on poco de queo che se ghe dise

Ci si lamenta anche nel descriversi. Male perché il lamento è una richiesta di comunicazione inevasa o comunque non soddisfacente che aggiunge malessere senza dare soddisfazione. Quando si nascondevano i sentimenti profondi per educazione, si dissimulava un poco di apparenza buona per aiutare il disagio ad evolvere. Neppure questo andava bene e comunque l’epoca dell’educazione e della discrezione è passata, travolta con il romanticismo, con le guerre, le passioni che si sono spente. Ora ci si da del tu, si racconta tutto e non si riesce a dare un nome alla carenza di comunicazione che si nasconde sotto il troppo comunicare, forse per questo si parla d’altro oppure ci si lamenta.

Sembra che i vestiti che l’età ci confeziona non siano mai giusti. Tornano alla mente le parole: Manca qualcosa o qualcosa è troppo, entrambi accentuano un disagio privo di nome. Oppure c’è la gloria, propria o altrui, come se la vita fosse un trionfo di obiettivi raggiunti. L’adolescenza è l’età del desiderio sconnesso, non finisce mai, ma come ogni commedia a lungo andare, diventa farsa.

P. S. Un poco de queo che se ghe dise era l’innominata decenza che doveva accompagnare i gesti e il dire, frenare con l’educazione l’eccesso.

il senso del tempo

LA VERA OPERA

Può darsi che proprio quando non sappiamo più cosa fare siamo arrivati alla nostra vera opera,
e che quando non sappiamo più dove andare
siamo arrivati al nostro vero viaggio.
La mente non perplessa non si adopera.
Il torrente ostacolato è quello che canta.

~ WENDELL BERRY ~

Ho cercato nella mia vita, di tagliare di netto con ciò che mi era entrato nella mente, non ci sono mai riuscito. Neppure invidio chi ci riesce, anche se penso viva meglio il presente e il futuro. C’è chi lascia che le cose accadano e poi passa ad altro. Che sia un lavoro, un luogo, un amore, nulla è così stabile da impedire che le cose mutino con rapidità, i ricordi si dissolvano, la vita inizi di nuovo.

So bene che le cose non sono così semplici ma identifico la leggerezza con questa capacità e penso fortunato chi ad essa unisce la profondità. Sono pochi e credo sia qualcosa di innato come l’abilità nell’uso delle mani per la meccanica o quella del senso dei colori nel disegno, una capacità naturale che la vita si incarica di sviluppare e che io chiamo il senso del tempo proprio, ovvero il saper aprire e chiudere le porte dentro di sé.

Poi ci sono altri che per strane combinazioni di circuiti neuronali, hanno un’ asincronia col tempo. Vivono le cose come fossero spettatori partecipanti e per loro il sipario non cala mai, anzi la commedia viene costantemente riscritta variandone di poco la trama. Vivono, si adattano, vociano quando c’è da vociare. Non sono cattivi, né troppo diversi dal nero che confina con l’innocenza. Sono molti e medietà, a nessuno piacerebbe essere chiamato così ma ogni volta che ci si gira da un’altra parte, non si riflette perché si grida e a chi, si casca in quel conformarsi che non procura né fastidi né passioni. È un modo per guardare il mondo e gli altri lasciando che le idee, il discernere e l’unicità posseduta, pian piano si allontanino. A queste persone, e non sono poche, basta guardare e seguire, qualcosa ne verrà e se non era ciò che avevano desiderato, pazienza, se ci si adatta si sa sempre cosa fare.

Altri hanno voglia di cominciare la vera opera che ci riguarda, e questa inizia o per entusiasmo e chiarezza d’intenti, oppure quando sembra che attorno e dentro, le prospettive si svuotino. Quest’ultimo è il meditare senza saperlo, che poi lascia che emerga quel profondo che dormiva e che rende nuovi i colori e il cammino. Il vuoto, c’è lo insegna la meccanica quantistica, non solo è affollato ma è l’impalcatura dell’universo e il terreno su cui camminiamo. È da esso che nasce la strada prima ignota e nel vederla, l’io risvegliato si guarda attorno, finalmente libero di essere ciò che è e di crescere.

