arlecchino e il potere: meniamo un po’ il can per l’aia

Arlecchino, servitore di due padroni, non è servo di nessuno. Improvvisa su un tema che conosce, il potere, e rovescia la condizione servitore/servito.  Usa la contraddizione tra apparenza e sostanza: lui sa chi è, ma chi pensa di utilizzarlo si sbaglia su di lui e ne resta prigioniero. L’errore di valutazione, la presunzione di sapere, rende prigionieri.  

L’altro paradosso che ben domina, è la parola: non è schiavo di essa. Può dire e contraddire e poiché chi pensa sia al suo servizio ha in spregio la cultura del servitore, non bada a ciò che dice e contraddice. Anzi si sente in libertà di dire oltre il lecito, perché immagina, di essere circondato dal silenzio dell’intelligenza.

Si instaura un rapporto che ha un discreto fascino e non poche conseguenze sulle situazioni. Paradossalmente il furbo incanta il potere, però non enuclea la sua condizione e non ne fa una ribellione che lo scoprirebbe. Non vuole diventare depositario del potere perché sa che ne sarebbe prigioniero, piuttosto domina la condizione servitore/servito, la usa, la ribalta, ne è superiore e se ne fa beffe.

Due sono i temi che emergono da queste considerazioni:

  • l’essere al servizio non significa essere servo.
  • chi è più intelligente, e scaltro, dell’arroganza del possesso e del potere, se ne fa beffe e la usa a proprio vantaggio.

Il corollario è che Arlecchino non vuol diventare padrone, bensì continuare a vivere, sbeffeggiando chi si ritiene importante.

Tutto questo si applica alla vita civile, ma nel rapporto amoroso, Arlecchino è cinico al pari di Leporello o di Figaro, usa il sentimento per trarre piacere dalla situazione, si conforma alle regole che gli sono attorno, non ingaggia nessuna lotta particolare che implichi la sua furbizia in amore. In questo è assolutamente post romantico, procede per bisogni, desideri e assenza di morale comune. Sembra che l’autore non conceda sentimenti elevati al popolo, o che possano essere declinati sul versante dell’intelligenza, della scalata sociale, quello lo farà la letteratura romantica, ad Arlecchino è consentito l’amoreggiare, la levità del sentimento, l’intercambiabilità. 

Quindi è nella sostanza dell’amore che Arlecchino non progredisce, mentre eccelle sul governo del potere senza mostrarlo.

Quanti riferimenti all’oggi, alla transitorietà assunta a valore, al disinteresse per ciò che riguarda l’etica del gruppo a favore di una personale morale. Ciò che ora sembra tabù, perché irrobustito dai dettami romantici, in Arlecchino è relativo. Se il potente/padrone può avere infiniti amoreggiamenti, anche il servitore lo può fare, purché resti nel suo ambito. Se il padrone vuole violare la regola, il servitore si presta, in cambio di denaro. Mancando la morale, manca il giudizio sul lecito e l’illecito, anzi l’illecito è solo un giudizio di valore: costa di più. Ma allora si rideva di tutto questo e pur praticando l’abuso, non era questa la regola. Oggi cosa si può dire al riguardo?

Nella coscienza di essere persona e del proprio stato, in Arlecchino emerge l’intelligenza del capire e dominare le situazioni. Il rapporto tra potere e sottoposti è un confronto di intelligenze dove il potere ha dalla sua la forza, ma è intrinsecamente ottuso e ripetitivo, Arlecchino, che comprende la porosità del comandare e la sua cecità, dissimula, finge, porta la maschera e apparentemente è soggetto mentre in realtà manovra il potere. Perché dovrebbe diventare padrone quando può essere puparo? Ecco un’altra metafora contemporanea: chi comanda davvero è insospettabile ed usa presta nomi per governare cose ed uomini. Però a differenza di Arlecchino, non fa ridere, non è relativo, insomma opprime attraverso terzi. Eppure questi ultimi, pessimi Arlecchini, anziché farsi beffe di lui, ne sono prigionieri. Allora chi è il servo? e dove finisce verso l’alto, la catena del servaggio?

recati senza sosta

 

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Recati senza sosta presso il mio cuore,

trova la traccia di te che fa esitare lo sguardo,

e cogli la tua immagine che mi trascina oltre l’attenzione al fare.

