frammento sul tempo

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… dovresti considerare se ciò che si vive sia un luogo utile alla vita, alla propria crescita. Il tempo s’assottiglia con gli anni, non è più sangue grosso privo di riflessione, che tumulta, spuma, e si perde inconsistente in mille luci di momento. Il tempo ora è lama affilata, che rade, seziona, classifica, e ci segue e ci precede per suo conto. Sembra poco il tempo eppure non sappiamo spesso che farne. Ci fa paura e con il nostro mordere il presente lo vorremmo ubriacare, ma alla fine ci accorgiamo d’aver contemplato ombelichi bene annodati di cui resta ben poca sostanza per sentirci più quieti.

Potremmo vederlo davvero, il tempo, in noi stessi, e darne giusta misura se ci peritassimo di vederci allo specchio, però questa è operazione che esige libertà dall’assomigliare e pazienza nel capire. Ci si accontenta troppo spesso d’un complimento che ci porta distante da ciò che si vive davvero, ha il difetto che dura poco e c’è già bisogno d’un altro e poi ancora, in continuazione, per non vederci davvero. Chissà perché non vogliamo vederci e dove sia maturato questo giudizio così negativo che ci fa cercare in noi qualcun d’altro. E tutto questo non fa capire se si sta bene dove si è, e se questo ci sia utile a vivere. Mi piacerebbe una tarantella del tempo dove si mescola gioia, attesa e ironia e il modo di vivere fosse parte di tutto questo. Nella tarantella c’è la maschera e il reale, ed entrambe sono la stessa persona, …

il veneto non è venezia

Le parole che corrono di più, tra battute e sarcasmo, sono : pagliacciata, imbecilli, figuraccia. Bevono l’aperitivo e ridacchiano, questo è un bar frequentato da poliziotti e si sentono le valutazioni tecniche della retata di indipendentisti veneti, il reato, l’efficacia della minaccia. Sembrano rimpiangere, come han fatto non pochi giornali, gli altri terrorismi, quelli seri che da queste parti non hanno scherzato, le brigate rosse e nere, l’autonomia. E poi ridono sul fatto, la gravità penale che rende tragica una farsa, la futilità dell’agire che diventa segno di inadeguatezza, eppure… Eppure credo si stia sottovalutando un sentire che cresce e si espande in aree sinora immuni. Pensate cosa sarebbe accaduto a Torino se invece di avere una marcia dei 40.000, i quadri si fossero alleati con gli operai.

Provo a ragionare: Venezia è stata repubblica per almeno 900 anni, non c’è stato europeo che possa dire altrettanto, e al mondo non c’è mai stata una così lunga identità sociale tra governanti e governati. Cero è finito tutto nel 1797, ma è davvero finito tutto? Parlo del sentirsi una cosa a parte, conquistati ma non inclusi. Era già accaduto con gli austriaci, il 1848 a Venezia fu diverso rispetto a qualsiasi altra rivoluzione europea dello stesso anno, perché tornava su una bandiera già usata, non su una nuova, le idee erano nuove, non il vessillo. Comunque non molti anni fa, parlo del dopoguerra sino a metà degli anni ’50, le spinte alla specialità del Veneto erano forti ed erano interne alla D.C. che riuscì ad assorbirle. Ma come? Con una modernizzazione delle opere pubbliche e con una disattenzione alle regole che permisero lo scempio urbanistico spacciato per progresso. In realtà chi aveva inventiva e forza per lavorare, faceva quello che gli passava per la testa. Altrove è stato uguale, ma qui incontrava l’idea del far da sé, di uno stato lontano che facilitava una autonomia del fare. Questo trasformò un territorio agricolo in una serie infinita di aree produttive manifatturiere e industriali basate sull’autoimprenditoria. Quella piccola e familiare, anche quando cresceva. Qui si è praticata una autonomia di fatto e un individualismo corretto solo dalla Chiesa.

Senza aziende di stato, con una auto imprenditoria di metal mezzadri che trasformavano le stalle in aziende, per crescere economicamente, lo stato doveva esistere poco, imporre poche regole, consentire una evasione controllata. I consensi plebiscitari della balena bianca in Veneto, hanno occultato lo scarso legame ideale che esisteva tra questi territori e l’idea di Italia, anche perché questa idea non è stata molto esplorata neppure altrove, erano il conformismo e la convenienza i veri leganti tra politica e cittadini e siccome lo sapevano tutti, la politica nazionale ci ha sguazzato alla grande. Anche la lega di Bossi ha adoperato questo sentire, prima eliminando la liga di Rocchetta, uno degli arrestati, e poi spostando il baricentro in Lombardia, evocando al contempo quella bizzarria della Padania che non aveva né cultura né identità possibile. Sembrava al più un nome di formaggio di serie b, oppure una grande pianura alluvionale, ma qui i contadini tengono alla loro terra, è loro e non si confonde con quella lombarda o piemontese, come poteva essere sentita come una comune piccola patria? Diciamo che non aver avuto politici di rango che interpretassero il Veneto è nociuto alla causa della specialità della regione. Perché di questo si trattava e si tratta. Lo stato centrale non è in discussione, se non per le sue perversioni, a cui la Lega e il PdL governando il Veneto e anche il Paese, per 20 anni, non hanno messo alcun freno, anzi attribuendo secondo convenienza le colpe e scaricando le responsabilità. Quindi non si è risolto nulla. Le alluvioni degli ultimi anni, la crisi economica gravissima, hanno fatto risaltare la sproporzione tra ciò che si è promesso e ciò che si è fatto, lasciando le imprese e i cittadini privi della tutela precedente e soli davanti alla crisi. Si dirà che accade ovunque, che da altre parti va anche peggio, ma qui il tessuto sociale era fortemente permeato di un rapporto tra positività: il lavoro senza limiti, la crescita, lo scambio, la banca, la parrocchia. Tutto tenuto assieme da una idea di autosufficienza, ora questa idea è in crisi e l’insofferenza verso uno stato patrigno cresce.

