la nostra distopia quotidiana

Oggi è il primo maggio. Il pensiero va al lavoro, a quello che ci accade attorno, a quello che è accaduto in questi anni. A come le parole prendono un senso diverso, a come la funzione del lavoro sia mutata nella nostra società e con essa quella del lavoratore. Se parliamo del lavoro c’è un qui e ora da sostenere che si traduce nel mantenere gran parte dei lavori tradizionali, nell’assicurare una transizione rallentata che porti senza violenza verso un nuovo che la tecnologia e il profitto hanno fretta di imporre a qualunque costo. Se parliamo di lavoratori e di persone c’è la necessità di un mutamento sociale che renda il welfare strutturale e compreso nei diritti della persona umana in quanto tale, almeno per la parte della dignità personale e sociale, del sostegno vitale, della salute.

Questo è il presente prima, durante e dopo la pandemia, perché se qualcuno non se ne fosse accorto la vulnerabilità dei lavoratori, la precarietà dei lavori, l’impoverimento lavorando, la diseguaglianza crescente, il blocco della mobilità sociale, il calo del reddito e dei diritti dura ormai da decenni. A questo si aggiunge un futuro, molto prossimo che è fatto di due parole che ne producono una terza: robotica, big data e degrado ambientale e climatico. Il primo termine descrive attraverso l’applicazione dell’algoritmo attraverso macchine, ovvero la soluzione normalizzata del come e cosa produrre senza l’uomo, l’automazione estesa su scala globale che già genera la sua evoluzione nella globotica, ovvero la possibilità di controllare i processi e produrre a distanza ciò che serve ad essi con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Così il concorrente per un posto di lavoro potrà trovarsi in qualsiasi posto nel mondo ed essere pagato, fatto lavorare o licenziato secondo le leggi del paese in cui risiede. Il produrre automatizzato elimina dai cicli di produzione milioni di lavori e di lavoratori, introduce una nuova gerarchia e stratificazione delle persone e dei loro diritti e già pensa a come ridurli e pagarli meno. Così si pone il problema della sussistenza, della mobilità sociale su basi nuove e toglie al lavoro quella connessione con la dignità dell’appartenenza sociale che ha avuto sinora. Se oggi si lavora e ci si impoverisce, in futuro accadrà di più, in particolare per la platea sempre più vasta dei lavori che assommano precarietà a basso reddito. La robotica come applicazione di automazione totale, genera la fabbrica senza finestre, perché i robot non hanno bisogno di luce e la priva di lavoratori umani se non per i tecnici altamente qualificati, gestori/manutentori del sistema/algoritmo e limita l’apporto dell’uomo a mansioni accessorie per le quali non conviene acquistare una macchina, ma assoggetta l’uomo agli stessi ritmi della macchina.  Questo processo è già qui, vicino a noi, nei magazzini automatizzati privi di personale, nelle linee di montaggio dove l’uomo mette alla fine un’etichetta su qualcosa che non conosce.

Questa evoluzione della manifattura coinvolge il mondo delle cose, investe la produzione ed espelle in continuazione lavoro e nasce dal produrre per produrre. Da un dissipare risorse che non aiutano e rendono migliore la vita delle persone, che non alimentano le risorse comuni mentre producono quantità immani di scarti e tolgono al lavoro la sua centralità, la stessa qualità e gioia del nuovo a favore della produzione senza limiti.

Quindi c’è un qui e ora che è fatto di lavori da conservare e sviluppare, da diritti da consolidare, di produzione di beni e di lavori utili che riducano lo sfruttamento del pianeta e delle sue risorse e un presente distopico in cui l’uomo si consegna alla automazione sfrenata e permette che la sua vita sia regolata da ciò che il capitale vorrà produrre. Questo qui e ora se vorrà essere al servizio dell’uomo, della sua dignità e libertà, non sarà regalato ed è il nuovo compito della sinistra e di chi tiene all’umanità realizzare un cambiamento di rotta. Questa visione implica che lavoro non sia più una parola che dovrebbe contenere un diritto, ma ben di più, deve diventare il modo in cui gli uomini costruiscono, e sono parte, di una società equa e solidale, dove il centro è l’uomo non la produzione e il profitto illimitato.

