
Ci fu un tempo che amai ciò che era perfetto.
Poi mi conquistò l’imperfezione nascosta. Infine il disordine apparente,
la falla beffarda nell’ordine.
Degli infiniti nomi di dio che diamo a ciascun amore,
riconoscendo altrove l’impossibile definire,
troviamo noi
e la diversità che gli appartiene:
lì, c’è un definitivo stupore.
e quella chiara differenza, così perfetta e desiderabile.
È noi non ancora avvenuto,
assurdo nella sua fragilità
e forte d’ansia d’essere,
definitivamente appartenente e parallela,
che metterla nell’ordine sarebbe una bestemmia.
Tu non eri ordine, ma l’ infinita pazienza della contraddizione.
Eri l’abbandono e l’abbraccio,
il trovare col barlume del conosciuto,
la certezza del diverso.
Eri l’impossibile che non si racconta,
la paura che si spegne nella pozzanghera di luce.
Cuore forsennato di tutti i passati possibili, fuso in quell’unico reale che ti conteneva,
eri parola che arrossiva la voce,
che rendeva dubbioso l’accento,
silenzio mormorante, desideroso d’ombra.
Eri la solitudine cercata,
il corpo riunito
in tutto ciò che ti era accaduto,
e nulla sembrava più naturale della spinta di un caso
che ricomprendeva tempo .
Eri l’incontro che gettava reti
forse per non nascondere la luce che scoccava ad ogni tocco,
ad ogni carezza.
Se la tua pelle non fosse stata un’infinita emozione, sarebbe stato solo un piacere,
e dei piaceri non si ha memoria,
ma solo rimpianto del possibile
di ciò che non hanno generato.
Così accoglievo il tuo disordine in me,
lo mescolavo al mio,
ne vedevo l’infinita forza
e il porre ogni cosa nella sua importanza.
E il disegno appariva, nitido e naturale,
finché si scriveva, graffiando, indelebilmente l’anima.


























