tornare

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Mi prende, a volte, la tentazione di tornare ai libri miei che tappezzano le pareti attorno. Alla musica che paziente attende d’essere ascoltata. Alla mia scrittura senza fretta, agli inchiostri, ai pennini e alla carta buona. A volte mi prende la necessità di prendermi tutto il tempo possibile, di stare in silenzio, di lasciare che il dentro e il fuori si parlino, e tutto si allacci e scorra. E’ la necessità di tirare il fiato, sentire l’aria che riempie, il buon sapore degli odori, i rumori di ciò che sta attorno. Così scorro con gli occhi i luoghi che conosco. Penso che ho bisogno di piccole, poche cose: le aromatiche sul terrazzo, qualche fiore che procede per suo conto, il cibo semplice. E gli occhi tornano sui libri, tanti libri, più di quanti mai leggerò, per tenere aperta la vita e la speranza, il futuro e il passato intrecciati. Ho la fortuna (e a volte è vincolo a capire) d’ una grande memoria che ricorda ciò che la rete della vita ha tenuto e messo assieme, ciò che è stato e non è stato. E in questa piccola pace sento l’equilibrio di quello che si raccoglie attorno e dentro me con rinnovato ordine: la passione, il tumulto, il rifiuto, l’amore. Il futuro e il tedio che con piccoli dispetti si confrontano. E penso allora che è tempo di tornare, ma non ancora tempo di chiudere le porte al mondo. 

l’ultimo giorno di scuola

Con gli ultimi giorni di scuola, irrompeva l’estate, quella vera non quella del calendario. Le aule, allora come adesso, erano fatte per l’inverno, per le stagioni a mezzo, così il sole di giugno, mostrava lo sporco degli angoli e dei banchi, si perdeva tra gli intagli pazienti contornati d’inchiostro, batteva sui vetri opachi di polvere e polline e finiva per illuminare impudiche pareti sporche di pedate. Eravamo in un mondo povero e senza gloria mentre fuori c’era il mondo vero. Ascoltavamo le ultime, stanche, spiegazioni, le interrogazioni per salvare il salvabile, ma le teste erano già oltre le finestre, sui prati, nei campetti per giocare fino al buio, in spiaggia. Qui il mare è vicino, si frequentava ed era un’attrazione forte dell’estate, che cresceva con gli anni. Poi diventati più grandi, ci sarebbero state le gioie, le attese, le malinconie infinite, le paure nell’estate che era, lei, prorompente e noi timidi del tumulto di sangue, ormoni, pensieri che già ci travolgeva. Paura e desiderio che ti dicesse davvero di sì. Paura di ciò che non si conosceva e desideri da rimettere in ordine con la realtà. Ma i luoghi, gli scenari, erano gli stessi con calzoni più lunghi e gonne più corte. Quando arrivava l’estate, la sequenza degli ultimi giorni di scuola tornava indietro, diversa eppure sempre uguale, ed era la differenza tra costrizione e libertà, tra tempo dell’obbligo e tempo proprio. Non so come sia ora, nei pochi anni che ho insegnato a me spiaceva lasciare i ragazzi, e negli ultimi giorni, trasformavo l’autorità in un far domande, in un nuovo fraternizzare, quasi per tenere di più il ricordo, ma la loro testa era già altrove. Non dipendevano più, erano nell’estate, com’era accaduto a me non troppi anni prima. 

Dell’ultimo giorno di scuola mi è rimasto molto, ma in particolare l’immagine della corsa giù per la scala, oltre il portone, incontro al sole. Poi ci sarebbero stati gli scrutini, la paura e la speranza fuse assieme, ma era già comunque estate. Ed era la mia lunga estate.

di notte, allora

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Stanotte penso a mia madre allora, donna eppure ragazza. Lo sarebbe sempre stata nella vita. Penso al mio nascere in casa, in piena notte e che ero sveglio allora come adesso. Penso a mia nonna che mi ha visto prima di mia madre e voleva una nipote femmina, ma io ero maschio e così ci ha messo più amore per insegnarmi chi ero. Penso a mio padre giovane e provato dagli anni di guerra, ma che non si tirava mai indietro. Penso al suo coraggio e alla passione che mi ha insegnato. Penso alle difficoltà in cui erano tutti, lì attorno, e alla speranza che li alimentava. Penso a mio fratello che spiava la culla e al fatto che dopo tanti anni ci ripetiamo che ci vogliamo bene. Penso alla forza che c’era allora per rinascere dopo gli anni bui e alla voglia di prendersi in mano. Penso che sono stato fortunato a nascere in mezzo a tanto amore, che le difficoltà sono state superate, che un futuro migliore si è creato. Penso che è bello avere una storia, aggiungere un anno e cercare di trasmettere qualcosa a chi prenderà il tuo posto. Penso che c’è continuità e che non siamo soli, e che dopo esser nati c’è bisogno d’un amore che ci riconfermi l’amore ricevuto, ma che entrambi restano e non ci lasciano mai soli davanti al mondo.