La robotica comunque si estende, depreda di materie prime i popoli più deboli che abitano territori ricchi, incentiva il degrado del clima e del pianeta, provoca immani crisi di sopravvivenza e fatalmente genererà crisi e proteste. Qui subentra il big data, il controllo invasivo, capillare, pervasivo sino a sostituire la democrazia con un nuovo potere che controlla, precede i desideri, li orienta come orienta il consumo, sino alle opinioni sulla libertà e il potere. È già tra noi questo immane deposito di dati a cui nessuno sfugge e che viene alimentato da ogni smartphone, da ogni operazione d’acquisto, da ogni preferenza espressa, sino all’analisi semantica di quanto viene scritto come parere in un social. Dovremmo ricordarci che nulla è gratis e che questo controllo che ci sorprende offrendoci ciò che ci pare di desiderare, verrà usato contro di noi, sorveglierà e colpirà ogni comportamento che qualcuno considera non compatibile con l’asservimento, eliminerà ogni legittima protesta, non amplierà la critica o la conoscenza, ma legherà indissolubilmente le persone alla possibilità di consumare, farà considerare come nemico il bisogno altrui, e renderà la libertà come accessoria alle cose che si possono avere, rendendoci isolati in una folla che ha gli stessi bisogni e non comunica, .

Queste frontiere di un’umanità che anziché essere più libera dal bisogno ne diviene schiava, riproducono condizioni del passato che si pensava di avere definitivamente superato. Dieci persone posseggono tanta ricchezza quanto metà della popolazione mondiale, quattro miliardi di persone. Questo non solo fa riflettere ma indica una strada che non è quella di distruggere la tecnologia ma di metterla al servizio di una libertà dal bisogno, di introdurre l’equità e la diseguaglianza come criteri della gestione della società e del potere, di assicurare nuovi diritti stabili e un lavoro che sia per tutti: equo, solidale e che renda possibile a tutti percorrere l’intera scala sociale. Con un pianeta e i suoi beni comuni, tutelati come inalienabili e a disposizione non del produrre per produrre ma del vivere quotidiano.

Oggi, primo maggio è un inizio e una festa per un futuro diverso, per un pianeta vivibile per tutti, per una libertà che non appartenga a una banca dati, per una umanità che si riconosca come tale e così cresca. Se uno spettro si deve aggirare per il mondo, dev’essere quello di un nuovo umanesimo e di un rispetto del lavoro e della libertà mai conosciuto prima.

scrivere con vocabolari differenti

“Gli esseri umani hanno scritto molte storie annidate che esplorano diversi domini di indagine e di esperienza: storie, cioè, che analizzano le forme della realtà usando grammatiche e vocabolari differenti.” (Brian Green, Fino alla fine del tempo, Einaudi 2021).

Mi domando quante storie contenga questa immensa biografia collettiva che sono i social, cioè mi chiedo proprio quali storie vi siano dietro ogni scrivere. Per storie intendo vite, sogni e aspettative che tracimano dalle parole, che spesso, come capita a me, raccontano sempre lo stesso bisogno visto da diverse angolature. Tutti siamo distratti dalla necessità di vivere e dalla sua finitezza che trasformiamo in immortalità quotidiana, così poco interessanti a noi stessi, speriamo di esserlo per qualcun altro.

In fondo scrivere è una torcia lanciata nel buio che illumina, finché cade, le cose, gli animali e gli uomini meravigliati e attoniti, ma poi tocca terra e spesso un piede schiaccia l’ultimo fuoco e riporta la notte. La notte che è dentro di noi, in chi scrive e in chi guarda fisso al bar le ragazze sedute in un altro tavolo. La notte che è nel sorriso di chi sta dietro il giocatore di carte e vedendo più mani ha sempre l’opinione giusta da giocare.

La luce si fa strada nel buio ovattato che accompagna i pensieri, mentre s’ascolta il silenzio che accompagna la fine di un’ esecuzione indimenticabile di Kleiber nella sesta sinfonia di Beethoven. E si piange per la stessa commozione che le persone in quella sala hanno sentito e che non riuscivano ad esprimere con un applauso per timore di sporcare l’ultima eco della bellezza.

Ascolti te stesso, leggi ciò che scrivi e poi s’insinua la notte nel divario tra il desiderio e l’attesa, tra la soddisfazione e il pensiero che l’aveva sostenuta. La notte è quando si parla troppo e poi ci s’accorge d’aver traboccato ciò che prima era dentro ed ora è incomprensibile a chi ti ascolta; allora non si parla più per timore di non essere capiti. Banalizzati e racchiusi in una definizione e inconsapevolmente derisi. Solo chi conosce lo scalino tra ciò che si possiede e la difficoltà di raccontarlo sa che la realtà ha bisogno di parole che non conosciamo, e che quelle che abbiamo sono così dense di significato che solo a scriverle sembra di sporcarle di un limite.

È come ripetere all’infinito un ti amo che non riesce a dire a chi lo riceve quello che davvero senti e cioè che non ti basta mai, che nulla e niente è come prima dell’amore, che il dizionario diventa superfluo per raccontare il bisogno, la gioia, la luce che è nata in te.