curo le parole

Curo parole, le aggiusto,
spesso sono ferite e non lo sanno,
zoppicano come fosse naturale,
si lasciano mutare, perdono colore,
smalto e per piacersi ancora non si guardano più dentro.
Aggiusto le parole, ascolto il sospiro lieve,
il profumo di erbe odorose,
l’aria che riempiono,
chiedo loro di non parlare
per respirare il sospiro afono e il profumo,
e sussurro loro il significato le guarisce.
Guardo le parole e i mondi che offrono all’udito,
sento i suoni di lontane voci,
crepitio di legna che arde,
bivacchi e rabbrividire di cavalli.
Ascolto ciò che non vuole andare,
quello che è diverso e uguale,
conto le parole nel silenzio
nei pensieri timorosi che le formano,
sento che tacciono in attesa
d’una carezza, un abbraccio delle labbra,
un cuore che le accolga.

il primo caldo del cambiamento climatico

L’aria non riesce a girare imprigionata dal caldo, le finestre sono una scelta tra zanzare e circolazione d’aria. Tutto chiuso, scuri compresi, come quand’ero bambino e la casa arroventava a partire dai muri. Il tavolato dei pavimenti schioccava dilatando e i mobili di legno pieno, la notte si assestavano allargando le fessure. Scricchiolii, rumore di zampette di scarafaggi, pronti a fuggire con la luce accesa in una confusione comica di spinte e capovolgimenti. Il giorno dopo una mano di mordente e di alcool puro avrebbe mandato chissà dove gli abitanti dei tramezzi e dei cannicciati. Altri anni e altre case che nella loro età conservavano stagioni, sospiri, presenze che si erano susseguite per secoli, spostando muri, aprendo e chiudendo finestre, ricoprendo di infinite mani di calcina e poi di colori i muri mai dritti. Erano uno scrigno di presenza che nei catasti urbani si vedevano con altre vite e soprattutto con altre idee di famiglia e di lavoro.

Questa casa è stata costruita negli anni ’50 con i residui recuperati dai bombardamenti,ci sono mattoni pieni, persino quelli di epoca romana ma non è l’altra casa, qui ci sono state poche occasioni di di mettere assieme famiglie e di seguire il muoversi delle persone verso altre nuove case, qui non è invecchiato nessuno, i nonni non hanno atteso i nipoti a Natale per il pranzo dei parenti, altre vacanze e abitudini hanno portato altrove e anziché mettere assieme in luoghi che diventassero parte dell’infanzia, hanno aggiunto esperienze di popoli e lingue distanti. Il dialetto non si imparererà più e certi piccoli segreti e abilità si perderanno. Non c’è nostalgia, quello che è nuovo è anch’esso abilità ed esperienza e i nonni adesso sono più giovani con la stessa età: si spostanovolentieri, vivono in posti per loro nuovi come fosse una vacanza per tutti.

Mi perdo e divago, penso a come è cambiata la percezione dello stare in un luogo nell’arco della mia vita, come si è passati da una famiglia fatta di appuntamenti in case che erano pezzi di vita per ciascuno, verso un migrare che dipende dal lavoro e da come la vita si rende possibile a ciascuno. Con l’ascensore sociale fermo, i figli o vanno distanti o restano in casa, ma in entrambi i casi è mutato un contesto culturale basato sulla trasmissione orale e del fare verso qualcosa che separa le abilità tra chi usa la tecnologia e chi ne è escluso. E anche i figli insegnano ai nonni, portano nozioni che apprendono con facilità in menti abituate a ragionare per un apprendimento lento, da incasellare col precedente. Gente da libri, insomma.

Il caldo arriva a ondate che la televisione annuncia trionfalmente, di temporali non se ne parla e si affrota quello che arriva con i mezzi a disposizione. Nel pomeriggio la penombra delle stanze rende morbidi i colori. Cosa ci si potrà togliere perché la pelle sia fresca? Il condizionatore borbotta ma non basta. Chissà di che si lamenta, forse del costo dell’energia e delle politiche di pace che non vengono costruite. Questo caldo così acuto è a ondate, sorprende e atterra. Se si esce la città si rifugia nell’ombra dei portici, i tavolini dei bar seguono la corsa dell’ombra, così i camerieri cercano consumazioni secondo percorsi nuovi. fanno un po’ pena vestiti troppo per stare all’aperto e allora li vedi che occhieggiano dal fresco dell’interno se si siede un nuovo avventore.