Tienimi nel pensiero, un poco,

ascolta la tenerezza che diventa passione nelle dita,

e lascia che ti scorra dentro

perché tu dilaghi e grondi in me

d’amore.

 

parole in forma di mantra: esattamente

Il profilo netto delle case e il loro colore sfumato si inserisce esattamente nel cielo. Più distanti le nuvole. Ora gonfie di bianco, pacifico e lento. I piani prospettici hanno la nettezza dell’aria che è stata accuratamente chiarificata da miliardi di collisioni tra acqua e particelle microscopiche. È avvenuta una battaglia e temporaneamente le pm 10 e 20 sono state abbattute, disciolte, portate in rivoli e poi confuse con la terra e nei chiusini. C’è la quiete esausta che segue i confronti cruenti e soprattutto un pulito impalpabile che ha restituito volume e dimensione alle cose. Ora c’è un vicino e un lontano, ma tutto ciò che è intermedio ha il suo posto, la sua identità.

Esattamente.

Ciò che si vede è scevro di confusione. Si capisce che è nel posto giusto perché il rumore di fondo si annulla.

Siamo prigionieri del rumore di fondo. Noising: fatica connessa al vivere in un ambiente disturbato, senza ribellione.

Perché è rumore di fondo qualsiasi disturbo costante. Non ce ne accorgiamo più e diventa presenza inquieta e sommessa. Subdolo, maschera d’abitudine la querulalità che lo farebbe recidere. Sembra inoffensivo mentre impunemente degrada il sentire. Senza danno per sé, toglie nettezza e volume al reale vero. Al possibile.

Lo smog è rumore di fondo, la strada, la musica del locale in cui si pranza, le chiacchiere dimostrative dei vicini. Ma anche l’essere perennemente collegati è rumore di fondo, le notizie senza conseguenza per il vivere sono rumore di fondo, anche il sentimento vago lo è. E nulla è esatto,  se questo bordone costante ci accompagna. Invece nella meccanica dei nostri flow decisionali c’è l’aspirazione ad un giusto incastrarsi delle cose nelle vite. All’essere imprevedibili per trasgressione non per noia.

Esattamente evoca una purezza di funzione, un senso che si riempie per presenza.

Sono qui, ho i piedi saldamente posti, il contatto con l’aria, vedo e sento e ammiro come tutto funzioni connettendo il prima e il dopo. Posso essere in un modo oppure nell’altro, ma armonicamente. Equilibrio, altra parola che evoca l’esatto, e insieme leggerezza, visione attenta.

Esatto è l’amore, il sentimento la comunicazione partecipata. Esattamente amo, sento, oppure avverto l’incrinatura, l’equivoco e la mistificazione.

Percepire dove si è, cosa si è, come premessa dell’andare. Da qualche parte, ma con leggerezza ed equilibrio: esattamente.