Allora capisci che l’unico rimedio alla notte sono l’amore e la bellezza, che bisogna avere pazienza, che annidare le storie è il modo di raccontarle ad altri per mostrare il bagliore di ciò che si possiede prima che un piede spenga il fuoco caduto a terra. E fa bene a farlo, perché quel fuoco potrebbe incendiare la notte, rendere visibile ciò che si nasconde, far fuggire chi ha paura e mostrare le cose come sono per ciascuno. Ciascuno, allora, le vivrebbe e le metterebbe assieme e non sarebbero più storie, ma vite.

altra epoca ma sempre 25 aprile

Spesso parlava di quegli anni che mescolavano polvere, eroi e vili. Parlava di freddo senza tregua e di notti brevissime costellate di fughe e fatiche. Parlava e taceva, perché ciò che emergeva non era solo una gioventù consumata tra guerre, precarietà, richiami e coercizione, ma anche idee da esprimere a mezza voce, ceffoni presi e accettati, paure e vita con sogni normali in un ambiente che li contraddiceva. Poi c’era stata la liberazione, la fatica delle macerie da recuperare in qualcosa che serviva e ancora l’abbandono di ciò che non era più esigibile. Realista a tal punto da contare sul presente per avere un futuro. E ascoltare le voci forti degli oratori che venivano per il referendum, le elezioni. Tutte cose su cui non aveva dubbi, come la ricorrenza del 25 aprile, che era una consolazione per ciò che non era avvenuto ma poteva ancora avvenire, per le promesse mancate, per il tempo che passava senza migliorare le condizioni di chi aveva lottato e di cui si parlava tornando verso casa. Per sperare e per vivere la vita di chi amava e sua con i giusti sogni. Una casa in subaffitto visto che l’altra era un mucchio di sassi, malta e mattoni sbriciolati. Una casa che bisognava riscaldare d’inverno e tenere pulita, una casa in cui doveva esserci profumo di cibo a mezzogiorno e sera e il caffè la mattina. Per questo andava distante, rinunciava, sperava e faceva un altro figlio. Perché la speranza era in ciò che credeva possibile e il possibile passava attraverso le sue mani, la sua fatica, le sue idee che ora poteva dire ad alta voce. Qualche domenica pomeriggio, ma erano rare occasioni, nella sede del partito si ballava. Era un palazzo storico della città vecchia, la strada dell’antico decumano, lui non lo sapeva e forse poco gli importava considerate le troppe città viste, il mondo assaggiato per forza. Andava con sottobraccio la sua donna, il vestito buono, di lana inglese e il bambino tenuto per mano con la promessa di un gelato o di un dolce per dopo. Era domenica o il 25 aprile, comunque era festa e il lunedì o qualsiasi altro giorno avrebbe avuto altri abiti, molta fatica e spesso una distanza poco sopportabile da casa. Nulla di eroico, malinconie serali per chi ritorna il sabato o a fine mese, più difficile era stato prima. Nella guerra. A lungo, E ancora per tutta la dittatura, per il tempo in cui non si poteva essere chi si era e solo la vicinanza con un sovversivo riconosciuto era un sospetto permanente e quei sovversivi erano un amico, un vicino che mai sarebbero stati traditi. La fonte di domande, il tono mellifluo, lo schifo e la repulsione che provava per chi le faceva, generava il vincolo di essere reticente per lui, così chiaro e semplice nel dire ciò che pensava. Ora era ancora difficile, tante illusioni si erano perdute assieme a una giovinezza mancata. Come tanti altri. Ma c’era il presente e si poteva dire ciò che non andava bene e questo apriva la porta al futuro. Stessa fatica di prima, però diversa e nuova. E quei figli avrebbero avuto la libertà che a lui era mancata.

mai come ora abbiamo bisogno di umanità

Tra noi ci sono cattiverie che non strisciano, i rapporti si guastano per ogni gentilezza mancata, per ogni negazione di umanità. Così l’indifferenza si somma alla paura, resta solo l’amore, lo stringersi più forte, tentare di portare il bello dentro di sé e far fluire quel buono che abbiamo con atti minimi di cortesia.

Ad Alicante, era marzo, ma già il caldo si faceva sentire, un signore passeggiava con bastone e mantello. Un cappello a tesa larga, il viso magro, bellissimo di vita vissuta, la mano sollevava il cappello all’incontro con la persona che gli chiedeva qualcosa o verso un volto conosciuto. L’ho guardato a lungo scendere nella passeggiata che attraversava i giardini e le palme. Una figura che era metafora e ricordo. Pensavo a Pessoa, ma non ero a Lisbona e non c’era il caffè dove spesso lui sedeva la sera ad attendere amici e innamorata, una chiesa dei Gesuiti ci sarà pur stata da qualche parte, ma non era quella vicina, ai piedi della discesa e nei bar non c’era nessuna cortesia antica.

