i disertori

Eppoi ci sono quelli che ti raccontano ciò che accade come fosse un’impresa epica. Tanto che ti guardi attorno per capire se stai vivendo nello stesso posto. Sono autoreferenziali, si convincono finché narrano la prima volta e poi non smettono più. Generatori di autostime che coincidono con la loro presenza, lavorano sul gruppo, motivano, presentano come vera la realtà che vorrebbero, demoliscono a colpi di asserzioni gli insoddisfatti, raccolgono il consenso degli astanti e lo amplificano. In politica e nelle società funziona così perché una persona si deve sentire parte di un successo e mai di una sconfitta. Tant’evvero che le sconfitte vengono giubilate, le dimensioni vere delle”battaglie” sottaciute, anzi chi racconta è un reduce ante battaglia e ciò che di epocale viene evocato, in realtà altro non è che la necessità di unire su un progetto senza domande, di creare una identità collettiva che si muova in modo coordinato verso nuovi successi, rammentando i precedenti. Non importa quali essi siano. Rimuovere, amplificare, eludere, motivare, sempre usando il noi, un noi siamo perché noi eravamo. C’è una grande mistificazione che circola, e non è l’interpretazione positiva della realtà, ma ciò che spinge a puntare sempre sul luogo comune, come se il passato fosse sovrapponibile al presente. e tutto questo funziona finché uno non ci sbatte addosso, perde il lavoro o non lo trova mai, oppure si spinge ad analizzare davvero i messaggi che gli vengono lanciati e comincia a definire priorità. La mistificazione cade allora e chi può, si salva puntando su di sé, diventa un uomo solo con battaglie proprie, rifiuta l’omologazione nell’azienda, mette in discussione obbiettivi e modalità. Disertore di realtà che non è la propria, questa persona diventa innovativa e può fare la fortuna dell’azienda, del partito, del gruppo, perché rompe il modo preconfezionato di vedere il reale, si misura con l’insuccesso e mantiene una propria rotta, ma raramente viene ascoltato. Sono rapporti di forza immane quelli che circolano, anche la realtà suadente e farlocca del gruppo era un recinto fortificato e lui diventa singolo nel combattere, va altrove, si sceglie i compagni, si coordina e costruisce un nuovo modo di fare che parte dalla debolezza, non dalla forza presunta. Il valore della debolezza cosciente è questo: dà una misura, mette un limite. E stranamente sarà proprio quel limite ad essere superato con modalità nuove e inusitate, proprio perché non c’è un prima con cui davvero confrontarsi. Poi, se il nostro “disertore” ha successo, verranno gli altri, ci saranno quelli che avevano capito tutto prima che accadesse, quelli che si adattano subito e sembra siano sempre stati così, quelli che non capiscono ma si adeguano. Insomma se vuol mantenere il suo modo di procedere il nostro lettore di realtà, dovrà distaccarsi dal nuovo recinto che gli costruiscono attorno ed innovare nuovamente, e così sempre, senza fine. Sembra una condanna alla solitudine e invece è la grande opportunità di stare con se stessi, ritrovarsi e motivare nuove sfide. Quelle vere, non le altre che sono rimasticatura di realtà.

6/6

Hai vissuto in lungo e in largo e la prendi un po’ distante. Per questo la fai lunga che non si capisce dove finirai. E ti pare di considerare tutto, comprese le ragioni che non son tue, ma a vivere di rabbie non si capisce nulla. E allora capisci e allarghi il braccio per comprendere in un abbraccio. C’è spazio e tempo al mondo, ma non ci credi che lasciato far da solo il tempo sia galantuomo, nel tuo gesto largo c’è bisogno di un cuore che ti raccolga. E in quel battere forte quand’è l’ ora c’è quello che vorresti subito: un po’ più dei desideri, un poco meno della pazienza. Poi nel ritmare lento, trovi il guardare senza fretta, lo spazio per ascoltare e poi capire.

