Di quasi tutti non si sa nulla. Nulla che preceda le parole, nulla che faccia capire un pensiero inespresso, un desiderio profondo. Forse non si vuol sapere nulla che non sia voluto, così abbiamo perduto la telepatia. Ma molte informazioni ci arrivano senza voce, involontarie sfuggono all’attenzione perché c’è altro che vibra ed è il corpo che parla. Oppure ci sono tracce nelle cose fatte, nel muoversi, nelle priorità enunciate e silenti, nelle abitudini. Non mancano le informazioni, solo la pazienza e la capacità di metterle assieme. Però io so quello che mi vorrà essere detto.
Abbiamo sempre dato importanza maggiore alla parola e ora che il mezzo diventa virtuale, esclude i corpi fino alle scelte che li coinvolgono, la parola è ancora più importante. E l’immaginare è importante. Immaginare è un segno di attenzione, l’hai mai pensato? Sapere che qualcuno a cui si pensa sta facendo qualcosa, che si muove in un certo luogo, che esso stesso può pensarti, immaginarti, può uscire dal tempo, non importa quando questo accade ma il fatto che possa accadere. Ci attacchiamo a tutte le sottigliezze per decrittare il testo misterioso che ci viene proposto da chi ha la nostra attenzione. Lo si tiene di buon conto per le sue tante interpretazioni, per porsi domande, articolare dubbi e conservare le certezze che danno sostanza e corporeità alle parole. Questa è comunicazione asincrona che si spinge nel profondo e non ha reticenze.
Ho scritto molto in questo tempo indeciso, spesso mi rivolgo a persone che non conosco, e scrivo cose che suscitano scarsa attenzione. Me ne accorgo perché è come se le parole scivolassero via senza trovare un luogo in cui posarsi. Le parole vivono sempre ma muoiono le emozioni che le avevano suscitate, la maggiore difficoltà che abbiamo tutti, ne sono sicuro, è quella di trovare chi sente davvero quelle parole, le confronta con le proprie, le unisce e ne nasce qualcosa di differente. Questo è la comunicazione vera, quello che nel reale fa l’amico. Anche quelli perduti, ritornano con il tempo passato assieme, le parole che sono diventate emozione e hanno formato. Abbiamo parlato così tanto con tutto quello che avevamo a disposizione, di noi, del nostro tempo, di ciò che scoprivamo e vivevamo perché era talmente forte da superare la reticenza e traboccava nella vita. Eravamo giovani, ci sembrava che l’amico fosse superiore all’amante perché ti amava oltre il piacere. Poteva dirti le cose che pensava e mantenere un legame profondo, c’era se lo chiamavi e tu c’eri per lui. Con l’amico servivano le parole e i pezzi di vita assieme, ora mi chiedo cosa resti dell’uno e dell’altra. Poi il tempo rarefà, mette distanze che non ci sono, sbiadisce e ci si accorge che si sanno troppe cose sconnesse. Ci si chiude in torri di silenzio per il timore di veder rifiutato il dono della confidenza e della sua verifica nel comune sentire. (con fidere ovvero avere lo stesso sentire) Ma anche se ormai gli amici sono pochi, davvero pochi, il desiderio del comunicare quello che si è ora, resta intatto, perché da soli si è meno di ciò che si è per davvero.