Mi è sempre piaciuta l’immagine di fresco che dà un bicchiere di birra appena spinato, la brina lo avvolge e le gocce che scendono mostrano la bellezza del colore dell’orzo, oro avvolto di schiuma e di vetro. Da bambino, mia Nonna mi portava fuori la sera per fuggire al calore che si annidava in casa, andavamo verso le piazze che erano ben piene di persone, lì dove avrei trovato i miei amici del giorno per i giochi della notte. C’era però una sosta che si sarebbe fatta prima di tornare a casa, Lei avrebbe bevuto una birra piccola in una birreria famosa del centro e per me ci sarebbe stato un sorso e un dolce fatto di arachidi e pasta croccante con una piccola cerimonia. Il banconiere che stava dietro a un bancone di marmo sempre fresco e sempre bagnato, avrebbe chiesto a mia Nonna: el picolo lo fazemo morire de sen? ( il piccolo lo facciamo morire di sete?) e mia Nonna sorrideva e gli diceva: daghe na spuma, ma picola ( dagli una spuma ma piccola) e intanto mi faceva assaggiare la sua birra con l’anice che avrebbe reso ancora più dolce e fresca la spuma in arrivo.

Il calore adesso arriva a ondate che hanno un nome, porta sabbia e fa entrare il cuneo salino nel Po, steso nel letto ascolto l’aria sulla pelle e penso all’Africa, anche lì il mare entrava nei fiumi e rendeva tutto sterile attorno, i popoli si spostavano e cercavano un luogo nuovo in cui stare. Migranti peer necessità. Solo le mangrovie resistevano e facevano barriera, c’era un programmma di piantarne decine di migliaia ma i soldi erano più lenti del mare e il sale entrava nella terra e nei pozzi. Per questo penso che ciò che già è accaduto altrove può assumere un altro nome da noi, ma cambierà le vite e non basterà chiudere gli scuri di giorno per aprirli la notte.

sassi sulla riva

Non posso pensare che tu pensi a me,
non come vorrei,
solo che mi sembra strano che non accada
e ciò dipende da quel sentimento che sembra rendere tutti eguali,
ma mi sbaglio,
e ad ogni errore sento che un pezzo s’è staccato.
Così nasce un piccolo dolore,
un’ asincronia tra ciò che sono e ciò che sei
anche se la ragione, con pazienza, spiega
l’inutile pretesa d’essere investigato
e compreso nelle pieghe dei desideri,
questo rivela almeno a me la complessità dei mondi che costruisco,
e ne vedo la bellezza e gli enigmi.
Resta la distanza del desiderio da ciò che accade,
e così sgorga la solitudine:
tra pensieri e sassi variopinti sulla riva,
che si calpestano incuranti,
d’essere stati loro vivi ben prima d’ogni nostro sentire. .

a proposito di buone maniere

Di chi era la colpa, allora?

Di tutti, di nessuno escluso: la colpa appartiene all’esperienza di ogni vita, lo insegna anche qualsiasi melodramma, ciò che avremmo voluto e potuto fare per gli altri e non abbiamo fatto, ciò che gli altri avrebbero potuto fare per noi o non avrebbero dovuto fare, e invece. I sospesi, gli errori, gli squarci, le parole di troppo e quelle di meno, i gesti brutti che generano traiettorie indelebili tra un corpo e l’altro, una mente e l’altra, un destino e l’altro, e restano lì, incandescenti per sempre, per sempre nitidi e osceni come certe incisioni sulla pietra, graffiti della vergogna che è impossibile sfregare via.

Simona Vinci L’altra casa pg 51 Einaudi

e C.G. Jung

“Se io mi intrometto (nel loro destino e nelle loro scelte), loro non hanno alcun merito. Il nostro sviluppo psicologico può veramente progredire soltanto se ci accettiamo quali siamo e se viviamo con il necessario impegno la vita che ci è stata affidata.

I nostri peccati, errori e colpe sono necessari, altrimenti saremmo privati dei più preziosi incentivi allo sviluppo.

Se, dopo aver sentito qualcosa che avrebbe potuto cambiare il suo punto di vista, un uomo se ne va e non ne tiene alcun conto, io non lo richiamo indietro.

Potrete accusarmi di non comportarmi cristianamente, ma non m’importa.
Io sto dalla parte della natura.