san Valentino e il mal caduco

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La chiesa del Servi è una chiesa bella e strana. Parallela alla via Roma, una delle strade importanti del centro cittadino, ha la facciata romanica chiusa tra case, in vicolo corto e ortogonale senza il piazzale che contraddistingue l’accesso alle chiese. Ha un bellissimo e largo porticato, sopraelevato rispetto alla strada, contraddistinto da archi leggeri, sorretti da dieci colonne esili di marmo rosso che provengono dalla chiesa del Santo. L’ingresso principale è proprio sotto questo portico e quindi laterale rispetto alla navata. Questo mi ricordo che varcavo, accompagnato da mia nonna, il giorno di san Valentino. Di certo non guardavo il meraviglioso crocifisso ligneo di Donatello, neppure notavo gli affreschi o l’altare maggiore, perché lo scopo era di far benedire una piccola chiave di alluminio o bronzo, molto strana perché aveva una testa trilobata che non vedevo in nessuna chiave, e che mi sarebbe stata appesa al maglione per qualche giorno. L’altare presso cui avveniva la benedizione è un altare imponente e incongruo rispetto alla chiesa. Barocco, di grandi dimensioni, proprio in corrispondenza della porta laterale e che per questo sembrava l’altare principale, come se chiesa fosse un pensiero disordinato, privo di equilibrio. Guardavo le statue, l’affollarsi di bambini, nonni e mamme, i ceri accesi, le colonne tortili e aspettavo finisse perché il premio sarebbe stato qualche dolciume prima di tornare a casa.

Per molti anni mi sono chiesto cosa significasse quella piccola chiave, perché chiaramente era un simbolo e ciò di cui mi parlava mia nonna non era cosa che conoscessi: san Valentino proteggeva dal mal caduco. Non si parlava di innamorati, quelli vennero poi, e non sapendo di quale male si parlasse, semplicemente accettavo il tutto come una delle ritualità magiche che costellavano l’educazione di un bimbo in quegli anni. Poi ho capito che il male era l’epilessia e che il dialetto era molto esplicito, riferendosi al cadere a terra convulso. Però restava l’enigma della chiavetta e quello l’ho collegato poi, alla povera terapia immediata del popolo perché si metteva una chiave tra i denti della persona  in crisi epilettica per evitarne il soffocamento.

Passando sotto al portico dei Servi, riflettevo, qualche giorno fa, sulla potenza dei simboli. Ne ho parlato con mio figlio, che non ha nessuna di queste esperienze, e capisco che con la mia generazione si chiude un’epoca. Non riguarda solo una religiosità popolare che pervadeva di processioni, reliquie e miracoli,  città e campagne, ma di un modo di intendere la vita dove magico, religione e speranza interagivano con la vita quotidiana. Di fronte all’impossibilità e al mistero, non restava che il miracolo, il rito e la protezione del simbolo. Non rimpiango nulla, capisco solo che è finita e che ciò che era vivo ora si trasferisce nei testi di antropologia.

Certo, non è così lineare il ragionamento religioso ufficiale, c’è altro se due santi, uno anche dalla mia città, sono stati portati a Roma, proprio per riconoscere che il rapporto con il mistero non ha un canone, non c’è una regola, anzi si riconosce che il popolo si costruisce una sua religiosità che deve trovare riscontro in quella ufficiale sennò semplicemente si tiene la sua. Questo mi farebbe pensare a un relativismo ufficiale, da parte di chi lo ha sempre rifiutato agendo attraverso il dogma, e quindi un capire,  un ammettere il dubbio e il diverso  nel proprio terreno. Alla buon’ ora  per chi, come me, non ha dogmi, ma principi, non ha religione ma rispetto e dubbi per ciò che non capisce, ma non è questo che mi fa riflettere. È il senso di un mondo che c’è nelle persone e che cerca nei simboli comuni. Un mondo che reinterpreta la paura e l’insicurezza ma non collega, e ha una cultura fatta di singolarità. Servirebbe De Martino per capire cosa ci sia dentro la società fluida e come essa sia nei gesti e nelle credenze di tutti i giorni. Io avevo una maestra , mia nonna, che mi trasmetteva un passato con riferimenti tangibili, mio figlio questo lo può avere solo attraverso i libri o dei ricordi. Finisce un’epoca, per l’appunto, i ricordi sono passato quando non interagiscono col presente, e l’irrazionale non può essere controbattuto. Ho l’impressione di una povertà senza nome, e un rimpianto, non di un’epoca o di riti, ma di qualcosa su cui ragionare e differenziare le vite avendo un senso comune.   

clorofillia

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Nella passione della vita del verde c’è molto di buono. Oppure il suo  contrario che oscilla tra l’ interesse distratto d’una bellezza mostrata e traslata, oppure un tener da conto la vita. Anche quella che apparentemente non si muove.

