Forse è marocchino, sta in silenzio. Una felpa blu con scritto italia, in minuscolo. E’ controluce, le orecchie sono trasparenti al sole, ha vicino un donna. Libanese o siriana, rossa di capelli, probabilmente henné, e parla in continuazione. Lo circonda di chiacchere, gesticola, ride, a volte lo tocca per un attimo. Lui continua a stare in silenzio, con le sue orecchie al sole sorride appena. Deglutisce con frequenza. Ha un evidente pomo d’adamo, che si muove in continuazione, Su, giù, come una mezza sfera che accompagna un pensiero, un’emozione. E’ la tiroide dei magri per poco cibo. Penso deglutisca per digerire il torrente di parole che la sua testa sta mangiando. Per arginarla adesso parla un arabo dolce, con consonanti che diventano vocali per la voce che s’appoggia e le trascina cantando, poche frasi e si ferma. Adesso la donna sorride, ha denti belli, bianchi, anche la sua voce è dolce, a tratti bella, e riprende, decisamente torrenziale, ma tiepida. Tra i due non si sente né parentela, né attrazione sessuale, si vede una differenza d’età. Lei è curata, piacevole di viso ed aggraziata di corpo, veste leggera. Magra, ma non esile, giovanile nei gesti, con un vestire attento al suo corpo, il fatto che sia più anziana del ragazzo, emerge per differenza, potrebbe avere una quarantina d’anni, lui neppure venticinque.
Poi improvviso parte il bacio, lungo, sulla bocca. E’ stato il ragazzo, ha superato un tabù importante, non ci si bacia in pubblico nelle culture da cui provengono, ma forse vuole il silenzio, o la bocca, o entrambe le cose. Oppure è il treno che parte.
Forse.
Lei per un attimo lunghissimo è felice. Ad est il sole cresce nel giorno.
A quell’ora, prima del buio, cenavano i viandanti, gli artigiani, i contadini, i pescatori, chi lavorava con la luce e voleva affrontare l’oscurità senza l’assillo della fame. La fame era una cattiva compagnia nella notte, toglieva speranza nel giorno che sarebbe venuto e agitava i sogni. I benestanti mangiavano più tardi, col fresco che veniva dalle colline, dai giardini, dal vento che correva sul pelo dell’acqua o che alitava dal deserto. Chi poteva restava a lungo a tavola, accendeva lumi e fiaccole e lasciava che il sonno venisse tra il vino e gli ultimi pensieri sulla fortuna degli uomini e sul suo alimentarsi d’intrigo e d’occasioni.
Chi viveva del proprio lavoro, era legato a una religiosità della luce. La cena era il momento degli affetti, dello stringersi in vincoli di parole, era il promettersi il futuro e il giorno che sarebbe venuto, faticoso ma possibile di mutamento. Per gli altri era il rassicurarsi del proprio continuare nel piacere di esistere, nel continuare ad essere com’erano, gustando come sarebbero stati. Per tutti c’era il buio, così assoluto da contenere le paure del cuore, la luce delle stelle e la solitudine che gli uomini cercano da sempre di colmare in molti modi. Ma la solitudine è un contenitore bucato e per quanta apparenza e piacere si getti all’interno alla fine il vuoto del fondo riappare.
Così in quella sera, che è raffigurazione di tutte le sere, la solitudine ondeggiava, si colmava di parole e di compagnia, fino al momento in cui la scelta giusta sarebbe stata il sonno.
E se questo non veniva e si rintanava nei suoi ambiti oscuri? Se subentrava la coscienza che la comunicazione era fraintesa, che la parola non bastava, anzi tornava indietro frantumata di disattenzione, allora cosa restava se non il parlare con se stessi. Bisognava bere la solitudine per vedere se essa si disperdeva in noi. Altrove si sarebbe provveduto in modo diverso per non sentire il morso dello specchio perché da sempre si usa la comunicazione della vacuità e quella del corpo, si tacitano le domande con ciò che le discioglie in qualche ebbrezza. La solitudine però parla e vede tutto, coglie il presente e il futuro, diviene dentro di noi il respiro del mondo. È la notte dell’anima dove il buio entra nel cuore e divora la luce. E chi conosce l’uomo sa che solo accettando il proprio destino lo si compie e si compie la ragione per cui si vive. Quel destino che scriviamo noi quando vogliamo vedere la solitudine che ci portiamo appresso e quando la camuffiamo. Accettare e discernere, significa sapere chi siamo nel fondo e ogni atto d’amore poi non sarà lo stesso, ogni comunicazione terrà conto di chi ci sta davanti.