C’è tutto quel che serve: gli amici, le ore che si fan dolci, il vino e il cibo buono, le chiacchiere, le voci sovrapposte, le risate. Ti vien da sorridere perché 6/6, è un pieno di vita che ti porti addosso e non sapevi d’avere tanto affetto fuori che aspettava, anche se è voglia di baldoria che si mescola agli affetti, ma in questo groppo di giorni che abbiamo condiviso, è rimasto quello a cui non si dà nome, e tiene e lascia, filo che ci cuce le vite addosso.

Che povero il tempo che non può fare a meno di noi per la bellezza, di lui ci sarebbe solo traccia di disfacimento e invece in questa notte balla per cerchi larghi. Con noi. Anche se manca sempre qualcuno che vorresti e che l’innocenza tiene legato al cuore, lo metti in un sorriso come un tango in una piazza vuota. Il brindisi è all’aria, al cuore, a noi e a ciò che non si consuma.

cinema italia

Non riuscivo più a riconoscere l’edificio, come se la memoria mi tradisse e le cose non fossero dove dovevano essere. Poi ho visto il cartello in cantiere: lo stabile era un fabbricato residenziale in trasformazione. Allora ho capito.

Di certo hanno parlato a lungo con i preti, il cinema Italia era loro. Immagino le trattative, prima in canonica, poi in quegli studi bellissimi, dietro al duomo, con i libri rilegati di rosso, e l’odore di legno vecchio, ma le pareti candide e luminose. Non più quel ristagnare d’aliti di digestioni difficili, ma i veri manager della proprietà. Colloqui circospetti, molti sorrisi, un parlare per cerchi concentrici e alla fine il prezzo: quasi immodificabile e niente di conveniente davvero, ma se piaceva per la posizione e il vicolo tranquillo, ci doveva pur essere un giusto vantaggio per chi vendeva. Queste trattative le conosco per cognizione diretta, sono simpatiche, lunghe e affidabili, se si conclude sono cari, ma senza bidoni.

Comunque chi ha comprato c’ha visto oltre quel cinema strano, chiuso da 40 anni, e ha intuito uno spazio che prima non esisteva. Sì perché il cinema Italia, era tutto fuorché un immobile normale. Neppure un cinema era, così stretto e lungo e multisala senza saperlo, ante litteram. La sala era divisa in due dalle colonne centrali e le file di sedie di legno erano al più 8 per fila, per 12-13 file. Otto da una parte e otto dall’altra, con due schermi affiancati sul muro di fondo. Si vedeva lo stesso film in entrambi, con un leggerissimo sfasamento e qualche particolarità. Non si potevano vedere film in cinemascope perché gli schermi erano troppo piccoli, però lì passavano tutti i classici, nonché i generi (telefono bianchi, western, noir francesi, cicli austriaci, ecc. ecc.) fatti tra le due guerre e i prodotti delle cinematografie squattrinate del sud america. Il biglietto era differenziato, a sinistra costava il doppio, perché il proiettore era solo da quella parte e si vedeva bene, a destra si vedeva la stessa immagine con un gioco di specchi, solo che per strada perdeva definizione e impaccava il colore. Se si pensa che allora al cinema si poteva fumare e a destra andavano i più poveri, il film, da quella parte, era immerso in un alone azzurrognolo da nazionali e alfa e il pavimento ricoperto di bucce di arachidi e di semi di zucca. Con l’altra particolarità che il suono veniva solo da sinistra e questo aumentava l’effetto di stranezza perché si sentiva con un solo orecchio. Ed era tutto un crocchiare di piedi, un guardare di sguincio, con quelli che chiedevano: cossa galo dito (cos’ha detto), al vicino e gli altri che zittivano, assieme a chi rideva o parlava d’altro, insomma una baldoria. Non c’era molto da vedere, si andava al cinema Italia perché era caldo d’inverno e per fare casino. Già il nome prefigurava un giudizio sul Paese, ma noi non lo sapevamo ed erano 50 lire ben spese la domenica pomeriggio, giorno in cui realizzava il tutto esaurito. Era un cinema di poveri in un quartiere di poveri, il prete regalava i biglietti per i ragazzi più devoti, ma regalava anche il pane e il fruttino alle quattro del pomeriggio agli altri. Insomma una sua funzione l’aveva, sia il prete che il cinema: definiva un’appartenenza a un luogo, anche se era un luogo povero e molti di quelli che ci abitavano avrebbero voluto star meglio. 