L’antico libro di saggezza cinese dice:
«Il Maestro ha parlato una sola volta. Egli non corre dietro alle persone, non serve a nulla. Coloro che devono capire – perché è questo il loro destino – capiranno, e gli altri non capiranno.»

Perciò io non insisto mai su una mia affermazione. Potete accettarla, ma se non lo fate, va bene lo stesso.»

(C.G Jung)


Le profondità che sono state dischiuse dalle scienze della mente, dalle varie accezioni della psicanalisi avevano lo scopo di guarire o di renderci migliori? Guarire nel senso di conformarci alle regole, di mistificare il mistificabile in carte luccicanti che lo rendesse sempre un dono anche quando dentro si nascondeva l’acrimonia, il giudizio o peggio il rancore, oppure la guarigione doveva essere davvero ciò che si è, compresa la capacità di sbagliare. Jung si esprime nel secondo modo e parla di lasciare che sia chi riceve il consiglio a decidere. Con sincerità, schiettezza e la forza di andare controcorrente, se necessario. Si tratta perciò di lasciare che gli uomini obbediscano solo all’etica del non nuocere ad altri con la propria libertà, oppure precipitare in un ottudimento di conformità che fa le cose giuste ma contrarie alla propria natura e ottiene approvazione scambiandola per amore.

La colpa è ciò che ci schiaccia se non c’è la possibilità che essa sia ricompresa nell’errore, nella costruzione del vivere attraverso sbagli che insegnano e che verranno ripetuti, ma la cui somma porterà alla fine un segno positivo e sarà quel segno il vivere. Certo ci si può dolere di molto omesso, del coraggio mancato, dell’essere stati altri da noi, ma c’è un momento in cui la verità viene improvvisamente alla luce, ed è quando irrompe l’amore, con il suo tempo alterato, le convenzioni ridotte a ciò che sono, ovvero manierismi di convenienza, con la sua maleducazione, perché l’amore è maleducato e rispetta solo se stesso. Ebbene questa forza immane di verità, annulla la colpa, rende possibile ri iniziare un percorso che sembrava chiuso e noioso.

L’amore agisce per istinto, poggia su una pulsione, genera desiderio, una triade così potente da sovvertire le cose e da investire esso stesso dimostrando se è vero oppure è una finzione della mente.

Su questa affermazione che può sembrare fuorviante e gratuita rispetto alle citazioni, fermo ulteriori considerazioni, ma si potrebbe proseguire occupandoci anche dei sentimenti e cercare di capire perché essi siano meno rivoluzionari dell’amore, discernere senza cattiveria tra ciò che si tiene e ciò che si lascia dopo l’amore, ma ciò che accomuna il tutto è come nell’errore e nella sua considerazione non sia questione di buone maniere e che una educazione da sempre manca non sul far bene o il far male le cose, ma piutttosto su quanto queste mutino le vite e le avvicinino o allontanino da ciò che siamo veramente. Chi ci interessa dovrebbe conoscerci quel tanto che basta per capire che c’è qualcosa di profondo oltre l’apparenza e che ciò che costruisce nell’ uno può essere la decostruzione nell’altro se non lo capise a tempo.

credere per vivere

Posted on willyco.blog 30 marzo 2014

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Mi racconti il tuo limite al credere. Le candeline accese, la piccola preghiera, poi via, fuori dai luoghi in cui tutto si codifica. Un disordine ordinato t’accompagna, t’affascina il vivere che si codifica e s’incanala, l’ordine che emerge e rassicura. Ma trovato l’ordine tutto s’impoverisce. Ha un posto e un nome, non fa più sforzi per sapere chi è. Lo sapevi? Eppure affascina e rende tranquilli. Almeno sembra.

Tu hai già le tue difficoltà, i problemi di crescerti assieme, ammettere gli errori che insegnano sempre. Anche se accade a tutti, facciamo così fatica ad accettare gli errori, sembra si perdano pezzi di noi per strada. Definitivamente. La libertà di credere in ciò che c’aiuta e ci fa bene, anche quando si sbaglia, è una gran cosa.  E se questo induce la contraddizione in noi, come non viverla? Noi conteniamo le nostre contraddizioni, siamo abbastanza grandi per tenerle tutte. Anche senza sentirne colpa, si dice di noi, di ciò che sentiamo. E ci pare d’essere proprio quelli di cui si parla. Così ci si abitua ai rifiuti come ai complimenti. Basta vivere ed emerge una assuefazione agli aggettivi che li svuota. Gli aggettivi che ricordano i gusci vuoti dei molluschi, in riva, con il loro leggero rumore metallico: non hanno più vita, sono altro, ma ci sono ancora. Rumore piacevole, appunto.