Una soluzione, forse tra le poche davvero buone, è avere una persona di cui ci si fida fino in fondo e ascolta. Che non giudica e cerca di capire. Che accoglie e fa propria la fatica del vivere, senza chiedere altra ragione che quella che le viene raccontata. Ma questa persona non è detto ci sia o sia disponibile nel momento in cui è necessaria e allora si torna a noi, alla crepa che chiede ragione di noi e del resto che capiamo. La spiritualità innata dell’uomo ruota su questa scissione interiore che cerca ricomposizione. Non occorre credere in nulla che non sia il vedere e il vedersi e cercare uno scopo che tenga assieme il tutto. Qualcuno ci ha promesso qualcosa e ci ha deluso. Senza volere ci ha messo di fronte a noi stessi, alla nostra solitudine ma anche a ciò che conta davvero in noi e da lì si parte e si arriva per superare la notte.
Forse era il 6 aprile del 30, due giorni prima della Pasqua e doveva essere una cena tra amici. Tra essi molti erano gli ignari o quelli che non capivano a fondo. Nei molti c’era il pensiero dell’eccezionalità vissuta con quell’Uomo, il fascino, la chiamata, la sequela, ma anche la percezione di un limite travolto che accanto al consenso collocava l’invidia. Superata la forma della legge c’era la libertà e il nuovo che si apriva ma si spalancavano anche le forze della reazione e della repressione. Annegare i pensieri molesti nel clima della festa imminente, l’essere insieme, scacciava la paura e rendeva forte la sensazione che l’evidenza del giusto e del buono forse avrebbe potuto vincere. Ma chissà quali erano i pensieri di quella notte. Solo chi amava e chi tradiva, sapeva, l’Uomo era già immerso nel dolore e nella scelta, gli altri erano attorno, ignari, in compagnia, pronti al sonno.
…Inseguire le intuizioni, è questo che faccio io. E’ così che ho organizzato la mia vita: inseguendo le intuizioni, comprese quelle che a tutta prima non so decifrare. Soprattutto quelle che a tutta prima non so decifrare.
J.M.Coetzee Slow man Einaudi 2005
Nel cielo azzurro si è inserita una nuvola che ha oscurato il sole, lo sguardo si è spostato verso l’alto e ha sostato. Indeciso se seguire un pensiero o perdersi in un particolare. Le decisioni si accumulano per aggiunta di materiale differente, concause, e per sottrazione. Una sorta di dilavamento del non necessario che porta a una conclusione. Difficile che vi sia la folgorante luce della comprensione profonda, del vedere la consequenzialità degli atti, essa viene sostituita dalla speranza che le cose si raddrizzeranno strada facendo, che tutto troverà un suo posto. E sarà così, ma se questo sia o meno ciò che si pensava inizialmente è difficile che accada. a questo serve l’intuito, l’imponderabile che mette insieme un fine con un inizio, ma parte dal primo e traccia una strada, genera una scelta. la razionalità si mette in mezzo, non ama l’imprevedibile, tanto meno nei sentimenti perché si arroga la presunzione di come andrà a finire. Senza intuizione non ci sarebbe che una sequela di amori ragionati, senza follia, solo convenienza sequenziale. Neppure i tradimenti ci sarebbero, e sarebbe esclusa quell’interpretazione che questi siano un’ espressione dell’amare e del futuro immaginato diverso, diverrebbero solo negazione e rottura di un patto infrangibile. Cocci che nessun kintsugi sarebbe in grado di riparare.
