Questa mattina ti piaceva la parola esiziale. L’hai ripetuta più volte e udendo ho sentito il ciglio d’una educata furia. Una cosa borghese, senza urli e alzar di mani per gesticolar la rabbia. Come se la passione densa e priva di esteriorità inutili, si rendesse conto, ma forse non importava, che diversi di quelli che udivano non avrebbero capito. Solo guardando meglio il volto e il suo rossore acceso ne avrebbero colto il significato, ma le parole si disperdono nei luoghi affollati di mattina, si inzuppano nei cappuccini, per cui sembrava dolce il tuo discorso.
Poi anche oligarchia s’è fatta strada ed è risuonata come fosse un sinonimo di dittatura mascherata. Così è parso chiaro che, anziché uno, fossero molti a conculcare diritti, assicurare ineguaglianze, consolidare privilegi. E, non solo spero, ne ho visto quel vile prevalere del gruppo nei confronti degli inermi. Potere senza servizio, insomma.
Alla fine mi sono fermato su queste due parole per vedere assieme il mondo in cui viviamo. Ed era un brulicare distante, pur sapendo d’esserne parte, preso dalla cura dell’entomologo che non si accorge, o non vuol sapere, che in realtà è l’antropologia che pratica ed è immerso in ciò che osserva e l’appassiona.
Le città medie hanno una piccola città nel centro. Un posto dove circolano le biciclette e, di mattina, gli studenti e i vecchi si siedono nei bar all’aperto. Anche in ottobre o in novembre sono lì a chiacchierare. E si conoscono tutti, i vecchi conoscono i vecchi, i giovani conoscono i giovani, e i discorsi sono diversi, ma gli stessi, e quando vedi quattro persone con un giornale davanti, sai già cosa stanno dicendo. E anche quelli che passano conoscono quelli seduti e si salutano, perché si è educati nella piccola città, e se sanno cosa stanno dicendo fanno finta che sia nuovo. Così scorre il mattino e tutti aspettano qualcosa. Chi aspetta il pranzo, chi l’aperitivo della sera, perché stare soli è fatica e non di rado fa sentire il disamore.
Downtown la chiamano gli americani, la piccola città, ma è un’altra cosa. Solo l’incapacità di affrontare la solitudine è la stessa, e la cogli ovunque nella piccola città, nei discorsi che già sai, nell’impressione di aver sbagliato prima un po’ e poi tanto, nelle scelte in cui sarebbe dovuto accadere qualcosa, perdio, e invece non è accaduto ancora.
Nella piccola città che è in fondo all’anima – se c’è – bisognerebbe aprire un piccolo bar, mettere delle sedie all’aperto, sedersi e fare discorsi che già si sanno e attendere. Attendere un appuntamento, una persona, un luogo dove andare, un mutare di stagione, una fretta improvvisa. Attendere. Lo vorremmo davvero quel posto dentro e fuori la nostra downtown, dove attendere la meraviglia e intuire il giorno. Lo vorremmo e magari ce l’abbiamo già, basta tirar fuori le sedie, sedersi e chiacchierare, qualcuno arriverà.
Non conosco il limite del disagio altrui, per cui mi fermo molto prima. E m’infastidisce la battuta greve, il gesto ostentato, l’imposizione sguaiata di un atteggiamento. Tutto questo mi fa sentire a disagio e m’ammutolisce, perché mi pare di sentire la difficoltà altrui, l’aggressività subita. Poi vedo gli altri attorno che ridono, anche le risate forzate vedo, e mi chiedo se il mio sentirmi estraneo ecceda le relazioni, se non mi ponga troppe premure. Però non mi è possibile sentire altrimenti: o si è portati oppure queste situazioni daranno fastidio sempre. Un conto è l’intimità, il condividere una confidenza che è fatta di parole, gesti, attenzioni e curiosità, un conto è la vita tra chi a malapena si conosce. Eppure ostentare pare segno di sicurezza, forse di dominio e sembra che il violare le regole sia divertente, a volte gradito. A me dà solo imbarazzo e la sensazione d’essere fuori posto.