Così si tiene tutto, anche il credere e il suo contrario, basta volersi un po’ di bene: una candela, un pensiero positivo e poi via nella luce esterna che nei giorni di sole abbacina e scalda, e muta i colori, svuota e riempie d’altro l’anima.

Che ci sia l’anima o qualcosa che le assomiglia? non è importante basta sentirla.

C’è un prima e c’è un dopo, ma soprattutto un durante. Vivere è durante, durare un minuto di più delle cose che tolgono, che fanno male. Far resistere un minuto di più una parte che si chiude e già una finestra si apre altrove. Chissà cosa ci sarà poi, qui, tra poco, quasi adesso.

C’è un prima e c’è un dopo, ma soprattutto un durante. Vivere è durante, durare un minuto di più delle cose che tolgono, che fanno male. Far resistere un minuto di più una parte che si chiude e già una finestra si apre altrove. Chissà cosa ci sarà poi, qui, tra poco, quasi adesso.

lettera 7

Caro Dottore, ricorderà, giugno era la stagione dei temporali, violenti e pieni di grandine, sembravano gli sfoghi giovanili di una stagione riottosa, profuma vano di fresco, di calcia strappata ai muri e di vestiti bagnati. Ne ho visti tanti, ovunque, anche se quelli di casa avevano un sapore particore, quelli dell’acqua che si faceva strada dal tetto attraverso la soffitta, a quelle furie improvvise risalgono ricordi dei miei primi anni. Vedevo dalla finestra di casa, le saette che si scaricavano sui parafulmini dell’ Università, che era oltre al canale. Un lampo e il tuono quasi assieme, tremavano i vetri della casa in cui ero nato, mia nonna era tranquilla, mia madre molto meno. Si diceva che l’acqua attirasse i fulmini, quindi dovevamo essere tranquilli, ma gli scuri venivano sbarrati e lo spettacolo finiva. Poi il canale è stato interrato con i suoi ponti romani e la casa dove sono nato è ora una residenza di pregio dove di certo non piove dentro, ma i temporali non ci sono più. È rimasta la consuetudine di finire la scuola prima del Santo, il 13 giugno, e questo mese credo abbia la funzione strana di essere estate senza esserlo e di preparare la vacanza che non c’è ancora.

Noi due siamo abbastanza legati alle abitudini da rispettare questa consuetudine scolastica e gli incontri aspetteranno settembre, però sappiamo entrambi che il riposo è una conquista e una predisposizione. La predisposizione l’ho perduta per strada, con la giovinezza e così devo costruirla sapendo che la vacanza ha un bagaglio in più con sé: i problemi nostri o altrui ricevuti in dotazione, che ci accompagnano. Questo riguarda me, non lei che avrà altri pesi da scaricare ed equilibri da riconquistare.

Dovrei parlarle di quanto mi ha influenzato la casa dove sono nato. I ricordi che ne ho, sono frammenti naturalmente, un balcone su cui posa a il piatto e venivo imboccato, l’ottomana foderata di rosso bordeaux su cui dormivo in attesa di chi mi mancava, il secchiaio di granito vicino a una finestra. Le scale di pietra di Nanto consumate e il portone al centro del portico. Credo importi anche il fatto che ci sia un asse del camminare che unisce la casa a quella parte di città, a come sono cresciuto, cosa ho visto e capito allora. Questa relazione con quella casa ho tentato di riprenderla, ma la proprietaria, oltre a trattarmi in malo modo, mi ha rifiutato di venderla e temo, dal tono, che ci fosse qualcosa di personale. Forse l’attività politica o un bagno di realtà a fronte di una romanticheria. Comunque lle cose sono andate altrimenti dai desideri e a me restano i ricordi.

