la dote

Alla fine bevi sempre con gli stessi bicchieri, mangi negli stessi piatti, cucini con le stesse pentole. Cambia il cibo e cambiamo noi, ma poco o nulla i mezzi. Impariamo a degustare, mettere i vini nei bicchieri giusti, ma accade ogni tanto e così la fraterna tirannia delle cose d’abitudine c’accompagna. Sembra che queste siano fatte per accompagnarci, per avere un rapporto particolare con noi, e non ci stupiamo che corrispondano nei risultati. Conosciamo una pentola e ciò che è in grado di fare e lei ci ricambia. 

Da piccoli magari avevamo una tazza, o un cucchiaio, o una forchetta che erano solo nostri. Era un elemento di proprietà che ci dava una differenza, un posto particolare a tavola, un inizio di identità. E abbiamo continuato ad avere cose solo nostre, anche se le credenze e i cassetti intanto si riempivano di stoviglie che sono invecchiate con noi. Servizi che passeranno ai nostri figli e che spesso non vorranno. Il modernariato è una grande assemblea di desideri realizzati da altri, di occhiate alle vetrine, di regali tenuti con cura prima e con indifferenza poi.

Guardando i ripiani ricolmi si capisce la ridondanza, la sua gentilezza che contiene una mancanza, un ordine interiore naufragato sugli scogli dell’utile. I dono e il desiderio hanno accumulato un bello destinato a non raccontarsi quasi mai. E questa è la mancanza, ovvero quello che si è mostrato come sicurezza e possesso non ci ha allietato. Così tra gli scaffali che rivelano piccoli ricordi dimenticati emerge il bisogno di semplicità, un tributo all’innocenza possibile, un’altra possibilità di vita.

Avevo una forchetta d’argento. Era la mia, forse residuo di qualche dote sciupata. Con tre rebbi, da frutta, andava benissimo per le dita bambine. Decoro San Marco. Molto evocativo e veneto. Chissà dove è finita. Mia madre diceva: no la ghe xe? la sarà ‘ndà a san Lazaro. A san Lazzaro c’era la discarica. Dava la giusta importanza alle cose, mia Madre. 

la cura dell’orso

Ti dicono: ma che hai? cosa ti fa male? Vuoi dirmi?

Ecchè sono tutti dottori, tutti psicologi, tutti analisti?

Se ti fa male l’anima hai bisogno di capire, di rintanarti un poco, di farlo uscire quel dolore che non ha un nome sufficiente. Con una ragione che non basta. Allo stato puro. Cristallino.

Poi verranno i motivi veri e sembreranno sproporzionati. Così quieti per molto tempo. Inani. Piccoli, come certe bestioline estive che quando ti pungono gonfiano subito la gamba, il braccio, il collo, e più ti gratti più ti gratteresti, e al male aggiungono il male. Insaziabili. Almeno morissero dopo e invece scopri che non è così. Che potranno pungere nuovamente e iniettare veleno. Sono tutto veleno, ma avranno pure una vita, no? Mica pungeranno sempre, faranno altro.

Dicevo che quella cosa piccola, dormiente e scatenante (mica me l’ero scordato che l’avevo lasciata là, appesa a un inizio di frase), si è rivelata come un grande episodio d’incomprensione, di autocomprensione, di autoanalisi, fallita, incompleta, sottovalutata. Tutto auto, dipendeva tutto da noi, il resto ha fatto da cornice, da catalizzatore, da innesco. Così si è scatenato il malessere e poi quel dolore dell’anima. In fondo ogni dolore è la reazione sana a un fallimento, il limite ad un eccesso di auto stima (ancora auto, che ci dice che facciamo tutto da soli, fallimenti dell’io compresi), e quel dolore, dopo la purezza del distillato attende d’essere intorbidato dalla comprensione, di servire a qualcosa, essere metabolizzato. Che brutta parola metabolizzare, non esce niente nel dolore, se si capisce qualcosa cambia, qualche cellula, e si fa un passo avanti. Due caselle e una a lato, come il cavallo. E non si chiude qui. Non si chiude nulla, si è attivata l’intelligenza di Ulisse. Il cavallo è questo. E poi si va avanti, ma mica si ripete.

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cambiar verso dove ?