La città è contornata da mura, ammassi ordinati di pietre, mattoni e calce. Il rosso delle mura è un orizzonte e un porto sicuro per chi giunge attraverso le strade antiche e quelle nuove, appena accennate nel fango. La via Annia, la via Popillia verso Altino, le strade di un impero morto 800 anni prima continuano ad essere usate. Dentro le mura, case basse in legno addossate le une alle altre, quasi tutte le strade sono in terra battuta, vicino alla reggia e al castello del vescovo, svettano le case a torre, sono più di 50 e testimoniano un benessere raggiunto dalla nobiltà di campagna scesa in città dai feudi. I palazzi veri e propri, non sono molti oltre a quello del signore. C’è molto legno nelle case e la pietra riempie i muri portanti, non si fa molta strada per trovarla, i marmi e i laterizi romani, affiorano ovunque. I veri palazzi importanti sono quelli civili e rivaleggiano, spesso vincendo, con le chiese, entrambi testimoniano la solidità economica della città e i suoi commerci. Le case dei nobili, dei mercanti, dei notabili, hanno una loro relativa bellezza e comodità, le facciate sono decorate a fresco, ma il rinascimento si sente appena e gli spazi testimoniano più l’uso che l’apparenza.
La casa del cronista non è dissimile da quella del grande poeta toscano, che fu canonico della cattedrale: due piani, uno spazio verde avanti e nel retro della casa. Al piano terra la cucina e una stanza ampia per ricevere e desinare, un uscio si apre su un piccolo orto, verdure, albero da frutto, qualche gallina e coniglio. Al primo piano le camere da letto, due, abbastanza piccole, lo studio con pochi libri e il tavolo e la sedia rivolti verso la finestra, un leggio molto alto riceve la luce. I domestici dormono o in cucina o in una piccola stanza dove si accatastano le poche cose in disuso: mobili tarlati e rotti, abiti smessi per consunzione, un baule dipinto.
Il cronista scrive spesso in piedi, sul leggio che porta il calamo e un lume. Il lume viene acceso di rado. Scrive con caratteri regolari in latino e in volgare. Le parole sono ordinate e fitte, l’inchiostro è solitamente il nero, i capitesto possono avere qualche nota di rosso. Scrive ogni giorno o quasi, la tarda mattina e il pomeriggio. i fatti gli vengono riportati e riguardano la città. Ogni giorno si reca a corte e raccoglie altri fatti notevoli. Racconta ciò che vede e vuol far vedere, il frutto delle sue peregrinazioni tra i luoghi della vita politica, economica e civile della città. Le piazze del mercato, il palazzo di giustizia ( che qui si chiama come in altre città vicine, della Ragione e il sottinteso è che nella città vi sia una giustizia giusta, che non si pratichi l’arbitrio, ed è questa una grande conquista di civiltà), frequenta lo Studio, in particolare l’università dei giuristi. Quella degli artisti è più impregnata del fare e meno interessante nel discettare. Le lezioni hanno grandi maestri, pagati dagli studenti che li possono licenziare, per questo sono stimolati a eccellere in persuasione, profondità di dottrina e retorica. Il pensiero è aristotelico, ma totalmente nuovo rispetto all’impostazione tomistica di Tommaso e appare qualche vena di platonismo e di attenzione al corpo e all’uomo pur governato dallo spirito. Dopo che un amico di Marco Polo, Pietro d’Abano, filosofo e medico, è stato arso dopo morto per la condanna come ateo ed eretico, lo Studio è meno ardito, però si discetta molto sull’immortalità dell’anima e un suo studente è diventato rettore della Sorbona e poi consigliere dell’imperatore. Si chiama Marsilio ed è riuscito a porre le basi del potere laico sottraendolo all’imperio religioso.
