho sempre immaginato che fosse caldo e le finestre aperte sulla strada, la notte era piena ma alle 3 del mattino si sentivano già cantare le allodole. Mia Madre aveva la camicia candida, c’era mio Padre, mio fratello che dormiva, mia Nonna, la levatrice. Mi hanno detto che non c’ho impiegato molto ad uscire, che ero rosso in viso e che ci volle uno sculaccione per farmi piangere. Mi furono unte le labbra col vino e succhiai il dito, poi mi accoccolai tra le braccia di mia Madre. Ricevetti baci da tutti, mio fratello si svegliò e chiese chi ero, così ebbi anche un nome. Poi mi addormentai, la stanza pian piano si vuotò e arrivò il primo mattino.
A questo pensavo in mezzo ai monti e bevendo il vino rosso con l’albergatore, che mi aveva atteso, mi augurai buon compleanno. Gli auguri di chi mi amava erano già arrivati, adesso toccava a me volermi bene.
Il giorno dopo era domenica, trattammo fino a lunedì notte, ma non si concluse, perché la vita a volte va così ed è comunque buona.
bisogno d’africa
Di questo sole inconsistente conosco tutto, l’ho sgranato tra le dita come pannocchia, maturata e già mezza divorata nella baruffa d’uccelli e d’insetti. L’ho sentito il calore senza tregua, nell’estenuata fatica di tenersi assieme e camminare cercando ombre, vibrava nell’aria che faceva danzare polvere rossa e fili d’erba secca. Così fino alla notte quando improvvisi afrori di spezia cercano liberazione dai cespugli stenti. Attorno, gli alberi si riempiono d’uccelli, il fresco scende dal cielo, mitiga la terra, rallenta le parole. È subito buio, s’accendono candele sui tavoli, poco oltre aumentano i bisbigli. Ragazzi allenano i muscoli alla lotta, qualcuno s’accoccola sui talloni e guarda il mare che ancora ha luce ma già riflette l’argento dei pesci in caccia e in branco. Ho desiderio del sole d’Africa, dell’assoluto buio delle notti insonni, dei rumori sul tetto, tra le coperture di foglie, del primo canto del muezzin che si confonde con la brezza e il breve sonno.
Mi manca il profumo del caffè crudo messo a tostare, il rumore di stoviglie e le prime grida d’acquaioli e venditori di tè. La tazza in cui si rapprende la bevanda bruna è dove s’apprende a vedere il futuro. Il pensiero che genera ha sapore dolce e amaro, si fonde con il profumo del cardamomo da tenere in bocca. Posando la tazza, le parole si fanno più lente dei pensieri lenti e l’ampia tunica, in cui far ballare il corpo, dona nuove libertà al sentire.
C’è sempre un mercato da percorrere con i sensi, tra colori e cose, con l’odore forte del pesce disseccato, la carne halal, i tuberi arrostiti e l’acqua profumata di limone che riempie la caraffa, la fa sudare di frescura nell’attesa d’essere versata.
Qualche volta le parole s’intrecceranno nel buio, fino alla cerimonia del salutarsi per un sonno che non giungerà sotto il baldacchino delle zanzariere, e gli occhi fisseranno la finestra nera di notte, da cui viene il ciarlare delle scimmie.
Domani è solo tempo, è il presente che scrive dentro con molteplici dita, che usa tutti i sensi per comporre le sue storie. Non lontano, il fiume, le mangrovie, il mare, il deserto e i termitai immensi, sono atlanti per esseri che c’erano prima di noi e che ci sopravviveranno, nell’abitudine indifferente del vivere come necessità del giorno.
sono le sei
Sono le sei. La luce filtra dalla finestra posta nella stanza alla fine del corridoio, lo percorre allegramente e illumina, appena più intensamente la porta aperta della stanza in cui dormo. Un tempo avrei aperto gli occhi per la variazione di buio e mi sarei fermato, indeciso tra l’ultimo frammento di sogno e la coscienza che riaffiorava. Mi sarei alzato dopo poco, avrei riempito la stanza di luce e mentre il caffè saliva lento nella Bialetti, cinque gocce d’acqua sul fondo perché non bruci il primo affiorare, mi sarei goduto i tetti e il primo affaccendarsi di rondini tra le case.
Mi sono immaginato spesso il giorno prima. Il giorno o l’ora che precede qualsiasi cosa. Oggi è il 24 maggio e nel 1915 il forte del Verena, alle 4 del mattino, apriva il fuoco contro i forti austriaci dello Spitz e del Verle sul Vezzena. Più o meno alla stessa ora, la flotta imperiale austriaca bombardava Ancona, Iesi, e la costa adriatica. Cosa pensavano le persone che erano nei paesi vicini ai forti, oppure nelle città che sarebbero state bombardate? Proseguivano la vita di tutti i giorni, avevano bambini che andavano a scuola, vecchi in casa da curare, lavori che assicuravano il necessario e lo proseguivano. Tutto era normale, prima e attorno all’evento, poi le cose gradualmente mutavano. Ho cercato di immaginare cosa facesse mio Papà, nato da poco, in una città tedesca e arrivato in Italia, cosa pensasse mio Nonno e la Nonna e credo che nessuno di loro fosse distante dalle cose di tutti i giorni. Questo è il futuro, quello che può accadere per l’addensarsi dei presagi e delle condizioni che li rendono reali, ma anche ciò che rende gli uomini dipendenti da altro da sé. Così guardo ciò che sta attorno e penso che il suo fulgore, il suo nascondere i particolari al disattento, il vivere in quell’universo parallelo dove ciascuno di noi colloca la sua personale vita fatta di attenzioni e di affetti importanti, sià qualcosa che ci appartiene e insieme ci determina.
Cogliere i segni, leggerli, interpretarli a priori, non a posteriori ché a quelli son buoni tutti, come a dolersi di non aver capito o trascurato, è proprio questo immergersi in sé e godere dell’attimo, vedere ciò che può essere e insieme vivere profondamente. Sono le sei e la giornata si apre oppure ancora sonnecchia cercando un altro sogno da mettere in cantiere per tirare a lungo. Alzarsi e prendere possesso di sé nel giorno, essere nelle cose che non solo si ripetono, ma sono parte dell’abitudine che si è naturalmente costruita per leggere la propria giornata oltre i segni e dentro i segni, oltre l’umore che muterà se sarà preceduto da un meditare sul bello che abbiamo creato attorno. Alzarsi e dire la propria libertà dal tempo, da ciò che altri creeranno per noi, perché la vita è uno sguardo che apprende, che fa proprio il tempo, che rende importante ciò che non lo è e che derubrica dalle scalette della nostra concezione del mondo ciò a cui non possiamo arrivare.
Sono le sei, penso ai tantissimi uomini che ciascuno nel loro mondo fanno, dormono, pensano cose così diverse che solo il pianeta può tenere assieme e il cielo interpretare, sono i mondi paralleli, ciascuno con storie vita e bellezza proprie e mentre penso alle loro, guardo ciò che mi viene dato e sono grato.



