mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente.
Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo.
Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.
Di questo tempo asintotico al presente, sghembo ad ogni racconto che non sia tiepido lamento emerge il narrare di sé o d’altro, non importa, così come prima, di che, di cosa, forse si parlerà di gatti, di cieli stellati di malinconie sconosciute a chi non scrive, di cos’è il giorno e la notte del tempo che scorre a lato o non scorre come vorremmo e per salvezza ci si rifugia nel ricordo d’un prima che è accaduto ma è come non lo fosse. Così si resta nudi di fronte al presente ch’era idolatrato e ora che davvero solo tale si comprende la finzione: non era presente quello di prima, era uno schizzo sulla tela, un’abitudine mai investigata, l’imposizione d’un despota senza nome, illusionista lui e illusi noi, non era il presente, era una sospensione d’un futuro, un gioco d’equilibrismo senza il senso del ridicolo, perché cieco di ciò che stava attorno, ed oggi che vediamo, vorremmo che un sogno ci portasse oltre.
Semino piante odorose, verdi medicine, fiori selvaggi e gentili, arbusti che desiderano essere grandi alberi di pianura per vedere oltre le cose. L’educazione della natura si fa lezione di vita e attendo: in qualche parte del mondo s’aggregherà il futuro, quello in cui potrò immergere le mani, il pensiero. Trasformare il ricordo in passato. Sarà un piccolo assembramento di cose e di pensieri prima sparsi, messi assieme per il caso che non è poi mai tale e da una fiamma nascerà la luce.
Ho il corpo, l’aria, il sole e della notte, il fresco. Ho diverse cose inutili a cui tengo, molti libri e musica da udire, sono uguale fino a un certo punto, mi differenziano gli affetti che colmano il mio tempo. Sono generosi e si versano da una brocca nella mia sete d’essere amato, e bevo quel tempo così diverso che ora scorre a lato.
Mi sono seduto sulla riva del tempo in una giornata già piena di primavera, ad attendere, che ci sia del nuovo che mi faccia immergere nel flusso, che quella fiamma lontana sia guida e diventi luce e direzione a cui affidare il corpo e, del vivere, l’intuito dell’andare. Intanto, con pazienza, attendo, mentre nell’ombra d’alberi cresciuti, tra l’erba così alta e morbida, e fiori e profumi troppo a lungo scordati. Forse per quello, non io solo, abbiamo seminato.
E nel chiarore che filtra tra le foglie e l’acqua, con devota voce, chiamo a raccolta l’elenco delle cose mai fatte e desiderate che ora attendono, loro, il giungere e lo scoprire la bellezza, finalmente conquistata.
Abbiamo il corpo, l’aria, la luce e terra , sabbia, acqua, rocce da percorrere e mai come ora, l’attesa che il mondo ci prenda per il suo incanto, che l’uomo e le sue bellezze siano vedute per ciò che sono e poi saranno. Per questo seminiamo piccoli fiori e modeste parole, ad allargare il cuore, gli occhi, la mente, finalmente, e allora nulla sarà come prima, ma più bello, mai visto, mai vissuto. Così sulla riva d’un tempo nuovo si spegne l’abitudine e nasce ora la libertà di essere differenti per davvero.
Nel mattino lasciami vedere il tempo che rallenta e del suo procedere non darmi peso, solleva la tua mano che mi piega il capo e trasformala in carezza. Ricordami che della nostra bellezza dobbiamo tener cura darle il nutrimento che ci fa felici. Rendimi sereno nelle lunghe giornate ricche di nervosi gesti e aiutami a guardare dentro e fuori me, le ragioni che mi rendono infelice. Dammi il senso di ciò che sento come a chi è stanco e rischia d’affogare, se non trova il filo che lo tiene assieme. È accaduto ogni volta che infuriava la tempesta e solo scartando a lato la realtà s’è scomposta in piccoli frammenti, ma ognuno rifletteva il cielo o un pezzo dell’attorno prima occultato nel rumore: così s’è ricomposto il mondo.
Reagisco con fastidio, nei miei gesti non c’é serenità, accumulo cose che tacciono ogni mio fallimento.
Torna all’essenza, a voce bassa usa la parola, con dolcezza suggile il nutrire, ridona ad essa la sua perfetta forma. A questo serve raccontare la bellezza, vista oltre l’evidenza, ora aiuta a capire che l’essere sani è dentro noi e ogni gesto d’amore s’intinge d’innocenza. Solo allora non giudicherà la mente e riconoscerà in sé la bellezza libera d’entrare, nostra, finalmente, per davvero.
