non basta mai

DSC04253

Alla cassa dell’autostrada, seguendo i pensieri, dissi ad alta voce: non basta mai. E il casellante rispose, a chi lo dice? Non parlavamo della stessa cosa, a me venne da ridere e lo ricordo ogni volta che non basta mai, perché ci sono stati dell’essere, così felici che non si saturano, bisogni che restano tali e sono un modo singolare della vita. Gli innamorati conoscono bene questa furia necessaria d’altro, una sete che lascia sempre il senso dell’insufficienza. E così ogni saluto è una piccola disperazione, l’attesa prolunga il tempo, lo sfilaccia in frange di vissuto indifferente.

Tu mi basti e non basta mai. Chi può dirlo è fortunato, eppure non lo sa davvero, sente l’assenza e non la magia della mancanza, del vuoto che significa bisogno, desiderio che non si esaurisce. Merita il cibo chi ha fame, per questo il bisogno, il desiderio dovrebbero controllarsi a vicenda, non essere in noi un tumulto che vuole uscire e gridare la sua diversità, ma un fiume che spinge. Torno spesso su quest’idea del flusso, mi è cara perché è ciò immagino della vita e siccome si vive per antinomie ed ossimori (anche), cos’è più singolare del provare sete dell’altro sinché si è all’interno di un fiume?

Non basta mai è ancora scevro dalla proprietà, è il bisogno della conoscenza e dell’amore. Che strano, vale per qualsiasi passione questa bulimia del possedere senza possesso, il bisogno di essere più compenetrati dall’altro, di avere di più per essere di più. E si percepisce l’altro come illimitato, non si esaurirà mai, è un continente che si apre. Se ci pensate vale ovunque ci sia una passione vitale, è indifferente alle classi sociali, alla condizione, lo sente l’uomo di cultura e l’illetterato, l’adolescente e il vecchio, lo scrittore, l’artista, lo scienziato, insomma l’uomo che è nella passione. Questo bisogno, per gradi, s’ insinua e genera una richiesta ulteriore, di vista, di parola, di senso, di profondità. Sensibile e immateriale assieme, soddisfa e genera bisogno.

Non basta mai, dopo l’impeto del tumulto diventa placido nella pianura del vivere, gonfio e sorpreso di sé, e scopre il suo bisogno d’altro. Che sia questo ciò che si confonde con il per sempre? Il non basta mai non si esaurisce, confluisce in una conoscenza fatta di consapevolezza e si trasforma. E’ diventato altro, si guarda, e nei casi migliori è conscio di non possedere perché ha trattato e tratta la bellezza. E’ felice di avere ciò che gli consente di procedere, di riscoprire nei dettagli, e ciò che prima era sfuggito nella voracità diventa prezioso. Quanto è stato lasciato indietro, incluso nello sfolgorio del bisogno, come riluce adesso che con la calma si vede ciò che sembrava celato. Eppure era alla vista, chiedeva d’essere solo riconosciuto. Dal non basta mai alla meraviglia del continente che non si scoprirà tutto, la sensazione che mai si riuscirà a percorrere una passione interamente. E’ la consapevolezza dell’ignoranza che toglie la fretta al non bastarsi ce n’è fin che vuoi e vorrai.

Non ti basterò mai finché mi cercherai. Non funziona sempre così, spesso è il presente, la passione, l’abbaglio a prendere per mano e ad esplorare con furia. Altra modalità del vivere. Coesistono, a volte accade l’una, a volte l’altra, a volte assieme, ma è il tempo a fare da crivello, ciò che resta non basta davvero mai. Sbaglia chi pensa che i ricordi, le persone si esauriscono in sé, c’è una porta rimasta aperta, una luce che filtra, un percorso che è continuato, ciò che siamo è la somma di ciò che non è stato assieme al poco che davvero è stato. E’ ciò che non è bastato che ci ha segnato e ci segna. Beato chi davvero chiude, il sazio che incurante si abbevera e poi continua immemore. Beato oppure monco di una sensazione di infinita dolcezza qual’è quella di guardare nel vuoto e vedere altro? Il bisogno e la sua soddisfazione, l’opera d’arte come metafora della vita, e quale opera si può davvero sentire conclusa? Per questo anche quando basta, ciò che conta non basta mai. 

corrispondenze

DSC06379 (2)

Corrispondenze. Idem sentire (arduo). Voler avere lo stesso ridere, le stesse lacrime (sogno romantico). Decrittare segni, con attenzione. Sì, attenzione, questo è importante. Cogliere nelle parole un desiderio di vita. Quello. Proprio quello che corrisponde alla vita sognata e vera. Termine di confronto che fa diminuire l’altra, quella dovuta. Eppure reali entrambe, solo che una è un amore sognato, un desiderio che s’avvera, l’altra è dovuta e quindi sembra povera.  