Adesso ci ricaveranno una casa da ricchi o un paio di appartamenti. Però mi piacerebbe che i muri che si sono imbevuti di tutta quella umanità, di tutte quelle immagini, conservassero ancora qualcosa e che magari nel silenzio del vicolo, la sera, ci fosse qualche crocchiare di piedi, il resto della voce di John Wayne, qualche risata soffocata, lo sguardo di Jean Gabin. E chi ci abiterà, allora chiedesse a chi sta vicino: cossa gheto dito, ma non per far paura, solo perché buttare via tutto è sempre una perdita.

la pace del cielo è somma di guerre d’aria e di nubi

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Il cielo ha addensato forze nella notte, si sono svolti scontri immani nel buio, energie strattonate, confuse e infine sommate con immane potenza, sinché s’è rotta la trama del cielo. Così è iniziato un diluvio di acqua e di vento, che ha dissolto i sonni leggeri. Nel buio della stanza, il rumore sul tetto era dapprima morbido, poi è cresciuto improvviso, come di pioggia scagliata con rabbia. Il cielo non ha sentimenti, ma c’era molta violenza in tutto ciò, tanto che non soddisfatta, la pioggia, s’è mutata in grandine fitta, a scrosci. Si sentiva la bandiera sul tetto schioccare nel vento, e il rumore secco del ghiaccio faceva quasi male. Ci si rintana nel letto, s’ascolta e sembra non finire, si pensa ai rami spezzati, alle rose spogliate di petali, al gelsomino, ai fiori nuovi e a tutte le piante, che fiduciose hanno mostrato le foglie al cielo. Nel tepore del sonno perduto, si riflette sulla difficoltà della quiete e della bellezza. Così, infine, è scoccato il silenzio. Di colpo. e un’acqua gentile ha cominciato a ruscellare verso la grondaia, come a detergere le piante, il vicolo, le case. E il sonno, che tornava dopo la furia, s’è sciolto nella pace ritrovata, perché l’ira del cielo non ha memoria. 

e per chi vuole ascoltarla tutta, Kleiber è sempre una gioia e una scoperta.L’applauso finale è una delle cose più emozionanti che abbia mai sentito alla fine di un pezzo musicale. L’indecisione dopo il silenzio, la paura di rompere una magia con l’applauso, poi l’entusiasmo liberatorio e la sensazione dell’ assoluto che si era udito e non si poteva ripetere. Commovente e unico :

la montagnola dei papaveri

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Ci piaceva molto che sui mucchi di terra, residui di scavi dimenticati, oltre ai giochi nostri, fiorissero le erbe selvatiche e i papaveri tenaci.

Quando eravamo stanchi di guerre, lo stendersi sudati, a guardare il cielo, era soffice e fresco,

e tra rumori d’insetti e voci lontane, nell’aria, e nelle nostre bocche, si sentiva il profumo dei succhi dell’erba strappata.

Vedi quella nuvola è un dirigibile, no e’ un maiale.

E azzuffandoci un poco, e facendo la pace, arrivava la sera nei nostri occhi pieni d’azzurro.

epifanie urbane

Vorrei fotografare il profumo che esce dal fornaio e il rumore croccante del pane caldo che si spezza, il sole della piazzetta, le persone sedute che parlano senza fretta, l’ondeggiare morbido e sensuale della ragazza che cammina sorridendo, le pietre rosse delle case attorno, la musica del quartetto klezmer che staziona in attesa di offerte, i passeri curiosi che si portano via le briciole dai tavolini, le parole importanti e inutili nell’aria, il cielo pieno di azzurro e nuvole candide, un rossore per un pensiero colto su un viso, il brusio delle cose pensate e non dette, la sofferenza di un rapporto che deperisce e muore, un gioco di bimbo tra le sedie, la bici che passa, un volto interessante che fuma assorto, la bellezza della giovinezza e la sua difficoltà, le ore che trascorrono per loro conto, l’utilità dell’inutile, la luce che filtra tra i rami, il pensiero d’essere vivi.

Vorrei fotografare tutto questo assieme, e magari un giorno ci riuscirò.

l’inutilità dei reduci

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28 maggio 1974, Brescia, piazza della Loggia.