Ho immaginato di rompere una piastrella quadrata con un taglio verticale che già indica il suo destino e di incollarla su un supporto con la frattura non ricomposta, nel taglio converge la decisione, il tempo si è fermato, ha preso una sequenza e uno scandire nuovo. Da una parte e dall’altra c’è l’immutato scisso. L’istinto sana la frattura, la considera parte del decidere e la porta in sé come momento positivo, tutto si ricomporrà e si apre alla fiducia dell’essere e dell’esistere. Nulla è più ripiegato su se stesso, la spirale si svolge e genera una linea che sarà pronta a ridiventare spirale ma come momento del riflettere interiore, del tornare a guardare dal presente il passato mentre esso si muta in futuro.
Soffermarsi e ascoltare, il corpo ci parla attraverso circuiti neurale, trasmettitori chimici ed elettrici, energia che si trasforma e ricombina, ha il quadro di ciò che siamo e propone una scelta. E’ un dialogo, nulla è obbligato ma si è generata una possibilità che dovrebbe essere considerata. Non è ondivago l’intuito, ha una sapienza che si radica nel profondo e arriva al sauro che ciascuno conserva oltre il percepibile, quell’ondata di inconscio che ogni notte parla e si cancella attraverso i sogni. La sublime libertà del scegliere genera il rimpianto di ciò che si lascia, lo trasforma in altro desiderio e spinge in nuovo intuito. In noi il tempo della scelta, il kairos, diviene reale perché ogni treno genera il successivo, apre una porta nell’attimo in cui ne chiude un’altra. L’intuizione è una certezza lieve o dura, ha una sapienza che si è generata prima e durante il vivere, non sente l’età, non obbliga e soprattutto è speranza che ciò che muterà sia buono, dolce, confacente a noi e misericordioso.
Sento che dovrei spiegare, ma la nuvola si è spostata ed è tornata la luce piena, fuori c’è un mondo che non è quello che vorrei, ho solo la possibilità di seguire ciò che il corpo e la mente mi propongono per far coincidere il cammino con quello che avverto: una ricerca del bene e del benessere, che include me e dove vivo, ciò che percepisco e che mi solleva felicità istantanee con quello che spaventa, che è violenza, rifiuto di umanità. Per avere una risposta al vivere dev’essere considerata la scelta, l’amore, la gioia, la capacità di vedere l’orrore, di rifiutarlo, di sentire che sono io e lui assieme. Che la felicità e il benessere non è una colpa se essa non sottrae vita ad altri. Questo mi dice l’intuito, puoi star bene e far in modo che questo benessere trabocchi verso chi non ne ha. Come, lo scoprirai facendo scelte in te.
Domenica delle Palme, tutto il tracciato che porta dalla gloria all’esecrazione e ancora a diversa gloria. Il relativo del mondo si scioglie nell’assoluto della scelta di sé.
Li conosco i soddisfatti, gli lavevodettoio, gli acidosi da maalox, che con il sorriso dell’ovvietà bieca percorreranno circonferenze di chiacchere per tornar da capo. Chi aveva capito (cosa? come?) si vanta: proprio lui ha fatto cadere i potenti, ne ha visto per tempo i piedi di sabbia, ed ora è pronto per essere scelto. Nulla aveva fatto prima, nulla farà poi, una scelta perfetta, conveniente per chi vive non del proprio pensiero ma di quello altrui. La conservazione li sceglierà, chi non vuol cambiare punterà su di loro perché nulla cambi e la mediocrità eccellerà in ciò che è insostituibile, ovvero convincersi di interpretare ciò che davvero ciò che pensa la gente.
Se il voto non premia l’arroganza del decidere senza capire i bisogni ci sarà il lamento che la gente non capisce. Sic anzi sigh: chi dovrebbe capire si lamenta di non essere capito. Dove andremo se non in braccio ai negromanti che leggono passato e futuro allo stesso tempo, quelli che vivono in torri di compromesso e si informano, leggono più giornali, parlano tra loro e si convincono. Professionisti dell’esegesi, non camminano (scendono) tra le persone di cui parlano, si informano se il popolo ha fame, se è inappetente, se è satollo. Hanno contratto quella malattia che nella sinistra si conosce bene ed è afasia strutturale del capire politico, ovvero il problema è altro, non capite e comunque l’avevo detto.