La figura era una macchia nera che lentamente si confondeva con le persone. Emergeva e spariva tra corse di bimbi e mamme che richiamavano, mi sembrava di cogliere il gesto del braccio che usciva dal mantello e si portava al cappello assieme a un sorriso lieve. Ma era un desiderio che confondeva la vista e attorno, nei locali all’aperto, c’era una confusione che ora non c’è più, anche la fretta che si accompagnava al muoversi lento di alcuni, era un camminare che ora sembra perduto. Eppure gli umani ci sono, nelle case e fuori si muovono, fanno finta che ci sia una normalità dietro l’angolo. E allora che avrebbe scritto il mio scrittore preferito stanotte? Che dialoghi sarebbero scaturiti dal seguire un filo che si dipanava nei suoi ricordi, cosa avrebbe costruito che non fosse banale e insieme scoprisse l’umanità che si nasconde in tutti noi, ma che solo alcuni portano alla luce e la donano, perché l’umanità è l’unica cosa che mentre si racconta tiene assieme. E degli annegati nel mare mai come ora Nostrum per responsabilità e per occasione di essere mare di pace, che avrebbe detto? Non l’indifferenza dei numeri, mai diversa dall’indifferenza che circonda i numeri della pandemia. Avrebbe detto che ognuna di quelle vite come ogni scarpa o cartella mostrata nei musei degli olocausti conteneva un futuro, un futuro che ci riguardava perché dalle vite viene spesso il bene per molti o anche solo l’amore per pochi, ma viene qualcosa che nessuna indifferenza riesce a colmare.

E cosa avrebbe detto il signore col mantello e che toglieva il cappello per salutare, alla persona che rifiuta una gentilezza, un gesto di misericordia, una pietà che riguarda apparentemente qualcuno ma in realtà è l’unica via che abbiamo per essere umani, per avere una casa calda, un amore, un ritorno e un sonno che non pesi su altri.

Cosa diciamo alle nostre coscienze per non essere umani, per dimenticare quello che accade eppure fingerci normali e poi convincerci che non c’è alternativa, che è così, che è colpa di chi muore, di chi è contagiato, di chi non ha più possibilità da spendere. Cosa diremo ancora che oscuri ogni bellezza, ogni possibilità che essa sia condivisa, che ci sia una equità e una giustizia che riguardi tutti. Cosa diremo per essere umani e soprattutto come riusciremo a pensarlo senza amore?

espungere

Di alcune persone non resta neppure il bene del telefono e si sa perché. Si è formata l’idea che nel flusso in cui scorrono le vite, l’allontanarsi fosse una cosa naturale. Accade, ma poi anche il filo esile dopo troppe ( quante tre, dieci?) telefonate, messaggi, a vuoto, si sia spezzato. E non giova tener conto delle responsabilità di ciascuno: le persone si perdono come accade a ciò che diminuisce d’ importanza. Se accade anche a luoghi e abitudini dove si andava spesso, perché era un posto di luce, per chi stava attorno, per le parole scambiate e per la voglia di fumare un sigaro senza essere rimproverato e poi anche questo s’allontana perché qualcuno manca, altri prendono altre strade e abitudini, perché non dovrebbe accadere anche alle persone? Flusso. Così il ciangottare ripetuto e profondo diventa trama lisa, poi anche quella si strapperà senza il bene di una telefonata che concluda. Resta aperta una porta . Uno spiraglio ma è un ricordo, non una realtà. Il crivello dei rapporti funziona così, resta l’importante, presente o meno ma questa è la legge meccanica che consente di guardare innanzi. Un tempo si usavano agendine di carta, erano fitte di numeri e preziose. Il mondo e ciò che si era si trovava in quelle pagine, poi altri numeri erano nella mente, persino nei sogni si cercava di formarli.