Il cronista conosce queste vicende, ascolta, parla, interviene. Chiede ai forestieri, e forestieri sono tutti i non villani, che entrano in città, raccoglie notizie sulle città vicine, sui principi e la loro potenza. E’ un giornalista ante litteram, ma non ha l’obbligo dello scoop e della notizia, così la sua cronaca punta più al quotidiano del potere e della città per fare in modo che resti traccia, non si consumi il ricordo. Nella sua pelosa oggettività evita le vicende che lo costringono a schierarsi contro qualche potere costituito. La chiesa è uno di questi ed è pericolosa. Ma la libertà ha concetti molto diversi da quelli attuali. Scrive con continuità, è il suo mestiere e il signore lo ricompensa per questo, però scrive anche per sé, per questo m’interessa. Gli piace il racconto del vero, il succedersi dei fatti e delle stagioni. Ha un crivello del tempo che distingue ciò che è notevole da ciò che non lo è. Le cose di pietra, le feste, gli stemmi che poi sono narrazioni di famiglie, sono miniere di simboli, che vengono decifrati e collocati nella giusta ascendenza del potere, il suo è un percorso di gloria, non la sua ma quella di ciò che descrive attorno. Durante la sua vita succederà un rivolgimento assoluto, il signore decadrà, perdendo vita e potere, lui se ne fa rapidamente una ragione e continua a scrivere, ad annotare e il libro si riempie di caratteri e di nuovi fatti. Le persone sono sempre un contorno, premono sulla pagina per entrare, ma al più emergono dai particolari, le singole vite si mescolano nella rappresentazione della città. Anno dopo anno le annotazioni dipingono il luogo di una città non piccola e una grande storia. E’ la stessa storia che serve per far ascendere alcuni e ignorare altri, perché la sua cronaca è l’oggi, ma è rivolta al futuro. A futura memoria, il passato deve servire a qualcosa. A legittimare, lasciare traccia di un consenso presunto.
Lui sa che quasi nessuno è in grado di leggere quanto scrive, può farlo il potere o i professori dello studio, ma la sua cronaca è destinata alla città e al futuro, e attraverso la narrazione del potere, dei fatti, della meraviglia, narra per sé e per pochi che possono condividere. Con costanza allinea storie, fatti, interpretazioni, in un lavoro che percorre la sua vita ed in questo giornale che lui scrive ad memoriam, trova la sua felicità.
L’esercizio di memoria si colloca all’interno di un contrasto che deve permanere. Non ci dev’essere troppa pacificazione. La storia stessa, per essere efficace come maestra di vita, deve emozionare, costringere a collocarsi. A maggior ragione per le idee che sono ancora presenti nel vissuto delle persone, gli ebrei, la shoà, il comunismo, il capitalismo, la stessa democrazia, sono contenitori, assieme a molti altri, di una continua attualizzazione della storia e portano con i loro riferimenti concreti, effetti, nella vita di tutti i giorni. Così nel nostro ricordo, nel passato che ritorna, la dialettica con il presente speriamo emerga. Noi siamo ciò che siamo ora, ciò che scegliamo di essere, e rielaborare quel passato, portarlo nel quotidiano ci pone davanti alle grandi questioni affrontate, e spesso malamente risolte, che ci hanno permesso di essere come siamo. Non importa che il ricordo sia fedele, importa che il passato sia attuabile, che sia fecondo, che non sia l’accarezzare il gatto. Ne otterremmo, un ronfare che rassicura, ma non è nostro. Riconoscere la propria vita e costruire quella che resta è un processo sereno, ma non pacifico.
Bisogna dirle le cose: l’ideologia dell’emergenza nasconde pavidità e inutilità per la politica intesa come azione per il bene comune. Se a questo si aggiunge una insana commistione di idee politiche differenti, di veti contrapposti, si generano equilibri che non affrontano e non risolvono e così questo governo tira avanti e non affronta i nodi. E’ inutile al cambiamento. Certo c’è qualcosa che non è tipico dell’Italia, che fa parte di una deriva mondiale che ha cambiato le libertà e il modo di percepirle, ma che però da noi si aggrava in questa soluzione politica: chi governa non pensa primariamente al benessere del Paese, ma a rispondere agli obblighi veri o presunti dell’economia. E’ come se l’economia avesse preso il posto dell’uomo, si fosse assunta il ruolo di decidere cosa sia disuguaglianza, povertà, diritti. Come se l’economia disgiunta dall’uomo ed esercitata nei mercati, che poco hanno a che fare con i bisogni degli individui, fosse una gigantesca gabbia in cui gli uomini si agitano e sono liberi se appartengono a chi accetta il credo, le regole, i successi del denaro e della finanza, gli altri sono semplicemente funzionali ai fini.