Si confonde il Veneto con Venezia, che è una eccezionalità e un punto ideale con problemi propri e risorse ben diverse dal resto del Veneto. Ma il resto del territorio regionale è attorniato da due regioni, il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia, che trattengono rispettivamente il 90% e il 60% della tassazione nel territorio, e gli effetti si vedono. Decine di comuni di confine chiedono di passare, secondo vicinanza, dall’una o dall’altra parte. Per convenienza, naturalmente, ma anche per equità perché non è possibile competere con chi a pochi km ha benefici importanti. E’ un fenomeno che non ha eguali in Italia, eppure nel riformismo urgente anche del governo Renzi, non c’è traccia del palese divario che esiste e che è fonte di diseguaglianza (e di innumeri sprechi)  tra regioni a statuto speciale e quelle a statuto ordinario. E’ evidente che dove la vicinanza è più forte, l’ineguaglianza emerge con maggiore evidenza e anch’essa provoca insofferenza. E il fatto che ci sia una ineguaglianza tra cittadini già alla nascita, e indipendentemente dal censo, è sotto gli occhi di tutti, ma non viene considerata un problema nazionale.

Quindi ci sono una serie di fattori che mettono insieme un mix pericoloso: una identità forte con una lingua ancora molto parlata, una crisi economica, una differenziazione inconcepibile tra territori contigui, uno Stato che non aggrega ed è lontano. Diamanti, Bettin e altri analisti, certamente di scuola non leghista, rilevano da tempo, il sentimento di insofferenza che si diffonde e cresce. E che non è di per se stesso secessionista, ma chiede almeno in parte un autogoverno delle risorse prodotte nel territorio. E proprio in questi giorni c’è un fiorire di altre sensibilità che parlano di questa insofferenza: Cartongesso, ad esempio, recente premio Calvino, oppure il film, Piccola patria. Ma Mazzacurati, Segre, Carlotto e molti altri ne hanno parlato e questi si aggiungono ai saggi, noir, testimonianze letterarie, poetiche e filmiche, che raccontano che si è superata la sociologia di Schei e di Signore e signori. La letteratura, la poesia, il cinema sono sensori importanti perché escono dalla cronaca e interpretano un sentire. Il fatto che tutto questo venga sottovalutato, che emerga solo la farsa di un gesto pateticamente eversivo, ha almeno due pericoli: l’ignoranza del sentire comune e quindi l’assenza di risposte con il conseguente radicamento del problema, la spinta verso atti più perniciosi e meno carnevaleschi. Concludo su quest’ultimo punto. Se da un lato si sottovaluta, dall’altro non si considera che esiste comunque un terreno fertile per teste calde e per radicalismi. Per queste cose serve una risposta legale che metta assieme l’attenzione con il rispetto della legge, che faccia capire che lo Stato esiste e agisce. Insomma fare quello che dovrebbe fare la politica: risolvere i problemi e non ignorarli.

lettera a un’amica sull’andare in direzione contraria

Ti ho detto cose poco rigorose, seguendo il cuore e praticando la razionalità non è una proposta politica, e ho messo in comune con te la difficoltà di trovare un portolano per mettere assieme le idee e capire, in questa orgia verbale, dove sia il cambiamento vero. Oggi si proclama la retorica del cambiar verso, poi ci si accorge che è la risposta ad una fame e un’insofferenza, non un mutare davvero le abitudini profonde, le regole che ci tengono assieme. Poco o nulla viene toccato dei privilegi veri, degli sprechi senza fine, dell’inefficienza strutturale. Come da tempo accade, si risponde ancora una volta alla cosa più volatile che esista, ovvero i mercati. Come può diventare questo, nuova coscienza, nuova eguaglianza, nuova giustizia?

