racconti per notti di vigilia 2.

racconti per notti di vigilia 2.

Un frullo, una piccola paura gioiosa di bimbo, e poi quello sprofondare in una tenerezza senza limiti, cullando pensieri ad occhi aperti nel buio, con il timore che facessero strepito, che parlassero come non avrebbero dovuto, come non potevano.

E così nella notte si scopre d’essere innamorati… guardando un soffitto che non si vede, con la paura lieve che nasce da ciò che da molto non si conosce più.”

“Il fatto è che le felicità si assomiglieranno poi tutte, pensavama siamo più avvezzi all’allegria, al ridere che alla felicità. E la felicità ti prende dappertutto, circola con il sangue, così che poi è felice la testa e il piede assieme. E il piede avrebbe voglia di muoversi, di correre. E così la testa di far scorrere vento tra i capelli. Oppure la sua mano aperta tra i capelli. Che ci gioca, che scrive qualcosa con le dita, che ti tiene e libera assieme. E ti viene voglia di chiudere gli occhi e ascoltare, mentre un brivido scende la schiena. Ascoltare, stare, percepire, sentire. Tutti verbi attivi e passivi allo stesso tempo. Essere e divenire.”

Nel sentire fluttuante della felicità, c’erano sprazzi di ricordo. Una mano che si era infilata nella tasca del suo cappotto, tenuta, stretta e riscaldata, una parola che era uscita scavalcando difese interne ritenute inespugnabili, un sorriso e uno stringersi improvviso nell’abbraccio, per un bisogno così impellente che non ammetteva ciò che stava attorno, ma solo loro due. E nel buio collocava quegli accadimenti in luoghi precisi, che ora sembravano indelebili con la loro trama di particolari: le cose attorno, le luci, il freddo, ciò che conosceva ed improvvisamente era sembrato nuovo e notevole, la data, l’ora. E pensava, che alcun ostacolo fosse davvero importante, che il tempo si piegava a questo sentire felice, generando una bolla che li isolava dal resto.

“Sono felice qui e ora, pensava, non ho un progetto, non mi attendo nulla perché ho già tutto, ciò che verrà non mi riguarda, sono felice e basta. Anzi innamorato e questo non ha bisogno d’altro per ora. Poi verrà il resto della vita, ma adesso c’è solo questo sentire senza limite. La sensazione di essere vivo. Vivo come mai prima, vivo perché è stato messo in moto un motore che non sapevo di avere, che mi stupisce. Che mi riempie di energia e la vedo questa energia che si deposita dentro di me e mi carica. E ho voglia di fare e di stare fermo assieme. E se resto fermo al buio a guardare un soffitto che non vedo, è perché il frullo che mi fa vibrare e sciogliere, è una sensazione in cui mi immergo, in cui sto bene. Sento, ho la pelle scoperta, sento tutto. Se mi alzassi dovrei uscire, non resisterei in casa, andrei nella notte fin sotto le sue finestre, tenderei l’orecchio per sentire il suo respiro, immaginerei i suoi pensieri, i suoi sogni e vorrei così profondamente che lei mi sentisse che, di sicuro, ciò accadrebbe. Anche se dormisse,  accadrebbe. E’ quello che faccio ora, qui, anzi non essendoci movimento, né freddo, nulla mi porta distante da lei e la sento. E lei mi sente. O almeno lo credo; lo spero.”

L’altra notte si era attardato in ufficio, aveva bisogno di pensare e al buio guardava la strada dalla finestra. Dall’alto vedeva le auto, i camion, accendere gli stop in continuazione. Accelerazione, frenata, sosta. E poi riprendere con una ritmicità musicale. Sembrava un balletto con una lunga fila di ballerini che si snodavano nel buio. A tempo, con grazia. Pensava che in quell’armonia, involontaria e obbligata, molti tornavano a qualche casa, altri invece avevano mete differenti, eppure tutti per un tratto erano accomunati  dalla danza degli stop. A quell’ora si andava ovunque. Alle case, col loro rumore, gli odori, le voci, gli affetti o anche la noia, il mutismo, il malessere. Oppure verso il divertimento, i locali che attendevano assieme a qualcuno, nella ricerca di calore, di compagnia. Ci stava quiete e inquietudine in quella danza che continuava ininterrotta. Ci stava per lui, che era nell’oscurità e guardava fuori, e vedeva le poche luci negli uffici dei palazzi vicini, le molte finestre al buio, qualche persona ancora ai tavoli da lavoro, e più distante, il pullulare luminoso della città che non dorme, le fabbriche a turni continui, i locali, i fari di segnalazione degli edifici più alti.