Ma questa che non pretendo sia una verità, bensì un argomento del discutere, non si può dire ed emergono due grandi paraventi: l’emergenza (e quindi la necessità del decidere sotto obbligo) e il vincolo del debito, per cui ogni coperta sarà sempre corta e chi resterà scoperto indovinate chi sarà? Vorrei solo accennare all’emergenza e come questa diventi una foglia di fico per nascondere il baratro decisionale in cui è caduta la democrazia: se i popoli non possono decidere del loro destino, delle loro politiche, del loro benessere, a che serve condividere il potere? E’ in questa finzione che si alimenta la ammuina del rinvio, bisogna confondere, distogliere l’attenzione e al più dire che ogni decisione importante cade nelle tagliole della compatibilità, ogni bisogno è temperato dalla compatibilità. ogni decisione vera viene rinviata per trovare la compatibilità, ma compatibilità con chi? Con l’Uomo? No, con il debito. E così i bisogni immediati, il lavoro anzitutto, le ineguaglianze, lo scandalo dei privilegi scompaiono diventano accessori. Come gli uomini, servi del denaro, della rendita, della finanza.
« All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora: chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio passann’ tutti p’o stesso pertuso: chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à”. N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno.»
So che combatti. Che difendi i tuoi sogni, la tua libertà di essere. So che ami, che vorresti amare senza limiti. So che non ti accontenti, che ti fermi nelle parole per sentirle fino in fondo, che guardi fuori e gli occhi si perdono perché ti ascolti. So che sei importante per te, che ci tieni a come, con fatica, ti sei appresa. Sì appresa. E non era mica semplice interpretarti da sola, ricondurti a te, capire la tua voglia d’essere te. Non diversa, non t’ importava dimostrare nulla, dovevi solo essere te.
So che le tue scelte sono sempre in salita, che la tua risata è pronta, che gli occhi si chiudono un poco quando ridi. Anche quando sospiri gli occhi si chiudono appena, ma non si chiudono mai del tutto, perché la vita la vuoi vedere in faccia. E vorresti che la vita ti vedesse in faccia, che avesse sempre il coraggio di fare a braccio di ferro con te, guardandoti. Non hai mai avuto paura di perdere, ossia sì, hai avuto una paura boia. Ti sei chiesta chissà quante volte se facevi bene. Se avevi fatto bene. E poi con una scrollata ripartivi decisa, pensando, sentendo, sognando, senza tornare indietro. E di dubbi ne hai, e ne hai avuti, ma mai sulla scelta di puntare su di te.
Vuoi essere anche felice, sentire il mondo e la vita assieme, avvertire cose che solo tu avverti. Difendi chi ami senza arretrare, forse è facile pensarlo, ma quante volte ti sei fatta carico di essere padre e madre assieme e ogni volta hai continuato. Anche quando eri stanca, hai continuato. Anche quando non ne potevi più. Uno sberleffo e una risata, poi una malinconia e di nuovo eri tu. Ci si ritrova anche nella malinconia, anzi forse ci trova di più, basta non perdersi dentro. E tu non ti sei mai persa, l’hai tenuta per te come un valore assieme all’allegria. Un tuo territorio in cui non far entrare, se non chi poteva forse capire. Capire che non eri triste in quei momenti, ma volevi sentire la vita com’era ed è, come non può essere altrimenti. E che lì ricomprende dentro ad essa l’amore, la felicità che dura finché dura e che poi torna quando vuole, la giornata che comincia con una sigaretta e il caffè, gli occhi che si perdono fuori dal vetro, i versi letti ieri, la canzone ascoltata, la gamba sotto al culo, l’occhiata alla posta sul cellulare, il bisogno di scrivere che poi passa, la voglia di scattare come una molla eppure stare ferma. Ecco in tutto questo c’è malinconia e felicità di vivere messe assieme. E so che è così per te.