Scurisce l’aria, a onde lunghe, progressive. I fiori del mandorlo sono una macchia che scivola dal rosa al pallido bianco. Un’idea della notte. La stessa che si sprofonda nell’acqua. Che diventa fredda e si cela per gelosia di altra vita: misteriosa minaccia nel suo buio. Sulla riva onde lunghe muovono piccoli sassi e sabbia, spostano conchiglie. Le regalano alla terra e le riprendono. Incessanti e quiete. Il cuore si sintonizza col rumore che diventa suono e s’acquieta. S’accontenta della riva e dei sogni che in essa arrivano già franti: rimasticature d’eventi accaduti. Da ricomporre in nuovi disegni.
E non si ferma il moto mentre l’aria si fa fresca e si gonfia di profumi. Di odori forti. Lì c’è una casa, un’attesa e una luce calda, mancano solo i passi per raggiungerla. Poi tutto ridiventerà normale. Persino la quiete scomparirà d’incanto lasciando un brivido che caccia l’ultimo freddo. Quello ingiusto perché non desiderato, perché non avvolto in un abbraccio. Perché rammenta una solitudine non appresa.
La notte entra per le finestre aperte ad accogliere la luce, entra scurendo gli angoli, smussando le asperità dei ragionamenti e vorrebbe assomigliare all’acqua, ma di essa conserva solo ciò che piano muta. E si cela nel profondo d’ombra. Rinquatta come bestia che cerca il sonno e la protezione della tana.
Il buio avvolge gli ultimi luccicori d’una porcellana, spegne un riflesso sul vetro molato degli specchi. Si stende, riposa, avvolge. Entra dentro, sussurra che poi ci saranno i sogni, il sonno, l’interruzione del pensare e del dover fare.
In cielo le stelle compongono i loro alfabeti. Da giorni non passano più aerei, resta il silenzio che si sovrappone al vecchio tacere delle cose a sera. Sono onde di silenzio e d’oscurità che il cuore ora apprende e teme per quell’oscuro che non ha nome, ma è gorgo e vertigine di sé che si esplora di rado perché è come fondo che non si vede, come le erbe silenti nel fiume che si muovono sinuose alla corrente, come ciò che s’acquatta tra esse e gioca a rimpiattino con la percezione.
Avere coscienza d’ogni cosa ci è già stato tolto, è rimasta la nostalgia di un’assenza che dev’essere scoperta: si crede contenga felicità quiete. Consapevolezze. Non è così il conoscere che guarda nel buio dentro, ma il pensiero è oltre la riva che carezza il cuore, oltre lo scuro che ora ha invaso le stanze, oltre gli occhi che si chiudono cercando.
Oggi ho letto un testo, bello. Era bello e tenero, parlava delle persone in questi giorni. Delle persone che si riconoscono, dei condomini immensi che si riscoprono pieni di persone, di vite, di bisogni. Non solo rumori, assemblee per trasformare le porte in fortilizi, ma parole scambiate, piccole necessità, premure per sconosciuti. Parlava di una realtà che s’illumina negli smartphone, nei tablet, ma che improvvisamente alza gli occhi e rivede un vicino. Non una porta ma chi ci sta dentro. Mi è sembrato bello perché era positivo, non si fermava al lamento, anzi non si lamentava per niente. Neppure parlava dei tempi della normalità.
Ho pensato, ma qual è la normalità? Perché ci serve un evento per alzare gli occhi e nuovamente vedere e sentire chi ci sta attorno. Questa è la parte malata sul serio di questa società, lascia perdere chi è appena oltre un pianerottolo, chi ha un orario diverso. Non vede e preferisce il rumore alle parole, al capire.
C’era profumo di pane in casa e ho pensato a quando si fa un dolce e se ne offre al vicino. A quando si condivide e a un certo punto le età si confondono, restano i bisogni. Diversi, con urgenze differenti, ma sono sempre una carenza di qualcosa. E ho pensato ai sogni. Ne ho avuti molti. Ancora ne ho. A quanti ne ho condiviso, di quanti ne ho parlato prima di tacere. Di questi sogni poi si è avverato altro, che non era da buttar via, ma era il terreno per altri sogni. E così sono stati i fallimenti che hanno contato più dei silenti successi. Sono stato fortunato, felice, triste, malinconico e chissà quante altre cose. A quante persone davvero l’ho detto, che pure non erano distanti, che potevano capire?