È come vi fosse nel dialogo reciproco una capacità miracolosa del conservare in ambiente poco amico, una vita degna e proficua. Con pochi ingredienti di vita basilare: semplicità di cura ed evitare il troppo. Filosofia che alla fine si fa strada in chi cura ed è miracolosamente curato.

Ma c’è un termine che emerge: consolazione. Il verde vivo consola e riposa dagli eccessi, dalle deviazioni del vivere secondo se stessi. Non si esalta la bravura, ma l’assecondare, il trovare compatibilità, trattenere in radici quel che esse possono dare. C’è più vita in una scarpata di ferrovia che in molti ambienti ficcati nell’ordine, dall’assenza. Basti osservare che è il sottrarre a farla da padrone da qualche secolo e a furia di sottrarre anche la vita s’immiserisce. Se dal ridondare lezioso si è passati alla linea semplice ed essenziale, un semplice vaso ci dimostra l’anarchia dell’universo, il seguire additivo della freccia del tempo. Eppure nessun verde è ampolloso, casomai è rorido, oppure sfacciato, di rado sguaiato per esuberanza vitale, ma sfrontato mai. E neppure eccessivo. Semplicemente è un equilibrio tra luogo e spinta vitale, cioè il massimo dell’adattabilità e della disciplina, pronto però a derogare ecletticamente se lo spazio aumenta, se la presenza umana rarefa. Nelle rovine gli alberi s’inerpicano sui tetti, coprono d’erba il marmo e le tarsie, si sporgono senza paura dai muri. Il dialogo esige la presenza e in questo sta il rapporto tra i piccoli, limitati, principi del buon giardiniere e l’interrogativo del suo oggetto: saprai darmi il necessario, terrai la cura come costante del nostro rapporto? In quest’essere essenziali nel dialogo sta l’amore possibile e l’insegnamento certo. Non c’è fatalità ma solo imperizia e disattenzione, come in ogni rapporto amoroso.

un’attesa indeterminata senza oggetto

 

A volte il peso dei ricordi è puro e leggero come fieno,

ha il profumo tostato del sole

che urge cercando l’essenza d’una cosa.

Si sente attorno l’aria che non s’è dispersa,

la linea sottile d’orizzonte,

ciò che allora tenne il tutto

ed è lo stesso, ancora.

Eppure nulla è eguale,

anche se il mondo accoglie benevolo,

adesso,

e abbraccia, e promette,

magari  non cose grandi, o inverosimili successi,

bensì il ripetersi differente del vivere.

E il ricordo supera lieve l’incombenza fastidiosa,

il problema assillante di tempo,

gl’ inciampi d’invidia che costellano il giorno,

e si spinge anche oltre il presente

che ancora nulla ricorda,

supera il piacere che contiene la sua fine,

o la solitudine ch’esso satura,

o il nuovo che chiede altro nuovo,

mentre bulimico di sé si divora e noi con lui,

ma lui resta.

Dei giorni inanellati senza grazia non è rimasto nulla,

scomparso ciò che pareva essere già forte di presente e di futuro,

e invece il silente non scompare,

e toglie ogni peso e fa levitare l’anima

mentre odora di leggerezza e fieno.

Neppure l’amore ha la forza retroattiva del mutare tempo ed essere:

è il noi, di allora ed ora

che trasfigura il nostro piccolo universo

e rende l’anima del mondo eterna e coincidente.

neve di carnevale

È neve di carnevale che oscilla beffarda tra consistenze farinose e grossi fiocchi fradici. Neve da infreddolire maschere, bambini a manina con costumi da appartamento, madamine, tigrotti con coda a penzoloni, big Mario salopettati, tutti di fretta verso il caldo. La neve infradicia le suole e Il piede scivola sulla crosta di ghiaccio sotto il sottile strato di neve fresca. I marciapiedi vengono ripuliti sempre sommariamente, la cura è riservata alle strade, senza un filo di ghiaccio. Restare in piedi è una soddisfazione: c’è ancora agilità. Quella che gli amministratori pretendono da chi va a piedi.

