pretesto

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Stasera ero indeciso se parlarti della memoria o della nebbia. Così pensavo in auto mentre mi sorbivo quei 125 km che mi separavano da casa e fuori non si vedeva che qualche luce rossa degli stop in mezzo al bianco che cresceva a ondate appena dopo la città.

Ti parlerò della nebbia, per la memoria c’è tempo. Ti parlerò di quello che sembra contenere la nebbia e invece non contiene. Nella nebbia ci si nasconde, il geloso la scruta, non vede nulla ma intuisce. Nella nebbia ci sono due emozioni pure: la sfrontatezza e la paura, ed entrambe, essendo l’una la negazione dell’altra, hanno la stessa radice: parlano di sé (o di te se preferisci, o di me o di chiunque altro). C’è chi si butta nella nebbia e chi la percorre con felpata circospezione, entrambi hanno paura di trovare chi non vorrebbero mai incontrare.  Guccini che di queste cose se ne intende, diceva: lasciammo tutti e due un qualcuno, che non ne fece un dramma o non lo so. Quel non lo so era la paura dell’altro che non c’era, ma era meglio non incontrare. E cosa c’era meglio della nebbia per non incontrare? Nella nebbia si nasconde e muta il presente, il futuro. Persino il passato. E poi sparisce con il giorno, con la luce.

Un tempo la nebbia entrava trionfante in città (ecco la memoria, ma non è di questa di cui voglio parlare), prima invadeva le grandi piazze, poi si infilava nelle strade, diligente le riempiva e infine finiva nei vicoli fino a qualche alto muro di giardino. Si vedeva man mano sfumare ciò che era solido, umano, e restava l’inconsistente. Quante mani allora, hanno cercato l’altra mano timidamente nascosta in tasca. Quante spalle e quanti fianchi si sono toccati prima di sfociare nell’abbraccio stretto. Come mutavano i contorni delle cose, si aprivano desideri e speranze. Credo sia ancora così, anche se la nebbia si trattiene ai margini della città, invade i prati e i giardini, accarezza appena, l’acqua e l’erba. Ci saranno certamente altri usi, forse altri mezzi, ma le attese saranno le stesse. Penso sia così.

Adesso la nebbia protegge poco gli innamorati, si tiene lontana dalle case, esce ed invade le strade. Colpisce la velocità, cioè quello che gli innamorati non amano e che invece sembra contare assai in questo mondo, infarcito di cose che si sovrappongono, come quei tostoni che ammanniscono i bar nei pranzi veloci di mezzogiorno e che mescolano un po’ tutto. Verdure e formaggio, carne e salsine finché, alla fine, la scelta è tra mangiare o lasciar perdere perché se si mangia quello che resterà sarà un mescolarsi in cui trionfa solo i salato e il sapido. ma senza identità, né riconoscibilità. Così la nebbia attacca i gusti mescolati dalla velocità e impone alternative secche: piano o veloce. E la domanda che si annida dietro a veloce, è perché?

Con la nebbia, le luci della rotatoria facevano un bellissimo effetto di magia: coni di luce si allargavano e poi si fermavano su un letto bianco che non riuscivano a penetrare. E questo prendeva consistenza, inghiottiva cartelli e riferimenti abituali. Tutto sparito. Anche il navigatore si gettava nel dubbio: davvero c’era una strada in cui svoltare? e dopo quanti metri?

E finché l’auto si muove circospetta nelle ondate bianche, si pensa alla mano che stringe la mano, alle spalle e ai fianchi che si toccano, all’abbraccio stretto, al bacio. È tutto così distante nella nebbia, eppure vicino. Come solo il desiderio sa fare. Ed è tutto così senza tempo e luogo, nella nebbia, come solo l’amore sa fare. Forse per questo la nebbia vorrebbe tempi lenti e innamorati da avvolgere, cose da far sparire e amori da nascondere. Forse per questo, stanotte, la nebbia assomiglia all’amore e non sembra un pretesto.

caldo freddo

Il cibo era appena tiepido. Non la conversazione e il dibattere, ma la besciamella del pasticcio, rappresa in uno strato apparentemente solido e laccoso, pattinava i discorsi, li rendeva perplessi e instabili. Così nell’affondare il coltello, nell’inghiottire rapido, c’era la ricerca del caldo delle viscere del cibo. Esso doveva pur fare da coibente ed aver conservato uno strato di calore interiore. Come un scendere nella terra alla radice delle cose che si vedono, oppure nel profondo dell’animo.

Caldo era il sapore atteso prima del gusto, il contrappunto al dire che, parlando di sinistra, di cambiamento, doveva essere caldo, e invece…

Caldo è il suono interiore della rivoluzione che porta all’uomo. Quindi quell’abbraccio di piacere e parola doveva esserci, e invece l’incipiente freddo, negava l’abbraccio. Rendeva ostico l’umore, il sapore, il senso e la ragione del mangiare. Più greve il discorso e frequente il vino. Un cercare calore per armonizzare la vita e il fare che muta.

