ouverture

Ho lasciato entrare la sera, i mobili si sono scuriti,

le cose hanno preso la confidenza del sussurro.

Così un bisbiglio è diventato racconto

e gli specchi hanno mostrato le brune macchie del tempo.

In quell’intravvedere c’è la folla ch’è passata,

ciò ch’ era urgente ed è diventato ricordo.

Dei visi si sono scritti sul mio viso,

altri sono rimasti prigionieri dei fatti, delle sensazioni che furono sospese.

Ora chiedono di proseguire vita e destino,

reclamano i momenti che il cuore a loro doveva.

La finestra aperta risucchia la luce,

leggo, anche se gli occhi seguono l’ombra:

da qualche parte il destino è proseguito,

ha dato senso a un rifiuto

oppure  è tornato a percorrere strade già usate.

Ora la notte rende morbide le cose,

avvolge i ricordi con l’attenzione delle commesse a natale,

e la carta ben tesa mostra il colore cilestrino

nella misericordia d’essere stato.

Danza il pensiero, s’abbandona a onde di carezze gentili,

mentre un sogno già gocciola sul limitare del giorno.

di febbraio, la sera

Un febbraio, solo più caldo, il tempo delude le attese. Lo fa sempre e non chiede mai scusa. Per questo lo travestiamo d’impegni, di necessità fugaci. È trascurabile sapere gran parte delle cose importanti, ma del cuore si sanno solo le sensazioni. E la scia densa di nulla che esse lasciano. Non è così che si misura l’assenza e il fastidio della presenza quando si vorrebbe essere altrove? 

Questo altrove che non ha un atlante, una mappa che consenta almeno di sapere da dove si parte. L’altrove che si riconcilia nel sonno, se viene. Che frequenta il transfert d’ogni sogno sognato. Che include la speranza e la diluisce nella possibilità. Bibita a pronto effetto, ma non toglie la sete così a lungo da dire: lo sai che ho intrapreso?

C’è un gesto largo che non fa più nessuno, era quello del seminatore che andava incontro al tramonto e sparpagliava con giusta misura l’attesa.

Nel tornare alle case, c’è una dimensione che potremmo definire soglia: non si è dentro e neppure fuori. Basta fare un passo e il destino muta. A volte s’accartoccia in silenzio e attende che dpossibilità si veda una palla da calciare distante, oppure una mano che raccolga e col dorso spiani per leggere, curiosa. È solo una possibilità eppure ha una sua piccola arroganza che le viene dall’aver vissuto le innumeri vite raccolte in quell’uno, sa di essere la somma di tutto il buono gettato senza criterio e del mondo che si sciolto senza costrutto.

C’era molto in quel gesto largo che abbracciava la vita e le stagioni. Un pensiero sospeso, la fame che non è mai appetito in chi misura il cibo, la stanchezza che costruisce e attende la notte quando si stende. Ascoltando. Schiocchi di legno che s’adeguano all’aria, piccoli passi d’animale, il respiro che si fa lento e scioglie il vincolo alla tirannia della ragione. E allora il sogno può entrare e saggiare l’abbraccio.

Abbiamo gesti inconsulti, senza speranza di frutto e le braccia non sono più educate delle mani. Il corpo s’assomiglia a qualcosa che sta nella mente, forse per questo l’inquieto sovrasta l’attesa. E urge, bussa, s’agita e pretende, mentre anche il desiderio trova argomenti di discussione e non s’armonizza nel vivere.

L’orologio scandisce le ore come non le sapesse abbastanza. In fondo è una poesia che instancabile si ripete e di tanto clamore rimane la rivoluzione interiore, che un tempo ha arrossato le guance e ha mescolato con vigore, la voglia e i destini: questo il capo del filo per uscire dal labirinto. Oppure era solo d’una mappa che avevamo bisogno?

 

vorrei avvolgerti la mano

Vorrei avvolgerti la mano,

tirar fuori l’indice dal pugno,

tra l’erba, mostrarti, tracce di passato e d’animali

guidarti su sentieri che solo io conosco.

E’ solo un foglio bianco ciò che non hai sognato,

la realtà è la mano che ti stringe,

e quello che vedi è la tua strada,

oppure no, non importa, puoi tornare sempre indietro.