E che diamine, o prendete l’auto o restate a casa.

C’è una civiltà che va a piedi, in bicicletta, ma non ha idee politiche forti, è trasversale. Un tempo era operaia o contadina o montanara, oggi è quasi una scelta di vita che ha innumerevoli corollari, uno stile che investe cibo e abitudini, medicina e case. Ma lì c’è da far soldi, mentre la libertà di muoversi di chi va a piedi implica marciapiedi, servizi di trasporto accessibili e pubblici, e, se possibile, chiede di avere un trattamento paritario con la libertà dell’auto. È un nodo eversivo perché queste persone, sociali o asociali, rivendicano diritti e spazi propri.
Una persona ha visto il recupero d’equilibrio, sorride, i malfermi inducono il sorriso. Considerati i muscoli messi in movimento nel viso e il pensiero che ho distolto e alleggerito, stare in piedi è un dono fatto a chi osserva. Cadendo forse si sarebbe mossa prima la risata e poi la solidarietà: troppo muovere di muscoli, pensieri e perdita di tempo. Meglio stare in piedi.
Il cielo muta con velocità montanara, l’altopiano accoglie ciò che si scatena sulle vette, nevica, esce il sole, rabbuia, torna a nevicare. Le micro società di montagna sono più stabili del tempo, ma non meno critiche. E producono effetti sociali sui singoli e sul gruppo, che nella vicina università di Trento sono stati studiati, aprendo spazi per capire le società di pianura. Il tasso abnorme di suicidi in montagna, ad esempio, oppure l’anomala condizione di vivere al servizio d’altri nelle località turistiche, gli effetti del rapporto col denaro facile, l’espansione della droga, il chiudersi al possibile insediamento di nuovi abitanti stanziali, il folclore assunto a identità fittizia, il taglieggiamento del turista. Tutto più caro e un rapporto vorace col denaro che si estrinseca nei clan. Nel trasformare il successo economico in roba.
Ci si saluta spesso e si parla poco, viene chiesto da dove si proviene, tra gli abitanti si usa il “di chi sito“, di chi sei, a chi appartieni. Capire sempre chi si ha davanti e una identità a due facce, genera anomia e  clan che vivono in un paradiso di scontento e dannazione. Dalle piccole comunità emerge il disagio, lo spaesamento, gruppi che si chiudono invece di aprirsi e ripercorrono antichi modi d’essere in un mondo globalizzato. Sono territori a economia debole, spopolati, che dovrebbero accogliere, cercare di crescere. 13.000 abitanti diventano anche 200.000 nei momenti di vacanza. Pochi giorni e via, e invece si dovrebbe operare per rendere stanziali quelli che cercano una vita alternativa alla città.
Nevica, il marciapiede è infido, il passo breve e attento. Scorrono auto dirette ai soliti ristoranti, qualche mascherina s’affretta. Ieri c’era un sole corrusco di luce oggi nevica, anche il cielo è meteoropatico.

Un posto bello non è mai uguale e merita di farsi largo dentro, il resto, anche il pensarci troppo, è in più.

