la nostra distopia quotidiana

Oggi è il primo maggio. Il pensiero va al lavoro, a quello che ci accade attorno, a quello che è accaduto in questi anni. A come le parole prendono un senso diverso, a come la funzione del lavoro sia mutata nella nostra società e con essa quella del lavoratore. Se parliamo del lavoro c’è un qui e ora da sostenere che si traduce nel mantenere gran parte dei lavori tradizionali, nell’assicurare una transizione rallentata che porti senza violenza verso un nuovo che la tecnologia e il profitto hanno fretta di imporre a qualunque costo. Se parliamo di lavoratori e di persone c’è la necessità di un mutamento sociale che renda il welfare strutturale e compreso nei diritti della persona umana in quanto tale, almeno per la parte della dignità personale e sociale, del sostegno vitale, della salute.

Questo è il presente prima, durante e dopo la pandemia, perché se qualcuno non se ne fosse accorto la vulnerabilità dei lavoratori, la precarietà dei lavori, l’impoverimento lavorando, la diseguaglianza crescente, il blocco della mobilità sociale, il calo del reddito e dei diritti dura ormai da decenni. A questo si aggiunge un futuro, molto prossimo che è fatto di due parole che ne producono una terza: robotica, big data e degrado ambientale e climatico. Il primo termine descrive attraverso l’applicazione dell’algoritmo attraverso macchine, ovvero la soluzione normalizzata del come e cosa produrre senza l’uomo, l’automazione estesa su scala globale che già genera la sua evoluzione nella globotica, ovvero la possibilità di controllare i processi e produrre a distanza ciò che serve ad essi con l’ausilio dell’intelligenza artificiale. Così il concorrente per un posto di lavoro potrà trovarsi in qualsiasi posto nel mondo ed essere pagato, fatto lavorare o licenziato secondo le leggi del paese in cui risiede. Il produrre automatizzato elimina dai cicli di produzione milioni di lavori e di lavoratori, introduce una nuova gerarchia e stratificazione delle persone e dei loro diritti e già pensa a come ridurli e pagarli meno. Così si pone il problema della sussistenza, della mobilità sociale su basi nuove e toglie al lavoro quella connessione con la dignità dell’appartenenza sociale che ha avuto sinora. Se oggi si lavora e ci si impoverisce, in futuro accadrà di più, in particolare per la platea sempre più vasta dei lavori che assommano precarietà a basso reddito. La robotica come applicazione di automazione totale, genera la fabbrica senza finestre, perché i robot non hanno bisogno di luce e la priva di lavoratori umani se non per i tecnici altamente qualificati, gestori/manutentori del sistema/algoritmo e limita l’apporto dell’uomo a mansioni accessorie per le quali non conviene acquistare una macchina, ma assoggetta l’uomo agli stessi ritmi della macchina.  Questo processo è già qui, vicino a noi, nei magazzini automatizzati privi di personale, nelle linee di montaggio dove l’uomo mette alla fine un’etichetta su qualcosa che non conosce.

Questa evoluzione della manifattura coinvolge il mondo delle cose, investe la produzione ed espelle in continuazione lavoro e nasce dal produrre per produrre. Da un dissipare risorse che non aiutano e rendono migliore la vita delle persone, che non alimentano le risorse comuni mentre producono quantità immani di scarti e tolgono al lavoro la sua centralità, la stessa qualità e gioia del nuovo a favore della produzione senza limiti.

Quindi c’è un qui e ora che è fatto di lavori da conservare e sviluppare, da diritti da consolidare, di produzione di beni e di lavori utili che riducano lo sfruttamento del pianeta e delle sue risorse e un presente distopico in cui l’uomo si consegna alla automazione sfrenata e permette che la sua vita sia regolata da ciò che il capitale vorrà produrre. Questo qui e ora se vorrà essere al servizio dell’uomo, della sua dignità e libertà, non sarà regalato ed è il nuovo compito della sinistra e di chi tiene all’umanità realizzare un cambiamento di rotta. Questa visione implica che lavoro non sia più una parola che dovrebbe contenere un diritto, ma ben di più, deve diventare il modo in cui gli uomini costruiscono, e sono parte, di una società equa e solidale, dove il centro è l’uomo non la produzione e il profitto illimitato.

La robotica comunque si estende, depreda di materie prime i popoli più deboli che abitano territori ricchi, incentiva il degrado del clima e del pianeta, provoca immani crisi di sopravvivenza e fatalmente genererà crisi e proteste. Qui subentra il big data, il controllo invasivo, capillare, pervasivo sino a sostituire la democrazia con un nuovo potere che controlla, precede i desideri, li orienta come orienta il consumo, sino alle opinioni sulla libertà e il potere. È già tra noi questo immane deposito di dati a cui nessuno sfugge e che viene alimentato da ogni smartphone, da ogni operazione d’acquisto, da ogni preferenza espressa, sino all’analisi semantica di quanto viene scritto come parere in un social. Dovremmo ricordarci che nulla è gratis e che questo controllo che ci sorprende offrendoci ciò che ci pare di desiderare, verrà usato contro di noi, sorveglierà e colpirà ogni comportamento che qualcuno considera non compatibile con l’asservimento, eliminerà ogni legittima protesta, non amplierà la critica o la conoscenza, ma legherà indissolubilmente le persone alla possibilità di consumare, farà considerare come nemico il bisogno altrui, e renderà la libertà come accessoria alle cose che si possono avere, rendendoci isolati in una folla che ha gli stessi bisogni e non comunica, .

Queste frontiere di un’umanità che anziché essere più libera dal bisogno ne diviene schiava, riproducono condizioni del passato che si pensava di avere definitivamente superato. Dieci persone posseggono tanta ricchezza quanto metà della popolazione mondiale, quattro miliardi di persone. Questo non solo fa riflettere ma indica una strada che non è quella di distruggere la tecnologia ma di metterla al servizio di una libertà dal bisogno, di introdurre l’equità e la diseguaglianza come criteri della gestione della società e del potere, di assicurare nuovi diritti stabili e un lavoro che sia per tutti: equo, solidale e che renda possibile a tutti percorrere l’intera scala sociale. Con un pianeta e i suoi beni comuni, tutelati come inalienabili e a disposizione non del produrre per produrre ma del vivere quotidiano.

Oggi, primo maggio è un inizio e una festa per un futuro diverso, per un pianeta vivibile per tutti, per una libertà che non appartenga a una banca dati, per una umanità che si riconosca come tale e così cresca. Se uno spettro si deve aggirare per il mondo, dev’essere quello di un nuovo umanesimo e di un rispetto del lavoro e della libertà mai conosciuto prima.

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