3 novembre, Redipuglia

3 novembre, Redipuglia

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Facevo tutta la scalinata di corsa, fino alle tre croci, fino alla lapide dei 30.000 ignoti. Era una gara, un uscire dal luogo. Ma almeno il nome di mio nonno c’era, ma gli altri dov’erano? Possibile che nella contabilità della guerra, nei ruolini dei reggimenti, si fosse perso il nome oltre al corpo? E i dispersi, dove vuoi che fossero finiti, erano morti come gli altri.  I corpi chissà dov’erano in quell’immane confusione che faceva recuperare, possibilmente senza farsi ammazzare e seppellire in fretta.  Solo una medaglietta faceva la differenza, e il trovarla certificava la morte. In quel macello che furono le alture tra Gorizia e Trieste, si poteva ben dare un nome a tutti, scriverlo e poi lasciare i piccoli cimiteri di guerra con le tombe e le armi frammiste, le armi ormai inservibili che raccontavano che la follia si era compiuta e ora c’era la pace. Basta sangue, fucilate alle spalle per chi non andava all’assalto, per chi non si faceva ammazzare, basta contadini e operai che si massacravano anziché lavorare, sfamare le famiglie, i figli piccoli. Basta quelli di là e quelli di qua. Basta. Sarebbe bastato un luogo dei nomi, delle identità e un luogo delle ossa per le visite, per i fiori. Non importa chi c’era sotto, ma un luogo serviva, era un porto del senso, l’idea che non fosse sparito tutto e rimanesse solo il dolore, l’affetto, l’amore senza oggetto.  

Mia nonna ricordava il primo cimitero  la fatica di ritrovare il nome, le croci che arrugginivano velocemente, la confusione che riportava alla necessità di seppellire velocemente, non alla pietà o al sentimento. Necessità che reparti assolvevano come logistica: un luogo per i vivi a termine, la trincea, un luogo per i morti, la retrovia dove non si moriva. Si invertiva la logica delle cose: dov’era il pericolo i vivi, dov’era la sicurezza, i morti.  Il morale della truppa, l’igiene, la necessità. Ma lo iato nelle teste non esisteva se non ricacciato dal reale: chi era amico del morto moriva assieme o di lì a poco. Il carnaio era per forza anonimo, solo la medaglietta attestava che qualcosa era avvenuto e nella contabilità dei reparti ciò che non si trovava era disperso. Non vivo e non morto, non utile alla guerra, incapace di essere per testimoniare un’azione, un assalto, una vittoria che valeva dieci, venti metri.

Quattrocentomila, contadini per lo più, e operai, assieme all’intelligenza interventista dalla nostra parte. E dall’altra, ancora contadini e operai e ragazzi di liceo e universitari subito ufficiali. Non c’è più distinzione ora, tutti assieme. E non c’era neppure allora, era solo impossibile ribellarsi all’evidenza, all’insensatezza.

Da piccolo pensavo che il colle di Redipuglia fosse un cumulo di ossa e che sopra ci avessero fatto i sacrari. Centomila morti dovevano avere un volume, essere messi da qualche parte. E invece chissà dov’erano i morti veri, serviva il numero, non le ossa, e la retorica fascista aveva avuto bisogno di grandi numeri, di più sacrari e più inaugurazioni, fino all’ultimo con i 22 gradoni, con quel PRESENTE, scandito sulle cornici, ripetuto all’infinito. Mio nonno a casa era presente. Lo era stato ai suoi anzitutto: pochi, una moglie, due figli. Poi a noi, ai nipoti, pochi, due ancora, che sentivamo di avere una presenza particolare in un luogo particolare. Sacro. Era importante quella parola, alta, riportava alle chiese, a ciò che era inviolabile. Come ci fosse qualcosa di sacro nella guerra, in una vittoria o in una sconfitta e la morte senza senso diventasse più alta. SACRO. Era scritto ovunque, ma il fatto di non poter mettere un fiore incrinava tutto, ogni giustificazione e sacralità. Anche i santi avevano un corpo, un luogo dove mettere i fiori, lì c’era un immenso libro aperto con i nomi che si susseguivano e non c’era un posto per dire: era assieme a me, era mio, c’ero io accanto a lui. Mia nonna, che qualche ragione per quella morte voleva trovarla e non le bastava il nome e il PRESENTE, anche per lei il posto per un fiore, una tomba normale, un luogo per depositare gli affetti mancava. Nonostante il sacro, la croce di guerra, una fotografia e il figlio, le era rimasto quel vuoto aggiuntivo di una pietà impossibile, di un corpo sottratto due volte, e quell’epiteto di guerra santa, magari lo ripeteva per attaccarsi a una ragione tangibile, ma non le bastava,