I giorni di vacanza da adulto, avevano bisogno di una settimana di decompressione. La chiamavo così come fosse un riemergere, perché in essa c’erano ancora tutte le presenze della vita ordinaria, il lavoro, le questioni aperte che riguardavano il personale e il collettivo, il telefono. Per anni mi sono lasciato prendere dal mito del non chiudere mai il telefono, di esserci sempre. Lo faccio anche adesso ma lo metto talmente distante da dove dormo che potrebbe essere spento, solo che superare questa abitudine mi costerebbe almeno una riflessione interiore che mi spedirebbe indietro nel tempo e ad alcuni miti che comunque ho lasciato si creassero. Quello del non dormire mai nelle ore canoniche, ad esempio, altrimenti come facevo a camminare di notte per la città o a rientrare che albeggiava da qualche incontro che era avvenuto a centinaia di chilometri di distanza. Conosco il canto dell’allodola ma non sono Romeo. Quella vita era intessuto di miti e deliri di onnipotenza che dovevano servire a rappresentare la responsabilità del capo ai miei collaboratori, ma in realtà penso che non solo non mi prendessero sul serio come esempio, ma che scuotessero la testa pronunciando qualche frase pesante nei miei confronti oppure che pensassero a qualche seconda vita che avrei vissuto a loro spese.

Lei ha già capito che questi non sono che in parte nodi che rimandano a un antico senso del dovere e alla cattolica etica del sacrificio, così come mi era stata insegnata, con le dovute trasgressioni. E’ l’idea del mare e della montagna, i comunisti al mare e i democristiani in montagna, poi non era così, ma tra un mare libertino e una montagna castigata era chiaro cosa doveva essere preferito. Al mare si andava con la famiglia o da malaticci, in montagna per scelta libera e autonoma. Io andavo al mare, da solo, in compagnia, con la famiglia, ma al mare. La libertà era ovunque ma bisognava maturarla questa libertà prima di poterla vivere e capire che per essere liberi non serve il consenso altrui. Questi nodi del dovere e del farsi carico rimandano a cose più profonde e questa è una lettera non è una seduta in cui lasceremo svolazzare questo nodo, che fortunatamente non è diventato scorsoio ma qualche danno l’ha fatto.

Il danno maggiore lo connetto alla difficoltà di mettersi davanti, a far emergere l’io come priorità e trarre da esso tutti quei no che dovevano essere pronunciati a tempo. Il mancato no è corresponsabile delle delusioni successive, ma non ne è l’artefice. Le delusioni nascono da una forzatura del reale, da una cecità e naturalmente, dall’idea di poter comunque risolvere i problemi. Parlare di delusioni mi sarebbe facile nella casistica che rimanda a ferite aperte, ricostruzione della fiducia, necessità di ricomporre le coordinate per ricominciare a camminare. Lei credo conosca Puer eternus di Hillmann e la sua spiegazione della delusione e del tradimento, pensi che quel libro mi convinse talmente che ne regalai almeno 5 copie. Forse era ancora quando pensavo che se un libro cambiava il mio modo di vedere l’avrebbe fatto anche con altri. Emergeva l’entusiasmo dell’adolescente che scopriva i sentimenti, ma non funzionava così e penso che chi lo riceveva non ne traesse alcun beneficio personale ma continuava nella sua vita reale. Se in Hillmann la delusione e il tradimento fa parte del rito di iniziazione ad un diverso rapporto con chi aveva avuto la piena fiducia, posso aggiungere che mentre nel racconto del rapporto tra la fiducia del figlio e il tradimento del padre, esso viene comunque controllato, ossia il figlio si fa male nella caduta ma non troppo, nel mio caso questo paragrafo era stato omesso e ogni delusione è stata senza paracadute. Poi si parla del tradimento e di come questo può/deve essere inglobato nel vivere attraverso una sua maturazione che non lascia le cose come sono ma le evolve. Beh la teoria taglia la carne e nell’inglobare queste piccole batoste le ho messe tra i fallimenti.