Dall’ufficio si vedevano poche case d’abitazione, la città del lavoro e degli affari è una città separata, chiusa ai sentimenti. Come se gli affetti, l’amore, disturbassero il lavoro, il denaro che non ammette altri pensieri. E pensava a lei, a questa cosa che nasceva tra loro, immaginava cosa lei faceva in quel momento. Sperava ci fosse un pensiero tra i molti in lei, che lo riguardasse, e che questo la facesse fermare per un attimo, guardare attorno riconoscendo le cose e le persone, ma al tempo stesso la meravigliasse di non vederlo, perché  lei lo sentiva e lui era lì. Con Lei.

Guardava verso il palazzo di fronte, seguendo i movimenti dell’impresa di pulizie che accendeva e spegneva le luci. Vuotando cestini e passando panni sui tavoli, percorreva di luce il piano, come una scia verso gli uffici vuoti. Guardava e non vedeva, era emersa la voglia di sentirla al telefono, di ascoltare la sua voce. La immaginava prima sorpresa e poi subito diventare morbida per lui. E il bisogno forte era in quel numero che formava e cancellava. Gli sarebbe bastato anche un pronto?… per riempirlo ancor più di tenerezza. Pensava e giocava con i tasti del cellulare, tra impudenza e timore di combinare guai, in quella terra di nessuno dove un desiderio supera il timore e sfocia in un gesto, una svolta della giornata, in qualcosa che lascerà una scia colma di effetto. Così pensava e lo schermo illuminato lo aveva tirato fuori dall’ombra, perché uno sguardo dal palazzo di fronte lo fissò. La persona aveva la luce alle spalle e non si distingueva bene il viso. Si vedeva il colore dell’abito chiaro. Sembrava giovane, una ragazza. Gli parve gli parlasse, perché la bocca si muoveva scandendo qualcosa e il vetro s’appannava. Poi la ragazza alzò un braccio e mosse una mano per salutare. E meccanicamente lui rispose. Allora con un dito, la ragazza cominciò a scrivere sul vetro. Ad alitare e scrivere e gli pareva pure sorridesse. Mise gli occhiali per vedere meglio e lesse: elatan nuob. C’impiegò un poco a capire, e poi anche lui sorrise e agitò la mano, sperando d’essere visto. E alitò sul vetro, disegnando un alberello. E mentre ancora si salutavano, tornò il pensiero di lei, desiderò raccontarle tutto subito, vedere i suoi occhi che brillavano, sentire le sue domande, averla attorno che riempiva lo spazio e lui assieme. Desiderava sentirsi pieno di lei da non poterne più.

Sedette, allungando il corpo e i pensieri verso di lei, si lasciò invadere dal bisogno e dalla consapevolezza. “Ci sei.” Lo ripetè ad alta voce. “Ti amo.” Ecco ciò che importava. “Ci sei e basta.” Non aveva voglia di accedere la luce. non aveva voglia di uscire, chiudere la porta, prendere l’ascensore, salire in macchina, entrare nella danza che aveva visto nella strada. Non aveva voglia di staccarsi dalla presenza di lei. 

“Facciamo un patto.” Lo disse parlando sommesso, come se lei ci fosse. “Andiamo via assieme adesso, facciamo i gesti che servono, non lasciarmi, accompagnami e ogni tanto stringiti a me.”

E allora, lentamente, con lei, si avviò verso casa.

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