In questi anni di apnea delle idee forti e delle coscienze, oltre l’evidenza di una realtà passata di bocca in bocca, e resa vera, più dagli atti senza razionalità e dalle omissioni che da una sua effettualità comune, la speranza consapevole e la forza del sentimento civile sono rimasti per me, e spero molti, l’elemento guida per continuare a procedere in direzione ostinata e contraria. La sconfitta, amica mia, è lasciare che la notte sia senza sogni, che la disperazione passi di bocca in bocca. In ogni guerra, rivoluzione, direi in ogni amore che si volta indietro, la somma delle speranze, dei mondi possibili, di ciò che poteva essere, si scontra con la morta acqua dei compromessi. E’ successo sempre e ad ogni caduta qualcuno si è rialzato, ha cominciato a pensare e parlare di un mondo possibile, più vicino ai desideri, qualche altro l’ha ascoltato e il mormorio ha alzato la voce. Ha riconosciuto la sua forza, la stessa che oggi tanti giovani o oppressi non riconoscono e mendicano dall’oppressore, come se chi toglie potesse dare. La cosa che ci sconvolge, è l’assenza di un risultato di fronte a tanti sforzi, come se questa scontentezza fosse il giudizio della storia su tutti noi. La misura della nostra insoddisfazione è determinata da chi ci è accanto e non reagisce, non spera o sogna come noi. Purtroppo però tutte queste parole non attenuano l’inverno del nostro scontento: ci manca il caldo sole di una battaglia vinta per determinare il nostro futuro. Eppure penso, amica mia, che questa battaglia non mancherà, come non mancheranno nuove sconfitte perché la razza umana non si è estinta mentre il conservatorismo estingue i sogni e gli uomini. Ti sei mai chiesta cosa sognano quanti votano per conformismo o, ancor peggio, gli indifferenti, quelli che tanto tutto è eguale? Io credo che abbiano sogni concentrati esclusivamente su desideri personali, su traguardi molto vicini e intrisi di realtà spendibile immediatamente. Le loro insoddisfazioni sono fatte di oggetti, di sentimenti negati, della sensazione di non emergere, dal timore di essere sfuocati. Sanno come va a finire ma non sono felici anzi, sono depressi esattamente come chi sogna un futuro che riguardi il bene di tutti. E’ vero, non c’è differenza nel dolore e nelle disperazioni, ma quelle di chi si sente tradito nella speranza sono un lago nero di consapevolezza, ed insieme lo stimolo a ritrovare se stessi. Tu sai dove sei, come sei, spesso quello che vuoi può sembrare semplice e comune ma, in realtà, la differenza è nel tuo sentire che il mondo e la storia non riguardano solo te, ma te insieme agli altri e che ciò che è possibile dovrebbe essere un obiettivo comune.

Penso a chi, uscito dalla guerra di resistenza tornò semplicemente a fare ciò che faceva prima, convinto che quello che lo aveva coinvolto fosse solo una necessità normale, di persone normali. Nella retorica della resistenza a poco a poco si è smarrito l’oggetto della lotta, non si è detto che in fondo era servita più ai fascisti costretti a misurarsi con la democrazia e con le opinioni altrui e che erano tranquillamente riemersi dopo la guerra, più che a chi era salito in montagna perché non tollerava più la propria condizione di non umanità nel tacere, nel non essere ciò che sentiva. Ricordi la notte di san Lorenzo dei fratelli Taviani, la battaglia nel grano e l’atrocità di chi si conosce e si uccide? Dopo gli eccidi sono rimasti gli uomini, ma quelli che più ne hanno avuto vantaggio sono stati proprio quelli che erano dall’altra parte. Credo che anche oggi sia così ogni volta che si fa la fatica di impegnarsi per cambiare e soprattutto ci si impegna in un sogno di un mondo possibile: chi ne beneficerà di più sarà chi è dall’altra parte. Avrà più diritti, più giustizia, più possibilità. Ma noi lo facciamo per noi, ti pare poco? Per questo val la pena di tirarsi fuori dal disperare, perché il bisogno di cambiamento e di equità è infinitamente più importante della fuga o del rinserrarsi in casa, perché abbiamo sensi che hanno bisogno di vedere e sentire e perché, nonostante tutto, crediamo sia possibile il cambiamento e ancora ci commuoviamo e sentiamo il sangue scorrere e il cuore battere forte per un’idea, un simbolo, una musica che racchiude tutti gli altri. Gli stessi che vorremmo come noi e insieme diversi. Credo che abbiamo diritto alla disperazione e all’amore e che questo non ce lo possa togliere nessuno. Tantomeno questa finta realtà fatta di mode che cambia con una frequenza e indifferenza comune,  e noi siamo più noi stessi quando mostriamo alla realtà che c’è un’ alternativa, una possibilità, un motivo per trepidare ed amare. Non è neppure più necessario avere una ideologia, ma piuttosto condividere un disagio, una voglia di cambiare e oggi se questo spinge a capire e poi ad esserci, non è davvero poco.