Di quegli anni non resta nulla, come per le famiglie, il ricordo si circoscrive, perde l’emozione, diventa una data, una figura. Così non si impara nulla, ci si muove nella nebbia inseguendo luci, e non si rafforza lo spirito delle vite, la loro direzione, se alla fine ciò che accadde è cancellato, confinato. E l’emozione diventa non solo irripetibile, ma irraccontabile, se non per i pochi che ancora considerano importante ciò che è accaduto. Ma questi ultimi lo sanno già, e allora a che serve?

Difficile spiegare cosa furono gli anni ’70, non solo in Italia. Oggi, chi sente ancora la pericolosità dell’eversione, ricorda la strage di Brescia tra gli episodi più gravi di quella stagione, ma come spiegare che allora viaggiare in treno non era così sicuro, che le gallerie si facevano dicendo alla fine: è andata. Oggi che non ci sono più manifestazioni o quasi, come spiegare che andare a una manifestazione, o fare servizio d’ordine era un atto di coraggio prima che di libertà. Eppure le piazze erano piene.

Come raccontare che allora tutto deviava: servizi segreti, nazioni “amiche”, polizia, carabinieri, corpi dello stato, senza chiedersi perché deviavano, e a chi interessava tutto questo? C’era una teoria degli opposti estremismi, probabilmente la stessa che fece intervenire la polizia a manganellate, a Brescia, in piazza, dopo la bomba, per disperdere la folla che si prodigava sui feriti, e in base a questa teoria ogni avvenimento aveva una interpretazione ideologica ancor prima della realtà, addirittura prima che accadesse, fino a violentare l’evidenza. Insomma, l’eversione in quegli anni, per i corpi dello stato e per non poca opinione pubblica, era naturaliter di sinistra.

Come raccontarlo,oggi, tutto questo, l’emozione che allora colpì chi faceva politica alla notizia delle bombe, la voglia di non piegarsi alla violenza, l’andare in piazza apposta per dimostrare che non avrebbero vinto. Chi? Gli oscuri pupari, i fascisti, gli eversori veri, i bombaroli, assieme a quella parte del paese che restava in silenzio e sembrava approvare che le libertà si dovevano ridurre, che gli scioperi facevano male al padrone, che non si doveva cambiare perché andava bene così, ecc. ecc. Oggi è difficile spiegarlo, anche perché le poche manifestazioni che si fanno sono sempre contro qualcuno anziché per qualcosa e la gente preferisce andare ad ascoltare un comico che fa ridere, che usa il turpiloquio, anziché prendere in mano essa stessa il suo futuro. Ormai ci si chiude nel personale anche quando si è in tanti e così è difficile lottare per lo stesso obbiettivo comune. Per questo sono inutili i reduci, perché parlano di qualcosa che non c’è più, perché tracciano una relazione tra il passato e il presente.

Questi sono i pensieri e le domande dei reduci, inutili come loro stessi e se le ripetono non è per trovare un senso, ma per affermare che non c’è un solo modo di gestire la vita, che non c’è solo un qui e ora, ma una direzione, un prima e un dopo. E il dopo è meglio che neppure assomigli al prima. Ma tutto questo costa fatica a dirlo in pubblico per questo i reduci spesso parlano da soli.

il gregge

Le notizie punteggiavano i giorni,

suicidi che anziché scegliere la solitudine volevano essere pubblici e forti,

delitti strani, violenze esibite e ripetute,

proteste che infliggevano dolore a sé e ad altri.

Inusuale, preoccupante.  Si disse.

E lo notarono quasi tutti, chi prima chi dopo,

molti però rimossero. Prima le notizie, poi la pagina di giornale.

Altri si fecero domande, si guardarono attorno ed arrivarono a conclusioni tristi.

Tutti si chiusero un po’ di più in se stessi,

cercando l’allegria sui visi, cercarono di ridere più forte,

molti dissero ad alta voce: c’è un po’ di pazzia in giro 

e controllarono due volte la chiusura delle porte.

Anche per strada, si guardava il vicino camminare a fianco,

meglio andar di giorno qualcuno disse, è più sicuro.