E della mia piccola pazzia, ho lasciato trapelare solo a volte il lato allegro, l’ho condita di troppe parole perché si nascondesse nelle malinconie di tutti. Ecco che assieme al riso si sarebbe potuta condividere la malinconia e i biscotti. Quelli che faccio bene, per mangiarli assieme. E tutto questo senza che ci fosse un evento per alzare la testa, per spingere verso l’altro con allegra sollecitudine.
Di questa parola vorrei tenere il senso dentro e dopo questi giorni: sollecitudine allegra. Un po’ pazza, leggera, tenera, ma sollecitudine per chi vive attorno e sogna. Proprio come me.
Adesso che tutta l’Italia è arancione queste piccole note hanno meno senso, lo sento come una scelta d’altri, dura, necessaria. Tutto è ancora precario e ci si affida a ciò che da sempre ha funzionato con le epidemie: il confinamento e l’attesa. Solo che ora è l’intero paese in quarantena e chissà come questo viene percepito dentro e fuori Italia. Leggo in questi giorni il libro di Laura Spinney 1918 L’influenza spagnola. È un libro di tre anni fa, ma contiene quasi tutto quello che è accaduto e che accadrà, ora si aggiunge la potenza della medicina molecolare, degli antivirali che dovrebbero aiutare moltissimo a uscire dalla pandemia, ma se ascoltassimo di più le meccaniche della biologia e della vita probabilmente il mondo sarebbe più pronto ad affrontare le minacce.
Mi piacerebbe molto che la comunicazione aumentasse. Che il livello profondo di essa superasse l’occasionalità di un evento che diventa tale perché da fatto cambia le vite. Un poco. Quello che basta per rendersi conto dove si è e cosa si sta facendo. Dovremmo scambiarci in questi giorni le impressioni, ciò che si sente di nuovo e ciò che manca in conseguenza di una cattività imprevista. Quelli che non sono malati cercano di non diventarlo. Stamattina sono passato per un laboratorio medico, al posto della ressa e delle 50 persone che abitualmente occupano ogni spazio eravamo in 4. C’era più personale che pazienti, e il personale era bardato di tutto punto. E tossiva dietro alle mascherine tanto che serpeggiava il timore di essere in un posto a rischio pur con tutto il disinfettante e i camici sterili. Se le persone rinviano esami e visite significa che il timore per ciò che non si vede è ben più grande di ciò con cui si convive. Mi hanno confermato che è così ovunque, sia nella struttura sanitaria pubblica che in quella convenzionata, le persone ci vanno solo se l’esame o la visita è indifferibile.
Per strada e al supermercato poche persone. Non ho visto controlli e al bar, a debita distanza, ho parlato con il capo dei vigili che in questo momento si affida anche lui, più al buon senso delle persone che ai blocchi stradali. Qui passano strade di grande comunicazione e sarebbe impossibile, se non per blocco totale imposto, che ci fosse un vero controllo capillare dei motivi per cui le persone si mettono per strada.
Di questa consapevolezza nuova, se c’è, mi piacerebbe parlare, di come essa muta tra luoghi diversi. Di come si vive in casa e nell’ambito della necessità ridotte alle funzioni essenziali. Di cosa sia il piacere e l’allegria al tempo della costrizione. Sarebbe interessante ci fosse uno scambio tra parti del Paese, tra percezioni differenti, con particolari e adattamenti diversi. Qui l’arancione è entrato nelle case e ha mutato già qualche comportamento, ma ora è la durata che farà la differenza perché appena i numeri lo consentiranno, le persone si troveranno nella terra di nessuno dell’indecisione.