con affetto

Willy

commercianti

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Improvvisa mi prende una piccola nostalgia di luoghi e persone conosciute. Suoni, immagini, un taglio di sole, ad esempio, che colpisce una pila di sacchi di riso cinese, l’odore forte del pesce affumicato vicino agli imbarcaderi dei traghetti. Traghetti? Ammassi di ferro, ruggine, vernici sovrapposte scrostate, nomi cancellati e grasso, tanto grasso per far correre ingranaggi stanchi. Ovunque persone che vendono. Africa, oriente, sud america, i modi cambiano poco, anche le persone sembrano assomigliarsi. Poi non è vero perché gli ambulanti hanno un proporsi ben diverso dai bottegai. Anche gli abiti sono differenti, le donne più curate, i bambini vocianti, insistenti, ma non straccioni. Come si dovesse vendere se stessi oltre alla merce, spesso molto precaria, usuale, magra di guadagno. Di quel vociare senza strilli emerge nel ricordo un ordine gerarchico, e in certi luoghi, era come vi fosse un accordo, per cui evitato il primo, il secondo, e via via avanti, alla fine si era presi da sfinimento e qualcosa si comunque si comprava. E che questo fosse previsto, lo dimostrava il riunirsi del gruppo, le parole e i sorrisi con gli sguardi che si voltavano verso di noi, le dispute e non di rado, uno staccarsi per tentare un’ulteriore vendita considerato il successo della prima. In molti luoghi è difficile produrre, la manifattura è cosa da ricchi, per sfamarsi, agli stanziali, ché i nomadi vivono pure di stenti, ma di altro, resta l’agricoltura, con enormi precarietà e il vendere ciò che si può consumare subito. E il commercio ambulante diventa l’attività più semplice, che possono fare i bambini, le donne, i vecchi. Gli uomini commercianti li troviamo nei serragli, nei negozi, nelle attività appena più complesse. Così emergono le immagini dei negozi senza vetrine, la polvere che entra dalla strada e ricopre tutto, le merci cinesi coloratissime di plastiche che si disfano, le merendine, i dolciumi nei piccoli bazar, accanto a pentole d’alluminio indiano. Attrezzi da cucina che compriamo e finiranno poi nei mercatini di beneficenza, immagini di santoni, riso e grano, cotone a fiocchi, improbabili frittelle impegnate a lottare con mosche voraci, bibite che imitano coca cola accanto a succhi di frutti strani. E poi collanine, vetri cinesi, qualche cimelio di tecnologia, vecchie macchine fotografiche digitali spacciate per novità, droghe colorate, colori da muro, martelli, chiodi, trapani, sempre cinesi, sacchi di sale da 18 kg, persone che entrano ed escono, stanchezza di chi sta dietro al bancone. Spesso il proprietario è seduto per traverso, quasi non si vede dietro al banco, osserva, interviene poco, se necessario discute con me, occidentale, ma con distacco. Sa che compriamo poco di quello che ha, al più può offrire a un prezzo esorbitante, qualche prodotto d’artigianato che non fa parte del negozio, però la cosa finisce subito. E’ strano, ma la stessa posa e gli stessi modi li ho trovati ovunque nel mondo, come esistesse una lingua segreta dei commercianti e del commercio. Le botteghe si sovrappongono nei ricordi, e così i commercianti; c’è la piccola soddisfazione di una trattativa condotta bene, la sensazione, poi divenuta certezza, d’essere stati imbrogliati da chi sembrava affidabile, ma sopratutto emergono particolari. L’odore delle stoffe nei negozi d’Africa, nei bazar di Aleppo, o a Rosario, i cento posti dove il cotone in pezze impilate e verticali, attira l’occhio e poi colpisce l’odorato. Il cotone in fiocchi, la lana non filata di certi piccoli banchi del Senegal. Il sentore di polvere nei negozi di tappeti, il confondersi dei disegni che si sovrappongono, la morbidezza e le trame sui rovesci mostrate come fossero mappe d’una intelligenza perduta. La paccottiglia, il riprodursi delle immagini dei dittatori, l’assenza di queste immagini dove la dittatura è più pericolosa come in Eritrea e l’abbassarsi delle voci o il silenzio, quando se ne parla. I residui delle colonizzazioni nei negozi, che affascinano con le loro storie, i libri mastri in calligrafie di primo novecento, gli angoli dove siedono chi è rimasto a vendere il passato: le vedove e i figli dei matrimoni (?) misti. I mercati dei robivecchi dove la civiltà accumula i suoi rottami e tutto viene smontato per avere nuove vite; gironi infernali di grasso, nafta e bambini che scompongono motori e lavano pezzi di metallo, raddrizzano lamiere, segano vecchie tavole per nuovi mobili. I banche delle spezie, i venditori di caffè e di thè, che si aggirano dove c’è commercio, la frutta, il grano, le farine, i legumi secchi. Un mescolarsi di odori, di proposte, di incomprensioni, di segni sulla carta. Qui si scopre che i numeri non sono un alfabeto universale, e a volte neppure le addizioni. Giornali per incartare, piccole discussioni incomprensibili, il dito che indica, le mani che gesticolano: aggiungi, togli, il peso. All’Asmara volevo comprare la bilancia, alla fine non abbiamo trovato un accordo ed è stata una fortuna. Cosa ne avrei fatto di quel trofeo così precario nella mia casa strapiena, non lo sapevo né allora né adesso, mentre continuerà a fare il suo lavoro, più o meno onesto, dove serve. Meglio così. Il ricordo genera collegamenti strani, sbalza dalla polvere dell’Africa o della Siria, al freddo del Canada, all’ombra di una stradina di Buenos Aires dove vendevano vecchi bastoni animati. Lame di Toledo, giuravano. A quel tempo gli aerei accettavano tutto. Però adesso mi fermo su una lama di sole che taglia un pavimento, illumina un bancone scrostato, il viso del proprietario seduto è nell’ombra, ed io guardo le persone che a fatica comprano riso e sale. Mi ricordo di quando mia madre mi mandava ad acquistare la pasta e un quarto d’olio, e mentre aspetto la mia coca cola scaduta, mi prende una malinconia affettuosa, ma dirne adesso non è il caso. Sono quelle vecchie ubbie di cui ormai ci si ricorda da soli, perché parlarne assieme ci si sente un po’ ridicoli. Pago ed esco, guardo la strada, i motorini scassati, e i pulmini altrettanto scassati, ma coloratissimi. Il commercio non è l’anima del mondo, ne è uno specchio, ed è anche un nostro specchio, mi chiedo cosa ci vedo e perché la malinconia non se ne sia andata. 