sesso e libertà

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I tre giornali locali trattano tutti di violenza, sulle cose, sul patrimonio, sulle persone e il Gazzettino sceglie quella che può colpire la fantasia. Non ho nulla da obbiettare, neppure alla velata pruderie sempre connessa a queste cose. Ma allora cosa mi ha sollevato quel moto di ripulsa quando l’ho vista? Credo dipenda dal fatto che non ho particolari giudizi sul tema e che sesso e libertà per me dovrebbero accompagnarsi, con l’unico limite della libertà altrui, ovvero fare sesso in autobus com’è successo qualche mese fa da parte di un trio alticcio, non è libertà ma violenza nei confronti di chi è nell’autobus. Nel caso della locandina, non c’è violazione della libertà di orgia, ma il fatto che una persona sia costretta a parteciparvi. Forse ci siamo persi qualcosa per strada nella liberazione sessuale: le persone.

la parata del 2 giugno

Penso a come l’avrebbe immaginata Rodari (un comunista allegro), la Repubblica e la sua festa. Una sfilata in cui ci fossero gli insegnanti e gli studenti, gli operai e gli impiegati, i ragazzi e i pensionati, le mamme e i bambini, i medici e gli ammalati ( quelli che han bisogno d’aria e negli ospedali attendono d’essere guariti), gli avvocati e i poliziotti, i giudici e gli imputati, gli artigiani e gli statali, i ricchi e i poveretti, i santi e quelli un po’ dannati, i gli immigrati e i nordisti, gli incazzati e i buoni, gli esodati e i pensionati baby, i disoccupati e quelli che non vogliono andare in pensione, i calciatori e i ginnasti, le ballerine e gli attori, gli evasori e i finanzieri, i ladri e i carabinieri, i clandestini e i rifugiati, i raccoglitori di pomodoro e di carciofi con in coda i caporali, gli agricoltori e i camionisti, i pastori e i lattai, i ciabattini e i commercianti, i fornai e i fioristi, i pescatori e gli artisti, i pasticceri e i camionisti, gli osti e i camerieri, i baristi e i parrucchieri, gli scoppiati e i cantanti, gli onorevoli e le badanti, le commesse e i clienti, i postini e i naviganti, gli ignoranti e i sapienti e tutti quelli che non ricordo, ma che ci sono  e stanno qui attorno. Certo anche i militari, ma in mezzo a tutti quanti. Solo gli indifferenti terrei fuori, i cinici e i codardi, tanto non verrebbero, troppo impegno essere tra gli altri.

E così, mentre le bande suonano, i bambini lanciano coriandoli e battono le mani, il paese sfila, si guarda e scopre d’essere quello d’ogni giorno, finalmente unito.

dizionario

Forse è vero che in realtà le cose sono semplici e che abbiamo necessità di complicarle per far spazio ai nostri compromessi. Eppoi cosa sono i compromessi, se non il tentativo di vivere, di trovare una compatibilità tra il troppo che viene richiesto, dentro e fuori di noi, e ciò che vorremmo. Anche le domande sono semplici e le risposte spesso difficili nella loro incompatibilità con i desideri, il piacere, la stessa possibilità di esercitare la libertà. Di quante finte libertà ci circondiamo, libertà d’accatto, possibili e inutili al tempo stesso. E abbiamo parole che contengono significati non spendibili nel vivere, assolute nelle definizioni così semplici, radicali come le risposte che vorremmo dare.

Fosse facile, ma non lo è, e così bisogna complicare, introdurre variabili, utilità inutili. Viene a mente un volo di passeri che prima becchettano e poi, per un imprevisto, s’alzano tutti assieme e dopo poco, immemori, ritornano perché l’interesse è quel cibo, non il luogo, quella necessità comune che si traduce in vivere. Dirai, che c’entra? Nulla e molto, ma prova a pensare: fare le cose per il momento è semplice, la fame bilancia la paura, però non cambia le vite e a noi questo non basta, cosicchè anche la fame verrà complicata e così la paura, e non ci saranno più azioni che corrispondono a fatti, a domande pure, ma tutte fasi intermedie che complicano la semplicità. Dobbiamo accettare la nostra complicazione, semplificarla il minimo che basta per fare un passo avanti in una direzione che faccia sentire più leggeri.