Questo fatto inaspettato e davvero significativo ha già prodotto un effetto sulla politica. Tutta. Vietando le riunioni, con le dichiarazioni superate dai fatti, le intemerate che cambiano richieste sino ad ammutolire, la politica muta e regredisce. C’è da chiedersi chi comanda in questo momento in Italia? Il governo certamente, perché ha un potere costrittivo, ma è esso stesso prigioniero dei numeri e dei tecnici. E in Europa perché non accade nulla? La pochezza della politica europea, oltre la gestione della banca centrale, si fa sentire, siamo sull’orlo di una doppia crisi, sanitaria ed economica, ma non c’è una decisione comunitaria. L’Europa si è ritirata nei palazzi e nel silenzio e dopo la vergognosa visita ad Atene, non è neppure in grado di dire cosa farà con quello scempio di speranze, di vite che offende ogni senso di umanità. Strumentalmente Erdogan ha ricordato che il diritto d’asilo è un fondamento dei paesi europei, lui può permettersi di fare ciò che crede perché gli è stato permesso e come in Libia, è stato pagato perché i profughi fossero tenuti a bada nei campi di detenzione anziché affrontarne il problema razionalmente, ovvero come poterli includere nel modello di civiltà capitalista e occidentale. Sono qualche milione di persone che non hanno più nulla da perdere, se non la vita, si pensa ci sia una soluzione umana ed europea? Di questo non si parla più. Credo che sia uno degli effetti, non solo della pandemia, ma della sostanziale mancanza di raffronto tra realtà che dall’informazione transita poi nei discorsi delle persone. Comunque la politica, anche quella molto locale, è annientata dagli eventi, cioè apparentemente tutto funziona, ma i meccanismi di decisione e di controllo non si capisce bene dove siano. È il tempo ideale per l’abuso, perché la distrazione è somma. Non sto dicendo che avviene ma che nessuno se ne accorgerebbe.
La pubblicità continua a mostraci brigate felici di giovani, divertimenti all’aria aperta auto da acquistare, supermercati felici da frequentare. Balocchi e profumi, ma forse è meglio così, le persone pensano che una normalità fatta di acquisti e di tempo libero, di viaggi, di alberghi e di ristoranti sia questione di pochi giorni.
Tutto tornerà come prima è il messaggio e invece ne usciremo diversi, questo è certo. Una situazione simile non è mai stata vissuta dalle generazioni che ora vivono nel mondo occidentale. L’economia e la finanza sono due termometri della normalità farlocca che conosciamo e che fa parte del nostro mondo, e loro danno i segnali di ciò che scricchiola. Quanto tempo impiegherà il nostro Paese a uscire dall’idea di essere un luogo contaminato? E le imprese, che pur lavorano, per quale mondo produrranno? Noi possiamo vedere ciò che ci fa male oppure tornare a un prima che non sarà più lo stesso. Possiamo riflettere e cambiare su due temi fondamentali per l’umanità : i rapporti sociali tra persone e sull’economia del pianeta. E cercare di mutarli in modo da stare meglio. Sarebbe un buon uso di questa situazione se essa aumentasse la consapevolezza delle fragilità su cui camminiamo. Se aggiungessimo ai problemi l’ambiente, se ci si chiedesse se davvero era così che volevamo vivere. Se invece si considererà tutto questo solo un episodio che passa, allora saremo liberi di uscire e di consumare esattamente come prima, per un po’ forse, ma il danno più grande sarà stato l’incapacità di capire che non si vive di solo presente.
In questo secondo giorno di cattività relativa, alcune cose sembrano chiarirsi. Ad esempio chi può muoversi e perché, ma soprattutto la percezione che non è davvero tutto come prima ovvero poco più di un’influenza. Stamattina sono andato in centro, dovevo, ho usato l’auto, il traffico era poco. Tutto il da farsi si è risolto in un tempo inusualmente rapido. Tornando verso casa guardavo i parchi vuoti di bambini, come fossero a scuola e mi sono chiesto cosa penseranno in questi giorni di vacanza che non è tale. Per loro è un’esperienza diversa che per noi adulti, in quanto ancora abituati ai cambiamenti, cosa che per noi, così ricchi di abitudini, è più difficile.
C’è molta discussione sui social, ma è il posto della solitudine che improvvisamente diventa l’agorà della socialità esterna perduta. Questo vale per quella parte di persone che hanno improvvisamente più tempo, mentre gli altri continuano a lavorare. Come prima e con qualche difficoltà in più per chi lavora fuori provincia. Non è visto bene e sembra che lo stigma geografico conti anche tra contigui. È cosa ben diversa dal ritorno in massa verso regioni che finora non hanno avuto episodi importanti di contagi e che hanno strutture meno capienti di queste a nord, ma anche qui si sente un confine. Per il resto sembra non sia mutato nulla o quasi: il cantiere vicino a casa, le aziende della manifattura che non possono lavorare a distanza, i trasporti. C’è la sensazione che sia tutto un po’ meno di prima ma solo per alcune parti dell’area del fare economico. È crollato il turismo, la ristorazione, lo spettacolo, persino la politica ha riti nuovi e frastornati, ma il resto continua a funzionare come prima o quasi.
