commercianti

commercianti

eritrea 2007 107

Improvvisa mi prende una piccola nostalgia di luoghi e persone conosciute. Suoni, immagini, un taglio di sole, ad esempio, che colpisce una pila di sacchi di riso cinese, l’odore forte del pesce affumicato vicino agli imbarcaderi dei traghetti. Traghetti? Ammassi di ferro, ruggine, vernici sovrapposte scrostate, nomi cancellati e grasso, tanto grasso per far correre ingranaggi stanchi. Ovunque persone che vendono. Africa, oriente, sud america, i modi cambiano poco, anche le persone sembrano assomigliarsi. Poi non è vero perché gli ambulanti hanno un proporsi ben diverso dai bottegai. Anche gli abiti sono differenti, le donne più curate, i bambini vocianti, insistenti, ma non straccioni. Come si dovesse vendere se stessi oltre alla merce, spesso molto precaria, usuale, magra di guadagno. Di quel vociare senza strilli emerge nel ricordo un ordine gerarchico, e in certi luoghi, era come vi fosse un accordo, per cui evitato il primo, il secondo, e via via avanti, alla fine si era presi da sfinimento e qualcosa si comunque si comprava. E che questo fosse previsto, lo dimostrava il riunirsi del gruppo, le parole e i sorrisi con gli sguardi che si voltavano verso di noi, le dispute e non di rado, uno staccarsi per tentare un’ulteriore vendita considerato il successo della prima. In molti luoghi è difficile produrre, la manifattura è cosa da ricchi, per sfamarsi, agli stanziali, ché i nomadi vivono pure di stenti, ma di altro, resta l’agricoltura, con enormi precarietà e il vendere ciò che si può consumare subito. E il commercio ambulante diventa l’attività più semplice, che possono fare i bambini, le donne, i vecchi. Gli uomini commercianti li troviamo nei serragli, nei negozi, nelle attività appena più complesse. Così emergono le immagini dei negozi senza vetrine, la polvere che entra dalla strada e ricopre tutto, le merci cinesi coloratissime di plastiche che si disfano, le merendine, i dolciumi nei piccoli bazar, accanto a pentole d’alluminio indiano. Attrezzi da cucina che compriamo e finiranno poi nei mercatini di beneficenza, immagini di santoni, riso e grano, cotone a fiocchi, improbabili frittelle impegnate a lottare con mosche voraci, bibite che imitano coca cola accanto a succhi di frutti strani. E poi collanine, vetri cinesi, qualche cimelio di tecnologia, vecchie macchine fotografiche digitali spacciate per novità, droghe colorate, colori da muro, martelli, chiodi, trapani, sempre cinesi, sacchi di sale da 18 kg, persone che entrano ed escono, stanchezza di chi sta dietro al bancone. Spesso il proprietario è seduto per traverso, quasi non si vede dietro al banco, osserva, interviene poco, se necessario discute con me, occidentale, ma con distacco. Sa che compriamo poco di quello che ha, al più può offrire a un prezzo esorbitante, qualche prodotto d’artigianato che non fa parte del negozio, però la cosa finisce subito. E’ strano, ma la stessa posa e gli stessi modi li ho trovati ovunque nel mondo, come esistesse una lingua segreta dei commercianti e del commercio. Le botteghe si sovrappongono nei ricordi, e così i commercianti; c’è la piccola soddisfazione di una trattativa condotta bene, la sensazione, poi divenuta certezza, d’essere stati imbrogliati da chi sembrava affidabile, ma sopratutto emergono particolari. L’odore delle stoffe nei negozi d’Africa, nei bazar di Aleppo, o a Rosario, i cento posti dove il cotone in pezze impilate e verticali, attira l’occhio e poi colpisce l’odorato. Il cotone in fiocchi, la lana non filata di certi piccoli banchi del Senegal. Il sentore di polvere nei negozi di tappeti, il confondersi dei disegni che si sovrappongono, la morbidezza e le trame sui rovesci mostrate come fossero mappe d’una intelligenza perduta. La paccottiglia, il riprodursi delle immagini dei dittatori, l’assenza di queste immagini dove la dittatura è più pericolosa come in Eritrea e l’abbassarsi delle voci o il silenzio, quando se ne parla. I residui delle colonizzazioni nei negozi, che affascinano con le loro storie, i libri mastri in calligrafie di primo novecento, gli angoli dove siedono chi è rimasto a vendere il passato: le vedove e i figli dei matrimoni (?) misti. I mercati dei robivecchi dove la civiltà accumula i suoi rottami e tutto viene smontato per avere nuove vite; gironi infernali di grasso, nafta e bambini che scompongono motori e lavano pezzi di metallo, raddrizzano lamiere, segano vecchie tavole per nuovi mobili. I banche delle spezie, i venditori di caffè e di thè, che si aggirano dove c’è commercio, la frutta, il grano, le farine, i legumi secchi. Un mescolarsi di odori, di proposte, di incomprensioni, di segni sulla carta. Qui si scopre che i numeri non sono un alfabeto universale, e a volte neppure le addizioni. Giornali per incartare, piccole discussioni incomprensibili, il dito che indica, le mani che gesticolano: aggiungi, togli, il peso. All’Asmara volevo comprare la bilancia, alla fine non abbiamo trovato un accordo ed è stata una fortuna. Cosa ne avrei fatto di quel trofeo così precario nella mia casa strapiena, non lo sapevo né allora né adesso, mentre continuerà a fare il suo lavoro, più o meno onesto, dove serve. Meglio così. Il ricordo genera collegamenti strani, sbalza dalla polvere dell’Africa o della Siria, al freddo del Canada, all’ombra di una stradina di Buenos Aires dove vendevano vecchi bastoni animati. Lame di Toledo, giuravano. A quel tempo gli aerei accettavano tutto. Però adesso mi fermo su una lama di sole che taglia un pavimento, illumina un bancone scrostato, il viso del proprietario seduto è nell’ombra, ed io guardo le persone che a fatica comprano riso e sale. Mi ricordo di quando mia madre mi mandava ad acquistare la pasta e un quarto d’olio, e mentre aspetto la mia coca cola scaduta, mi prende una malinconia affettuosa, ma dirne adesso non è il caso. Sono quelle vecchie ubbie di cui ormai ci si ricorda da soli, perché parlarne assieme ci si sente un po’ ridicoli. Pago ed esco, guardo la strada, i motorini scassati, e i pulmini altrettanto scassati, ma coloratissimi. Il commercio non è l’anima del mondo, ne è uno specchio, ed è anche un nostro specchio, mi chiedo cosa ci vedo e perché la malinconia non se ne sia andata. 