Ma quasi nessuno fece nulla, si disse ch’era un segno,

e si guardò il cielo, parlando della bizzarria delle stagioni,

così il primo passo restò indeciso e il futuro sembrava non mutare.

Fu presto certo a tutti che cresceva la mestizia,

e la speranza deperiva, tanto che assieme si rideva ormai di rado.

Tra le morti di quei giorni, alcune erano quiete, ma risuonarono più forte,

erano di persone sempre state un poco strane,

da artisti della vita, s’ erano impegnati in cose belle e inusuali,

e, lo sentirono tutti, in mezzo al silenzio la loro voce continuò a cantare.

Parlavano quelle voci, di sogni che non s’interrompono,

di star bene assieme, di amori senza codice, di altri da capire.

Un fremito percorse il gregge,

qualcuno si mosse in direzione diversa e s’ostinò a procedere,

qualcun altro lo seguì.

Poi quello che accadde non lo sappiamo,

ma visto che ancora lo sentiamo, di certo il cammino era importante e bello.

mi piaceva

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A me piaceva che tra le cose mie ci fosse traccia di ciò che eri, il sangue ch’ era passato, il brillare delle idee, la risata che ti scioglieva, le lacrime, allora utili e sconclusionate poi. Mi piaceva che ciò che più non c’era, esistesse per un suo alchemico trasmutare, un vivere oltre e comunque mutato, però ancora quello. Come se accanto alla vita così rombante e piena, oppur mesta e frammentata, ci fossero, innumeri, le altre vite, tutte compresenti.

Un giorno sono stato, che brutta cosa pensarlo nel fiele del ricordo. Ed invece sono, compagno d’allora, seppur diverso, però mai davvero tanto e ciò che provo ora è il nuovo che allora mancò all’appello perché non possibile. Mi terrò ciò che mi viene lasciato, ma nel sottrarre vorrei agire come chi sente il peso dell’ inutile e lo lascia scorrere via per sua stessa consunzione, non come chi ancora tiene caro ciò che sente e ne vede il permanere. Per questo, forse, non capisco il gettare brusco ciò che è stato, il mutare continuo, che a me sembra fuga, il disprezzo dell’essere per riconoscersi vivi.

Per questo vorrei dirti che tu tenga con leggerezza amorosa ciò che è tuo, la tua vita nel suo farsi, anzitutto, poiché tutto s’impara e tutto ci modifica, ma disconoscere se stessi è, in fondo, vile timore d’essere vissuti.

bisogni

Bisogno di silenzio, di chiarezza di pensieri senza suono, bisogno di presbiopia e di particolari, di finti eccessi da far diventar normali.

Bisogno di dire con certezza cos’è per me l’amore, bisogno degli amici che non hanno già le soluzioni.

Bisogno di naufraghi con cui dividere vino e cibo che non si deve raccontare, di ragionamenti senza schemi e pregiudizi.

Bisogno di strade che parlino, di case che non tolgano l’aria, di complessità quiete, di dimostrazioni fulminee e semplicità eterne.

Bisogno di settimane che finiscono il venerdì sera, di negozi chiusi la domenica, di osterie compiacenti, di polpette recenti, di chiacchiere senza tempo.

Bisogno di tempo circolare che torna ed è amico, di leggerezza e riflessione, di strade nuove che diventano certe camminando.

Bisogno di te, di ciò che pensi, delle parole che ti fanno sorridere, dei giochi per finta, del tuo cascarci sempre.

Bisogno di chiarezza, di gesti gratuiti, di non avere ragione, di parlare aspettando una risposta.

Bisogno di attendere senza pena, di godere di ciò che ci viene donato, di lasciare che ciascuno sia come gli viene.

Bisogno di camminare nel caldo e nella luce, di guardare dalla finestra la notte, le stelle e luna.

Bisogno di sentirti e ascoltarti, del silenzio che parla, del buon giorno la mattina.

Bisogno di sapere che si corre solo per gioia, di guardare il grande e il particolare, di godere del tempo che trascorre.

Bisogno di me, di te, di tutti, senz’ansia e con dolcezza, perché così si vive e ho bisogno d’impararlo.