piume e foglie

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Nell’aria cadono piume,

uccelli d’autunno e questioni di posto

in piccole baruffe, subito spente. 

Oltre, le foglie,

posano anch’esse. 

e lo stesso albero,

in cui s’aggrappano ora smemorati contrasti,

si scioglie al suolo,

in fulgori di colore,

inutili e cangianti alla vita.

Alto, il sole, allieta ed illude,

noi, 

che il tempo abbiamo scordato.

del dolore

Faccio fatica a guardare la foto di una madre che abbraccia la figlia prima di essere uccisa perché ebrea.  

https://www.facebook.com/ShlomoVenezia/photos/a.10151253417964666.482792.44828619665/10153692251269666/?type=3&theater

Accadde innumerevoli volte e accade ancora. La contabilità dei numeri  non esprime la grandezza e l’atrocità del sentire. Così con ancora più fatica, penso e immagino, il dolore che hanno vissuto quelle persone. Un dolore che faceva preferire la morte. Quel dolore non ha insegnato nulla. E di questa morte, come di altre abbiamo testimonianza, ma di tutte quelle che sono state morti altrettanto dolorose e silenti, non resta nulla.

Può insegnare qualcosa il dolore? Intendo dire, ai popoli, ai governanti, alle persone comuni?

Può mutare una decisione, un gesto a qualcuno che non sia chi ha vissuto il dolore?

E se il dolore è solo un fatto personale, cosa resta di esso?

volti

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Questa fotografia è stata scattata nel 1968, durante la festa delle matricole, poi di fatto abolita dalla contestazione. Non conoscevo gli studenti fotografati. L’ho conservata pur essendo priva di riferimenti personali. E di fatto non contiene nulla. Nulla di conosciuto.

Già allora mi piaceva fotografare volti, figure, corpi, mi sembrava che le storie contenute si potessero intuire da una espressione del volto, da una posa, dagli occhi. Mi sono chiesto, e lo faccio ancora, come si sono svolte le loro vite. Dove sono adesso. Ho la sensazione che nei volti ci sia una continuità che resta, come un’eco di qualcosa di accaduto.

Non sono mai stato un gran fotografo, ma mi piaceva, già allora, fissare ciò che percepivo, intuivo. Stranamente il vedere veniva dopo, magari leggendo la fotografia in camera oscura. Associavo le fotografie a un pensiero, a un suono, un odore. Di allora restano parecchi negativi, spesso non stampati. Mancavano i soldi.

Mi accorgo che documentavo qualcosa a me stesso.

Fotografavo spesso sconosciuti e privi di particolarità forti. Oggi si guarda una foto per riconoscersi (teologia del selfie) oppure per riconoscere o per meraviglia. Il resto fa parte di quel mondo poco interessante che è la realtà. E pur fotografando la realtà mi pareva di distorcerla con le persone, con i loro pensieri, le attese, la normalità unica d’ogni vita. Per questo volevo aggiungere i volti alle cose, perché loro avevano un’altra percezione rispetto alla mia. Ed io non l’avrei mai conosciuta, ma ritenevo possibile che essa in qualche modo mi arrivasse.

Devo dire che anche adesso ho la stessa illusione e che nel fotografare spesso cerco qualcosa d’altro rispetto a ciò che apparentemente vedo. Non sarò mai un buon fotografo, ma in fondo la fotografia è una scrittura e l’adopero come mi viene. Proprio come le parole.

la macchina di babele

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Per quelle strane coincidenze, che non sono tali, George Gamow, matematico americano famoso negli anni’50 e Jorge Luis Borges, scrittore molto famoso in quegli anni e pure dopo, ipotizzavano in libri totalmente diversi, della generazione automatica di testi. Gamow immaginava una stampante automatica in grado di combinare le lettere e gli spazi, che operava senza limiti di tempo. Questa macchina avrebbe prodotto tutti i testi già scritti, anche quelli perduti o solo pensati e quelli ancora da scrivere. Bastava discernere il buono da ciò che era semplicemente una sequenza informe di spazi e di lettere. Fatica a suo modo infinita come la produzione dei testi.

Borges, nella Biblioteca di Babele, mostrava tutti i libri già raccolti in una biblioteca circolare, ed era un universo ben più inquietante nella sua indifferenza, ma il contenuto era lo stesso: si poteva generare qualsiasi libro scritto o da scrivere, metterlo in uno scaffale e forse qualcuno l’avrebbe letto e scoperto, ma anche no. Sarebbe comunque esistito lo stesso.