Non c’è titolo a questo sentire, è parte della vita, come non c’è un nome vero a ciò che fa male, è una sensazione negativa lunga che sembra aspirare la speranza che le cose mutino. Ho capito che non si può stare fermi e che camminare muta le cose, non in meglio o peggio, quello si decide dopo, ma la mutazione avviene. Star fermi invece non cambia nulla, semplicemente attende che si ripeta la delusione e al tempo stesso la nega. Andare avanti, contare su se stessi, cercare il nuovo che può accadere, senza rinunciare a nulla. Ho una immagine di me bambino che in altri modi si replica da adulto: sono sopra una montagnola ed è fatta di terra, radici, piante, trucioli e sassi. La salgo di corsa e altrettanto di corsa la discendo. Altre volte è un’alta d’una di sabbia da scalare e dalla cui cima si vede il mare prima di lasciarsi scivolare avvolto da mille granelli di luce.

Buone vacanze Dottore, ci sarà tempo per risentirci senza parlare.

perdere i treni, gli aerei, e andar via

Dalla finestra entra una luce di lato, alla Hopper, illumina e ingentilisce i profili delle case mentre rende indistinti quelli delle persone controluce. Non dovrebbero esserci assembramenti ma ci sono frotte di famiglie e amici che usano le stesse piccole strade e allora nel distanziarmi guardo i capelli che diventano masse e le ombre che s’allungano, mentre sbiadiscono i colori. Ripenso alle domande senza risposta, quelle che si annegano nelle parole perché non si può tacere oppure il silenzio diventerebbe assenso. Ci sono domande che ne nascondono altre e che vorrebbero una risposta che vada al giusto livello di comunicazione, ma quasi mai siamo/sono disponibile a dire cosa non va davvero oppure spiegare il dubbio e la sua natura, ciò che ferma un entusiasmo mentre il desiderio s’alimenta, lo squilibrio che esiste tra ciò che verrà fatto e quello che si era pensato e voluto.

Si potrebbe pensare ad una propensione all’insoddisfazione, ma non è così, da qualche parte la pienezza esiste, come la bellezza quando viene colta. Solo che a volte si vorrebbe essere altrove, in quel luogo dove tutto questo è facile, naturale, conseguente. Per tutta la vita ho avuto fama di ritardatario e ci ho sempre riso sopra, ma non ho mai perso un aereo, un treno, un appuntamento importante, ebbene ora capisco che bisogna perderli i treni per far accadere altre cose, che gli aerei possono attendere e che il luogo in cui portano non era quello che avremmo voluto. Capisco che le persone importanti, ne ho conosciute molte che si ritenevano tali e si comportavano di conseguenza, non sono poi importanti per davvero. Comprendo che molte cose lasciate a un filo dall’essere concluse non sono state non finite per caso e che la fuga, come ci insegnava Laborit, è il primo istinto che aiuta la specie a salvarsi. Lo penso ora, e credo che sotto traccia, l’ho sempre pensato, come un disordine interiore che si ribellava alla costrizione ma pretendeva più verità. Il coraggio si costruisce su cumoli di piccoli errori, qualche viltà veniale, di verità precarie conquistate con fatica e con i gesti che rimettono tutto in ordine dentro di noi. Così ho anche pensato, mentre la luce aveva perso la sua brillantezza, al gusto per i particolari, a quanto essi rivelano e come sono capaci di andare a dormire quando nessuno più li guarda. Un particolare è un pensiero realizzato, privo di contesto nello sguardo, ma funzionale al tutto. E’ una metafora della vita quasi perfetta perché ha un posto e una funzione, ma non sgomita per apparire essenziale. E può essere non terminato per lasciare la possibilità che la mente completi ciò che manca.

Davvero dobbiamo mettere in ordine la vita esteriore, fare l’esame di maturità ogni volta che ci guardiamo indietro, completare le età? I nostri curricula fortunatamente incompleti, racchiudono la possibilità dell’incontro, del mutamento e insieme a questo c’è la possibilità di essere sereni perché si è vissuto come si è potuto, ma quell’enorme mucchio di cose fatte e rifatte non appartiene a una sola età bensì a tutte e tutte ha continuato a far vivere. In diverso modo, con intensità che che crescono oppure diventano ciò che sono: polvere che si perde.

Il passato si fonde con il presente e con le età in ciò che sono diventato e non ho un giudizio su di me, casomai il bisogno aumentato di assomigliare a qualcosa che mi porto dentro da quando ho iniziato ad articolare i pensieri, a mescolarli con gli altri sensi e farne un essere che si cercava. La vita diviene un flusso in cui si nuota e se qualcosa resta aperto non c’e bisogno di chiuderlo ma solo di vivere. Tanto si è quello che si è in ogni momento, la somma di tutto ciò che si è stati e saremo.