Modesta riflessione per il Presidente del consiglio:

A Napoli ci sono due gestori per due linee di metropolitana: uno sono le ferrovie dello stato con svariati tipi di biglietti, prezzi e scadenze. L’altro è una municipalizzata, l’ANM che gestisce due linee. I biglietti dell’uno non valgono per l’altro.

Oltre a questi gestori esiste la Circumvesuviana, la Napoli- Giugliano-Aversa i cui gestori confluiscono nell’ente autonomo Volturno e la tariffazione è gestita dal Consorzio unico Campania. Comunque Wikipedia può chiarirLe la situazione e non mi permetto di insistere sui particolari.

Le faccio questo esempio che è uno dei tanti esistenti, a nord come a sud, (e penso che anche Ella potrebbe raccontarne di ‘belle’ per Firenze e la Toscana) per chiederLe una fugace riflessione su cosa significhi per il cittadino cambiare verso. A mio avviso significa avere una vita che rispecchi nella cosa pubblica, la semplicità, che gli dia la percezione che non si buttano i soldi inutilmente, che gli faccia tener a mente la distinzione tra utile e inutile, tra equità e privilegio, tra passato e presente. Le dico questo perché ho l’impressione che si stia applicando il principio che il cambiamento inizia da dove c’è meno resistenza, che le cose vere da mutare siano inalterate, che, ad esempio, non sia mutato nulla nelle grandi articolazioni della macchina pubblica. Quella con cui il cittadino si confronta giornalmente, imposta la propria vita in un insieme di certezze che alla prova dei fatti non sono tali. Sono esperienze che fanno perdere la nozione di collettività, che tolgono la sensazione di essere dalla stessa parte, come Ella spesso ci ripete, ma invece radicano l’impressione di essere sudditi. Se il pesce puzza dalla testa, da noi, purtroppo l’odore si è diffuso. Gli elementi che hanno contribuito sono in sostanza due: il potere esercitato sempre e ovunque, e il suo antidoto, il privilegio che permette di temperare il potere, opporre una diversa legalità. Tutto ciò, come Lei ben sa, è inefficiente e costosissimo. Allora le chiederei di cominciare questo mutamento del Paese proprio dalla parte difficile, cioè l’inefficienza e il privilegio. Di far sorridere il cittadino assieme alle sue Ministre, che vedo trionfanti perché passa la legge elettorale o la riforma del Senato e della Costituzione. Attendo assieme a molti altri, ben più di quel 40% di cui parla l’Italicum, che questo cambiamento di verso inizi davvero, perché vede Signor Presidente del Consiglio, io voto ogni 5 anni, ma vivo ogni giorno e vorrei vivere meglio.

p.s. Io sono sereno e attendo il cambiamento e Lei ?

per questo si dovrebbero scegliere con attenzione gli amici

A volte non si sa che dire. E non bisognerebbe dire nulla. Ma non è che non si sa che dire, solo che non è quello che l’altra persona vorrebbe sentire. Se qualcuno ci racconta una condizione che assomiglia alla nostra, e la felicità si racconta poco, quasi sempre ci verrà detto un disagio, una difficoltà, un malcontento, e se è qualcosa che conosciamo verrebbe da dire: anch’io. E sarebbe un condividere alla pari, un consolarsi scambiando assonanze e cercando, magari, una via d’uscita che serva ad entrambi. Ma non è quello che l’altra persona s’aspetta, spesso vorrebbe commiserazione o una soluzione. E non avendo né l’una né l’altra, l’impotenza sopraggiunta indurrebbe al silenzio. Anche questo verrebbe male interpretato: distacco, incapacità di capire o condividere, cinismo. E così si prova a dire qualcosa, si tenta di consolare, di trasmettere una fiducia che vorremmo fosse trasmessa anche a noi. Poi il discorso muore. Ci si saluta. Se quello che siamo riusciti a trasmettere andava bene, l’altra persona sarà più leggera, magari penserà alla fortuna di conoscere qualcuno che propone un’altro modo di vedere le cose. Se siamo stati poco convincenti, comunque l’altro si sentirà meno solo perché avrà la sensazione che le nostre qualità non siano proprio così eccellenti come pensava: pensavo fosse diverso, capisse, mi dice le solite cose. Comunque sia, se ci osservassimo allo specchio, vedremmo le nostre spalle un po’ più curve, con un peso maggiore e con un dubbio in più. Per questo si dovrebbero scegliere con attenzione gli amici, perché la difficoltà e la gioia hanno sempre un’assonanza, una condivisione, un corrispettivo che rende entrambi più leggeri. E si sente, anche senza dire troppo, se gli amici sono tali.

come una boa in un mare di luce

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E se in quella infinita serie di decisioni, scelte, errori, convinzioni senza verifica, verità inoculate, ruoli e luoghi comuni tutto quello che chiamiamo costruzione della nostra unicità fosse quello che è, e cioè una serie di errori che non insegnano, di tentativi che approssimano e mediano tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, ma non sappiamo veramente?