Il pensiero che si disperde, non solo nelle nostre menti, ma anche quando viene fissato, è la raffigurazione della babele dei contenuti che ci sono nel mondo ed ora nella rete. Universi che parzialmente si fondono, verità e menzogna che si sovrappongono, impossibilità nel discernere, nell’apprendere anche solo in piccola misura il desiderato. Dispersione di pensiero e infinite biblioteche di Alessandria che hanno avuto e avranno il loro carnefice. E diverse e parzialmente rinasceranno.

Ci si stringe in gruppi, in crocchi che parlottano tra loro, per evitare la dispersione. Questo può essere emblematico di una disperazione sottesa, di una solitudine che condanna il rapporto tra pensiero e sua manifestazione, oppure può parlarci dell’unico e della sua parziale riproducibilità. Come per gli infiniti testi, gli infiniti pensieri non saranno mai gli stessi, si perderanno già dentro in noi. Ma pezzi di pensiero riemergeranno in altri, in contesti e fattispecie differenti. Li riconosciamo e generano affinità. Molto sarà perduto, ma cos’è il molto rispetto all’infinito e al relativo che esso genera. Non possiamo averlo il tutto, ma chi cerca, o anche è solo curioso, trova. Ed è stupefacente cogliere qualcosa che ci assomiglia nelle parole di un altro. Non è noi, ma ci dà la sensazione bellissima di non essere soli.

18.03



Sono le 18.03, l’ora del rosso degli stop. Delle code col verde dei semafori. Lampeggiano insegne di farmacie, bar, supermercati e offellerie. Immersi nei gas di software taroccati, c’è chi guarda il nulla, chi il telefono, e pochi il tramonto che gonfia nubi di luce gialla e rosa.

È l’ora dei ritorni e dell’andar via. Schizzi di buio nei vicoli, prime luci, rossi melograni e cachi gialli tra le foglie dei giardini.

Auto, musica, parole, pensieri, Janacek e Kafka. Chissà come sono i moravi adesso.

Non pensarci e guida, è la modernità, bellezza.

la crusca senza accademia

Un prodotto con largo
eccellente lente 100 mm!

Bresse Pirsch 25-75×100 Terra telescopio è stato progettato per gli amanti del uccello dell’osservatore e cacciatori che vuole avere una grande qualità e prezzo medio telescopio. Questo telescopio fornisce una visione dettagliata di posizioni troppo che è di fondamentale importanza per gli utenti. Pirsch telescopio soddisfare o superare le vostre aspettative. Lenti multi-strato e BAK-4 ha 100 millimetri proprietà ottiche. Ciò consente di mettere a fuoco via al tramonto, è possibile ottenere un quadro chiaro.

Questi testi su fb  mi riconciliano con la vita: ho un avvenire che forse non sarà di astronomo guardone ma con lo scrivere posso migliorare.

Però ciò che mi affascina di più con il telescopio Bresse Pirsch25-75×100  è che è possibile ottenere un quadro chiaro.

Cosa non darei per un quadro chiaro…

finis terrae

Una sera arrivò Alvise e disse: non ce la faccio più a leggere l’Espresso, tra complotti, burattinai, notizie su come va il mondo, la notte vado a letto pensando d’essere in mano d’altri e non dormo più. Vorrei essere un uomo che decide per sé, almeno questo.

Era una sensazione che provavamo quasi tutti e forse dipendeva da ciò che leggevamo, ma non solo. Dopo essere andati alla conquista del mondo, il ritorno era stato feroce.  Ci scherzammo molto, quella sera, ma il senso d’essere in mano d’altri, la difficoltà a scomporre in fatti semplici ciò che accadeva, ci pesava addosso.

Alvise era stato il primo a sposarsi, il primo a diventare ricercatore, il primo a fare un figlio. Fu anche il primo a separarsi. Annusava le cose con la giusta ironia, vedeva il limite, agiva di conseguenza e con coerenza. Era avanti perché in molti si pensava che non ci sarebbero stati limiti alla crescita individuale e collettiva. Il privato, da questo punto di vista, era davvero politico. Poi diradarono  le cene comuni, le discussioni, le vacanze assieme, le vite di tutti sono continuate, scisse dagli impegni, ma forse anche dalle sensibilità comuni che si sgranavano col tempo. Pensavamo vagamente le stesse cose. Una manata di passeri era stata lanciata in cielo, disorientata e decisa, poi ciascuno era andato per suo conto.