Avete visto un impegno vero perché la destra non trionfi? Se davvero cadesse Meloni, cadrebbe il circo della lega e di forza Italia, perché si reggono non sul governo ma sul fatto di governare dando l’impressione di essere altrove, sul contrasto senza oppositori radicali. Per questo non cadrà davvero la Meloni, perché regge un sistema vuoto di proposte e pieno di problemi. Qualcuno si ricorda da quarant’anni a questa parte quale sia stata una proposta politica riformista complessiva che sia durata più di due anni? La più recente idea, l’Ulivo, che non era certo un mostro di radicalismo è di 30 anni fa. Ecco il male dentro, da estirpare. Sono nate parole nuove per descrivere un mondo nuovo, la guerra si affaccia all’Europa e ne nega la stessa ragion d’essere: era nata per non ripetere gli orrori della seconda guerra mondiale. Dovrebbe essere il trionfo della diplomazia e invece prevale il militarismo. la qualità degli uomini di stato è precipitata nel calderone del potere, trascinando con sé le idee di gestire il mondo e la sua crescita equa e sostenibile, ma se non possiamo aspettare che sia la destra a rialzare le bandiere dell’umanità cadute nel fango, il compito di leggere bisogni antichi e nuovi spetta alla sinistra. Ad essa la parola e il mea culpa perché cadendo un muro mille altri ne sono nati e la libertà non è cresciuta ma la stessa democrazia diventa democratura. Se il silenzio fosse comprensione e meditazione sulla via da intraprendere sarebbe una attesa ormai fuori di tolleranza ma giustificata ma questa assenza di risposte priva di un motivo la sofferenza, perché se c’è da soffrire, un motivo, una prospettiva futura ci deve pur essere.
Si può sbagliare ma bisogna che il livello di realtà irrompa nella politica, che trovi soluzioni e non accordi cercando il piccolo inutile potere. Tutto questo è diseducativo, rende possibile che divengano giganti i nani. E se cambierà, più per caso che per volontà, ricordiamo che quelli che diranno di aver sempre saputo, e guardavano. Guardavano e basta.
Avevamo arricchito i silenzi con piccole frasi: come va, prendi un te, con zucchero o senza? L’aria si increspava e la vibrazione si spegneva piano, frangendosi su una riva che non si vedeva. Le risposte erano rispettose degli equilibri e quali questi fossero, non era né esplicito né implicito. Troppa fatica e tumultuare di cuore per lasciare che affiorassero le ragioni vere di un sospendere indefinito. Qualcosa attendeva di formarsi in quella chiarezza perfetta che ha la consapevolezza, parente solare dell’intuito e per questo in grado di vedere con nettezza le cose. Come accadeva a fine inverno sui tetti in montagna, la neve si scioglieva in ricami impossibili, poi di colpo precipitava, matura di primavera e di scelte, ristorando una pianta ed essendo primavera. Forse tutto dipendeva da un tempo che non aveva fretta, che rifletteva prima di scorrere via, ed era diverso da altri tempi, perché sapeva attendere e silenziosamente maturava, cercando le sue ragioni in profondità impervie e nuove.
Altrove, nel tempo gaio in cui tutto importava, molto era disperante con la stessa natura della felicità e della leggerezza di pensiero. Era schiuma di presente e virtù di molti, ma non di coloro che scavavano nelle passioni, che le scorticavano come le parole. Questi graffiavano l’anima sino a trovarne l’inconsistente, che è pur sempre un vicolo del labirinto, e solo porta per un altrove in perenne attesa di scoperta.
In quel tempo, per abitudine comune, l’addio era leggero, un prolungamento del tempo che ormai aveva preso altra attenzione. Certo si soffriva e non era facile ma era nella natura delle cose e chi aveva esperienza di notti consumate nell’attesa dell’alba, di un peso da portare verso una stazione, oppure di un’auto o di un passo che s’allontanava verso un dove impreciso, ascoltava e taceva. Questo era nel denso ribollire dell’interrotto, del non consumato e non era proprio dell’esausto andare, o strascicar parole che a nulla servivano se non a non dire.