Se ci prendessimo molto meno sul serio, se la nostra presunta maturità nel decidere non arrivasse a difendere gli errori evidenti, se ciò che pensiamo o facciamo davvero rispettasse noi stessi nel profondo, non sarebbe molto più chiara l’inconsistenza di ciò che si perde per strada e di ciò che resta?

E se non si pretendesse da noi che la responsabilità fosse disgiunta dall’effettiva capacità, se non venissero chiesti sforzi sovra umani che generano solo scontento e infelicità, saremmo forse meno maturi, meno uomini, meno responsabili, meno amati ?

Il rispetto, ecco quello che manca in tutta questa convenzione che educa, conforma, piega le vite. Il rispetto per noi stessi e il rispetto per gli altri. E se non si insegna il rispetto di sé come si può pretendere che una persona diventi matura. Avremo bravi soldatini, persone conformi alle mode, ci saranno uomini che rispettano senza critica le leggi ingiuste assieme a quelle giuste, ci sarà il sotterfugio, l’elogio del furbo, il disinteresse, il cinismo. Ci sarà, anche per gli onesti, un ordine esteriore e un disordine interiore. E l’incapacità di chiedere aiuto quando occorre, di avere fiducia in chi ci sta attorno, di dare aiuto a chi ne ha bisogno.

Spesso non si sa cosa si vuole veramente, è un caso o un difetto di comunicazione con quello che c’è davvero dentro ciascuno? Costruire il sé libero da luoghi comuni, da convenzioni è un’impresa che dura una vita, ma ne vale la pena, oh sì che ne vale la pena.   

commessure e Pollock

Il posatore ha avuto momenti di sbandamento nelle commessure del rivestimento. All’inizio avrei detto: peccato! In onore della precisione, dell’ordine che rasserena e crea certezze, poi mi sono ricreduto osservando una crepa che risorge dalla ridipintura fresca e la ragnatela che s’è appesa e attende. Steso in una poltroncina di studio dentistico, attendo. Rumori ovattati e musica di sottofondo. Cose pop, radio locali, hits. Se con gli occhi seguo il profilo di una linea immaginaria di cemento bianco ne posso calcolare la lunghezza percepita, sono mattonelle 30×15, pensare che la ceramica invetriata di Babilonia aveva almeno altrettanta sapienza. Ma non era diritta. Basta andare al Pergamon e ci si rende conto che non è la precisione netta che crea la bellezza, ma la sequenza. E il colore, sopratutto nelle sfumature di un forno. Sequenze infinite di sfingi blu, di dignitari in corteo che accompagnano e convergono verso il re e la porta di Ishtar. Come nell’esercito di terracotta. Sequenze. Conta il numero. Il numero genera l’astrazione.

Studio le commessure, scopro ulteriori imprecisioni, scheggiature. Una retta procede pervicace verso l’infinito, una commessura fa al più il giro della stanza. Chissà cosa girava per la testa di Euclide quando deduceva i suoi teoremi: osservazione, ragionamento, astrazione, genio. E artigianato. Genio e artigianato del pensiero, divulgazione e ripetizione: la decorazione in architettura ha vissuto per qualche millennio sulle sequenze, gli incastri, i colori, gli islamici anche adesso.

