il buon senso

Il buon senso di stare zitti prima di verificare. Di capire prima di colpire. Il buon senso di occupare lo spazio dei sentimenti, l’odio, l’ira, con buone ragioni. IL buon senso di usare la ragione per comprendere il limite: il proprio anzitutto.

Ma c’è una glorificazione dell’impulso, come se esso avesse una verità più alta. Un essere vicino alla propria natura, stranamente la stessa di chi ci offende, di chi persegue e ferisce.

Come chiedere buon senso all’impulso? In esso si confonde il liberarsi dai vincoli che tutti abbiamo, con l’entrata a gamba tesa: ti spacco una gamba, non giocherai più.

Non cercate significati reconditi in quello che dico, è solo la constatazione che tra educazione ai sentimenti e istinto c’è una differenza profonda. Di civiltà, anzitutto.

E incazzarsi per una ragione vera o una buona causa è infinitamente più efficace per noi, che il regolare la contabilità quotidiana: qui non ho avuto, qui non ho dato, qui poteva essere e non è stato. Mai una domanda sul perché che riporti a noi, un auto esame che faccia dire dove qualcosa è mancato. Non la colpa, ma la falla. Sono le abitudini e il presupporre che ci uccide il futuro, ma tutto costa fatica e cambiare più di tutto. Tant’è vero che si dice con malcelato orgoglio: io non cambio mai. 

sw hd

Contando su molte pazienze ho conservato software datato, bello, non più riproducibile sui sistemi attuali e così ho conservato anche l’hardware necessario. In informatica ciò significa sistemi operativi, manuali, vecchi pc, ecc. I programmi sono incredibilmente lenti e schematici, richiedono pazienza per installarsi e poi faticosamente funzionare. Tutto è apparentemente semplice, anche se emergono raffinatezze deliziose fatte per sopperire l’esigua potenza di calcolo a disposizione. Non è diversa la situazione nella riproduzione del suono, anche se più immediata e facile: sono rimasti i giradischi, i lettori di cassette, i riduttori di rumore, registratori a nastro, bobine, cassette. Un sacco di meccanica datata, di elettronica tangibile fatta di circuiti stampati con piste di stagno, resistenze, condensatori e transistor visibili. Ci sarebbe anche qualche valvola ma è meglio non esagerare. Ronzano pianissimo piccoli motori elettrici controllati da elettroniche, cinghie e pulegge, trasformatori toroidali, lucine non ancora led. E i suoni escono gagliardi, a volte imperfetti per età, altre volte così nitidi e sorprendenti da provocare l’emozione del concerto dal vivo. Nulla è mai piatto e  scontato nell’uniformità.

In questa memoria fatta d’immagini e suono, i programmi allora raffinati e “pericolosi” per la capacità di elaborare dati in proprio e non d’essere ostaggio dei dati altrui, appaiono anacronistici nell’età dell’identità consegnata all’ammasso. Pur con la meraviglia di allora per la tecnologia, vi si trova disseminata nella costruzione e nell’uso, una resistenza al digitale che è predilezione per l’analogico ovvero per l’approssimare sino a coincidere nell’infinita scelta che sta tra lo zero e l’uno scomposto in frazioni. Tutto questa ferraglia funzionante è ormai storia sociologica prima che cronologia di eventi e rivaluta l’inutilità come strumento per capire il mutamento. Il presunto progresso è stato una cessione infinita di originalità e differenza, prima economica a pochi monopolisti, poi personale, a infinite banche dati che non prevedono più, ma orientano i nostri gusti, le scelte, ciò che è importante da ciò che apparentemente non lo è. Un gigantesco presumere collettivo dell’utilità che stabilisce il primato della tecnologia sul progresso, dell’io presunto sul noi consapevole. Tra non molto la posta scomparirà, la scrittura come la capacità di far calcoli diventeranno curiosità, l’intelligenza per una ricerca su libri come potenzialità propria e non del motore di ricerca diventeranno residui di capacità. Come la mia musica registrata e non ripulita digitalmente, riprodotta da altoparlanti precisi come lenti Leitz, e molto fedeli. Analogicamente fedeli. Il fatto è che per disattenzione si è perduta la capacità inventiva e sognatrice dell’inutile e introdotta l’insaziabilità della perfezione. Il perfetto elimina tutto ciò che non lo è e quindi non è strumento ma demiurgo di presente e di futuro. Orienta l’ingegno all’interno dei suoi parametri, fissa limiti e confini oltre i quali ci sono esseri inutili e bizzarri che si nutrono di particolari, di connessioni singolari, di analogie. Una riserva da tollerare ma inutile, profondamente inutile a cui si deve scegliere di appartenere. Per l’appunto.

appartenere

Appartenere, ecco una parola chiave della vita di relazione: si appartiene sempre a qualcuno, nel senso che si colloca in chi si ama, l’amore e noi stessi. Naturalmente ci si attende di essere contraccambiati. Dare amore e attendere di riceverlo, pare sia molto comune. Se però la persona in cui si è riposto amore appartenendo, non risponde, che accade? E non accade solo con le persone ma anche con i processi che implicano una attesa, una passione: la politica ad esempio, o le persone vicine, col lavoro. Si confonde allora la causa con l’effetto: ci si lega per ricevere amore. E qui non si sta più bene perché non si appartiene ma si dipende. Ad alcuni piace questo essere d’altri senza contraccambio, e lo trasformano in dedizione (anche se contemporaneamente avviene una idealizzazione della persona amata), ma spesso è una disgrazia. Un black hole che si crea dentro e divora tutto portando le sensazioni, i rapporti, l’amore stesso, nell’universo dell’anti amore ed è come per l’antimateria: si annulla tutto e non si produce energia. Per questo l’appartenenza dovrebbe essere accompagnata da un’altra parola: libertà ovvero essere liberi di appartenere o meno. Per non scivolare nell’antimateria, per evitare il nulla. Ma qualcuno (molti) potrebbe considerare un calcolo la forza di conoscersi, la capacità di restare se stessi anche nell’appartenere, trovare che ci sia una sorta di pusillanimità nel mantenere una riserva all’assoluto, eppure se l’appartere è reciproco allora c’è l’assoluto (uno degli assoluti, magari un buon assoluto)  a disposizione e due libertà che si uniscono e nessun buco nero con due persone che restano se stesse senza dipendere. 