“Per ogni agire ci vuole oblio come per la vita di ogni essere organico ci vuole non soltanto luce, ma anche oscurità”
Queste sono parole di Paolo Rossi, un grande studioso della memoria, se le riporto non è per dare forza a una asserzione, ma perché ne sono convinto. Se la memoria è un luogo in cui ci si può perdere, l’orlo dell’abisso di ciò che poteva accadere e non è accaduto, quando si cade, di colpo la luce attorno scompare, e lancinante emerge l’assenza di futuro. E’ come se un buco nero interiore assorbisse, con la sua immensa gravità, la luce. Abbiamo bisogno di sbagliare di nuovo credendo che non sbaglieremo per essere vivi. Per questo l’assenza di errore mi fa paura, come mi fa paura la fuga nell’esperienza che assorbe il senso. Sento entrambe come il tentativo di dimenticare qualcosa che non vuol essere scordato, che viene seppellito e riemerge. Se invece venisse affrontato riaprirebbe il futuro, ma non accade perché di finzioni siamo maestri, soprattutto con noi stessi. Dei divoratori di presente è fatto il mondo, ma è il mondo della penuria non quello del benessere, un mondo in cui si ha solo paura di perdere, in cui si smarrisce il senso dell’acquisire. Ben essere, è qualcosa che è in equilibrio dinamico con la propria storia, il presente e il futuro.
Torno, in questo girovagare sulla memoria e sull’oblio, nel mio concetto di tempo. Ho la sensazione di un tempo che s’allunga, non ha limiti al progettare, non consuma, si aggiunge e per questo può essere parco. Un tempo che può dare senza la fretta di consumare e non teme di perdere tempo, quindi un tempo che convive con la memoria, ma non la subisce.
Uscendo dal tempo cronologico si esce dalla necessità, le prospettive si dilatano, subentrano altri tempi, il kairos, il tempo dell’occasione, che non tiranneggia nel fare e riproporrà ciò che apparentemente si lascia, o il tempo del probabilmente, così presente in molta parte del mondo, dove l’uomo si affida alla propria volontà ed a quella del flusso del caso. Li sento presenti questi tempi e se, vivendo assieme ad altri, non sempre posso uscire dall’obbligo, sapere che posso vivere un mio tempo, mi regala una prospettiva diversa nella percezione di presente e di futuro.
Mi si potrebbe dire: illuso, non vedi ciò che perdi, non vedi che ti perdi? Ed io dovrei spiegare che non ho fretta, che progetto la mia vita e ciò che non ho fatto un tempo non lo rimpiango, perché allora era solo possibile, ma ora perché dovrebbe chiudermi la possibilità di fare, ed essere, con maggiore coscienza e gusto, senza l’obbligo di accumulare esperienze. L’esperienza adesso è vivere, non guardare l’orologio per sapere quanto sto vivendo, credo che sia per questo che si dimentica e ciò che si ripete sembra nuovo. E’ come avessimo dentro due orologi da leggere insieme, quello biologico e quello emotivo ed entrambi ci dicessero la stessa cosa, ovvero l’inutilità di rincorrere il tempo.