Dopo è venuto Pollock. Hanno restaurato alchimia. Quando lo guardo penso che potrebbe averlo dipinto Nietzsche: l’orlo dell’abisso con relativo tuffo.  Adesso lo si può rivedere al Guggenheim, a Cà Venier dei Leoni. Un palazzo mai finito, un solo piano e poi il marmo che si getta in acqua. Forse già pensavano ai cottage, i veneziani, e invece mica è vero, sono mancati i soldi, xe mancà i schei, ma è bello pensarlo, perché un altro palazzone sul Canal mica cambiava lo skyline, e cussì no par miga da stranio (così non sta poi male). E poi col cavaliere di Marini, l’angelo della città in erezione, ad aspettare che arrivi qualcosa dall’acqua, è uno spasso: sguardi obliqui, risatine, quei che fa finta de gninte, distrazioni verso il canale, che sarà pur Grande, ma sempre canale è. E lui che angelo sarebbe se non vegliasse su ciò che può accadere… A Venezia, dall’acqua veniva il buono e il benessere, non era così ovunque. Il mare come sottofondo servirebbe, al posto di queste musichette, magari glielo dico, anche se dal dentista si parla poco.

In alchimia, mi sono perso ogni volta che l’ho visto, e se questo studio avesse le pareti con la sua riproduzione io sarei spaesato e totalmente distratto dal contesto. Non sentirei il rumore del trapano nell’altra stanza. Sarebbe l’inveramento di ciò che mi pare dicesse Fontana: che attraverso i buchi delle sue tele si risucchiava l’universo. Non un buco da guardoni, ma energia che andava verso l’infinito. Come le rette, penso. L’arte oggi è solo filosofia, diceva anche, ovvero un’opinione autorevole sulla realtà che al più suggerisce. O almeno mi pareva dicesse così.

Ci sono rumori ovattati di ferri dalla stanza a fianco. Dal dentista ormai nessuno urla più, neppure i bambini. Mettono piastrelle avorio, una via di mezzo che consente il pulito e non fa ospedale. Una volta ero steso al pronto soccorso e mentre aspettavo guardavo il soffitto, c’erano degli schizzi di sangue, potevano pulirlo, no? Così mi ricordo solo quelli: schizzi di distrazione di massa, così ho perso la nozione del taglio, era sulla mano, sul ginocchio, boh? Qui invece tutto sa di menta. Un’attesa alla menta piperita. Sembra quasi una ragazza messicana, un nomignolo per una chica: piperita del mi corazon. Vorrei dormire, le commessure fanno effetto, chissà perché i dentisti adesso si chiamano odontoiatri e hanno tre o quattro ambulatori in cui operano contemporaneamente. Ubiquità donata dal santo dei dentisti, che poi è una donna: santa Apollonia.

Ma le donne sono naturalmente ubique, fanno sempre più cose assieme. E comunque tenetene conto.

Aspetto, ma poi finisce.

c’è temporale nell’aria stasera

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C’è temporale nell’aria stasera,

la ragazza s’arrabbia, 

si scompone,

si scosta,

la diagonale di gonna

la segue,

lui si giustifica,

è inutile, tace, 

con movimenti indecisi, smarrito la guarda,

non sa dove andare.

Il silenzio che s’era da giorni acquattato

ora sbuca da dietro un portone, 

così li prende vicini, appena lontani,

più soli e indifesi.

C’e temporale nel cielo stasera,

per stendere l’ombra, 

per parlare con gli occhi bagnati.

Gocce grosse, improvvise, festose,

grida, corsette, sorrisi,

adesso è il tuo libro sul capo a soffrire,

ragazza che corri silente, e seguita.

Un androne, 

dell’ombra per riprendere vita, 

viene l’abbraccio,

è bagnato,

ma ancor muto di baci e carezze,

c’è temporale nell’aria stasera.

 

mai eguali ritornano

 

 

70 anni dopo

Oggi si celebra molto. Si discute altrettanto. Si smarrisce parecchio. Ciò che si strumentalizza in fondo lo si giudica di poco valore, accade anche con la festa della Liberazione, vista la scarsa attenzione che ha ormai la carta costituzionale, rispetto ad allora. Sembra un passato vecchio, inattuale, ma allora è meglio questa broda?

Intendiamoci, partiamo da condizioni assolutamente diverse. Oggi c’è la libertà, allora non c’era, c’è un benessere che pure nella crisi non è confrontabile con quello anteguerra, c’è un dibattito politico, la critica, la possibilità di muoversi, una eguaglianza difficile, ma perseguibile senza giudizi di razza, religione, genere., tutto questo e molto d’altro nel fascismo non c’era. Però oggi c’è una minore considerazione sul valore di tutto questo, tutto si confonde e diventa uguale, o almeno si vorrebbe fosse eguale.