Quando s’avverano i desideri, non si sa bene che farne, l’avverarsi è la loro morte. A che corrisponde un desiderio avverato? E in fondo a quel desiderio ci si era affezionati. Per questo i divoratori di reale sono tali, con una fame inesausta per coprire il vuoto e l’impazienza. Rispettare ed essere attenti alla vita, significa avverare i desideri con rispetto?

Costruire allora una macchina compatibile e discreta dei desideri, con un flusso che esce e spinge piano, in una direzione. Stare immersi in esso, dov’ è caldo, ci si avvera, soddisfa e ri genera.

terrazze

IMG_6430

Un lettino riposto in un angolo, i muri gialli, l’aria che muove pochi panni stesi. Le terrazze sono vuote di sole, nessuna pelle attende di abbronzarsi, pochi passi frettolosi scaricano gli stendini. Pochi rumori di faccende e torna il silenzio delle case verso i cortili, si chiudono le finestre delle stanze da letto lontane dal traffico del corso. Facciate che non mostrano, che non devono mostrare. La filosofia zen stabilisce che una parte dell’opera dell’uomo non debba essere finita perché la perfezione è riservata alla divinità. I muratori di pianura mica lo sapevano, e neppure gli architetti, solo che gli pareva inutile abbellire ciò che non era visto da tutti. Così le facciate si mostrano sul corso, mentre qui ogni spazio ha un suo posto, una funzionalità che ha trovato stabilità nel tempo. Si sono radunate piante, montati condizionatori, scavati nuovi camini, chiuse verande, segnati i muri di nuove telefoniche comodità. Ciascuno per suo conto. E in questi lati nascosti è più esposta l’intimità del vivere segreto.

piccoli amori

IMG_6378

C’è fortuna nell’avere passioni forti che si sorreggono su piccoli amori. Eccessi contenuti nelle vite, poesie tracciate nell’aria, a volte su carta, ma tutto nell’ironia del limite.

C’è allegro timore nello sporgersi un po’ oltre la barriera e, mentre lo spiritello guarda verso il basso, provare un brivido. Non cade, lo spiritello, assapora ciò che attrae, e torna a sé.

Dicevi che aprire una porta serve a fuggire verso l’altro. E se le passioni fossero invece molle caricate, spirali che attendono mani pazienti nel fare, orecchie ed occhi impazienti nell’udire e nel guardare?

Nel lasciar entrare ci può essere fortuna di piccoli amori racchiusi nelle vite. Sono galeoni costanti, ben pasciuti di mare e merci rare e preziose, decisi a navigare in venti tiepidi. Assieme.

Grandi di costanza, di misura, forti di tempo. Altri corrono, spingono, percorrono, si spengono.  Non loro.

Troppa tempesta non dà mai tempo per togliere la sete che ha provocato. E non è saggezza, al più conformità, ad un andare che non si spegne, che curioso percorre, mischia, discerne, posa e ritorna.

Con sorriso di fanciullo e un inchino, ritorna. 

uno stile calligrafico

IMG_6392[1]

Il pendolo risuona nel bagagliaio con quegli armonici dolci d’acciaio che vibra. Non a caso si chiama acciaio armonico, penso. Perdersi per un momento nei particolari porta a un dialogo che guarda dentro. Cosa si sente in quel pezzo di realtà che non è più tale proprio perché è un pezzo di noi? I particolari, nell’osservare, nell’estrarli dall’insieme, hanno un linguaggio molto diretto, sensuale. Sono grana, asperità, morbidezza, densità, colore intenso che resta o che sfuma. E tutto trova rimandi, simmetrie, in noi. Così nello scrivere, o nel fotografare, o nel dipingere, si porta all’esterno qualcosa che ci appartiene profondamente. E lo si guarda, spesso insoddisfatti perché approssima, ma non siamo noi stessi una approssimazione di ciò che potremmo?