7 pensieri su “commercianti

  1. Ho camminato, affiancandomi al tuo raccontare. Qui l’Umanità parla. Il suo idioma confondibile e unico, colorato in immagini comprese, come emozioni. Grazie Will. Buon pomeriggio 🙂

  2. E’ nei mercati l’anima della città, le sue voci, umori e colori. Non manco mai di visitarli perché oltre gli oggetti, i mercati, sono diversi eppure uguali.

    Ciao
    .marta

  3. Ho “visto” tutto, ma proprio tutto. Hai riempito i miei occhi di colori, di facce scavate, di mondi lontanissimi. Un documentario pazzesco, bellissimo. E pensa, ho sentito gli odori anche.

  4. Chi come me adora la fotografia, leggendoti non può che godere di una galleria di immagini di colori intensi e soprattutto caldi dell’Africa.
    Te l’ho detto più volte, Will, che le tue parole evocano immagini. 🙂

    Ho notato una cosa: quando scrivi meno fotografi di più e viceversa.
    Ora sei in fase di evocazione, attraverso le parola scritta, di sensazioni, stati d’animo, suoni, profumi, paesi e mondi che ho visto solo in foto, purtroppo. Anche e soprattutto nelle tue composte qui.
    Grazie!
    Che sia una giornata leggera e buona
    con un sorriso 🙂

    ps. un pensiero che m’è venuto intanto che ti leggevo: il commercio è lo specchio del mondo e quindi anche della nostra società più o meno “evoluta” (??);
    ma mi vien da chiedere cosa penserebbero le persone che hai descritto (col loro piccolo commercio a misura d’uomo, con i loro ritmi lenti) a vedere quanta gente occidentale gira di domenica e nei giorni festivi nei centri commerciali a fare vasche, a comprare, in luoghi (di lavoro) dove c’è poco rispetto per le persone e le famiglie;
    gente che non riesce a trovare luoghi migliori in cui stare con se stessi o cercare di ritrovare se stessi.
    Ma forse il problema o la difficoltà dei tempi “moderni” è stare, anche solo per un po’, da soli e in silenzio …

    😦

  5. Se scrivo pubblico poche foto, anzi non le pubblico proprio, è vero, sei un’osservatrice attenta. Il fatto è che sono tutte attività che prevedono il tempo necessario e quindi diventano concorrenti. 🙂 Sui super/iper mercati o negozi aperti la domenica, confesso il senso di straniamento. Già mi infastidisce essere dentro il mondo della merce non necessaria, i cumuli di inutile che mettono la testa di fronte a una ginnastica decisionale che mi stanca molto, portare questo anche nei giorni di festa la sento come una violenza per chi è costretto a lavorare per vendere e per chi è costretto a comprare. Basta non andarci. Se fossero vuoti questi non luoghi, questi palliativi della solitudine semplicemente non si aprirebbero. Buona giornata a te, Ondina e a chi legge 🙂

  6. Essì, dovremmo essere noi “consumatori” a incidere sul mercato. Si potrebbe fare e pure in modo forte se tutti compatti e uniti.
    Che non mi si venga a dire che le aperture nei dì di festa stimolano gli acquisti: se c’è scarsità di pecunia nelle tasche delle persone, si puó tenere aperto anche di notte ma non si venderà di più …
    Grazie Will e sereno fine settimana 🙂

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