La chiusura dei bar alle 18 sta avendo effetti strani sulla socialità familiare. Non ci sono solo i giovani che tirano tardi, ma anche quelli che di anni ne hanno di più e magari hanno famiglia. Questo essere in casa cerco di immaginarlo come possa essere percepito e se stia cambiando qualche abitudine. Non ho riscontri, ma credo che ognuno si arrangi e che nuovi equilibri di presenze inusuali, si trovino per amore o per forza. Continuo a pensare che questo è il tempo degli amanti se sono liberi di stare assieme, per gli altri le cose si complicano.
Ormai si sa che anche i paesi piccoli, di solito fatti di abitudini e di poca trasgressione, hanno casi di contagio. Il bollettino appare sulle pagine dei tre giornali che riferiscono la cronaca locale, riempita di consigli e fatterelli singolari. Però è difficile che dello stesso fatto si riporti un’unica versione, l’altro ieri una coppia è stata travolta dal treno, le locandine andavano dall’accidente fortuito al suicidio, fino al litigio. Forse per questo sensazionalismo che impera da anni nelle notizie, c’è meno attenzione agli avvertimenti e ai numeri che riguardano la pandemia. A questo si aggiungono norme che sembrano stravaganti e derogabili, quelle sulle distanze ad esempio. Impossibili da rispettare in un bar o in un mercato. Ho colto scetticismo su queste regole che dovrebbero essere sostituite dall’imperativo: state a casa se potete e se dovete uscire state distanti quanto potete dalle persone. Siate puliti, in casa e fuori, cercate di proteggervi da ciò che non si vede e non si sa dove sia.
Nei discorsi sentiti a pezzi tra l’acquisto di un quotidiano e un’attesa alla cassa, qualcuno manifesta un pensiero molto radicato in questi luoghi, ovvero che le norme siano fatte per quelli che non sono furbi. Qui sono tanti ad essere furbi e nessuno si pente quando viene pizzicato, al più pensa che è accaduto, e la prossima volta dovrà stare più attento. In positivo comincia ad emergere il ricordo dell’altra grande preoccupazione invisibile, Cernobyl, quando si lavava di più la frutta e si mangiava più carne nostrana. Solo che allora la minaccia non riempiva gli ospedali, era una condanna differita che si poteva evitare o limitare, mentre ora sono i numeri a impressionare assieme alle mascherine che si vedono in ogni negozio e anche per strada.
C’è una paura sorda, che ciascuno affronta o esorcizza come crede, magari banalizzando oppure pensando che non toccherà a lui. In fondo nelle conte è sempre così, però c’è inquietudine accanto alla trasgressione, le cose non sono uguali, i tram girano vuoti e se ancora la convinzione non è profonda, verrà nei prossimi giorni, spero. O quando si capirà che l’equilibrio di ciò che si può fare ci riguarda personalmente e che stranamente l’egoismo di star bene coincide con la solidarietà del non contagiare chi amiamo.
Questa mattina c’era il sole pieno e un cielo limpido. Stanotte aveva piovuto a lungo e l’aria si è pulita, così le montagne, le prealpi e l’altopiano si vedevano nettamente e illuminati dal sole riflettevano la neve. Per strada c’erano molte auto, ma forse meno di altre domeniche e andavano verso il centro della città o verso il mare.
Ieri notte siamo diventati per decreto “zona arancione”, che sembra meno di rossa ed è più simpatica, ma i divieti sono uguali. Non credo che tutti lo sappiano perché nei bar-trattoria, c’era la solita folla di persone appiccicate dai discorsi e dall’aperitivo, che qui è vino bianco a gotti. Forse quello che ha colpito di più di ciò che avviene sono le partite di calcio senza spettatori, non il virus. Per il resto i discorsi colti al volo erano sulle persone e sul paese, le solite cose scambiate al bar. Però ho notato meno allegria. Il giornalaio vende i soliti giornali, ma davanti all’edicola non ci sono i soliti gruppetti di persone che si scambiano i saluti e perdono tempo in attesa di tornare a casa per il pranzo. Le transazioni nei negozi sono veloci, il tempo di permanenza perde il ciondolare della ricerca e si limita all’essenziale, accelerando il passo. Come a un voler tornare verso qualcosa di più sicuro e meno affollato. Sono impressioni, ma è un insieme di piccoli indizi che fanno quasi una prova: di fatto si vive quasi normalmente e se si deve andare fuori dalla zona rossa ci si chiede come fare Sembra manchino le certezze e si rinvia il tutto a nuove disposizioni. Se si può.