Perché si perdono le persone? E perché si perdono le cose? Forse una ragione precisa, un flow chart del perdere non esiste e questo consola perché non c’è meccanicità, ma c’è l’abitudine, il non detto, l’interesse che scema oppure che si rinnova altrove. Sono segni che già fanno un fatto. Non danno ragioni ma tracce di un percorso che improvvisamente s’interrompe e passa in archivio. A questo serviamo? Siamo bibliotecari distratti di sentimenti da maneggiare con cautela e nella goffaggine perdiamo il senso e la preziosità di ciò che sfugge? Oppure c’è altro e tutto è così labile attorno ad un nucleo di poche luci che tutto il resto offusca.

per non lasciare che il passato sia solo polvere di se stesso

Cercando tra vecchie carte, è emerso un grumo di sensazioni. Passato, persone che non ci sono più e quelle che ci sono, discorsi concitati, preoccupazioni, timori e risoluzioni azzardate. Attese e risposte. Tutto assieme. Siamo il presente, anzi il futuro, del resto non dovrebbe importarci nulla. Basta non mettersi a pescare perché troppo abbocca e quello quello che poi esce, è una catena lunghissima dove tutto si mescola: il buono, il meno buono, il pessimo. Ciò che si vorrebbe aver fatto e ciò che si è fatto. E tendono a confondersi, sovrapporsi in un insieme dove alla fine si sente che è mancato qualcosa. Forse è per questo che queste operazioni sono solo a perdere eppure danno la sensazione di aver vissuto, di aver molto da tenere stretto e allo stesso tempo spingono a guardare in avanti per trarre speranza, convincersi che non tutto si è scritto e che quello che si deve narrare sia davvero molto. E nuovo, con la possibilità di essere straordinario. Superata l’età di mezzo resta la fanciullezza e la giovinezza che si confrontano con l’età matura e la vecchiaia. Usiamo eufemismi per descrivere impotenze, il bambino non può come il vecchio ma immagina e ciò che vede è nuovo, usa la meraviglia come categoria ordinaria. Il vecchio ha un vissuto che è fatto di strati friabili, arenarie di ricordi e connessioni infinite tra sinapsi che magari mal funzionano, ma lo stesso generano novità e meraviglie. Perché ciò che si è vissuto di corsa rallenta, si ferma, ci aspetta e ci parla con quel tono suadente e calmo che ha chi vuole che lo ascolti. Non trema la voce interiore, anzi ti invita a guardare avanti mentre riesce a muoverti la bocca dal sorriso alla commozione e di nuovo al sorriso per qualcosa che emerge e che è solo tuo. Si può raccontare, condividere, ma questo necessita di qualcuno che ascolti e allora una quantità importante di persone, fatti, cose accadute ritroverebbero un senso. Darebbero una direzione al presente e magari qualche prospettiva al futuro. Non parlo solo di grandi cose ma del pullulare delle vite, del normale e dell’eccezionale quotidiano che poi si scioglie nelle decisioni piccole o grandi che costruiscono il giorno e i patemi o le gioie del vivere. Vite, tutte importanti, e ciascuna ha spinto avanti idee, costruito e disfatto cose, sentimenti e legami. Di tutto questo lasciare che diventi briciole, che si perda, forse dovremmo, dovrei, dare un po’ più conto e contribuire a quella immensa biografia che in questi mezzi si costruisce e a cui ciascuno porta apporto e novità per chi ne è curioso, creando nuovi rivoli e insegnamenti di accaduto, e scorrere verso quel futuro che non si capisce perché il presente è senza passato. Ascoltare ed essere ascoltati, da chi vuole, raccontare e guardare innanzi mentre il viso oscilla tra il serio e il sorriso, per dire che non noi, ma altri hanno detto e noi solo raccontiamo.

n’dare in desgrassia

Ad un certo punto, per cause non sempre ben definibili, qualcosa o qualcuno n’dava in desgrassia. Poteva essere per un lasso di tempo, breve o medio, e poi le cose tornavano come prima, oppure era per sempre. Nei cibi era sintomo di qualcosa che covava: il caffé, i sughi, qualche ortaggio, oppure i sapori forti, perfino il vino raccontavano che l’organismo rifiutava. E se rifiutava il vino era perché lo stile di vita era proprio sbagliato. Ma anche le persone potevano andare in desgrassia, i dissapori, gli sgarbi, i soprusi, o le baruffe della convivenza forzata, comunque questo significava che qualcosa si era rotto e che quella persona veniva cancellata dalla cerchia. No lo pol vedare in spiera al sole, (non lo tollera neppure alla vista, la spiera era il raggio di sole), questo era l’anatema, il passo ulteriore alla desgrassia, qualcosa che giustificava l’atto ostile non la semplice indifferenza e l’allontanamento. Quindi il rifiuto partiva da cose piccole o grandi ma aveva sempre le stesse caratteristiche, ovvero il rifiuto assoluto e il bene si trasformava in veleno per la mente e il corpo. Si potrebbe riportare tutto nei meccanismi di odio/amore che il corpo e la mente incessantemente elaborano passando dal favore alla negazione, ma non è così facile, non si accende un interruttore o lo si spegne. C’è un processo di consapevolezza che riguarda anzitutto ciò che sembra non avere razionalità, può essere il cervello che abbiamo nel nostro stomaco e che decide cosa ci fa bene o meno, oppure addirittura le cellule che rifiutano un contatto che prima era gradito. Le allergie ne sono una dimostrazione, segno che tutto a suo modo ragiona dentro di noi e che occorre tempo perché le cose arrivino a una decisione di rifiuto. Come se venissero lasciate molte possibilità prima che qualcosa si trasformi in rifiuto. 