una generazione che voleva spiccare il volo

Prima delle parole, colpisce il fumo. E’ una tribuna politica e il giornalista, che rivolge a Berlinguer la domanda sulla possibilità di cambiare nome al Partito Comunista, sta fumando in televisione. E quel fumare, non la domanda (che pure farebbe riflettere in questa stagione in cui i partiti cambiano nome con più frequenza della biancheria intima) , rende consapevoli del distacco tra questi e quegli anni. Distacco di abitudini, distacco culturale, distacco di parole e di idee. Credo che una parte del film di Veltroni, sia incomprensibile a chi oggi ha meno di 40 anni, e che parole come eurocomunismo, U.R.S.S. , i nomi dei protagonisti, la stessa parola comunismo, non abbiano significato pratico, cioè non corrispondano a nessuna esperienza vera. Questo iato generazionale si è consumato senza che la mia generazione se ne avvedesse, continuando a pensare che i suoi termini di esperienza, e quindi le parole, fossero comuni mentre, in realtà, queste perdevano consistenza per le persone a cui parlavamo. Quindi non si è trasmesso nulla o quasi e ciò che ha caratterizzato una parte importante della storia comune del Paese diventava, intanto, materia per storici, non tessuto vivo su cui innestare il nuovo.

Non è una constatazione amara, è una consapevolezza. Quello che ha infiammato discussioni, provocato sconvolgimenti collettivi, cambiamenti e mobilità sociale non esiste più come cultura comune. Di certo i fallimenti dei partiti, provocati da quella questione morale che Berlinguer aveva indicato con tanta acutezza, facevano parte di un ordine possibile delle cose, ciò che non si era messo in conto era il fallimento contemporaneo delle idee. E non perché queste fossero staccate dalla loro possibilità di modificare il futuro del Paese, e quindi di tutti noi, ma perché quelle idee non erano più materia di passione, non erano in grado di cambiare le vite dei singoli, prima che quelle di tutti.

Quando c’era Berlinguer, parla di un uomo e di una generazione, che non importa fosse o meno comunista, ma che viveva tutta in un confronto di futuri possibili, di alternative alla insoddisfazione del presente. E questo si collocava in un situazione nazionale e internazionale che era comunque movimento del’umanità. Due blocchi e due prospettive, e tutte le varianti nazionali. Quando Berlinguer davanti al 63 congresso del P.C.U.S.  rivendica la libertà dei singoli partiti comunisti nazionali da quello sovietico e rifiuta il ruolo egemone dell’ U.R.S.S.  defininendo la democrazia e l’alternanza, come ambito politico per governare gli Stati, nell’enorme sala c’è il gelo, ma in occidente se ne parla ovunque. Ovunque significa non solo nei giornali, ma nelle case, al lavoro, nei bar e diventa materia di ulteriore confronto, di idee personali, e infine di consenso politico. La politica e le vite hanno un legame, le parole conseguenze e sono veicolo di cambiamento. Mi è stato chiesto cosa significasse allora essere comunista. Per me e per molti altri, voleva dire avere un’idea in grado di orientare una vita, il suo impegno sociale, il lavoro, lo studio, la famiglia e il coinvolgimento riguardava il singolo per un obiettivo di tutti. Non era un’idea angusta, era un modo grande di vedere la società, i suoi rapporti, il suo evolvere verso forme più giuste ed eguali. Credo che Gaber lo abbia sintetizzato mirabilmente nel suo qualcuno era comunista, parlando di una generazione che voleva spiccare il volo.

