il tappeto sbagliato

È un tappeto d’oriente e sbagliato. Amato per questa sua irregolarità. Indagato anche sul rovescio, per capire il perché di questa fine anticipata di tessitura. In fretta si chiuse con la ripetizione del bordo, trovando soluzioni irregolari e tranciando forme geometriche. Mancano 7-8 cm di tappeto che non sono surrogati dalla fantasia dell’introdurre piccoli decori non simmetrici, è come fosse mutata la mano per un qualche motivo irrevocabile. Portata via la mano originale? L’irregolarità e il rovescio, portano a una tessitura artigiana, casalinga, poco intrisa di tecnica e programmata. Penso a dita veloci e sottili, rovinate dai fili di lana, percorse di tagli e inusuali callosità. Una geografia che forse veniva guardata in momenti di tenerezza, amore lento, scambiato, attento. Per guardare le mani serve tempo, attenzione amorosa e confidenza, e allora si seguono i fili tracciati sulla carne, se ne sentono i presagi e la ricchezza. La contrattazione sul tappeto sbagliato certamente ne alterò il prezzo e venne comprato per una cifra irrisoria rispetto al lavoro. Buttato poi sul mercato, senza garbo, affidato più all’ignoranza che alla perizia del compratore. Una seconda scelta. Il mistero che porta con sé, me lo rende prezioso, è un generatore di immagini. Evoca sabbia e luce accecante filtrata dall’incannucciato alle finestre, polvere, matasse policrome di lana, colori caldi, richiami, silenzi e parole smozzicate, quasi colpi di tosse. Riso bianco e spezie con carne rossa e dura, dita che lo prendono e lo portano alla bocca, rimproveri, notte che scende nera e rapida, luci fioche, freddo, sonno e sveglia all’alba. Così sempre, sembra, e poi qualcosa sposta, spinge via, interrompe, riprende, dimentica e ricorda. Altrove. Tornare e già sono mille, duemila anni di cerchi, di ellissi. Mille anni di polvere di tarlo, di telaio, di odore di lana, di grasso sulle mani. Si chiama lanolina. Non importa. Quello è l’odore delle greggi che passano tra le case la notte e aspettano in periferia, che strappano erba, che lasciano ciuffi di lana sui fili di ferro, sui reticolati. Mille anni di contrattazioni sbagliate, di subordinazione, di mercanti col passo leggero, le vesti strane e distanti, che ripartono carichi di tappeti. Mille anni di acqua limpida e freschissima, offerta con un sorriso, aromatizzata, infusa nelle foglie d’ibisco e nei pezzetti di cannella e di mela, nel tè. Mille anni di richiami tra una stanza e l’altra, di pianti di bimbo, di filastrocche sussurrate, di vestiti rigidi, rossi, ricamati d’oro e monete. Portavano zecchini per ornare le donne e volevano tappeti e tessuti di Damasco. Non il deserto, non la luce abbagliante, non il caldo, ma il lavoro, le mani, l’ingegno. Mille anni e un tappeto interrotto, sbagliato. Dita veloci, fruscio di telaio, la soluzione abbozzata. Bisognava venderlo, darlo, che andasse distante. Un tappeto che ricorda così platealmente l’imperfezione dell’uomo è un’eresia, un’accusa per chi l’ha fatto. Cosa volevi dimostrare, gli avrebbero chiesto sbattendo la porta, sedendosi senza grazia e senza permesso, la tua imperizia, oppure dire qualcosa con le figure interrotte? Meglio evitare, via, via… In ogni tappeto c’è un errore che restituisce all’Innominato la perfezione, bisogna però cercarlo, perché mentre l’Innominato è evidente, l’uomo si deve trovare nella sua opera. Ma qui l’errore è squillante, dice troppo dell’uomo. L’eresia di un buon tessitore dice troppo: è una deviazione dalla canonicità del disegnare, del far incontrare serenamente le strade dei fili. Come fossero cammino degli uomini. Cosa volevi dimostrare?  Quell’errore dice troppo, rompe una consuetudine, è uno scatto d’ orgoglio, oppure d’ avidità. Non si poteva tenere in casa, quel tappeto, bisognava mandarlo distante attraverso i mercanti che vengono e vanno,  che confondono, che lasciano sul posto, che non spingono via. Mille o duemila anni che sono qui, l’errore voluto per gettare un ponte, per farsi riconoscere, per restare, perché si ama la polvere della lana, la luce accecante, la notte nera di luce, l’alba, il fruscio del telaio. 