Mi fa riflettere questo maturare lento il rifiuto, come se sempre venissero concesse prove di riserva e che le scelte istintive avessero un tempo lungo per maturare il cambiamento. L’esatto contrario di ciò che definiamo istinto. Oppure che il rifiuto debba nascere da una delusione senza prova d’appello e che dopo la mente si debba sintonizzare con il corpo che già ha trovato altre vie e scelte. Se penso agli ultimi 10 anni vedo una tale congerie di percorsi che si sono esauriti e mi chiedo il perché le cose siano mutate quasi senza saperne il perché. In fondo lasciamo una serie di tracce, di residui di cose state che sono gusci vuoti di un tempo che non si è sviluppato eppure sono un cammino che è riconoscibile. Siamo noi soprattutto attraverso i nostri rifiuti o l’essere rifiutati. Cioè non si riflette sull’accoglienza perché la si dà per scontata, ma ci si sofferma su ciò che sembrava e poi è diventato altro. E ciò che stupisce è che questo rifiutare sia una cura, un rimettere in ordine le cose tra il dentro e fuori, come se il corpo avvertisse a livello profondo sia quello che fa  bene come pure il rifiuto che viene dall’altro anche se mascherato. Questa condizione del capire prima di noi indurrebbe ad affidarsi e a prendere decisioni per tempo e non a ragion veduta.

È inutile insistere ci viene detto da dentro, fa male ed è un male inutile. Non devi fartene una ragione è qualcosa che non funziona, ti fa male e ti coinvolge, allora taglia e trasforma in ricordo il buono che assaporavi e cerca dell’altro buono che ancora non hai assaggiato. Non perderti nelle prevenzioni ma lascia che il tuo istinto scelga e che mentre ti libera da ciò che non ti serve, tu possa imparare a dialogare con lui. Per il presente e per il futuro. Non ce l’ha insegnato nessuno e lo dobbiamo imparare da soli, così si passa oltre.

perché impediamo di essere scelti?

La delusione fa parte del processo di apprendimento. Me lo devo ricordare, magari annotare in un paio di righe che restino appese alla mia bacheca. E accanto a queste dev’esserci la considerazione che la delusione non esaurisce altro che un passato non riconosciuto come tale. Deve cioè aprire il pensiero e l’agire, non crogiolarsi nel recriminare e sfociare nell’acrimonia e nella colpa.

La delusione è la speranza che prende coscienza, il perenne ripetersi di una fiducia data e malriposta, ma anche il regno della disattenzione. La domanda mi si nota di più se ci sono o non ci sono è un eufemismo della coscienza, quando essa appare si è già scomparsi dall’orizzonte e non si conta più, se mai si è contato.

Tutta questione di narcisismo, immagine di sé e necessità di dare forma alla propria sensibilità. Pensateci un momento: senza sensibilità, senza sensi che dialogano e compongono il reale, il nostro reale, saremmo prigionieri di convenzioni, di regole e conformismi infiniti, perennemente alla ricerca di essere altro da sé. La sensibilità ci libera. Prende forma e ci da forma, anche il corpo ne viene trasformato e noi non siamo più l’immagine estranea dello specchio ma un insieme unico di sentire e di capacità di leggere noi stessi e il mondo. Questo provoca necessità di comunicare, di mettere assieme le sensazioni. La ricerca di qualcuno in grado di scambiare, di avere la stessa capacità di trasformare il banale in unicità, diviene un accessorio del vivere. La condizione per lasciarsi andare. E sembra che questa persona si trovi, se si tratta di una persona, ma potrebbe essere una corrente artistica, i coautori di un progetto d’ingegno, un partito politico sorretto da forti ideali e volontà di cambiare la realtà, un cenacolo letterario o delle persone con cui si condivide una passione profonda.