Il film di Veltroni è fatto bene, era importante farlo, non per la ricorrenza dei 30 anni della morte, ma per la testimonianza che qualcosa è accaduto. L’inizio dice tutto, con quei ragazzi che non sanno chi era Berlinguer, non sanno nulla di ciò che c’era, e ci fanno capire che se si spiegano delle vite, milioni di vite, con parole solo nostre, in realtà si racconta una storia. Quella che si legge sui libri, non quello che si sente dentro, quindi una nozione. Ecco il motivo per cui un film che mi è piaciuto, mi ha reso malinconico, oltre al ricordo e all’esperienza diretta: avevamo ricevuto un testimone, comunisti o democristiani che fossimo e non siamo stati in grado di passarlo, non è passata nessuna idea di mondo alternativo, si è lasciato darwinianamente fare. Sembrerà strano, ma c’era più libertà allora, più possibilità di crescita, più alternativa di adesso, dopo che una parte ha perduto e l’altra è dilagata. Ma anche questo lo si capisce per confronto e i ragazzi non lo sentono e non è il loro modo di vedere il mondo e neppure la loro idea di cambiamento. Questo fa sentire il baratro che si è aperto e lascia quella sensazione che si sia davvero chiusa un’epoca. Non nobis domine, non più, tocca ad altri che abbiano le giuste parole.

vento di NE

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Oggi c’era vento di nord est. Folate improvvise che premevano sugli infissi e sbattevano furiosamente la bandiera sul tetto. A Trieste ci sarà stata un poco di bora. Il mare si sarà riempito di piccole creste bianche e sul molo Audace non ci sarà stato il solito passeggio. Anche in piazza Unità le ciacole si saranno trasferite all’interno del caffè degli Specchi e l’Harry’s avrà ritirato i tavolini. Il vento odora di Carso, di verde giovane e di fumo di legna, vede il mare e si getta giocando con la superficie, respingendo le onde. Prima s’era perso nei vicoli stretti di Cavana, ma è stato un attimo perché il suo luogo è il mare, non le pietre, le case, la città.

Oggi leggevo diari e lettere della grande guerra, raccontavano della vita in prima linea sui colli appena sopra la città, sul Carso. Non c’era una parola del mare che si vedeva in basso. Neppure un accenno alla città. Però parlavano della bora, degli stenti, della fatica e del freddo. Parlavano dei morti e dei feriti su cui passavano per conquistare o perdere qualche metro. Ho pensato che anche la bellezza viene schiantata dagli uomini, che ci si abitua anche alla forca, ma tutto il resto scompare. E non era un giudizio estetico, ma la percezione che abbiamo una ricchezza grande a sentire il vento per quello che è, a vedere ciò che ci sta attorno, a pensare che esiste un futuro. 

rendere colmo il giorno

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rendere colmo il giorno, l’ora, il gesto,

colmo di senso, 

di quel tremore che scalpita dicendo: ancora.

Rendere colmo il giorno

e trovarsi a notte intrisi di fatica,

stanchi d’aver sentito oltre il necessario.

Bastarsi dopo aver gettato il molto che non serve,

sapendo che sempre ci sarà chi aggiunge un limite,

ai tuoi, già così alti, 

che li hai chiamato bastioni, sorridendo,

e pensavi a una città cinta,

da dove lietamente s’esce ed entra, 

e c’è festa, lavoro, scambio d’anime, 

vita in cui liberamente vivere.

A che giova allora l’utile se diviene limite

di te, del tuo sentire?

S’allunga in questi giorni la luce

come gatto al risveglio, 

e s’inarca in nuvole nuove finalmente,

così salire al colmo di te è dolce

e dall’alto guardare la primavera

di libera vita ti riempie.

L’uso quotidiano del sentire è poesia?

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Non saranno poi così importanti le cose che mi stanno attorno, colori, particolari, conformità d’umore, però entrano con continuità, e si fanno notare, creano legami e relazioni di pensieri. E non sono solo le cose, ma persone e situazioni, che portano al particolare.

La poesia è trovarsi nel particolare ?

La parola che individua la poesia sovrasta il contenuto, intimorisce e riporta ad altro che abbiamo letto o sentito subito come nostro, tocca il profondo. C’è un legame della poesia con l’esplorazione del sentire, e dei suoi meccanismi portati in scienza. E la grande poesia indaga, a volte troppo, mi fa conoscere la mia insufficienza, però mi riporta alla mia identità e mi risponde: sono ciò che sento. Questa è forse la ragione dell’uso discreto che si dovrebbe fare della poesia nel vivere, il troppo sentire ci porta a vedere con chiarezza le cose, a darne altra importanza e se così fosse per tutti, cosa resterebbe della comune, economica realtà? Meglio che il sentire resti ubbia dei singoli, meglio che la stranezza sia il sentire di più e la normalità l’indifferenza. Questo vien detto e senza neppure troppa creanza o rispetto, ma si perde qualcosa d’importante nel non vedere, e ci mancherà la consolazione delle cose, la realtà delle persone quando si lasciano un po’ andare. Non ci saranno sensazioni profonde difficili da condividere, non ci sarà la sensazione che le parole piane con cui la poesia ci parla di noi entrino e ci travolgano, in fondo questo è il prezzo che molti pagano al loro equilibrio, spacciato come realtà. E’ una scelta, per gli altri, maldefiniti sognatori, ci sarà la sensazione d’una bellezza continua che destabilizza, un essere troppo aperti e senza pelle, ma non è forse bello farsi frugare con amore?