Sensazioni impercettibili di fastidio. Rapprendono senza chiedere aiuto alla ragione, sono il facile ricoprirsi d’altre ragioni. La domanda a cui rispondere è: con chi ce l’ho davvero e perché mi dà fastidio il suo interferire con me? Poiché la risposta neppure s’accenna, su croccanti modi di dire che sostituiscono le frasi, viene spalmato un sentire che mescola assieme la mancanza della giusta cura con la certezza di una incomprensione profonda. Una piccola colpa viene attribuita e il tutto è mescolato in crema da racchiudere sotto altri croccanti modi di dire. Si può continuare a lungo, anche perché il gusto dolciastro dell’essere incompresi alimenta non poco la considerazione di sé, fa sentire la propria differenza persino negli ambiti in cui ci si sente amati e protetti. Quella crema che si crea diviene appetibile giudizio, una sorta d’offesa lieve che tiene un po’ in disparte e accende l’attesa delle domande che si riferiscono allo stare. Tutto si misura tra ciò che verrà intuito e quello che resterà in ombra. In fondo è un gioco che lascia sempre la porta aperta al recupero. Un broncio del bimbo che è in attesa dentro i gesti, le attenzioni. E come bimbo è egoista, chiede d’essere accudito mentre non si prende cura. Non ha la leggerezza che sarebbe necessaria, però fa i conti con la ragione e il sentimento e questi sono nani forzuti che riportano le cose in un ambito dove ciò che c’è davvero emerge. Che stai facendo? Di cosa t’Incupisci? Non ci sarà la forza per sorridere e neppure per accantonare del tutto, ma il limite è già chiaro e tutto ritrova un posto d’importanza propria. Come nascono, i piccoli wafer di risentimento, vengono consumati, digeriti e scompaiono nei modi del vivere che di ben altro hanno bisogno. Non farli evolvere ma considerarli parte del silenzio è una pratica salutare. Neppure dovrebbero nascere, ma la perfezione attribuita è intrinsecamente fallace perché è bisogno d’altro, non libertà. E sul bisogno d’amore non si riflette mai abbastanza, ma neppure lo si lascia cadere se esso esiste davvero. Se è bene solvibile nel conto acceso tra anime che hanno innumeri ragioni d’essere insieme e che neppure devono attingere alla ragione per capire le alchimie profonde che le lega. Nella ricerca del benessere facciamo i conti con noi stessi e il mondo, quando siamo meno in equilibrio, insoddisfatti, preoccupati, giochiamo a chi risolverà la fatica che ancora non ha dimensione, per farci star bene. In questa sfera nascono dolcetti che tali non sono, che scompariranno dal ricordo ma fotografano un momento, una immagine in cui siamo a centro e attorno tutto è sfuocato, c’è e attende di essere riconosciuto. E’ solo stanchezza, tutto si rimetterà a posto. Riconoscere d’essere stanchi è già capire che il problema è in noi e che costruire silenzi è fatica inutile.
Il rancore è un veleno serio, modifica dentro e toglie luce, è una lama che scende e taglia la percezione. Produce disastri a chi lo prova e non di rado a chi ne è oggetto. Lasciamolo da parte, non ci riguarda.
La bellezza ci cerca, ovunque, basta non essere offuscati dalla stanchezza, dalla serialità d’un sentire obbligato, e ci trova. Se diventa estetismo non ci coinvolge davvero, parla con quel narciso che ci accompagna, lo conforta e gli fa credere di appartenergli. Certamente è un sentire concreto la bellezza, è un equilibrio e un imprevisto, ma qui mi fermo perché voi ne sapete più di me e ognuno sa di cosa parla quando parla di bellezza, della sua bellezza.
Mi piace meno la “letteratura” del brutto, dello sporco redento, la povertà non è mai bella per chi è povero e neppure la bruttezza lo è per chi è brutto. Può essere una spinta a riconoscersi, estrarre virtù nascoste, ma costerà fatica. Altra cosa la mediocrità, la miseria interiore e la bruttezza sguaiata senza pensiero, che si distribuiscono ovunque secondo una gaussiana indifferente al censo. Magari più diffuse dove ci si aspetterebbero i migliori talenti. La politica, a esempio, oppure gli alti ruoli di lavoro, pubblico o meno, dove conta più il millantare che la capacità vera. Se la bellezza è un aiuto formidabile a crescere, l’imitazione del mediocre condanna a vedere il peggio come normale.
Però l’umanità c’è ovunque, in centro come nelle periferie e credo che portare la periferia in centro sia un atto di bellezza, come pure far vivere le persone in modo più decente. Lasciarla dov’è, nel bisogno è letteratura e divisione sociale. Quando si parla di mobilità sociale di questo si intende, ovvero del cambiare condizione di partenza. Infine quando si scrive la propria storia non importa molto da dove si viene, l’importante è scriverla, possibilmente con meno luoghi comuni possibili, e in questo avere una direzione è importante. Ma forse nella mia testa c’è un’ icona del bello interiore che è lo star bene nell’equilibrio mobile, mentre il bello esteriore è un urlo che trascina, spesso è apparentemente statico mentre genera pensiero nuovo e acuisce i sensi. Modelli di sentire, che mescolano esperienza, vita, letture, viaggi, sono parte di me, motivo per la mia, di storia.