Ciò che conta è la mano che t’abbraccia,

quello che parla è il tuo indice che s’ alza

e ora con dolcezza urgente, interroga.

condividere è arte

Ho meno risposte e più silenzi,
ora la notte è schermo di contenuti,
si ripete senza chiedere permesso,
e all’alba ci sorride un po’ beffarda
chiedendo cosa mai sapremo fare del tempo
che viene donato.
Leggere dentro al buio,
e fare spazio al nuovo tra le usate abitudini,
è mestiere arduo e faticoso
che solo tu, forse capirai.
Condividere è arte come disporre colori,
o steli di fiori, o lettere in file di senso,
ma solo mettere assieme il sentire non ci lascia soli nella notte.

d’inverno, gli storti con la panna

 

Preso per mano nel pomeriggio di domenica,
ad aggiunger festa, ci pensava mamma,
della mia bocca, nella sciarpa rossa, in attesa,
prima dello sfavillar della gelateria,
guardavo il fiato che si rapprendeva.
E tutto era dolce e di sapore pieno,
come l’anno appena nuovo,
senza lunedì di pena.
Mi chiedi d’adesso,
del vivere che ha impastato creta e gesso,
dei dolori e delle gioie rifiutate,
della speranza troppo spesso vilipesa
d’esser portata appresso,
posso dirti che fa compagnia
a chi fedele è restato,
fosse uno slancio, una fantasia, un abbraccio,
il resto se n’è andato col vecchio che ha pesato,
ed ora penso a ciò che potrà essere vissuto,
con la smemoratezza del bimbo
dagli storti con la panna, appagato.

buon compleanno Papà

Vorrei raccontarti della vita di adesso. Non del mondo così cambiato in questi tuoi anni di assenza, ma di noi. Stiamo bene e invecchiamo, le famiglie sono cresciute bene: ti piacerebbero i nipoti che sono uomini e donne fatti e i loro figli. E tu saresti piaciuto molto a loro. Avevi modo, così si diceva allora del trattare gentile con le persone e i piccoli e in più c’era una grande tenerezza in te, schiva e gestita con quella educazione antica in cui i sentimenti si dovevano vedere ma essere tenuti come discreti e preziosi. Era un tratto del tuo carattere non avere parole di troppo, del portare gli abiti per il luogo e il servizio che dovevano fare. C’era un tempo per il lavoro e un’altro per la festa. E se nei giorni di vacanza non facevi grandi cose, però cambiavi vita e abitudini. Sembrava facile a noi allora, poi abbiamo scoperto che non lo era. Portavi con te la responsabilità innata di chi si fa carico degli impegni e li mantiene, come la parola, la dignità e la libertà interiore. Di te ci si poteva fidare e per un bambino era tantissimo. 

Del tuo ricordo ho molto e lo porto con me. Sono stato un foglio riottoso e strano in cui tu hai scritto assieme a mamma e nonna. A volte faccio fatica a decifrare i segni, c’è una sintassi che si intreccia, si avvolge e diventa ciò che mi tiene, salva, che mi fa meditare sulla vita. Anche di questo dialogo che continua ti sono grato, perché non è mai stata un’ assenza, anche quando troppo presto te ne sei andato, piuttosto un esserci discreto che ha mitigato il dolore e aiutato a trovare la strada ogni volta che contava. 

Saresti contento di noi, ne sono sicuro, perché lo sei sempre stato e ci capiresti oltre ciò che diciamo e siamo. Di te, delle tue mani che carezzavano, della tua voce calma, portiamo traccia e ci scalda la sensazione che comunicavi. Forse perché eri nato in gennaio da te veniva questo calore di casa. Eri la casa assieme alla mamma e la nonna, il posto in cui tornare, crescere, essere. Grazie per la vita che ci hai donato, per il suo farsi assieme, per i principi e per la leggerezza.

Grazie e buon compleanno Papà.

impallidiscono le storie

Lascio andare gli auguri tardivi. Si perdono gli indirizzi, poi traballano i nomi. C’è quel crudele ed egoista dire che chi non ci cerca neppure ci merita. Come ci fosse qualcosa da meritare per ciò che facciamo, diamo e sottraiamo. Solo chi ha un infinita comprensione di sé dona senza attendere, per gli altri, non importa di cosa, ma c’è sempre un’attesa. Forse un’ interlocuzione che metta in contatto, che misuri lo star bene assieme. In realtà quel pensiero è il predellino di un treno:  se mi chiama resterò, altrimenti con dispiacere relativo ci sarà un silente salutarsi. Sbiadiscono gli indirizzi, non i ricordi, e del molto che abbiamo avuto resta traccia, soddisfazione, non poco rimpianto per ciò che si è perduto e tra questo perdere ci sono quei fili caduti. Anche quelli non annodati. Ma erano già a terra e non bisognerebbe accampare scusa d’offesa per ciò che anche in noi era già maturato. Ciò che urge, che è amore, che compone il nostro vivere non si perde, il resto è importante ma mai così tanto da non attendere un gesto che non viene.