Quanta inquietudine si maschera nel rifiuto di vedere appena oltre, il poeta, in fondo, è un coraggioso che parla di sé, spesso senza pudore e senza poi pentirsi, che è pure peggio. Cose generalmente poco ammesse, salvo che in vere e poche intimità. Il sentire induce alla nudità, ma cosa mostrare dipende poi da noi, da ciò che si condividerà. Torno a me e ciò che sento è mio, non ha ambizione universale, si ferma nella mia libertà nel vedere, ed è un sentire piccolo, senz’altra utilità, se non quella d’indagare e di stupirmi. Guardo le gocce sulla finestra e mi sembrano importanti come la pioggia di questa giornata. E’ cosa mia che fa star bene, se guardo più a fondo troverò qualche ragione che mi porta a delimitare il mio mondo in ciò che vedo e sento. In fondo, di piccole personali poesie è fatto il vivere e riconoscerle in ciò che scriviamo, fotografiamo, facciamo, non è solo dare sensazione all’uso dell’aggettivo impreciso bello, ma una riconoscere una parte di noi che, non di rado, se detta a orecchie indifferenti, c’imbarazza. Così scrivo senza curarmi troppo della logica e nel dire, penso che la stanza sia vuota. Sento la mia voce, la cadenza, correggo non la forma, ma l’approssimazione, e l’insoddisfazione non è misura dell’ altezza di ciò che dico, ma del suo esprimere ciò che sento. Questa è la vera distanza tra la poesia dei grandi e la mia piccola sensazione del vivere. Non si colmerà mai, non importa, è il modo di vivere che ho scelto ed è questo che poi mi può rendere a volte felice o triste. E’ mio, che volere di più?

mangiare come buttar giù roba

Le parole escono prima in fila, staccate, indecise e poi a fiotti, poi frenano e sono di nuovo staccate. Hanno un ritmo sincopato.

Dum, du du, dum, du du, dumdum, du, du, dum dum, ecc …

Siamo estranei alle variazioni, seguiamo i ritmi. I ritmi rassicurano, fanno capire quello che sta sotto. Il respiro della nostra idea del vivere che si manifesta. C’è ritmo anche nel mangiare, i bocconi passano dal piatto alla bocca, masticati scendono. Poi di nuovo. Si esprime molto nella sequenza, carenze soprattutto, indecisioni e piccole paure. Bocconi e pause, sono parole che si aggiungono alle altre. Di tanto in tanto un sorso di vino o di acqua. Pulire il piatto per finire, buttar giù cibo, emettere parole. Una macchina.

Sono ritmiche le macchine. Anch’io sono una macchina, posso nutrirmi di silenzi, ma così ascolto e mangio troppo. Invece voglio sentire e rispettare il mio ritmo. Ogni vita ha un ritmo. Non è il senso delle parole, che è importante, certo, ascolto per questo, ma il senso non è tutto. Cosa ci sta sotto? Il cibo come bisogno? Parli di cibo, poco di quello che mangiamo, già di quello che mangerai. E c’è il ricordo epico di ciò che hai mangiato un’altra volta. Una sorta di pieno d’orchestra che fa irrompere il passato nel presente, lo condiziona e lo schianta sotto il peso d’un impossibile confronto. Che sia questo il tuo ritmo? No, questo è presente e passato.

Parli del presente, parli di sesso. Ridi. Non capisco se sia una risata che nasconde. Le risate liberatorie sono poche, molte nascondono, soddisfano il bisogno d’aria, prendono tempo. Come gli sbadigli. L’amante, ti diffondi in particolari. E’ come il cibo, ritmica nei modi. Finché ce n’è sul piatto, diventa finché ce n’è sul letto. Ti fermo, chiedo se valga la reciprocità. Tutto ciò che si può scambiare diventa equilibrato, tu diventi lei, spesso è indice di verità, e devo capire se tu per lei sei un amante, quindi non così essenziale. La cosa ti sconcerta, altra risata, bestemmia, risata, un fiotto di rassicurazioni, di sì. Entrambi eguali, quindi liberi. Com’è che dicevi? Il sentimento ai piedi del letto. Come le ciabatte o le scarpe. Te lo dico, ma non è un giudizio morale, solo che è una modalità difficile per le macchine. Le macchine hanno ritmo e sentimenti, non lo sapevi?