La bellezza è una direzione, una guida, in realtà cerco me stesso e la mia storia.
Ripetutamente. Se associata al pensiero di una persona, questa parola, evidenzia un’attenzione particolare. La si dissemina per dire altro in un discorso intimo. Ripetutamente è l’insistere del pensiero nel voler far parte, nell’essere assieme oltre il normale e il consueto. Testimonia un comunicare profondo che penetra il giorno, lo riporta a sé senza bisogno di un motivo. In positivo e in negativo.
Nel negativo la costrizione del ripetersi diventa gabbia, prigionia, recinto del pensiero. Lo impoverisce perché lo priva della curiosità allegra, lo priva di ciò che sta attorno. È un pensiero che vuole risistemare le cose, fare ordine e ricondurre a razionalità.
In positivo, il pensiero ripetuto, se non è ossessivo, ma allora è già scivolato di crinale nel negativo, è lieve e curioso. Intendiamoci, è lieve come una carezza che sa andare in profondità, sollecita sia la tenerezza che il desiderio. Coccola perché vuole scoprire, ma pazienta e il disvelarsi è attesa dolce. È un ripetersi che fa bene, che toglie dall’usuale, dalle abitudini. È terapeutico e fertile se dosato con la giusta leggerezza, se tiene lontano il veleno dell’ossessione. Contiene quella leggerezza che apre il sorriso, che chiede, svagata nel quotidiano, che il mondo si riveli un poco attraverso una persona. Teniamo questo ripetutamente da conto, ne esistono altri, ma in questo c’è l’esercizio dell’attenzione, della curiosità partecipe e della gentilezza. L’ascolto insomma, più che il dire, il bussare alla propria porta interiore piuttosto che lo spalancare.
Stavo andando verso Cheren, a nord di Asmara con un’auto a noleggio. Scendere dall’altopiano e immergersi in una pianura in parte coltivata, aveva un segno di preesistenza per i pensieri di ciò che doveva essere stato e ora era in parte in abbandono. Qualche mezzo militare semidistrutto, vecchi carri armati, segnavano la strada assieme ai cartelli che dicevano in Tigrino e in inglese che i campi erano minati. Residui di30 anni di lotta di liberazione dall’Etiopia, si mescolavano con Jacarande in fiore, acacie, alberi dell’incenso. Non c’era nessuno per strada, qualche posto di blocco a cui bisognava mostrare i permessi e lasciare un po’ di legna per i soldati. La strada si snodava piena della polvere che l’auto sollevava e del vento che strappava fiori rossi e foglie secche d’eucalipto. Tutto si posava con lentezza, si vedeva poco e cercavo di non correre, intanto ai lati della strada vedevo gruppetti di case con le donne e i bambini indaffarati a preparare il pranzo, I bambini più grandi, con divise fatte di grembiulini grigi e calzoncini rossi, tornavano da scuola in gruppetti o da soli. Fu in un tratto semidesertico che lo incontrai, piccolo, sandali di pezza, cartella di tela sulla schiena e ben attento a restare sul margine della strada. Mi fermai e gli chiesi in inglese se voleva un passaggio. Scosse la testa e riprese a camminare. Avevo sempre caramelle con me, mi affiancai e gli allungai la mano piena di dolcetti, ne prese uno, disse qualcosa che interpretai come un grazie e riprese a camminare, serio e compunto sotto il sole. Era chiaro che gli avevano insegnato a non dare molta confidenza e continuai la strada verso Cheren. Era ormai l’una passata, avevo sete, c’era un gruppo di capanne e case attraversate da una strada, non c’era nessuno. Mi fermai davanti a quello che sembrava uno spaccio, c’erano due sedie di metallo e sedendomi, uscì un uomo. Gli chiesi una birra. Prima in inglese, poi in italiano. L’uomo mi guardava senza capire, feci il gesto di bere, mimando un bicchiere, sparì senza più tornare dentro una oscurità densa. Entrai nella stanza, che era priva di finestre, la luce si fermava con un