Revisionismi storici, relativizzazione del contributo dei Partigiani, ma essere stati dalla parte del giusto, aver lottato, cambiato il Paese, riscattata la dignità dei singoli e di un popolo, lottato per la pace, contro le stragi, le sopraffazioni, la fame avrà pure avuto una differenza sostanziale, o no? C’è da chiedersi, nella diminuita percezione del valore della democrazia, quali domande non vengono più poste a chi si occupa della cosa pubblica, quali germi crescono intanto. La Resistenza allora dette molte risposte, ai singoli e alla comunità, pose domande nuove e soprattutto ridiede la speranza a una nazione. Per molti anni abbiamo vissuto di quella speranza, anche chi si aspettava altro dalla Resistenza e si sentì tradito nel sacrificio, comunque ebbe speranza: le cose sarebbero mutate. E mutarono. Ma oggi il Paese vive una crisi che non è solo economica, manca di valori condivisi, questo genera un grande pericolo che il passato sotto altre forme, possa ritornare e che l’Italia, l’Europa ridiventino incubatori di ineguaglianza assunta a sistema, di razzismo, di xenofobia, di caduta di libertà individuali e collettive. Senza valori comuni, senza una religione della libertà, dove possiamo andare? Come potremo cogliere l’ingiustizia, l’illegalità, là dove nascono se non c’è una comune percezione del futuro che oltrepassi il benessere? La grande risposta dell’Italia liberata dalla Resistenza era in questo coniugare: giustizia, libertà individuali e collettive, benessere economico, eguaglianza. Se oggi sono ancora queste le risposte, gli obbiettivi che mettiamo alla domanda di futuro, possiamo celebrare, altrimenti quegli ideali incompiuti sono da compiere, e questo ci riguarda oggi e nel futuro. 70 anni dopo i valori, le prassi, le realtà non compiono gli anni, nascono ogni giorno e hanno bisogno dello sforzo, dell’attenzione, della passione per inverarsi nella vita quotidiana.

Per questo la Resistenza non finisce, ma continua per una società più giusta, eguale e libera.

Buona festa della Liberazione a tutti.

bar sport mediterraneo

Per onestà e chiarezza bisognerebbe porsi le domande vere che stanno sotto i problemi: cosa vuol fare l’occidente di questi uomini che fuggono da guerre e fame, non di rado indotte dallo stesso occidente? E se non vuole fare nulla, come pensa di respingerli? E’ meglio porsele queste domande, perché ora sono un milione in attesa, ma se il mondo continua a generare profughi e affamati, i milioni cresceranno. Le soluzioni evocate in questi giorni vanno dall’affondare i barconi con i profughi a bordo all’affondare i barconi nei porti. Lascio perdere la prima soluzione perché solo un nazista può pensare una cosa del genere, ma anche la seconda non risponde in realtà a nulla di concreto perché basta ricordare, e ce lo dice la cronaca datata di oggi, che i droni o i cannoni non distinguono tra amici e nemici, tra prigionieri e aguzzini. Inoltre il milione di profughi che ha attraversato il deserto o è fuggito dalla guerra in Siria o in Iraq, che fine farà? Possiamo dichiararci irresponsabili di queste persone? Diciamo che il problema lo deve risolvere la Libia, un paese nel caos in cui non manca la responsabilità dell’occidente?

Per questo le soluzioni evocate sono da bar sport, in realtà si sta scatenando una guerra per il cibo, l’acqua e la vita. E l’occidente non potrà chiudersi pensando di salvarsi. Non ci riuscirà perché il costo sarà talmente alto da non poterlo sopportare. né democraticamente, né economicamente e solo se rinuncia a depredare i territori, come ha fatto per secoli, ma al contrario, investendo e creando condizioni di pace e di lavoro potrà uscire dall’assedio.