Di che colore è la mia anima? Di quale consistenza? Uniforme o ambigua di più nature? E di questo impalpabile, che pure c’è, emerge un colore e una sensazione tattile che la riconosce e l’approssima. Il pendolo tintinna sui dossi, il suo rumore che evoca ciò che farà appeso, suonerà le ore e i quarti ingentilendo il tempo che scorre. Quel tempo.

La stilografica traccia segni, comprensibili e netti. Sono parole che rimandano ad altro, che spiegano sempre in parte, ma il segno ha una sua vita, distinta dai significati di ciò che si legge. Per questo mi piace leggere e scrivere a mano? Grossezza del tratto, asole che si gonfiano e si stringono, t non tagliate, allineamenti e altezze regolari. Dimensioni. Né troppo, né troppo poco. Mi piace scrivere, penso, e di più sui fogli bianchi perché le lettere si succedono orizzontali. Perché rappresentano il mio ordine e mi rassicurano. Corrispondenze tra dentro e fuori. Non è questione di forma, ma di altro dialogo e questo modo di usare i sensi diventa stile, penso, modalità di vita. Nella ricerca di chi si è, il particolare notato è specchio in cui riconoscersi. La fatica senza fretta è dare significato a ciò che colpisce. Non spiegarlo ad altri, ma a me. Ci sono analogie con il sogno in queste corrispondenze, come se esso continuasse nei simboli attraverso il giorno. O viceversa il giorno continuasse nei simboli, nella notte. Perché mi piacciono gli orologi meccanici, penso? Le ruote dentate che si muovono regolari, scorrono come il tempo che misurano arbitrariamente. Guardandole sono pezzi di metallo, precisi, belli a loro modo, insieme agli altri diventano segni, corrispondenze. Perché mi piacciono gli inchiostri, i pennini, i colori? Eppure non sono un buon disegnatore, penso. Quale mancanza sto colmando con le mie passioncelle? Se indago benevolmente, trovo nei piaceri, nei particolari che mi attraggono, cose che si svolgono con lentezza. Che sbocciano. Vita che cresce, che colgo nei particolari. Prima era occultata, poi si palesa. E’ specchio che mi mostra. Cosa? E’ il limite? Non direi, c’è talmente tanto da vedere, sentire, toccare, annusare che mi riporta a me che non c’è limite, penso.

Alla fine, lietamente capisco che non mi conosco, ciò che scopro mi affascina e questo non mi chiude, ma cerca corrispondenze continue con l’esterno. Che esterno e interno si parlano, diventano sé. Ciò m’induce a cercare negli altri ciò che m’assomiglia, penso. Che sia questo una parte del bisogno d’amore ? So che entrambi non si esauriscono, la ricerca e il bisogno, e in questo non finire, non finisco.

il blues del flaneur

IMG_4920

Finito il mattino.

Una sorsata lunga, con un colpo di tosse. Succede agli ingordi di vita d’aver bisogno d’aria e di espellerla con violenza. Preparare il pranzo, un rito, una sicurezza. Bricola per la barca. Musica di sottofondo, orecchiette ai broccoli, polpette al sugo. Buone. Così il vino rosso e i pensieri che saltano. Come su un torrente in montagna: da un sasso all’altro, con timorosa allegria. Si apre il pomeriggio, mettere in fila sogni, pensieri, desideri. Lavoro, obblighi. Eh sì ci sono anche quelli nella vita del flaneur. Guardarsi con benevolenza, lisciare il pelo al gatto e leggere ciò che è scritto. E ciò che è scritto è ciò che ciascuno scrive. Fa sentire liberi questo. Si può dire di no, oppure sì, e c’è una sottile soddisfazione nel farlo. Conformarsi a sé. Lasciare che il pensiero corra e pensare a chissà che.