segno netto dove iniziava l’ombra, oltre era compito degli occhi abituarsi a vedere nel buio morbido dei riflessi e del chiarore. C’era un banco, un tavolo, delle persone sedute che mangiavano dentro a scodelle, con del pane eritreo intinto in un qualcosa di bianco. Era yogurt di latte d’asina o cammella. Pranzai così, a nord di Asmara i residenti sono spesso di religione sunnita e l’alcool non viene servito nei villaggi. Rifiutai l’acqua, lo yogurt era buono e toglieva fame e sete. Pagando cercavo con gli occhi qualcosa da comprare per dare del denaro senza offendere, c’era talmente poco che presi una scodella di terracotta seccata al sole. Un recipiente buono per lo zighini uno spezzatino piccante che mi servivano sull’enjera, quella specie di pane crespella e che non toccava la scodella o il piatto. Se li avessi lavati si sarebbero rotti a pezzi e sciolti nell’acqua e così, pensai, il mio yogurt aveva avuto molti antenati che avevano reso impermeabile il fondo della scodella. Si sperava in questi casi che nessuno degli antenati avesse l’ameba o che fosse vero che lo yogurt con il suo acidulo e con le colonie di lactobacilli e loro amici fosse uno dei pochi alimenti sicuri.
Era caldo, tornavo verso la strada principale e ritrovai il bimbo in divisa che camminava verso una casa, aveva ancora in mano la caramella, non l’aveva mangiata. Scesi e gli offrii altre caramelle mezze sciolte, mi guardava dal basso con gli occhi spalancati, ne prese un’altra e mormorò qualcosa, poi si riavviò verso la sua casa e sparì nell’ombra. Salendo in auto e puntando su Cheren, pensavo ai profughi eritrei che spesso cercano di arrivare in Italia e tra loro molti cercano di sfuggire a un servizio militare a vita o a condizioni di precarietà assoluta. Non pochi di questi sono tra le vittime dei naufragi e della mancanza di accoglienza e pietà della presuntuosa Europa, dell’Italia, che non riconosce neppure la cittadinanza ai figli di Italiani che hanno occupato quel Paese sino alla seconda guerra mondiale.
Pensavo al benessere malato che spingeva da analisti e da dietologi, all’eccesso di cose che alimentavano i consumi. Pensavo i pensieri che passano quando si ritorna perché si è un po’ cambiati ma non abbastanza per mutare malesseri e vita. Pensavo che Freud in Eritrea non avrebbe avuto successo e che il racconto di ciò che affliggeva costringeva a fare cose, a muoversi in un ambiente bellissimo e difficile. Mentre intravvedevo le prime case di Cheren, l’immagine di quel bimbo non mi lasciava, il viso da adulto consapevole che non c’era nulla da ridere nella sua condizione, la scuola che gli avrebbe insegnato il minimo perché l’istruzione non era un diritto ma un servizio allo stato e per la prima volta mi sono chiesto qual è la linea dell’innocenza e come essa entri nei sentimenti sorgivi. Come essa si muova nel mondo e tracci confini dove si contamina il giusto e l’ingiusto. E questi pensieri non mi hanno abbandonato, perché non basta discernere e riflettere, non basta la ragione sia essa personale o di stato, c’è qualcosa di più profondo dove ancora l’innocenza vive e non ha bisogno della perfezione che genera la colpa, ma si nutre di ciò che sana lo spirito, fa cadere le braccia lungo il corpo, rende attento l’udito, acuto lo sguardo e non presume, non giudica. Ascolta e vede e neppure cerca di capire, solo riconosce l’uomo che sta davanti, ciò che lo attornia, il suo vivere, come un valore.
E va in pace o si siede in pace aspettando il canto del muezzin e la notte che porterà sogni agitati e fantasmi di ciò che era prima, sino al nuovo canto del muezzin. Qui vicino era nato l’uomo e qui ci sono radici che nessuno investiga con il cuore, ma che solo ad intuirle generano la sensazione che qualcosa, nel tempo, non si sia mai spento.