C’è l’ impressione di qualcosa che non si è capito nella sua profondità, ossia di come cambieranno le nostre vite, perché la realtà è quasi uguale al solito. I cantieri lavorano, i camion intasano le strade, le fabbriche non hanno chiuso, se ci sono preoccupazioni le persone le confinano verso uno dei due ospedali che si trovano appena fuori delle mura del ‘500 e che da sempre hanno fatto la distinzione tra chi è sano e chi non lo è. Forse anche adesso si pensa che solo chi è in ospedale si deve preoccupare, mentre gli altri nelle loro libertà di lavoro, piacere e movimento, hanno ricevuto norme stravaganti che possono essere interpretate secondo buon senso.
Camminando a lungo, anche attraverso la zona industriale, però manca qualcosa. Ad esempio non c’erano stamattina le solite gare di auto, le sgommate, i motori che urlavano in accelerazione. La strada era completamente vuota e attorno nessuna azienda era aperta, anche quelle dove abitava qualcuno. Qualche ciclista non aveva rinunciato alla corsa domenicale, mancavano i podisti e a piedi non si vedevano persone. Persino l’auto lavaggio era quasi deserto. Ho pensato a una sospensione di giudizio, dove ognuno si comporta come crede ma che fa fare di meno e diversamente perché sotto nasconde una preoccupazione. Non si sa quando finirà, né come finirà.
Credo sia un tempo di riesame per molte cose che semplicemente erano e con il loro esistere, rassicuravano le abitudini. È quell’allungare la mano al buio che trova ciò che cerca, ora non si è più sicuri che ci sia.
La luce è così presente, e la primavera rifulge di giorno in giorno, ma adesso procedono per loro conto, scisse da noi. Non capiamo come cambia la nostra vita e sentiamo che se anche non verremo contagiati, comunque ci sarà un mutamento profondo.
La nascita di un virus così veloce e pronto nel saltare specie è un fatto epocale, queste parole di Ilaria Capua, mi girano in testa non solo per il pericolo, ma per la fragilità di tutto quanto si è pensato intangibile. Dalle vite, alle piccole libertà che si esercitano ogni giorno, fino all’economia che sprofonda per pezzi dentro una crisi globale. L’immagine che ho, è quella della battaglia sul lago nell’Alexander Nevskj, con la sicurezza dei cavalieri teutonici che non tiene conto della fragilità su cui cammina e così perde battaglia e vita. Il semplice che si contrappone al complicato, l’umile al superbo e per una volta ciò che accade non è prevedibile e muta la storia.
Vorrei che di questo tempo restasse una traccia minuta, e di questo scriverò, un vedere particolari che hanno significato solo rapportati a un mutamento. Attorno si vedono, una natura trionfante e indifferente e un tentativo di ordine da parte degli uomini che conformano le vite a una minaccia, ma queste due scie temporali non sono collegate e questo ci dà la misura della nostra piccolezza nel gestire il presente. Il presente è stato ciò che in questi anni ha tolto dall’orizzonte mentale, il passato e il futuro, dando entrambi per scontati. La nostra fragilità è proprio qui, gestire il presente ci mette dinanzi a una smisurata fiducia che tutto si risolverà come pensiamo. Ma non sappiamo davvero cosa pensiamo oltre al bisogno di consumare piacere e sicurezza di vivere.
Vedere il mondo attraverso un buco, vedere immagini rovesciate, colori meravigliosi, ma sfuocati, infedeli, senza densità. Occorrerebbe il pennello creatore di un pittore olandese del ‘600 per dare espressione e senso a ciò che ora non si comprende.
Eppure lo sapevamo che il mondo, da troppo tempo, è un foro stenopeico che ce lo mostra sulla parete bianca: figure piatte che si muovono senza sentimenti. Ora si fa pressante una domanda: prima cosa c’era che davvero abbiamo saputo apprezzare, custodire, mettere assieme?
Si fanno i conti con ciò che manca eppure c’è sempre moltissimo che attende. In silenzio, senza crucciarsi della scarsa attenzione. E la libertà è solo apparenza sinché non manca.
Ci sono almeno due modi di sentire la mancanza delle cedute libertà alla pandemia. E quello che fa più male è il costante non capire la fragilità del mondo in cui si vive: ci si inebria di presente e non si cura il risveglio che comunque ci attende.