Salvare se stessi significa, affrontare un’emergenza umanitaria, e contemporaneamente disinnescarne le cause: guerra e fame. Per questo emergenza e progetto vanno assieme: se i soldi che vengono spesi per arginare l’inarginabile verranno portati e spesi nei Paesi d’origine si invertirà il percorso dei profughi. Nessuno ha voglia di morire per strada se non fugge da una morte certa o quasi, ma questo sembra che i governi occidentali non siano in grado di capirlo. Serve un piano di aiuti per l’Africa e il medio oriente che consenta l’autosufficienza alimentare ed economica, con il contemporaneo embargo delle armi e l’imposizione della pace. Ma questo ha dei costi, forse per questo si preferisce l’emergenza e il dibattito sterile che genera: perché svia dalla soluzione reale del problema. Ma non perderemo il benessere raggiunto se si forniscono le condizioni di autosufficienza ai popoli, semplicemente evitiamo una guerra che già è in atto, anche se non dichiarata, e che, fosse solo per il numero, ci vedrà comunque perdenti. Quindi un calcolo di perequazione di risorse, di riduzione dei conflitti, la stessa diminuzione della diseguaglianza è oggi un calcolo logico, basato sul male minore: l’occidente cambia il mondo rendendolo più vivibile ovunque e conserva il suo benessere. Anzi lo può addirittura accrescere perché crea  capacità economica, nuovi mercati non più basati solo sull’assistenza. E tutto questo non ha nulla di buono o santo è semplicemente l’alternativa all’uccidiamoli tutti. 

lavoro povero e senza domani

Il fenomeno del lavoro povero non è tale. Da sempre esiste lavoro sottopagato, malpagato, non pagato, tanto che della giustezza del retribuire il lavoro, il vangelo ne fa una condizione etica del rapporto. Dare la giusta mercede agli operai, è il sintomo di una prevaricazione che ha radici antiche. Chi più ha può togliere il giusto se non ha giustizia in sé.

Si è parlato a lungo di caporalato in Italia, e lo si confinava al sud, come questa fosse una scusante. Ma non risolvere il problema della legalità, lo ha propagato e portato ovunque. Nel nord, magari oggi un po’ meno ricco, è la condizione per mantenere e incrementare una ricchezza in alcuni settori. Però un effetto del lavoro povero è che uccide il lavoro giusto, che rende nero il lavoro bianco, che elimina la sicurezza come condizione del lavorare, che toglie le condizioni della concorrenza vera tra le aziende e la consegna all’illegalità. Nella logistica, nei servizi, nell’edilizia, nelle professioni, nelle fabbriche esistono percentuali importanti di lavoro terziarizzato in cui il committente non si cura di chi lavora, ma solo della quantità e qualità del lavoro. Come mi dire: non mi interessa come e con chi lo fai, basta che tu lo faccia. Non sono tutti così, ma il “fenomeno” si estende e così il lavoro diventa grigio e viene sottratto a due condizioni essenziali per qualsiasi attività umana: la legalità e la dignità. In queste aziende senza diritti, una parte dei lavoratori è regolare, ma è costretta a restituire parte della busta paga al caporale e con questa provvista di denaro si crea utile indebito e si utilizza per pagare i lavoratori completamente in nero. Spesso il ricatto è la sussistenza, e vale per tutti, italiani o meno, oppure la permanenza in Italia per i clandestini, un permesso di soggiorno, oppure ancora un tetto e un piatto di minestra, comunque le retribuzioni sono largamente inferiori a un livello di vita decente. Vita dignitosa come si dice in maniera più forbita. 400 euro al mese, o anche meno, per 50 e più ore di lavoro disagiato, spesso notturno, festivo, al freddo o al caldo, senza nessuna protezione, senza servizi, mensa o altro. Il problema è evidente, ma sembra esista solo per qualche sindacato, per qualche associazione che lo vede nelle sue espressioni estreme, cioè la miseria. In questo caso le soluzioni sono da emergenza: un piatto di minestra, un ricovero per qualche giorno, una bolletta pagata. Quello che fino a un certo punto stupisce è che non ci sono comuni, regioni o stato che intervengano perché vedono il problema. E neppure vedono il fatto che il problema genera problemi, in quanto è l’ultimo stadio prima della marginalità, prima dell’indigenza assoluta. La marginalità toglie la percezione della legalità e chi è stato oggetto di illegalità quando gli viene tolto il minimo, derubato, cacciato, precipita nel livello della sopravvivenza, lì dove la necessità è vivere, non arricchirsi o prosperare nel delinquere, solo vivere.  Non giustifico nulla, ma se non si previene e non si affronta, le regole comuni diventano a rischio.

Questo è il mio modo, un modo, per ricordare che chi non muore nel canale di Sicilia, non ha un grande destino in Italia, che quasi tutti accetteranno uno sfruttamento che arricchirà qualcuno che appartiene a questo Paese, che i numeri delle tragedie devono farci riflettere sulla loro origine e conseguenze, che i morti non sono solo notizia.