 

mi rendo conto della lunghezza, non biasimo chi non condivide, chi non legge sino alla fine, ma se qualcuno ha pazienza bisognerebbe leggerlo a voce sommessa, percettibile. Come mille anni fa, perché scrivendo ci si parla sempre.

cara

Il cara detto col giusto accento, riempiendo di tenerezza risonante la parola. Prolungare di un niente l’a finale, cosi che chi l’ascolta senta la carezza che contiene .

Usare quel cara che allarga il cuore, che abbraccia mentre accoglie. Far sentire il riflesso di ciò che si sente e si vorrebbe condividere.

Lasciare che emerga la quiete di un bene che può crescere e diventare altro.

Anche amore.

ancora mare d’inverno

 

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Forse è questa la soluzione: spegnere la televisione a pranzo, confinare i pensieri fuori da ciò che si fa per non perderne senso e piacere.

La realtà comunque preme su porte e finestre, e il mare ci sopravviverà implacabile.

Penso a ciò che avviene attorno a noi, vedo il bandolo di molte matasse, e non sono capi del filo che porta fuori dal labirinto, ma l’invito ad inoltrarvisi.
Così godo del mare d’inverno, cammino sulla spiaggia piena di relitti che incessantemente s’arenano e sono noi, le nostre cose, il nostro naufragio, il rifiuto ch’esso sia avvenuto e, forse, un nuovo modo per scorgere terra.

In fondo, anche dalla riva, l’uomo è un coffiere che vuole lanciare per primo il grido d’un approdo. E solitudine è presumere che solo noi pensiamo sia così.

mare d’inverno

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Anche se mi riempie di bellezza, non riesco più a vedere il mare allo stesso modo.

Come quelli che non mangiano più tonno fresco, spengono il telegiornale all’ora di pranzo e non sopportano di sentirsi raccontare le difficoltà di chi ha.

Penso al freddo, all’acqua che stringe il corpo, al buio, al senso di speranza di chi lo affronta e sta fuggendo da qualcosa che un poco mi riguarda.

Ma c’è un senso di impotenza, di fatalità, che ci allontana e impedisce di vedere il giusto in ciò che accade. E così non vediamo più la pena di chi ci è vicino e nessuno vedrà la nostra. 

 

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Fotografi selvaggi


Utilizza più fonti, ha un metodo e l’ intelligenza attenta e molto selettiva, quasi mono direzionale. Vive in un equilibrio legato da un potente interesse, una passione che ha un terreno sconfinato a disposizione, ovvero la conoscenza. Ed anche se essa è ben delimitata, è profonda, attenta alle implicazioni, penetrante. Ma si guarda poco attorno. Ad esempio, non ha notato che dietro alle cuspidi delle due torrette del municipio c’è un monte innevato e che il profilo dei muri disegna linee nette nel cielo, eppure fa quella strada ogni giorno. Glielo faccio notare, mi guarda sorpreso, incredulo che noti quelle cose.

Scrive e non fotografa, ha una vecchia compatta da 1.5 mp, che usa in viaggio. con parsimonia. Di fatto neppure scrive, pur scrivendo assai. Quando lo fa, c’è un motivo, non un impulso, risponde a un progetto su cui lavora e allora ordina le parole in blocchi compatti di senso. Le sue frasi non hanno aperture, sono fortilizi di tesi le cui mura sono state costruite con cura. Questo esige una buona conoscenza della sintassi e della grammatica, il lessico invece è più povero, anche il periodare è discontinuo e funzionale, fatto di frasi brevi e lunghe alternate.  Le prime sono tesi, le seconde argomentazioni a sostegno e la logica tiene assieme il tutto.