Così si andava a Redipuglia a novembre e io mi chiedevo cosa c’entrasse la Puglia con Trieste. E infatti non c’entrava, ma tutte le congetture erano buone per dare un nome a un luogo che non doveva essere sloveno. Sennò che senso avrebbe avuto tutto ciò? E neppure tutte le ossa dei centomila sopra e dei centomila sotto c’entravano con quello che vedevo. Dove li avevano messi? Una collina di morti con un’unico marmo sopra, un segno, un lenzuolo di pietra, questo vedevo.

Ecco, era un lenzuolo di pietra.

2 pensieri su “3 novembre, Redipuglia

  1. A Redipuglia manco da tanto tempo, ci sono stata due volte e mi ha sempre colpito e intimorito la maestosità del sacrario a ricordo di quanti han dato la loro vita per quella guerra, ma non riesco a non pensare anche a tutti quelli che sono morti nella successiva guerra mondiale e in tutte le altre guerre del mondo, più o meno recenti.
    A chi, più o meno obbligato, a chi per scelta è perito per un ideale, per dei valori in cui bene o male si credeva. E alle madri di quei poveretti e di quelli che han avuto la fortuna di tornare. E a quelle i cui figli scelgono ancora oggi la vita militare.

    Il nome, che ha incuriosito anche me, dovrebbe derivare da una italianizzazione, in voga in quei tempi, del nome sloveno del luogo.

    E per ultimo, complimenti per la tua immagine: mi piace molto per la prospettiva, il taglio e il punto di ripresa. Oltre a saper scrivere molto ma molto bene, hai un ottimo occhio fotografico, caro Will!

    Buona domenica, con un sorriso, ciao
    Ondina

  2. La guerra produce dolore, tanto, immane e sopratutto personale e familiare, poi ci sono gli emblemi che diventano collettivi. E il dolore prende altra forma, non di rado sublima in qualcosa che sconfina nel trascendente. Lo sanno bene i condottieri di ogni fatta, di ogni religione: le guerre sante motivano il dolore. Hai ragione, ogni guerra dovrebbe suscitare gli stessi sentimenti che partendo dal dolore arrivano alla ripulsa, per me la prima guerra mondiale è l’emblema di tutte le guerre, forse perché è ancora visibile vicino a casa, forse perché leggendo le storie dell’altra parte, del nemico, ho trovato la stessa umanità ferita, forse perché fu la prima guerra di classe dell’era moderna dove era evidente lo scontro economico e sopraffattore, forse perché colpi in famiglia. Comunque sia mi commuovo se cammino per le trincee, percorro i luoghi delle stragi, visito i sacrari e i musei. L’impressione che ho, è quella di vite comuni, sovrapponibili alle nostre, ai maschi sarebbe potuto accadere, alle femmine sarebbe potuto accadere, si son traslati gli anni. Fortuna e poco più perché gran parte delle condizioni sono ancora li, pronte a scatenarsi in chi comanda gli uomini. È come per i campi di sterminio, può riaccadere, non è morta la bestia del razzismo. Vigilare è anche ricordare, anche per chi ha scelto il mestiere delle armi ci sono domande nuove, le risposte sono personali e collettive, importate è che siano giuste, rispettose del dolore che possono provocare. Questo penso.
    Buona e serena domenica a te, Ondina, grazie sia per la riflessione che per le belle parole. 🙂

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