I nostri nonni chiudevano le fasi della vita ed erano incapaci di una carezza, la riconquista dell’affettività senza tempo è una grande consapevolezza che lascia aperte molte porte e lotta ad armi pari con il senso di morte. Avere un futuro rende positivo il presente e quasi sempre allegro il passato. Le sciocchezze sono passate, erano in maggioranza negazioni di ciò che ero davvero, solo il ridicolo interiore mi fa paura e addestrarsi a riconoscere il ridicolo e’ una grande scuola di vita. L’autoironia e una risata libererà gli uomini, questo ho capito e mi piacerebbe molto venisse insegnato non dall’esperienza ma dall’amore.

entomologia politica

Guardare le cose accadere senza curiosità, per necessità di logica, stupendosi solo quando essa non rispetta i suoi principi; oppure osservare col compiacimento del già visto che semplicemente riaccade. Così si esce dai partiti per esaurita pazienza, rendendosi conto che si è diventati spettatori, perché partiti significa essere di parte, averla come appartenenza ed essere in un progetto di cambiamento, possedere un’analisi che deriva dalla conoscenza e dei principi che non siano solo parole senza fatica. Uscendo dai partiti non si esce dalla società, semplicemente si constata che nessuno risponde più a quello ce si ha in testa e si vede. La società resta intrinsecamente politica, con i suoi assensi e dissensi, con la sua inadeguatezza a ciò che è chiaramente giusto ed equo.

No, la società rimane e si può guardare mentre i partiti si muovono in una sorta di entomologia politica dove classificare, attribuire, famiglia e genere diviene l’attività preferita dell’elettore. La repubblica, come nelle raccolte di insetti potrebbe essere mostrata in teche che illustano evoluzioni e singolarità, sapendo che tutti volavano, succhiavano, facevano nidi, prolificavano, mangiavano ed erano mangiati. Diventano presenze che s’assomigliano e che hanno funzioni simili nel loro evolvere, ma non sarebbe storia. Meglio le raccolte di francobolli che mostrano per serie e per ordinate pagine il ricordo, più che il significato profondo di ciò che assieme abbiamo vissuto e che non poneva dubbi sui significati di parole come destra, sinistra, cambiamento.

Questo Paese ha conosciuto qualche ebbrezza, ma è rimasto familista, conservatore e democristiano, intendendo con l’ultima definizione l’innata tendenza a conciliare tutto in una medietà che non muove le cose, che perdona se ha un vantaggio esattamente come premia, che confonde il dirittò con la carità e aiuta i poveri ma non cambia definitivamente la loro condizione. Osservare adesso le serie di francobolli del lavoro degli anni ’50, o quelle dei personaggi che hanno fatto grandi cose, ma sono ormai solo un nome, è capire che non esiste più un glossario comune, ma solo le figurine del passato. Di un passato che ha generato speranze, modi di essere, aggregazioni confluite in comprensione comune, ma ad certo punto, tutto questo ha iniziato a rallentare, anche nell’agone politico, invischiato in una realtà che era commedia dell’arte con il furbo, il credulone, l’avido, il disonesto, il buono, l’evasore, l’illuso, il cinico, l’indifferente, l’entusiasta. Questo solidificare i ruoli e le azioni ha determinato la società e la crescente indifferenza verso ciò che era progetto solidale, che poi significa il proliferare delle solitudini e della disperazione di cambiamento sociale versoil giusto, l’equo, verso il rispetto del bene comune. E tutto questo non è stato un improvviso bagliore, ma la lenta acquiescenza al non contare nulla, preferendo l’inazione o l’astensione dalla protesta e infine togliendo dalle due ideologie in campo, la destra e la sinistra, solo la seconda perché per sua natura essa è radicale o non è.

Diventare governativi non ha significato governare il cambiamento, ma impedire che le cose mutassero troppo e lo stesso significato di partito ha perso consistenza perché non era più rappresentata la parte nelle sue necessità e bisogni comuni.

Così si diventa entomologi politici e si guardano le cose agire, diventare fatti, con la stessa curiosità che si riserva al già visto e a ciò che non muta: uno sguardo classificatorio, un ragionamento rapido sulla novità e poi la testa si porta altrove.