Vivere è come buttar giù roba, dici. Discutiamo. Mi prendo del moralista. Il pensiero si fa complesso, sovrapposto. Cosa mi nascondi? Gli schermi del ragionamento sono fuochi di sbarramento che occultano i punti deboli. La tattica è quella di distrarre l’avversario, attrarlo sul terreno dove si è forti e colpire con la razionalità. Non mi freghi, a me interessa il ritmo e questo non ha nulla di razionale. Per spiegartelo dovrei dirti che passato, presente e futuro sono cuciti con un ritmo fatto di azioni conseguenti, di spazi riempiti per lasciare vuoti a disposizione. E noi viviamo sui vuoti, ci servono per metter dentro ricordi inesistenti, cucire gli squarci e raddrizzare vite che altrimenti spererebbero gran poco. E’ il ritmo che rivela le paure, le sicurezze, i modi con cui si vive. Ci sono persone che parlano lentamente, che mangiano lentamente, la loro vita si dipana come una melodia nella notte, riempie ogni spazio. Si colma, non ha bisogno di ricordare per valutare se è felice adesso. Ma la felicità non c’entra con il metronomo interiore, è una conseguenza di una buona esecuzione. Quindi ci può essere sempre e in chiunque. Hai notato che la felicità arriva quando ci si ferma e poi diminuisce con il rimettersi in moto. Come fosse la fine di un’esecuzione, l’attimo prima dell’applauso.

Bizzarrie, pensieri anodini, mi torna in mente la divinazione con i fondi di caffè, c’è chi sente il pulsare nelle cose e trova la relazione con noi. Ci credi? No? Ma qual’è il ritmo della tua vita, quello che durerà? 

librandosi

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Libri, libri ovunque, lo spazio che voleva diventare una libreria sterminata, ecco cosa immaginava. Gli interessavano i libri e ciò che contenevano: intelligenze, idee, persone con la loro memoria e soprattutto la loro fantasia e razionalità. Gli interessava poter leggere e capire. E apprendere, anche se non avrebbe mai potuto leggere tutto quello che accumulava. No, non era un bibliofilo, anche se gli piacevano i bei libri, i caratteri eleganti, la carta, le librerie di legno pieno, quello che lo sollecitava erano i contenuti. Bastava una frase, un giro di parole, che per lui erano come un giro armonico, e si scatenavano pensieri paralleli, connessioni, nuovi ragionamenti. Sostanzialmente era curioso, e onnivoro, non c’era un ambito, una specializzazione perseguita, era la sua testa che si specchiava, e costruiva, attraverso quello che apprendeva, ma sopratutto era ciò che desiderava sapere che lo rappresentava. Per questo comprava i libri che lo attraevano, bastava una pagina, una trama, una suggestione particolare e li prendeva. E siccome con l’accumularsi di libri, la sensazione di ignoranza cresceva, gli pareva che anche sapendo a malapena leggere (leggere è un verbo che esprime non una capacità meccanica di dare un senso a dei segni, ma il capire cosa essi sottendono), sarebbe stato lo stesso. Tutti quei libri, e quel leggere, non l’avrebbero reso più saggio, sapiente e tanto meno intelligente, avrebbero continuato ad alimentare la fornace della curiosità, mettendo assieme cose disparate dove il senso, per lui chiaro, avrebbe dovuto essere a lungo spiegato se fosse interessato a qualcuno, ma questo non lo pensava. In pratica, attraverso i libri e la loro presenza, perseguiva una sanità personale, qualcosa che altri avrebbe definito una mania o una risposta non razionale a una carenza, invece per lui era la costruzione di un’immagine visibile e tangibile del suo possibile e dei suoi limiti. Non gli interessava una cultura smisurata, gli interessava capire profondamente che gli altri pensavano e che il loro pensiero, comunicato, trasfigurato e mutato nel suo, lo costruiva. Rendeva tangibile il fatto che esisteva, e che a sua volta sviluppava pensiero originale perché suo. Insomma tutti quei libri attorno erano la prova che lui esisteva per davvero e ciò lo rassicurava perché era un pezzetto di tutto quello che c’era e sarebbe potuto essere. Era la sua immagine che riconosceva, e non era statica, ma diventava come la sviluppava e la metteva assieme. Insomma alla fine quella rielaborazione di pensieri, suoi e altrui, era lui. Per questo i libri erano il suo riconoscersi, molto più delle persone che incontrava, e che pure suscitavano la sua curiosità, ma i libri erano impudichi al confronto, entravano nella mente, si mostravano nudi anche quando fingevano o raccontavano falsità, mentre le persone alle quali si poteva davvero attingere al cuore e riconoscersi, erano poche e non di rado, era arduo il loro lasciarsi indagare, andare, toccare dentro. Considerava tutti quei libri una nevrosi positiva, la sua strada per giungere a sé. E questo gli dava una grande rassicurazione: sapeva dove andare per trovarsi.