Mi piacerebbe che il genere si confondesse in questo essere, che alcune cose non fossero femminili, magari è così, ma poi mi sembra che non ci sia possibilità per noi uomini e che nell’essere donna qualcosa, in più e diverso, tu lo debba avere. Così mi accontento di sapere che le cose ti vanno così. Continuano ad andarti così, per volontà più che per fortuna.
E non chiedermi perché lo so, è così, lo sento, è perché sei tu.
“Ieri sera a cena ho provato la sensazione di essere trasparente, come non ci fossi. E non è la prima volta. Parlavo, qualcuno mi pareva rispondesse, si rideva, mangiavamo, si beveva molto vino rosso. Chissà perché c’è questa mania del vino rosso. Poi alla fine mi sono accorto che parlavamo tutti assieme e nessuno mi ascoltava davvero. Così ho riprovato la sensazione che si aveva da adolescenti, ossia che gli altri non ti vedessero proprio.”
“Credo sia un problema dell’età, ci sono stagioni in cui vorremmo più attenzione, essere ascoltati davvero. Accade anche a me di fermarmi di colpo perché ho la sensazione di parlare al vuoto. Che gli altri stiano pensando ai fatti loro e che sia al più la cortesia a impedire loro di girarsi e mettersi a parlare d’altro. Così cambio gli argomenti, cerco qualcosa di interessante. O almeno mi pare. Ma non è così, in realtà se non dico quello che penso annoio anche me stesso e così sto zitto. O si parla troppo o si sta zitti, non c’è misura. E così si diventa invisibili.”
“Il problema è quando ti accorgi che non ti ascoltano neppure più nei negozi, che i commessi non ti badano…”
“Quando succede a me verrebbe da spaccare qualcosa, tirare un urlo. E’ così priva di rispetto per le persone, la disattenzione…”
“In realtà l’attenzione si concentra tra persone che si cercano, quando la perdi significa che non hai più fascino, quindi puoi non esistere. Sei in più. Mi colpisce questa cosa perché la sento ineluttabile, come avvenisse per una legge di natura, ma non è così. Forse si determina quando si è persa importanza, ruolo, ma quand’è che noi cominciamo a sentire che si perde visibilità? Quando si esce dal lavoro? Quando si deve ancora entrare? Quando vorremmo un amore e non ce l’abbiamo? “
“Sai penso che bisognerebbe condividere uno stato con chi ci sta attorno. Comunicare qualcosa. E invece si comunica sempre meno, non significa avere le stesse idee, ma essere parte di un interesse. Ma se anche le commesse non ti badano, di cosa vuoi far parte…”
“Posso fregarmene, sto bene per conto mio, ma lo so che non è così, ho bisogno di comunicare, scambiare con gli altri. Solo che la cerchia si restringe sempre più e si diventa sempre più esigenti. Introspettivi. Così quelli che conosci ti conoscono a memoria come tu conosci loro e non sorprendi più. In fondo anche loro tu li ascolti meno, perché sai già cosa diranno…”
“Il fatto è che perdiamo sicurezza di noi stessi, come non ce l’avevamo a 18 anni. E questo si sente. Siamo animali negli istinti e il branco sente se conti. Se non conti ti rende invisibile. Bisognerebbe puntare i piedi, lottare per imporsi, ma si diventa ridicoli. Ecco, al ridicolo preferisco essere trasparente. “
“Basta non essere noiosi, in questo dovremmo impegnarci. Non annoiare noi e gli altri. Abbiamo molto che non c’era a 18 anni, una vita, dei percorsi, capacità di giudizio, sicurezze che allora non c’erano. E insicurezze nuove, con quelle dovremmo misurarci.”
“Lo sai che questa dell’invisibilità è una soglia che si sta abbassando? Parlavo con un’amica che ha poco più di 40 anni e si lamentava di non avere più l’attenzione a cui era abituata. Forse pesa l’aspetto fisico, ma non è solo questo, le manca la battuta, il parere richiesto, la cortesia ripetuta. Anche lei mi diceva che a volte le sembra di essere invisibile.”
“E’ il vivere così come l’abbiamo accettato che accentua tutto, ci porta verso competitività esasperate e se non ti imponi non sei nessuno. E a un certo punto vedi che tutto questo è vuoto, non ha nessun premio, solo l’attenzione perché rispondi a qualcosa. E quando lo capisci ti casca il mondo addosso. Diventa tutto relativo.