il senso del limite della linea continua

Mentre la linea dei monti risucchia la luce e cova un bagliore di rosso inusitato, qui l’ombra diventa nero e scende la percezione della notte. Liquore di realtà che scalda e brucia, condizione dell’umore o dell’assenza che dir si voglia. Allora ci si accorge che sono finite le parole e gli aggettivi, che le iperboli sono vuote per conservare abbastanza chiaro, che non servono per illudere la vita e dirle, persuadenti, ch’essa è altro, che ha distanze a disposizione, luoghi per svolgersi, che distante e vicino coincidono in noi, che fantasia e pensiero sono un’antidoto allo scrocchiare delle ossute dita del reale, che esso al più digrigna dubbi mentre noi…
No, non è così che ci si scinde tra una parte che altro vive ed una che invece s’imbeve d’abitudine e di reale.
È una quotidiana resa dei conti che riporta a sé, la sera, mentre prima siamo stati altri. Anche d’altri. Forse per questo conserva in sé il germe della malinconia dell’assenza, dello scemare, della piccola fine del segmento che ancora è linea. Senso del limite che diventa parentesi prima della stanchezza insoddisfacente d’essere stati altri da sé, prima della realta del sogno. Come se a tutti noi fosse concesso d’essere più volte e differenti, ma senza consapevolezza. E quando ne parliamo, invece, dicessimo del poco che appartiene a tutti.

P.s. e nella sera mi difendo dalla piccola delusione dell’ incomprensione, dalla distrazione di chi può contare, dalla dislessia di chi non legge tra le righe. E sorrido, sí sorrido, perche nessuno l’insegna la lettura dei silenzi e degli spazi dove scrive il cuore.

selfie ϑεολογία

A volte guardando la stessa fotografia di sé, si riconosce un altro. E poi, in altra occasione, guardando la stessa fotografia, emerge ancora un’altra persona. Sono differenze di particolari. Chi ci ha visto e fotografato, chissà a cosa puntava. Voleva un sorriso oppure il pensiero che attraversava mente ed occhi? Voleva essere rassicurato, tenuto da conto, amato e ce lo chiedeva attraverso l’espessione, oppure si ingegnava di trovare la differenza, indagare su ciò che sino a quel momento non aveva notato chiaramente eppure sapeva esserci. Il lato oscuro, insomma.

Molto più facilmente, avrà fermato un attimo purchessia, e il contesto aveva lo stesso senso della nostra presenza: c’eravamo entrambi, c’era il sole o una pioggia battente, condividevamo, eravamo felici, il luogo era singolare, ecc. ecc.. L’immagine era già nata come un rafforzamento del ricordo, utile per i momenti meno luminosi, un lasciare e tenere traccia d’essere stati. Cosa e come, contava molto meno, questo in fondo, serve poi e lo si lascia alla più fallace e creativa delle facoltà, ovvero la memoria, ma è importante che essa agisca anche per prove. Perché le continuità di questo hanno bisogno, di prove, mentre le passioni, gli innamoramenti o le assenze esigono altro, della poesia, ad esempio, del non stato, del presumere, dell’assenza della verifica.

Comunque sia guardando la fotografia di me vedo un’aria ironica, lievemente sbarazzina, quasi incurante di ciò che sta attorno, come pregustassi una evoluzione. C’è un lampo negli occhi che può essere di ingenuità (il bimbo che emerge?) oppure di contentezza senza un motivo particolare che non sia la comprensione di star bene.

Rivedo la stessa fotografia, dopo parecchio tempo, è uscita da sola nell’immenso salva schermo che toglie dall’oblio il rumore del mondo che abbiamo fotografato. Vedo altri particolari. Mi riconosco vedendo altro di me. Mi studio, cosa chiaramente inutile perché nel vedersi davvero, funziona solo l’intuito e l’impressione. Dall’osservazione analitica  emergono le difficoltà, i difetti d’immagine, la conformità alla maschera che è l’opinione di sé e si colgono le cose che non vanno, ma è superficie, cos’è che va invece ? Tolto il narcisismo, resta il comprendere ed è questo che si dovrebbe fare anche davanti allo specchio, nel selfie, che è sempre un messaggio a qualcuno: chi sono, cosa guardo, a cosa sto pensando e soprattutto chi vorrei essere che m’assomiglia?