Pomeriggio.

https://www.youtube.com/watch?v=kwC1Wb-qUJY

richard strauss

Ascolto Strauss, che accettò Hitler e ne trasse vantaggio. Ascolto gli ultimi lieder, ed è tangibile la sua malinconia di fronte alla fine del bello, della cultura tedesca sotto i bombardamenti, della vita. Sento che questa malinconia comprende cose e uomini assieme. Ciò che c’era non ci sarà più, nessun nuovo compenserà l’annientamento. Eppure era chiaro, insito fin dall’inizio che il reich avrebbe distrutto oppure sarebbe stato distrutto. Perché Strauss non vide? Ascolto il suo stupore dolente di essere stato privato della vita consona al genio, ma della vita altrui perché prima non è importato? Per convenienza, o incapacità, anche l’arte diventa cieca e i grandi cadono in misere pozzanghere. Resta arte, anche se proviene da chi non capì o non volle capire, e perse poi (l’arte dei vincitori non ha problemi)? Sì ma così si rivela il limite dell’arte, la sua imperfezione e approssimazione. Il genio non muta, ma si stacca dall’uomo quando non vede la realtà nel suo divenire (uno scopo dell’arte è cogliere il muovere della storia e l’assoluto insieme) e si induce al compromesso, alla connivenza. Perde la purezza in cambio del potere e del denaro. Non sempre e non tutti, ma è forte l’attrazione del successo, dell’adulazione e dell’assoluto per decreto. Ed è il limite dell’arte che nasce dall’uomo: l’uomo stesso. La natura non ha di questi problemi, frequenta il reale e l’assoluto, assieme. 

sidereus nuncius

DSC02192

le stelle vivono nel giorno, ma

conoscono la solitudine della notte,

il brivido dell’assenza,

i letti vuoti,

l’amore che si disfa piano

in briciole di luce.

Guardi nel cielo e ti meraviglia,

il mistero che si svela,

le cose che si ripetono nuove, 

ma non senti il sommesso grido che l’attraversa,

l’abbraccio che non stringe,

il ruotare vuoto, 

secondo leggi d’abitudine?

Non c’è luce in cielo,

non abbastanza,

a volte è buio pure il giorno,

però genera il barbaglio d’un lampo,

l’ ipotesi d’amore,

l’attesa, 

il mutare che spinge i corpi l’uno verso l’altro, 

e nasce fuoco che trasforma,

perché, come ciò accade?

Emerge dal cuore, cristallina,

l’età dell’innocenza, 

equazione che posa,

invertendo tempo, abitudini, 

orbite,

perenne, il desiderio suo.

l’odore dei libri

SAM_0124

In casa c’è odore di libri e di sole. Lo sento quando entro, quando mi sveglio, quando mi guardo attorno. Mi piace come si mescola con il profumo del legno. Penso sia il mio odore. Ieri sera ero in una grande libreria, un bel prodotto di architettura, ammiccante e furbo, ma c’era odore di soldi e carta più che di libri. Le grandi librerie sono come gli ipermercati, generano confusione di scelta, non diventano luoghi. Il credo del marketing è la quantità, il cliente dev’essere irretito dall’opulenza, chiamato all’acquisto come a una liberazione. E’ prigioniero del sistema e deve pagare un riscatto. Invece sto riducendo gli acquisti, non di libri o di musica, per altri inutili, ma di cose. Esco dalla paura del restar senza. E preferisco le librerie piccole, una in particolare. Siamo amici, è un posto in cui stare. Sfoglio, spulcio tra gli scaffali, leggo. Sono un buon cliente, porto a casa e posso restituire ciò che non mi piace. E’ un piacere andarci. Tornare.

I libri nella casa mi rassicurano, anche se son troppi. Parlano con un fruscio sommesso di pagine sfogliate. Hanno l’odore delle idee, dell’inchiostro usato, della carta che invecchia assieme a me.

E’ questione di stile. Capisco che ora lo stile si è fatto più morbido, conformato a me e rifiuta l’apparenza. Così invito poco, non ho voglia di spiegare. Chi viene non chiede o parla di contenuti, vita insomma e non è la stessa cosa.

piccole libertà

DSC07996

Prendersi un’ora per sognare. Ad occhi aperti, come da bambini, e guardare fuori dalla finestra.

La voce della maestra (c’è sempre una maestra) che diventa brusio dolce mentre gli occhi s’attraggono senza fuoco né fretta.

Gli occhi collegati ai pensieri, scorrono e fissano. E’ guardare senza vedere, cogliere colore da mettere nel sogno.

Gorgogliano le immagini dentro: una polla traccia cerchi attorno. 

Coscienti piccole libertà, ed una incosciente cura.

Manutenzione della fantasia. Dono a sé. Arte del sognare.