Gli si potrebbe rimproverare una mancanza di fantasia, il vocabolario specialistico, le frasi senza aggettivi, ma non la prenderebbe male, lo considererebbe un complimento. Nel suo lavoro punta al definitivo, all’assoluto, il suo compito è fornire certezze non generare dubbi. Dopo una o più letture, perché ci deve essere chiarezza e fatica nel leggere, devono restare pali appuntiti piantati nella carne.

È divertente e comprensivo, noioso come tutti, ma la sua passione ha una geometria che non consente voli, ancorata sulla terra, come tutte le scienze, compresa l’astrofisica.

Fotografo di tutto, sopratutto particolari, cose che non hanno insieme, volti senza conoscenza, vuoti e pieni senza regola. Gli mostro le foto, gli parlo mentre le passa tra le mani. Osserva che sono mosse, sfuocate, blocchi di colore ed espressioni indefinite, foto di foto. Mi chiede: cos’è? Chi è? Non ho risposte che lo soddisfino. Approfitto della sua cortesia per dargli altro.

Gli spiegò dei fotografi selvaggi, dei miei manoscritti perduti, delle foto rubate che bruciano perché si affievoliscono nel ricordo. Cerco di essere preciso. Ama la precisione. Cerco di parlargli di impressioni. Cos’è per lui l’impressione. Mi guarda strano, non ha sensazioni extrasensoriali, coltiva certezze. Allora continuo sui fotografi selvaggi, ovvero quelli che non hanno velleità di essere buoni fotografi, che sfuocano apposta, che muovono intenzionalmente la macchina, che fotografano sconosciuti e particolari, che non fanno né cronaca né reportage. Fotografi che vogliono trarre senso dalla materia, togliere apparenza. Mi guarda stranito, gli sembra una perdita di tempo, una bizzarria e mi chiede perché e se questi fotografi facciano anche foto comprensibili, giuste di esposizione e di fuoco. Gli dico di sì. Che non c’è un solo senso e parlo della polisemia degli oggetti, della loro fungibilità, e così dei particolari che assurgono ad oggetto pur essendo parte e che questa è una metafora profonda del vivere.

Mi chiede di cose che non capisce e mi accorgo che in realtà rifiuta una perdita di tempo, un lavoro senza utile. Credo sia un grande altruista e che non pensi all’ego se non in termini di una fortissima coscienza di sé, di un dovere da compiere. Mi ascolta, e mi dedica del tempo con cortesia. Gli parlo ancora dei fotografi selvaggi e mi cita Levì Strauss. Sono tristi tropici  da cui non si esce con le parole, tra il mondo della fantasia e il suo mondo c’è un fiume ed entrambi lo guardano, solo che lui cerca di fermarlo per analizzarlo e gli altri ne colgono il movimento e il mistero.

cuore di pezza

Un cuore di pezza, che facilmente s’aggiusta. Ad impunture grosse oppure a serrati punti croce. Un cuore rosso fuoco, morbido al tatto, favorevole alla tenerezza, propiziatorio nel fraintendere, generoso nel darla a bere. Un cuore che si preoccupa dell’altro scegliendo per se solo, che sconta i suoi tradimenti qualche volta verso sera, che trova le sue ragioni e le abbraccia comprensivo. Un cuore che si ripete che la vita è prima di tutto sogno e poi risveglio.

Un cuore autonomo, con sentimenti morbidi, uso all’uso, perché di cuore si vive e prospera. Un cuore che ragiona, confortevole, che scinde mantelli, novello san Martino, ma non scende da cavallo se non c’è motivo. Un cuore che accoglie il razionale, gli riserva il giusto posto a capotavola, si ricorda che rompere è facile, aggiustare difficile, non ferire, impossibile.

Un cuore per l’assedio, la carica e il corpo a corpo, ma anche per l’ozio e la distanza. Un cuore che accolga il nome dell’odio e dell’amore e li distingua bene, ma non dia soverchia importanza. Né all’uno né all’altro. Un cuore che cresca col tempo, che sia portatile e pronto alla bisogna. Un cuore da gettare oltre l’ostacolo per vedere l’effetto che fa.