 

domattina

Domattina mi alzerò parecchio prima del solito, accade più volte nella settimana, ma c’è chi lo fa sempre e io sono fortunato. Compirò i gesti che vanno bene per il mattino. Per ogni mattino indipendentemente dall’ora. Gesti che rassicurano. In questo ripetere c’è ciò che un tempo abbiamo ricevuto come cura al risveglio, poi lo rendiamo nostro ed è affetto verso noi. Ci saranno molti chilometri in auto, radiotre e il silenzio, alternati. Di questo tragitto conosco bene i luoghi del vedere, gli alberi e la campagna, i cartelli e gli abitati a lato dell’autostrada, il campanile delle chiese, le case ammassate prima della grande curva che divide le autostrade, la montagna sullo sfondo, poi ancora pioppi da cellulosa vicini ai fiumi, le petraie che scruto per vedere se piove in montagna, i campi limitati da alberi fatti solo di rami, fabbriche e ponti. Attraverso parecchi fiumi con nomi sconosciuti o altisonanti. Fino all’ultimo, prima di uscire, immerso nel verde, poi il traffico di città e un altro caffè per cancellare la stanchezza prima di iniziare.

La mattina, le cose da fare, gli appuntamenti, i problemi. Tanti e sempre gli stessi. Domani sarà diverso, tornerò in un luogo che conosco, bello come un lavoro scelto, perduto come un’area industriale fatta nei tempi in cui tutto cresceva.  È un bar tra le fabbriche, in una piazza che non è mai stata tale. Mi piace sedere all’aperto e guardare. Ne scrissi anni fa. Sentivo il fascino di questi luoghi in cui ci può essere una poesia indistinta che dialoga tra natura e fabbriche, e le fa sentire meno solide, piccole di gloria e destino, ma vere. L’uomo c’è e c’è il contorno. Guasto e redimibile, che diventerà diverso, ma resterà a ricordare un’epoca, più che persone o fatti. 

Il bar si riempie ad ore canoniche di operai e poi è vuoto, ha baristi che leggono il giornale o puliscono la macchina del caffè. Si può mangiare fuori orario e non sempre bene, c’è quello che avanza, ma anche una sensazione di libertà da orari. Seduto su sedie di alluminio, pronte a qualsiasi stagione, guarderò, oltre i capannoni, le dolomiti neglette e aspre, quelle senza turisti lontani, conosciute solo da queste parti eppure bellissime. Quest’anno solo qualche cima è spruzzata di neve, i fianchi sono grigi di roccia e marroni di faggi, il cielo è spesso azzurro intenso. Ma tutto questo non riguarda i capannoni che ronzano di macchine, e sono senza voci d’uomo. Al loro posto il ritmato sospiro delle calandre e il traffico quieto dei camion pomeridiani. In fabbrica si parla poco, quelli che lavorano e usciranno a notte, hanno il pensiero rapido di tornare a casa.

Guardare e ascoltare darà un senso di pace, svuoterà di ragioni la fretta, e le scaramucce che sembrano battaglie torneranno ad essere quello che sono, ovvero piccole sciocchezze di posizione e d’orgoglio. Nell’aria fresca, penserò che potrei essere altrove, che potrei farne a meno, eppure faccio. Penserò che ci sarà una ragione a tutto ciò. Poi riprenderò l’auto per tornare in sede, fino a notte. Il ritorno lungo, la stanchezza stemperata con la radio e le telefonate. E la strada sembrerà diversa, punteggiata di cartelli e di lavori che procedono lenti, ma non lo sarà. I riferimenti saranno l’arco dei ponti, le torri piezometriche degli acquedotti col faro rosso in cima, qualche svincolo mal segnalato da non sbagliare, le stazioni di servizio, i caselli. Ho scoperto di nutrire affetto per le luci gialle, rosse e bianche delle stazioni di servizio. Ma solo per le luci. Di rado mi fermo, lo faccio solo nei tragitti davvero lunghi. Le autostrade sono luoghi di solitudine, con i loro riti, e le stazioni di servizio sono anch’esse parte di quella solitudine. Ma ognuno ha i suoi riti e la sua solitudine.

Poi ci sarà la casa, e ancora una volta ci saranno altre abitudini o diversità, la notte profonda, il sonno. Dopo.