“Già e invece le persone hanno bisogno di assoluti o di chi li faccia ridere per scordare chi sono veramente diventati. “
“E invece noi gli assoluti li abbiamo persi per strada e per far ridere adoperiamo il paradosso: quello che ti mostra come sei davvero.”
“Forse è meglio approfittare dell’invisibilità e non pagare il conto di un vivere che non appartiene. Selezionare chi può capire davvero e lasciar perdere il resto. Che conta poco. Affrontare il rischio della solitudine, finché non si trova chi ascolta. E’ un buon discrimine per selezionare, per non accontentarsi.”
Lionel Barber, il direttore del Financial Times, ha scritto una lettera ai suoi redattori che dice in modo esplicito ciò che sta avvenendo nel mondo della propagazione della conoscenza: la parte cartacea del giornale sarà il risultato della edizione web e non viceversa. Quindi chi lavora nel giornale cambi e si adegui al mondo.
Davanti al Bò, cinque o sei feste di laurea con tortura del laureato seminudo, getti di talco e schiume, canti, un tempo sboccati, che si ripetono senza fantasia. Cerimonie festose di parenti attoniti che saranno seguite da altre tutto il giorno. Ogni anno 7000 laureati. Nel chiostro del cortile antico, tra gli stemmi di professori e studenti di 400 anni fa, un funerale con l’alzabara di un professore. Le feluche nere dei commessi sono attorno in un triangolo perfetto, massonico, gli allievi e gli amici ai lati del cortile. Alcuni studenti hanno i mantelli degli ordini goliardici e i cappelli colorati di facoltà. Sollevano il feretro tre volte al cielo. Poi passano la mano e cantano il Gaudeamus igitur. Al primo piano del cortile, ci sono le sale museali del Bò che conservano i teschi dei professori che lasciavano il corpo agli anatomisti dell’università. L’anatomia è nata qui. Vicino all’aula magna la cattedra di legno grezzo, dove la tradizione mette il Galilei a insegnare.
Fuori e dentro, speranze e tradizioni fortissime che regolano un mondo a parte, chiuso, dove la cultura si è tramandata, ha creato gerarchie, certezze e rivoluzioni. Ma da troppo tempo non si apre, non abbatte i propri steccati. Il Financial Times sta insegnando qualcosa che riguarda i modi di trasmissione del sapere e ridisegna professioni e modi. In quanti qui dentro si stanno accorgendo che questo riguarderà tutto il modo di apprendere?
Ogni curiosità trova una risposta nei motori di ricerca, manca la verifica, si dice, ma la verifica della rete è superiore a quella universitaria per democrazia e apporti. Ed è proprio il ridurre la cultura a curiosità che sta mutando l’approccio al mondo. Molto è mutato negli ordinamenti scolastici, ma come questi siano in grado di affrontare assieme i privilegi dei detentori di cultura e chi ne fruisce ancora non si capisce. Quel che è certo è che il mondo che vedo ogni giorno passando tra gli edifici dell’università è affascinante proprio per la sua “esclusività” che è esclusione. Extra Gottingam non est vita, ancora attrae, come l’alma mater studiorum, il sapere come sazietà di bisogno di conoscere. Un luogo e una madre che nutre. Solo che all’esterno di quelle mura è avvenuto, e avviene una rivoluzione, i libri si dematerializzano, il sapere diventa altro e ciò che sta dentro quei palazzi onusti di gloria, si avvia a diventare un unico grande museo.
In questo si misurerà il coraggio della sfida dell’intelligenza al mondo: chi saprà per primo interpretare il nuovo e farne una nuova modalità di lavoro anche per la conoscenza, vincerà. Come ai tempi di Marsilio, di Galilei, o di Morgagni, stavolta rovesciando i flussi, non si andrà dal docente, ma questo verrà a chi vuole apprendere. Sembra facile, ma non lo è e sopratutto non ha il fascino e i privilegi di adesso. Resterà la conoscenza come motore. Non è poco.