Un cuore che ben nuota tra i sentimenti, che usa la solitudine come arma, che sa che è cambiato il tempo e dura tutto troppo poco. E allora si fa una ragione prima d’una scelta, perché sa che gli addii sono così frequenti che l’abitudine li rende accettabili. Ma il cuore serve rosso, morbido e presentabile, meglio se con qualche cucitura ben in vista. Serve a far consolare, a rendere definitivo il relativo, eterno il momentaneo, reale l’immaginario. Serve assai un cuore di pezza, peccato che chi lo possiede non lo ceda e chi lo vorrebbe non riesca a costruirlo.

chi è quell’uomo che m’assomiglia?

È giusto si sappia che trattenere la rabbia costa fatica, che restare calmi consuma quantità immani d’energia.

È giusto si sappia che nessuna rinuncia è a basso costo, che la notte o il primo mattino ci sarà un risveglio che porterà il pensiero lì, proprio su quella rinuncia, e farà star male.

È giusto si sappia che per costruire una vita come la vorremmo serve non meno energia che per accendere una stella, ma anche per quello straccio di vita che abbiamo realizzato con fatica serve altrettanta energia e se questa ha un sentimento, è meglio ricordare che è stata irrorata di un amore inverosimile. Senza misura, proprio come gli dei. Quelli del nostro olimpo, perché gli altri dei hanno tutti misura e limite.

Se qualcuno l’avesse raccontato, magari insegnato, quando ancora capivo a malapena, non c’ avrei creduto. Non mi sarebbe parsa una grande impresa vivere, ne avrei visto l’eroicità, non la consuetudine, non le incrostazioni, gli obblighi. Avrei protestato la mia libertà facile, la limpidezza di poche idee che non avevano contrasto apparente, non mi sarei fermato sulle contraddizioni, anzi le avrei sciolte con la lieta spensieratezza e coscienza d’ Alessandro: con un colpo netto. E invece poi quelle contraddizioni si sono rivelate la vera essenza di ciò che stava dentro, quello che protestava la sua umanità vilipesa dalle costrizioni, da idee ricevute e stantie, dalle consuetudini.

Allora è giusto si sappia che non nel distruggere se stessi ma nell’assomigliarsi è la fatica. Che il comporre equilibri esige un’infinita dolce pazienza, un’energia che ordina ad una stella d’accendersi nel cuore e nel cervello. Che questo è tutto quello che a volte si potrà offrire e quasi mai verrà compreso.  

considerazioni apolidi

Indignarsi non basta più. È la premessa, ma senza fatti, gesti, pensieri che permangono, l’indignazione è sterile. Non muta nulla. Il disagio è fisiologico, l’indignazione è il primo tentativo razionale di dare un nome ad esso e il potere comprende l’uno e l’altra.

Un vaso è stato rotto da qualche parte, la cosa mi/ci riguarda. Quando uso il noi penso a persone che non conosco, che non accettano ciò che è acquiescenza o cinismo. Non sono neppure attendisti, l’ha da passà ‘a nuttata, l’hanno considerato una impotenza transitoria per riposarsi, ma le idee non mutavano, restavano forti per cambiare.

Effettivamente non so a chi parlo e così parlo a me stesso. Immagino che ci sia qualcuno che cerca il massimo comun divisore sociale e questo signore non mi piace. Meglio quello che persegue il minimo comune multiplo. Aritmetica di base per una società di atomi, di molecole difficili, ardue nei legami. C’è una chimica del tenere assieme ciò che è giusto? Pensateci perché è necessaria. Se non c’è il giusto condiviso, l’amore e il bene sono difficili, inefficaci a lungo andare. Le società indifferenti trasferiscono l’indifferenza nei rapporti personali. Non mi interessa dell’altro e a poco a poco starò con te per utilità, bisogno, difficoltà a rompere il legame giuridico, ma non per amore. Quando fanno quelle grandi manifestazioni sulla famiglia, ci pensano a questa carenza di valori comuni? Ci pensano che per preservare l’amore nella loro famiglia equilibrata e partecipe, è necessario non essere ingiusti con l’amore degli altri? Ci pensano che il giusto è fatica, è differenza, è gesto e indignazione perché qualcosa viene tolto ad uno, e quindi a tutti ?