Ci siamo dati un linguaggio per descriverci e descrivere, e il limite era proprio nelle definizioni, nei concetti, che non sono un punto di arrivo, ma di partenza. Siamo partiti dalla complicazione e siamo approdati alla semplicità, nei dizionari però, e invece la vita si muove a rovescio, complica ciò che è semplice per renderlo compatibile a noi e seppellisce i significati tra le righe. Così quando ci parliamo davvero, dovremmo superare il significato delle parole, cogliere gli altri linguaggi e pian piano togliere fino a chiedere e chiederci: qual’era la domanda vera? 

a poco a poco

Le nubi bianche, gonfie contro il cielo azzurro, la piazza tra i palazzi e il centro commerciale di periferia, i mattoni rossi per terra, le panchine, le sedie allineate. Attorno un cerchio di persone. Quante saranno? più di duecento. Al vento caldo, le bandiere rosse della C.G.I.L., quelle del PD e una dell’Europa, vicino alla bara. Una bara di legno povero, con le rose rosse, la musica di De Andrè. Ti sarebbe piaciuto vederci attorno a Te. Ma avresti tagliato corto, non amavi le cerimonie: la tua vita è stata una vita di cose concrete. I discorsi servivano per convincere, per lottare, per fare, dovevano essere utili a qualcosa.  E ti piaceva fare, imparare con le mani e con la testa. Oggi non c’è più questa abilità, un tempo era quasi naturale saper fare, per questo hai costruito cose che sembrano impossibili, fatto più mestieri e tutti bene.

Gli anni ’50 e ’60 per crescere, come la tua ce ne sono state tante di vite. La guerra finita da poco, le migrazioni dalla campagna alla città per carenza di lavoro, la fabbrica, il PCI, il sindacato. La militanza, si diceva così allora, significava esserci, capire, ma anche diffusione dell’Unità tutte le domeniche, le campagne elettorali, le discussioni in sezione. Comunisti. Era difficile allora lavorare e dire quello che si pensava, nel lavoro bisognava essere bravi il doppio, perché non c’era lo statuto dei lavoratori e per motivi politici o sindacali, si veniva licenziati, allora bisognava essere preziosi per il padrone. E la dignità era un rischio che chi aveva cuore correva, ma quanti stavano zitti.

La tua è stata una vita piena di studio, analisi, e di cose concrete, lavoro anzitutto, anche quando hai cominciato a fare il sindacalista a tempo pieno. Rigore nell’analisi e nella discussione e allegria nella vita. Ti piaceva il cinema, la lettura, la musica. Chi ha detto che i comunisti erano tristi? Apprezzavano le cose della vita, avevano una speranza molto materiale: vivere meglio qui e non altrove o dopo.

Ieri guardavo i volti, moltissimi li conoscevo, ma c’erano anche tanti giovani. Tu ci credevi ai giovani, discutevi con loro, li sostenevi. Tenere insieme le generazioni è un valore perché la lotta è lunga, il cambiamento lento, i diritti difficili da ottenere e mantenere. Ma questo lo si pensava allora, e tu hai continuato a pensarlo. Ci sono stati tre discorsi, la tua vita è stata raccontata, un giovane ha parlato per ultimo e s’è commosso. Come tutti noi. E ci sono stati gli applausi, più volte, perché te li meritavi. A me non piacciono gli applausi in chiesa, neppure i discorsi in chiesa mi piacciono, ma eravamo in una piazza. C’era la tua gente e gli altri che passavano e chiedevano di questo funerale sotto il sole, con le nuvole bianche del primo pomeriggio e il caldo già estivo. E pareva bello che si fosse assieme, un po’ strani, ancora, come allora, per questo gli applausi ci stavano tutti. 

inventario

Due blocchi di fogli bianchi, una agenda, tre libri (uno non è mio), una moleskine, un paio di progetti di lavoro in minuta. appunti per un convegno da fare, un ombrello piccolo, una penna laser, una pila, matite e penne, cancelleria varia, un carica batterie per iphone, una batteria di riserva, scritti vari tra cui un paio di poesie, altre cose che non ricordo. Tutto dentro una borsa di tela nera e plastica rossa da tracolla.