Caldo e freddo come metafore della politica. Parlavamo di sinistra e di presente, la realtà era fredda e priva di sapore, il futuro caldo e coinvolgente. Bisognava cambiare ristorante, andare oltre la precarietà delle minestre riscaldate.

pulviscolo

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Complice l’ora che preannuncia il meriggio (ricordate il meriggiare pallido e assorto?), tra le piante, s’ indora di sole un pulviscolo. Accade anche in primavera, ma adesso quello che allora era pullulare fertile di vita, esita a posarsi. Come intuisse che altro cadrà su lui. Foglie, piccoli rami, zampettare d’uccelli in perenne cerca di cibo, strati di materia ch’era viva altrimenti. Quel pulviscolo si trattiene in aria, s’appresta, ma non cade. È un funambolo che sfuma i contorni, attrae l’attenzione, segna la luce.

Sulla strada, auto veloci e disattente. Il parco è vuoto, neppure i bimbi lo frequentano, impegnati nel diventare altro da sé. A noi invece, con la voglia d’ubiquità che ci portiamo dietro, sfugge il mondo. 

In un segmento ci sono infiniti punti, ma solo due sono i terminali d’esso. Ecco, c’accontentiamo del punto A e del punto B, e ci pare una gran conquista l’esserci giunti a tempo, mentre il resto è solo suolo da calpestare. Peccato perché ha infinite meraviglie che durano un attimo e poi già sono altro.

4 novembre

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Il 4 novembre del 1918 di quel corpo non restava nulla. Neppure la certezza del corpo.

Non il luogo della morte, perché nei bollettini di reggimento s’indicavano le doline anonime con ciò che si vedeva, senza poi traccia sulle carte. Non il luogo preciso del giacere ultimo perché quel giorno ne morirono più di mille e vennero seppelliti in fretta. Assieme.

Neppure una certezza. 

Di Lui non restava nulla oltre a un rotolino col nome, scritto su carta spessa e portato al collo in un cilindretto. Era la piastrina di allora che la pioggia spesso cancellava, ed era per quello i dispersi superavano sempre i morti nei ruolini delle compagnie. Una crudeltà che teneva accese impossibili speranze: meglio disertore o prigioniero che morto, pensavano a casa. Ma per Lui non ci furono dubbi, fu fortunato: morto in agosto con le pietre arroventate attorno, l’aria di mare che veniva dal golfo e il profumo delle piante aromatiche di notte. Magari l’avrà desiderata un po’ di acqua nei giorni in cui erano fermi col sole a picco, ma non ci fu pioggia e così non fu un disperso. Morto definitivo.

Strano ornamento portavi al collo, in quel Carso racchiuso in sé e stento d’ombra e piante. Un’ostrica di arbusti, quercioli, doline, sassi bianchi e rovi, che in quegl’ anni era ancor più inospitale e si difendeva dalle tempeste d’obici, dagli scoppi che la sconvolgevano, dai reticolati piantati a rotoli per essere tagliati, restando una petraia bianca, aspra.  Immacolata. Macchiata di cose, di rosso, di verde.

Di Te non restava nulla oltre al nome. Quel nome c’è ancora assieme ad altri, in decine di migliaia. Tutti schierati in ordine alfabetico con davanti i generali nelle arche. Quelli stessi che di certo non amavi, neppure forse conoscevi per nome, quelli delle decimazioni, che ordinavano gli attacchi suicidi e nessuno di loro era alla testa. Nessuno morto in battaglia e sono adesso, lì davanti: hanno scelto di comandare anche da morti. Facile morire nel proprio letto e dire: voglio essere sepolto con i miei soldati. Ma lo ro ti volevano, ti vogliono? Gliel’hai mai chiesto?

Mi piace immaginare che nelle notti di luna vi troviate su quelle doline. Adesso che siete così tanti quanti mai allora vi eravate visti assieme.  E che da colle sant’Elia verso il san Michele, verso san Martino del Carso, tutti quelli delle XI battaglie e di quelle dopo, nella notte ora possiate dire quello che pensate. Ai generali, ai colonnelli ai capitani che vi spingevano fuori dalle trincee e sui vostri reticolati appena posati, a quelli che facevano la conta la sera e voi non c’eravate. Mi piace immaginare che chiediate conto di tutto. Del cibo marcio, degli assalti inutili, delle battaglie ripetute in una petraia che non aveva mai un vincitore, solo sangue che spariva nella terra. Mi piacerebbe fosse così, ogni notte di luna, per l’eternità, ma nella tua fotografia vedo gli occhi buoni, il volto sereno e bello, la traccia di un sorriso che magari ci hai trasmesso e allora penso che il silenzio e il sorriso di voi tutti sia più greve di un improperio, più pesante di una maledizione e che quegli uomini che vi comandavano passino in coda. Nelle retrovie dove sono sempre stati. Il Vostro cimitero si dovrebbe leggere a rovescio,  con Voi che salite con alla testa quelli senza nome, e loro indietro.