Un vaso è stato rotto, ma era rabberciato alla bell’e meglio, ci pareva sano e invece non era. Quando ci si indigna si sente il limite del passato, della propria importanza e possibilità: è un dare cappocciate al soffitto in cui ci siamo confinati. Occorre qualcosa in più, il cielo per non sentirsi soli. Per questo penso al noi, senza conoscere se ci sarà qualcuno che ha le mie stesse insofferenze.

Non sono gli amici a josa, neppure il cicaleccio inane, ci sarà qualcuno che prova lo stesso bisogno e non si arrende. Come in quei giochi da bambini, in cui uno diceva all’altro, pensando di averlo vinto: ti arrendi? Allora, alcuni, tanti, abbiamo imparato a rispondere no, non mi arrendo…

la distrazione

La distrazione è naturale.
Mi sono lavato le mani. Con cura e soddisfazione. Ho sciacquato con l’acqua pulita lo sporco che era sfuggito sul lavandino. Fuori c’è una giornata di sole. Turisti e persone con la valigia. Forse partono o arrivano. Anche qui fuori ho visto che c’è un signore con la valigia, attende il suo turno al bagno. Penso.

Perché ci sia un furto serve l’incontro tra un ladro e qualcosa da rubare. Serve anche un attimo di disattenzione oppure molta costante fiducia del derubando.
Il ladro non ha nazionalità o etnia, anzi i migliori sono quelli che conoscono cultura e abitudini del luogo in cui esercitano l’attività.
Il ladro può rubare per bisogno (è il caso migliore) oppure per altri svariati motivi, tralasciamo la patologia che non ci interessa e che pur avendo gli stessi effetti porta ad essere comprensivi. Una caratteristica del ladro è che non deve avere sentimenti nei confronti della vittima, non deve chiedersi se ciò che ruba ha un valore sentimentale, se procurerà un danno psicologico, oltre che patrimoniale. Non si chiede se ciò che ruba potrà essere rimpiazzato, non si fa domande che non lo riguardino. Quindi è una persona che sospende una relazione con i potenziali derubati, non dovrà avere rimorsi, replicherà le sue azioni di furto.
Sull’altro versante, il derubato, non si capacita del perché gli sia accaduto, pensa di essere un allocco perché ha perso qualcosa di importante oltre al valore economico:la fiducia immediata su chi gli è per caso vicino.
Il furto è un atto sociale e relazionale, incrina rapporti e rompe un patto di fiducia. Quello che non si considera adeguatamente è che esso testimonia molte carenze di cultura comune, differenzia e segmenta le persone. Ma tutto questo non è percezione diffusa, non è così importante, per essere tale deve passare attraverso la paura oppure il subire un furto. Un furto non si dimentica e questo non è ininfluente perché educa al negativo.

Fuori è una giornata di sole, una borsa con molto di ciò che è una piccola, costosa, passione, non c’è più. Non era abbandonata, è bastato un momento di distrazione.

Ora mi chiedo cosa significhi tutto questo, oltre al danno di ciò che è perduto, perché oltre a essere stato derubato non accetto di subire un cambiamento del mio modo di pormi, non voglio che mi si rubi l’umore, una passione, il sentire, un pezzo d’anima.
È una ingiustizia importante, devo capire me, non il ladro, capire come tutto questo sia compatibile con ciò che resta e resterà.

assolutamente sì

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Il lieve ridicolo degli assoluti. La vergogna d’averli praticati seppur con ritegno. Sentire che nel relativo resta la fatica necessaria dell’evolvere contrapposta al conservare vuoto.

Aggrappati a relitti senza naufragio, e tenersi a galla, che è pure importante in certi giorni, per poi imparare a nuotare.

E’ così ridicolo il compromesso, l’acuto di chi si vuol difendere dalla propria paura e grida, si maschera, distrae… 

E allora rifiutare la differenza ostentata perché è tutto così normale, prevedibile, ripetuto se non si esce dal conformismo dei termini, dei gesti, delle abitudini senza volontà. Terreni per trasgressioni senza gloria, timori e assoluti per reggere la visione del vivere proprio già consumato e privo d’orizzonte.

Non resta che camminare su di sé per andare oltre, usare ironia, togliere rumore per sentire e dire che ciò che ci accade e’ meraviglioso e che si ripeterà, ma non per abitudine, solo per volontà, scelta, ricerca.