Tutti deludono, prima o poi, ma non alla stessa maniera e la delusione è il processo che ci costringe a rivederci per come siamo, a spingerci ancor oltre nella sensibilità e nel mettere assieme realtà interiore ed esteriore, per questo la delusione insegna. Non smette di spingere ma solo fornisce un portolano di quello che è accaduto e non dovrebbe ripetersi. Delle scelte sbagliate e di quelle giuste ma non sufficientemente sviluppate. È il superamento di un limite e la richiesta a noi stessi, non di essere più prudenti ma diversi e di credere ancora di più nella capacità di sentire in maniera unica il mondo. Come per il DNA, non esisterà mai nessuno che potrà leggere allo stesso modo le cose, vedere gli stessi particolari, sentire il significato unico e pieno di alcune parole che traducono i pensieri. Nessuno potrà cercare di assomigliare a noi stessi se non noi, in una perenne ricerca di una coincidenza che ogni volta che troveremo ci riempirà d’entusiasmo e ci spingerà a cercare qualcuno con cui condividerlo.

La delusione non ci dice che siamo sbagliati ma rende attuale la domanda che ci si deve porre quando apparentemente scegliamo : quanto noi impediamo di essere una scelta? 

riflessi e abbagli

All’imbrunire il sole gioca con i vetri e secondo le regole esatte della rifrazione, spedisce i raggi a illuminare l’ombra.

E combina guai, perché la piccola merla ha inseguito il raggio tra i fiori che volano nel vento, fino a sbattere contro la vetrata del giardino. Un suono sordo, neppure un grido ed è a terra. Ogni anno milioni di uccelli si rompono l’osso del collo contro le vetrate dei grattacieli in ogni città del mondo, ma qui siamo al piano terra e la minaccia maggiore è l’interesse immediato di un gatto certosino che pregusta una caccia senza fatica. Gatti da casa, da crocchette, che scappano facilmente ad un batter di mani.

Intanto la merla agita piano le zampe, l’occhio aperto mi guarda. Forse si chiede cos’è accaduto e se quell’intontimento è la fine oppure un momento che passa.

Qual è il tempo degli uccelli, come scorre e come si misura se non attraverso le necessità vitali: mangiare, cantare allegri o tristi, riprodursi con piacere, cercare di costruire qualcosa che duri il necessario. Un vivere senza regole che non siano legate all’istinto e al conoscere. Non credo che la merla pensi a tutto questo mentre ancora sta rovesciata sulle ali e mi guarda senza timore.

Chissà cosa vede di noi, un uccello. Una testa e un corpo giganteschi, animale strano, poco offensivo nel mio caso, accudente di briciole mattutine, ma non credo che ci sia altro interesse oltre la stranezza e la possibile offesa.

Il gatto gira al largo e attende che mi tolga di torno, la merla tenta di capire come sta e con discreta fatica si gira per portare le zampette al suolo. Ma ancora non si muove, resta ferma, a lungo. Un tempo che per lei dev’essere il necessario, poi quando ho avvicino la mano per prenderla e portarla sull’albero, mi guarda e con un frullo d’ali vola oltre la siepe. Là dove ci sono nidi d’uccelli ed è difficile per i gatti penetrare l’intrico dei rami. Ha fatto un paio di versi con il becco aperto, forse a schiarirsi la voce e a ringraziare la vita che continua nella sera. Tra l’erba, margherite e fiori di pero, un punteggiare di primavera che l’aria diffonde.

CANTO DEI FIORI DI SALICE

Lievi volano

  non portati dal vento.

Lievi cadono

  non sfiorando la terra.

In ridda confusi, danzano

  nel limpido spazio:

sì che libero vaga

  il mio pensiero.

Liu Yu-hsi

da venti “quartine brevi” cinesi del periodo T’ANG

Sansoni Firenze 1954


					

limiti interiori ed esteriori

Ci sono persone che non ne possono più e vogliono la vita di prima. Altri si limitano ad essere stanchi e pensano che la vita di prima non era esattamente il sogno che avevano ma era pur sempre qualcosa. Poi c’è l’apatia che cresce. L’indifferenza che divora le sensibilità. Le notizie non aiutano, scavano nelle paure, inducono non la ricerca di una verità impossibile ai più da determinare, ma un’attenzione perenne verso qualcosa che si aggiunge al giorno prima. Così l’insofferenza si trasferisce nei comportamenti, tra le mura obbligate della casa, oscilla tra piccole libertà e il pensiero che esse non sono collettive. Che senso ha andare a pranzo fuori quando il timore si mescola al sapore del cibo e la voglia non è quella di restare a tavola ma di andarsene. Così anche un gesto che è anzitutto comunicazione come prendere un caffè in compagnia viene fatto all’esterno di un bar. Guardandosi attorno.

