a qualcuno piace caldo

a qualcuno piace caldo

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Il caffè mi piace caldo, come la soddisfazione e altre cose più o meno dicibili, ma che fanno il piacere del sentire e del vivere. Se metto assieme l’urgenza del caldo, che ha una termodinamica severa, con la pazienza, che pure posseggo, capisco che gli ossimori non sono poi così distanti dall’essere, che si è più cose assieme, per fortuna, e che non c’è contraddizione tra l’amare la pioggia sul tetto e desiderare il sole al mattino.

Il calore si associa ai sentimenti e quindi al sangue, ma non solo. Lo si associa all’amore e lo si pensa lontano dal cinismo, dal distacco di chi non si aspetta più nulla e pensa di conoscere come funziona l’uomo, il mondo. Il calore ha un termostato nel sentire e ci si regola la vita su quello. Quando si sente poco, il calore prima abbandona lo spirito poi il corpo. Troppa passione, invece, porta all’ebollizione e la fretta consuma senza percepire tutto quello che accade. Una bolla di calore emotivo nell’amore, come nell’odio, fa perdere la percezione di sé, ma mentre nel primo caso è un’esperienza di annullamento e rinascita, nel secondo la distruzione diviene tutt’uno con l’essere e non c’è rinascita. Forse per questo fatico a considerare l’odio l’altra faccia dell’amore.

Se subentra un po’ di malinconia e c’è necessità di sentire qualcosa che rassicuri, una minestra calda fa bene, Me l’hanno insegnato le donne che una minestra di dado con la pastina consola. Probabilmente fa casa e mamma, come il plaid. A me piace il minestrone, devo essere sentimentalmente maleducato, anche perché lo preferisco a pezzetti e non passato (altra preferenza femminile, raccontatami). Il vino rosso scalda, consola e avvolge, fa intimità propizia (a volte anche alcoolismo incipiente, ma anche quest’ultimo sembra un effetto della carenza di calore, umano…), il vino bianco invece è più sottile, aggressivo come i finti mansueti, apparentemente innocuo come le parole maliziose, come le immagini, suggerite dalla seduzione. Secondo me il vino bianco ha qualcosa da nascondere e non perché ci sarà sempre chi dice che gli fa brucior di stomaco (altra forma di calore) oppure racconta di altri effetti collaterali meno dicibili, ma perché accanto a questi ci saranno altre che sosterranno che le bollicine che gli vanno su per il naso e danno leggerezza e tepore che scalda dentro e fuori (lo champagne non a caso sta meglio su abiti scollati e a spalle nude).  Ci sarà chi distinguerà tra champagne e prosecco, tra secco e dolce. Vincerà il secco senza fatica, magari il molto secco. Très sec per tutti. Pare sia una questione di dieta o altro,  e pare anche che il magro (di cui il secco è l’immagine più asciutta) abbia un fascino nascosco, un calore da estrarre rispetto al boteriano dolce, che non a caso s’accompagna ai dolci. Dolce su dolce, senza perder tempo a meditare, meglio abbuffare per dimenticare. C’è sempre qualcosa da rimuovere: un’altra fetta, ma sottile sennò ingrasso, grazie.

La cioccolata va calda, bollente. La panna fredda, ché altro non può essere e se ne può pure far a meno. La cioccolata sorbita, il caffè degustato. Lo ingollano i duri, il caffè, gli stomaci d’acciaio, non i colitici, ulcerosi, pavidi che mai affronterebbero una tempesta senza l’ombrello. A che serve l’ombrello nella tempesta? A nulla, ma questo solo i duri, che hanno una fornace interiore e un cappuccio, lo sanno ed escono dopo un caffè. La cioccolata è un cane fedele, ti segue a lungo, ti accompagna, è educata, inclusiva, ama la compagnia, scalda anche la conversazione, intreccia gli sguardi, evoca. Meglio amara, densa e caldissima, poi si vedrà.

D’inverno, caldo ovunque e viso fresco, finché l’emozione non lo prende. Sembra sia la scelta della razza umana, forse memore degli altipiani etiopici da cui proviene. Invece la vendetta pare si serva fredda come certe frattaglie da osteria che fanno solitudine a vederle, e la vendetta gelata appartiene ai cervellotici, ai biliosi delusi dalla compagnia, persone che si consumano per aggiustare un torto di cui nessuno, tranne loro, si ricorda. Comunque dev’essere un piatto di difficile digestione, la vendetta fredda, come i nervetti in osteria appunto, e che non soddisfa mai completamente neppure il cuoco, che forse vorrebbe effetti maggiori. La polenta va calda, ma la polenta è come la povertà che si riscatta, ha speranza e si combina con tutto o quasi. Ama il vino rosso, caldo su caldo, poi quello che succede sono affari vostri. Non ci sono notizie di abbinamenti polenta e champagne, carenze del sistema cultural politico del nord.

Preferisco il caldo, non fuggo il freddo, ma solo per quanto è necessario per amare di più il caldo. E’ come per i sentimenti, l’assenza coltivata per acuire il desiderio è un po’ una perversione. Quest’inverno non nevica e m’impedisce di gioire al caldo della mia casa guardando i tetti che si riempiono di neve. Sentirsi caldi e guardar fuori il freddo dà una sensazione di potenza, significa che provvedo al mio corpo dandogli calore e lui è felice e rassicurato. Ben essere. Come cercare l’amore dove si trova (altrove, dove non c’è, fa freddo), sorseggiare il caffè, e meglio ancora la barbagliata che unisce mirabilmente caffè, cioccolata e panna. Guardar dentro e fuori allo stesso tempo, pensare che il non sense ci appartiene, che la logica ci fa dominare. La logica è fredda, l’amore è caldo, il caffè è amore.

5 pensieri su “a qualcuno piace caldo

  1. Eh sì c’è bisogno d’estate, da parecchi anni l’inverno mi serve solo per aspettarla, per sentirne forte la mancanza. Buon inizio di settimana Marta, un caffè? 🙂

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