sarà festa tutto l’anno

C’è un tempo in cui le promesse, le fanfaluche, le stesse parole vengono a noia, nel senso che non fanno più nessun effetto. Pensate se fosse festa tutto l’anno, dopo una settimana non si saprebbe più che fare, così c’è un bisogno di normalità che investa presente e futuro. Mentre si ripropongono i riti della politica: l’eterno congresso del PD, le crisi del M5S, le intemerate di Salvini su provvedimenti che ha approvato e che ora attribuisce ad altri, La Meloni che diventa un gigante della destra, vista la pochezza e l’assenza di un vero partito liberale conservatore, la fine patetica del berlusconismo, ecc ecc. Tutto annegato tra panettoni offerti a metà del prezzo del pane e povertà estreme che muoiono per strada. Ci si abitua a tutto e non è bene, perché il peggio dilaga e non finisce. Ma questo è un lamento che non produce nulla, non cambia la realtà che dipende troppo spesso da una lettera di assunzione o di licenziamento, non muta la perenne perdita di speranza sull’Italia che riguarda i giovani e quelli che a 50 anni devono inventarsi un lavoro. C’è una progressiva perdita di speranza che accompagna la povertà crescente, è un regalo della meritocrazia e del familismo che ha potere e denaro e quando non lo ha prende a calci chi sta peggio. Ma chi si merita davvero di essere povero, di avere fame, di non avere cura né solidarietà? Invece pian piano si fa strada l’idea che chi non arriva ad avere successo ne porti anche la colpa e che il nemico sia quello che ha ancora meno e accetta di tutto per non morire di fame. Avete notato che di dignità si parla sempre meno, che il lavoro come mezzo per avere realizzazione e vita dignitosa non esiste quasi più ma si frammenta in piccole schegge di appartenenza sociale e poi di rifiuto reiterato? Nella meritocrazia c’è la competizione non la dignità che rende uguali in partenza e durante la corsa. Ci si accontenta duellando col vuoto, di senso, di futuro, di presente, di patria. Casa or è dove si vive e fare lo sguattero a Londra o raccogliere mele in Australia, se ne avrà ancora, dà una dimensione terribile dell’abbandono, della perdita. Nessuno provvede davvero e non resta che competere, mentre i poveri, i deboli, gli esclusi saranno oggetto di carità, se va bene, la dignità si perde pian piano, nella consapevolezza che non siamo comunità ma individui. Terribile vero? Eppure è così e le distanze tra la speranza e la realtà si allungano, questo dovrebbe colmare la politica,, la sinistra in primis, ma anche chiunque pensi davvero che gli uomini valgano qualcosa. E non basta lo dica il Papa, dobbiamo dirlo noi che lo pensiamo. Anche nelle piazze che si riempiono di senza partito e che esprimono questo bisogno di pulizia interiore, di solidarietà che è festa tutto l’anno quando c’è un noi che difende l’io, quando ci si riconosce e si è contenti di farlo.

la complessità

Prima ho assaggiato e poi bevuto, un Lison bianco. 2013, ben conservato e fresco. Continuava a mutare man mano si accompagnava al cibo, conservando la sua identità morbida. Era tenero ma non arrendevole e non si lasciava racchiudere in definizioni, preferiva essere assaporato e bevuto. Poi è seguito uno Chardonnay del 2015, leggermente frizzante. Si mascherava di poche bollicine per giocare col gusto. Anche lui esigente e dotato di più anime, sembrava chiedere una preferenza tra esse per poi negarla. Un vino deve essere complesso, forse in questo assomiglia all’uomo che ha sfumature differenti e profumi nelle situazioni che lo rendono centrale in un rapporto.
La complessità esige pazienza, la nudità raggiunta nello sciogliere gli enigmi e i nodi non ne esaurisce l’essenza ma ne palesa la difficoltà. Due essenze si incontrano quando l’una non ascolta il suo profumo ma si integra, assapora, è consapevolmente pervasa dall’altro.

la strana storia degli anni bisestili

IMG_20200102_170055Gli alberi, a volte, sono fuoco incombusto,
possibilità rosse del tramonto
e tempo snocciolato al giorno
appena tolto dalla notte.
Negli anni in cui il quattro esce dalla vaghezza,
e riporta il suo senso di coppia di numeri primi,
giovane o vecchia d’anni,
mette l’une davanti all’altre le ore intime d’ incontri
voluti, cercati, perseguiti nel tempo che s’e’aggiunto.
Quel quattro che si contiene e dilata, è l’origine del giorno,
la somma dei minuti perduti e raccolti con pazienza
e messi  in una strana giornata che non esiste,
perché esiste solo il tempo seminato,
mietuto, reso dolce e consumato.
Invece siamo circondati da venditori di calendari,
di numeri che da interi e lunghi d’infinito
frangono in particelle d’attimi senza tempo per i sogni
e così il reale s’ approssima, diviene numero e cosa.
Come questi alberi che stendono le braccia a gennaio,
altro nome bruciante di tempo incombusto:
e sono possibilità e destino,
traccia lieve del possibile
che prima radica e si nutre
e poi s’arrende,
al tramonto, al giorno
ma non alla notte.
Alla notte non cede i suoi sogni.