Per un furto servono due condizioni: un ladro, un oggetto da rubare. Il mio oggetto valeva nulla per un qualsiasi mercato, ma il ladro non lo sapeva. Quindi sono io l’incauto a lasciare una borsa piena di carte in macchina nel parcheggio davanti al cimitero. Però il danno, ovvero un finestrino spaccato, il tempo che sto perdendo -e perderò- per riparazione, denuncia, appuntamenti spostati ecc. ecc. questo sì è rilevante. Il brigadiere, gentilissimo e bravo, mi ha detto: vedrà che la borsa l’hanno buttata dopo qualche centinaio di metri, visto il contenuto. Ho guardato fuori, pioveva a scroscio e ho pensato che comunque tutto si sarebbe rovinato. Le parole scritte con la stilografica si sarebbero sciolte, la carta si sarebbe gonfiata e incollata, il resto comunque si sarebbe dovuto rifare. Comunque ho cercato attorno, percorrendo le strade a bassa velocità. Dal finestrino sfondato entrava aria, odore di sera, di erba bagnata e di cena, e i rumori che usualmente si perdono nella corsa. Non ho trovato nulla, ma questo mi ha consentito di pensare.

Come ci si sente? mi è stato chiesto. Un po’ violati, ma senza troppa rabbia, almeno per me è così. Mi spiaceva, pensavo a come un contrattempo modifica il nostro tempo, annulla cose a cui leggermente teniamo, genera una catena in cui ci sono scuse da chiedere a chi, inconsciamente, è stato coinvolto. Non sarà facile ritrovare quel libro. Poi ho pensato anche che questo è un piccolo reato, e che se il ladro, un po’ stupido invero, fosse anche stato preso con le mani nel sacco, gli sarebbe accaduto poco. Qualche ora di cella e poi subito fuori. Quando si parla di depenalizzazione, forse è questo il prezzo che dobbiamo pagare alla società che non insegna a sufficienza il rispetto e l’uso dell’intelligenza. Il rispetto eliminerebbe una gran parte dei piccoli reati, l’intelligenza aiuterebbe i ladri a scegliere meglio i loro obbiettivi. Ecco forse dovrei prendermela con la società in cui vivo per il disinteresse che si è fatto strada in questi anni verso una educazione collettiva al rispetto reciproco.

Il ladro stupido non migliorerà, fa una vita povera, vive di violenza inutile. Io diventerò più diffidente, nasconderò le cose, non mi fiderò degli altri. In fondo oltre a rubare qualcosa che non gli serve, uno stupido, mi ha tolto un po’ di fiducia e ha peggiorato la mia vita. Ecco questo sento e non mi piace, perché è un piccolo sentimento negativo, ma passerà, cambiando abitudini, passerà.

dissipatio

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C’è dissipazione nel vivere seguendo se stessi? Forse, perché questo vivere riceve la fatica della corrente che si oppone e ogni qual volta si esce dal senso comune, viene spesa energia per marcare e tenere la differenza.

Questa è l’energia che dev’essere trovata in più dal pensiero e dalla convinzione propri. Ed è il delta tra ciò che siamo e ciò che vorrebbero fossimo.

Conformarsi è più semplice e meno dispendioso, funziona così, pare, il dna sociale, che muta solo in relazione alla fatica di chi va in direzione propria e ostinata. Quindi essere se stessi, non risponde solo alla propria necessità di identità, ma modifica ciò che sta attorno e introduce, per quanto poco, un nuovo modo di vedere le cose. Quanto tutto ciò sarà labile è legato proprio a quella dissipazione che altrimenti si chiama caparbietà.

almeno il piacere di capire

Lo ascoltavo parlare e le parole erano precise, scelte, naturali nel suo discorso. Quelle e solo quelle andavano bene. Lo si vedeva anche nel gesto, distante dalla sguaiataggine dell’insicurezza o del mostrarsi. E c’era nel raccontare, nella persona, quella cultura ordinata delle buone letture, dello studio come mestiere e piacere. Pensavo a questo piacere che io avevo collocato nel disordine, nelle mie carenze per lo scarso piacere di allora, e per il tempo perduto altrove. E se questo m’indicava che un’altra vita sarebbe stata possibile, non me ne spiacevo, perché altrimenti avevo vissuto. E potevo ascoltare, e capire quel bel parlare. Potevo goderne. E pensavo che, in fondo, la vita non poteva essere tutte le proprie possibilità, o avere tutto, ma poter godere del bello che c’era intorno a noi.