Non si fanno mai bilanci, sarebbe ammazzare qualcosa che può crescere. I bilanci servono alle aziende, a chi deve scrivere un segno davanti a una cifra, e nella vita non si dovrebbe essere mai meno che un uomo. Non noi almeno. Ma quello che mi pesa adesso, è l’idea, la consapevolezza, che troppe speranze si siano accumulate e che abbiano generato sogni guasti cosicché d’esse sia difficile trovare traccia in ciò che sta attorno. Pensavo al tema della famiglia, ben vivo in quegli anni, tanto che gli effetti si videro subito. E ne discutemmo così tanto che le vite cambiarono, luoghi comuni si dimostrarono privi di consistenza, barriere caddero. Non tutte e non a fondo, la riflessione seguì la generazione che l’aveva prodotta, quella successiva la usò, ma la prima, nel frattempo, parlava d’altro: s’era sfiancata nella teoria e adesso faceva pratica. Così sull’amore, la sua durata, sui sentimenti molti restarono a mezz’aria e la cosa tornò ad essere quello che era prima: un problema personale. Oggi  sul tema ci riflette la chiesa cattolica, e in quella difficoltà che essa ha di cogliere la ragione dell’amore, e della sua preminenza, c’è una labile traccia di ciò che non si è elaborato a sufficienza e quindi non si normato di conseguenza. E colpisce il fatto che chi scrive le leggi, siano esse civili o religiose, sia sempre tanto indietro da non riconoscere il presente.

Del futuro da tempo non si parla più. Per il resto la complicazione è cresciuta, le trame sono continuate, le soluzioni semplici scartate. Insomma tutto immutato o quasi. Solo che allora eravamo giovani e la speranza era qualcosa da fare assieme. Adesso non capisco più dove finisca il presente e quanto di esso sia narrazione. Story telling come si dice ora, ma sul presente non c’è molto da dire. Almeno non da me. C’è chi condivide entusiata, chi si accontenta o si fa una ragione, chi sposa una idea di futuro raccontato, comunque questi hanno altri strumenti dai miei, per determinare un futuro che sia attraente. L’impressione è quella di essere ormai un francobollo staccato da una busta, un tempo è servito a qualcosa ora è una curiosità da collezione. Sarà per questo che non capisco e mi sento escluso da questo presente. Non è quello per cui abbiamo, lavorato, lottato, fatto. E quando subentra questa consapevolezza, in chi la percepisce prevale la fatica di mettere assieme l’insofferenza con un progetto e questo produce inanità, disadattamento, indifferenza.

A volte mi chiedo se ci sia ancora terra da percorrere in questo mondo liquido, se servano le idee, le energie gratuite che si è disponibili a mettere in comune, se invece di farsela raccontare la si voglia scrivere una storia. Poi penso che non serve, che siamo destinati  all’oblio come generazione, che non rappresentiamo utilità marginale se non per l’economia. Anzi serviamo a questa e ne sosteniamo un pezzo, ma poi ci vien chiesto di pensare piano: per favore state zitti, andate in vacanza, spendete, ma soprattutto non disturbate con i vostri sogni stantii.

i libri contengono idee e restano

Prendete in mano un libro Adelphi, guardatene la copertina elegante, il colore pastello, la fotografia o il disegno che ne occupa una parte con discrezione. Leggete sul primo risguardo la trama accennata e sull’ultimo alcune notizie sull’autore, entrambe sobrie e senza enfasi particolare. Guardate il carattere, forse meno elegante di quello che per molto tempo ha caratterizzato Einaudi, ma bello e nitido. Infine guardate la quarta di copertina e troverete una pagina senza parole: non ci sono recensioni entusiaste per invogliare ad acquistare il libro.

Quando Einaudi passò sotto Mondadori a chi aveva amato gli autori, l’offerta di catalogo, le scelte tipografiche di quell’editore, sembrò che finisse un mondo che aveva dato sostanza al piacere di leggere. Per questo non pochi esplorarono altri editori che sembravano avere analogie. Due in particolare attiravano l’attenzione: Adelphi e Bruno Mondadori. E’ rimasta l’Adelphi e leggere che Roberto Calasso ne ha acquistato la maggioranza impedendo che finisse nella concentrazione Mondadori-Rizzoli, mi ha dato un piacere importante. I libri di Calasso, quelli che scrive e quelli che edita, sono densi, pieni di un mondo che oggi fatica a manifestare la sua originalità e importanza, ma non sono mai pretesti. Dice l’editore-autore, che su 2500 libri editati ne sono disponibili 2300, già questo parla positivamente delle scelte, della loro importanza, ma sopratutto non confonde qualità con quantità.