È il tempo dei solitari, verrebbe da dire, ma non è così perché il solitario sceglie la solitudine e percepisce chi gli sta attorno. Ha necessità del silenzio e del brusio, vuole scegliere e non essere costretto. La solitudine è una libertà non una prigionia. Così si formano nuovi limiti. Quelli esteriori li conosciamo, sono determinati da leggi, regole, talmente labili che diventano più auto costrizione che limite vero. In realtà viene chiesta responsabilità di agire e d’incontrare, di capire che star male è facile e che il nemico è subdolo, destinato a restare tra noi in varie forme. Bisogna ridurne l’aggressività, confinarlo e confinandoci. Questo ripetere il pericolo, lo rende relativo sinché non acquista la consistenza che colpisce qualcuno che si conosce. Poi tutto dipende dall’età, più portati all’invulnerabilità i giovani, meno certi della propria onnipotenza quelli più anziani. E dipende dalla necessità di lavorare, cosa che accomuna quasi metà della popolazione. In un modo o nell’altro il lavoro diviene elemento concreto della propria salute. Forse per questo, molti preferiscono non pensarci, provare, adottare le precauzioni possibili e sperare. Anche in quelli che lavorano da casa questa condizione muta il rapporto con il lavoro, la sua socialità e rende tutto più precario. È una infinita indeterminatezza in cui ci si muove a vista e nella nebbia. Mi torna a mente una scena di un film di Kurosawa, quando attorno al castello dove s’annida la paura, nella nebbia gli alberi sembrano muoversi. Può accadere qualsiasi cosa ma qualsiasi cosa è sospesa, non è ancora realtà.

Per questo penso al limite interiore, quello che unico, può aiutarci a costruire un futuro: un disporre ordinato delle proprie energie per un fine perseguibile. Qualunque esso sia.

Oppure un disporre confuso e dispersivo delle proprie energie perché qualsiasi possibilità resti reale, perché ci sia un cambiamento che ci sorprenderà in quanto non previsto ma comunque in grado di mutare e di mutarci.

Alla prima categoria del limite interiore appartengono quelli che in fondo hanno un metodo che il passato gli ha fornito e che pensano che ancora funzioni, anche perché non saprebbero fare altrimenti. E il passato aiuta attraverso il ricordo, l’onnipotenza più che il dubbio. Sanno che otterranno risultati comunque indipendentemente dal futuro che coagulerà dalla nebbia.

Gli altri sentono il vento che agita le ombre indeterminate, capiscono che qualcosa arriva e che potrà essere positivo o negativo, ma comunque diverso da ciò che conoscono. E questa percezione misurerà la loro capacità di conformarsi o meno al futuro, di trarne una nuova vita. Anche il lavoro muterà e così le modalità di farlo, in modo così veloce da entrare in una società che si forma, qualcosa di nuovo in cui è importante capire e governare la propria presenza. Cambieranno molte cose, troppe per averne il controllo, allora meglio esercitare intelligenza e intuito contando sul fatto che ogni errore sarà rimediabile in una situazione di cambiamento sconosciuto.

Intanto alcune parole sono scomparse, inflazione, crescita, produttività, disoccupazione giovanile, anche il debito sembra riprodurre una condizione di realtà ovvero che al denaro non corrisponde nulla se non una onorabilità che si poggia sugli uomini, sulle loro capacità, sugli stati, ma in sé non è altro che carta. Resta la mafia, il malaffare, la corruzione, l’ingiustizia crescente, la diseguaglianza, ma il loro risuonare è attenuato. E questo accade mentre altre parole sembrano trovare una concretezza nuova. Scienza e ricerca, ad esempio, infrastrutture, big data su tutto come dominatore dell’economia e degli uomini con il suo controllo sociale pervasivo. Viene quasi da ridere pensare alle piccole libertà costrette di questi mesi quando tutto viene immagazzinato di ognuno e usato per orientarne i gusti, le necessità, il ruolo sociale, le aspirazioni, la stessa nozione di democrazia. E senza una consapevolezza profonda che inizi a mettere dei limiti e togliere l’onnipotenza di pochi uomini, saranno le grandi banche dati a governare il mondo non i governi, con una pervasività sinora sconosciuta e un controllo del lavoro e dell’intimità mai sperimentato perché persuasivo e apparentemente non costringente. Per questo i limiti interiori che sono fuzzly, pazzerelli, diventano un argine, un camminare in direzione opposta e contraria, sapendo che sarà difficile ma che ogni realtà può essere vissuta in modo da portarla verso l’indole, che la libertà si trasferirà nella parte profonda di noi e nel rifiuto e questo può mutare il mondo.

Tutto questo sommuovere tra apatia e rifiuto renderà ancora più veloce e precario il cambiamento e mai come ora una domanda ci riguarda in senso di specie: chi governerà il mondo e come ciò accadrà?