Di Te non resta nulla oltre al nome sul bronzo e così è rimasto il possibile. Tutto quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Tutto quello che hai vissuto e pensato prima di quel giorno d’agosto e che ti sembrava dare frutto. Che ha dato frutto. Se sono qui a ricordarti, non s’è perso proprio tutto. Non è solo una questione familiare, un essere vicino per dna, o sangue come mi avresti detto, coccolandomi da piccolo. Sei rimasto, Tu e tutti quelli che ti stanno accanto. Tu e tutti gli altri che sono dispersi ovunque.

Tutti avete lasciato traccia in noi.

Voi tutti.

Siete.

piume e foglie

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Nell’aria cadono piume,

uccelli d’autunno e questioni di posto

in piccole baruffe, subito spente. 

Oltre, le foglie,

posano anch’esse. 

e lo stesso albero,

in cui s’aggrappano ora smemorati contrasti,

si scioglie al suolo,

in fulgori di colore,

inutili e cangianti alla vita.

Alto, il sole, allieta ed illude,

noi, 

che il tempo abbiamo scordato.

ho vissuto

… Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. … (P.P.Pasolini, Corriere della Sera, 14/11/1974 Continua a leggere

del dolore

Faccio fatica a guardare la foto di una madre che abbraccia la figlia prima di essere uccisa perché ebrea.  

https://www.facebook.com/ShlomoVenezia/photos/a.10151253417964666.482792.44828619665/10153692251269666/?type=3&theater

Accadde innumerevoli volte e accade ancora. La contabilità dei numeri  non esprime la grandezza e l’atrocità del sentire. Così con ancora più fatica, penso e immagino, il dolore che hanno vissuto quelle persone. Un dolore che faceva preferire la morte. Quel dolore non ha insegnato nulla. E di questa morte, come di altre abbiamo testimonianza, ma di tutte quelle che sono state morti altrettanto dolorose e silenti, non resta nulla.

Può insegnare qualcosa il dolore? Intendo dire, ai popoli, ai governanti, alle persone comuni?

Può mutare una decisione, un gesto a qualcuno che non sia chi ha vissuto il dolore?

E se il dolore è solo un fatto personale, cosa resta di esso?

limitare

Limitare i sentimenti, deviarli, portarli in un angolo dove possano essere maneggiati. Racconta la psicoanalisi che il bisogno e la sua soddisfazione recingono i sentimenti in un luogo accessibile e ripetibile. I sentimenti tendono a dissociarsi dal desiderio e legarsi prevalentemente ai bisogni. La gestione omeostatica dei sentimenti, che esclude l’imprevisto dell’eros. È tutto così maledettamente complicato, interconnesso. Ci mancava la dimostrazione che gli atomi gemelli risentono del cambiamento dell’uno e dell’altro, indipendentemente dalla distanza che li separa. Che esista un’anima della fisica? E quella degli umani dove la collochiamo?

Limitare, confinare, sperare che arrivi da dentro un salvatore.

Michele Strogoff quando viene accecato con il ferro incandescente piange, non trattiene e salva la capacità di vedere. Chi si lascia andare all’emozione, chi non vuole dimostrare nulla e accetta la propria natura, ciò che sente, conserva lo sguardo.

È questo il pericolo maggiore che si corre nel voler ricondurre tutto al compatibile: la cecità.

Sul limitare, la soglia, il passaggio, il pericolo di cadere, l’inconosciuto. Nel superare la soglia il rischio del mutare, dell’essere mutati, di superare la nostalgia dell’innocenza, di andare oltre in una nuova sconosciuta innocenza.

monte corno

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Dove ora fiorisce  la camomilla, il timo selvatico, e il cardo piumoso,
bacche rosse sfolgorano dalle pietre,
C’è profumo d’erbe d’autunno dov’era la trincea,
e più avanti, sul ciglio d’infinito, l’avamposto diruto ancora guarda la piana.
Attorno,                                                                                                                                                         tra schegge di bianco puro calcare,
fosse d’antiche granate                                                                                                                               non conta di chi fosse in quella ruga,                                                                                                           che il declivo conquista ricoprendo di fiori e rami spinosi,
ma lontano gli azzurri monti
e la pianura avvolta di bruma,                                                                                                                         hanno accolto allora gli sguardi.
Nei giorni di limpido freddo,
luccicava d’acque e riflessi, l’orizzonte,
ed era la bellezza inconsapevole e cruda,
a stringere nel pugno il cuore e la vita.

un’idea

Quando nasce l’idea è tutto un fiorire di percorsi, di sviluppi, d’ alternative.

Il flow dell’idea, nascita-compimento, ha una spinta così forte che supera le alternative viste come difficolta verso l’obbiettivo.

Certo ci sono idee e idee, ma quelle che conquistano sul serio, sono un ribollire che scalda anche chi è vicino, lo coinvolge. E allora è uno scambiarsi, un intersecare proposte, un mettere assieme, un produrre che distilla gli obbiettivi e li rende a portata di mano.

E c’è un’euforia, un’ innominabile frenesia che è quasi passione.

Le persone che hanno idee da realizzare, sorridono. Poi molto verrà messo in disparte, ma se l’idea è buona torneranno fuori le strade non esplorate, germineranno altre idee.

E il tutto diventerà cose, fatti.

Per me funziona così.