Sono belli e importanti i volumi di Adelphi, e se ci si misura con loro, col piacere della lettura e del ragionare, lasciano il segno. Credo che per me nessun e book potrà avere la stessa somma di reazioni visive, tattili, di contenuto che ottengo da un buon libro, perché il testo, e il suo parlarci, è parte di un piacere che è intriso di forma, inchiostro e carta. Per questo mi sento di ringraziare un editore che confida sul proprio ingegno, sulla capacità di essere grande senza eccedere nel numero, che conta sul contenuto, sulla scelta, sul fatto che esistono molti dinosauri come me, che rifiutano le massificazioni, le critiche entusiaste della quarta di copertina, e l’ultima novità dell’elettronica digitale. E per fortuna non è l’unico.

sole dopo una notte di pioggia

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Le cupole si mostrano con la perfezione sensuale della mezza sfera. S’arrende la sottostante violenza dell’arancio nel bianco grigio che riflette il sole.

E stagliano contro il cielo come un assolo di clarino, dilagano di presenza, attorno.

Si rispecchiano, vanitose, in ogni pozzanghera dimenticata dalla pioggia della notte.

Nella curva dell’Alicorno tra le statue del Prato.

Tra le ninfee delle grandi vasche dell’Orto, vicino.

Bellezza.

Eppure penso che tutto questo accogliere, voglia cacciar via un pensiero.

Distogliere.

Tornare a sé perché manca la forza d’un pensiero condiviso che ci riguardi assieme, una passion comune senza pretesa d’assoluto.

Un acuto che porti via dalla tirannide del quotidiano, dalla miseria dell’ accontentarsi senza attesa.

il voyeur non incontra mai nessuno

Si sprecano troppe parole utili ad altro sentire. Accade ovunque e così non ci si accorge più della differenza, anzi diventa linguaggio e poi modo d’essere comune. I superlativi, le parole che descrivono emozioni stabili e profonde vengono usate per rappresentare un moto d’animo, una pulsione. Il virtuale ha semplicemente portato alla luce ciò che siamo o vorremmo essere, impedendo a chi comunica con noi di discernere se raccontiamo la verità su noi stessi. Manca il linguaggio del corpo che parla assieme a noi. Puntare tutto sulle parole non basta, serve l’ incontro per capire se c’è qualcosa che resta oppure se si deve relativizzare tutto, crederci per un attimo e poi basta. E cosi nel virtuale, si può essere entomologhi che osservano da distante oppure partecipare profondamente, in fondo è praticare un voyerismo che ha alternative e scruta prima di palpitare.

C’è però il rischio di non varcare mai davvero la soglia del tangibile, di immaginare qualcosa che non c’è e allora ci si ritrova soli a dialogare con un fantasma. Certo c’è sempre quella fragilità del dire e dell’essere letti che ci riporta ad unità, e comunque sia, non si può che essere se stessi, ma è un sentire amputato, parziale.

Eppure non poco viene messo in mostra oltre le parole. E anche il bisogno di parlare del nostro disagio ci rivela: il trattare le ferite è il modo con cui si vive. Siamo sempre reduci da qualcosa che ci ha coinvolto, che ha lasciato tracce e solo la cattiva letteratura racconta che esse siano il nostro passato. Sono i nostri fallimenti ma non ci sono stati solo quelli, per fortuna, altrimenti non ci sarebbe nessuna voglia di raccontare. Le ferite che si raccontano col sorriso sulle labbra sono quelle che quasi non fanno più male. Per le altre serve il rapporto diretto, essere abbracciati prima che compresi e la verità del condividere è in quel l’abbraccio.  

Può fare tutto questo il virtuale? Non credo perché è di per sé immoto, cristallizza la realtà nel frame. Mostra un’ immagine del presente, mentre quando si vuole condividere profondamente si ha bisogno di mettere in comune il senso del tempo. Il virtuale fa altro, chiude qualche lacerazione, aiuta a parlare a sé, a riconoscersi per chi cerca di farlo. Non è poco, anzi, ma se si vuole di più, dopo un po’ la meraviglia del riconoscersi nelle parole dell’altro, per procedere, ci sarebbe bisogno di un passaggio di verità che solo la realtà ci può dare.