non noi


Le mie, le tue, erano spesso virtù ineguali,
lasciate all’estro che pescava dal profondo,
e di tanta oscurità il colore ne soffriva,
il voler essere cangiante era prigione:
parlavamo d’altro eppure eravamo incredibilmente prossimi e vicini,
chi s’intendeva di magie avrebbe conosciuto l’assonanza,
non noi, così aperti e chiusi,
non noi che donavamo senza risparmio e conto,
eppure di quella necessità d’essere riluceva l’assenza,
il grido acuto che non aveva parole,
non ancora,
o forse mai,
nell’occasione ripetevamo l’io, la necessità, il bisogno,
mentre da tutto il vero urgeva il noi,
l’allacciarsi nell’assoluto, e ancora il noi.

dell’urtare la sensibilità

Discutevamo, ieri sera, tra persone che si conoscono. Eravamo, in una stanza accogliente, fresca d’aria condizionata, mentre fuori restava il rumore, e una città bella immersa nell’umidità e nel calore della notte. Discutevamo, si fa ancora, non stupitevi, dei guai della sinistra italiana ed europea. Dei problemi evidenti del mondo e dell’incapacità di dare loro una risposta, una soluzione. Risposta e soluzione sono azioni diverse, la prima appartiene a chiunque governi, ed è il terreno su cui dovrebbe venire giudicato, la seconda è di chi analizza e imposta il cambiamento  della società. Ecco, alla sinistra spettano risposte che siano coerenti con le soluzioni. Da questa premessa deriva un’ analisi e una coscienza del mondo che parte dall’uomo e dai suoi problemi e deve indicare soluzioni. Si discuteva con convinzione e finché noi accennavamo ai problemi di comprensione, alle incapacità che pervadono tutti quelli che hanno coscienza della complessità, ma anche dei bisogni della società, un tir intenzionalmente disseminava morte, uccideva donne, uomini, bambini a Nizza. Uccideva cercando le vittime, voleva uccidere persone inermi, quante più possibile, in una parte della città destinata all’incontro, alla piacevolezza dello stare assieme.

Leggendo le notizie a notte fonda, mi era tornata alla mente la pazzia del pilota che ha schiantato l’aereo sulle alpi francesi. Ma questa non era pazzia e ancora una volta avveniva un massacro, in una città francese, europea. I massacri oscuramente si pensano destinati ad altre parti del mondo: Bagdad, Islamabad, Damasco, Istanbul, Kabul oppure Nairobi, Abuja, Mogadiscio o ancora le Filippine, o l’Indonesia o in altri cento luoghi che sono semplicemente più lontani di Nizza. E se essi accadono mentre noi ignari, come ieri sera, parliamo d’altro, si allargano le braccia: è il mondo.  Ma adesso si sente l’alito della bestia, che s’avvicina, e con essa il pericolo. Si estende l’insicurezza, subentra il senso di inanità, l’incapacità assoluta ad affrontare la realtà se è vicina. E allora il discutere diventa vuoto, la prospettiva inutile e la dittatura del reale e del presente subentra al ragionare, al cercare soluzioni. Emerge la nostra misura che oscilla tra il voler comunque contare in una soluzione oppure nello sperare fatalistico che tocchi ad altri.

Repubblica on line e altri quotidiani nel riportare le fotografie del massacro mettono come prima immagine un riquadro nero con la scritta: queste immagini possono urtare la vostra sensibilità. E’ una scritta ambivalente che mette in pace la coscienza di chi pubblica, che attiva quelli che cercano sensazioni forti, che accentua il rifiuto della realtà degli altri che guardano ma non vorrebbero vedere. E prima di vedere l’orrore, mi chiedo cosa sia oggi la mia, la nostra sensibilità, e cosa essa possa produrre di concreto, perché la sensibilità orienti e rafforzi effetti gestiti da altri.

A cosa sono sensibile? All’immagine della bambola accanto a un corpo che non ha più calore e vita, avvolto in un lenzuolo riflettente, al bambino annegato e deposto sulla spiaggia , all’altro bimbo che si trascina esausto mentre un avvoltoio lo guarda e aspetta? A cosa sono sensibile e cosa provoca in me questa sensibilità?

Posso accontentarmi dell’orrore, della rabbia, della ritorsione per rispondere (ecco che la risposta come richiesta immediata ad altri, emerge) e rendere più complicato a chi vuole uccidere, il raggiungere lo scopo?

Quei morti che si vedono nelle immagini, hanno bisogno di un senso. Non sono un prodotto della pazzia. Il senso e la pietà li dobbiamo a quei corpi ora senza vita, che avevano sogni, desideri, che volevano vivere e star bene. Devono avere una memoria che non sia un fatto di cronaca che scompare. E quindi non posso derubricarli a un maledetto 14 luglio.

Ed allora accetto che la mia “sensibilità” cresca con due o tre variabili: la distanza, l’appartenenza nazionale delle vittime, la loro età e se accetto questo sentire che mi sembra naturale, tutto il resto, ovvero la soluzione del problema diviene urgente oppure si sposta nella risposta sottocasa, nel muro entro il quale non vorrei recludermi?

Teoricamente dovrei essere sensibile alla sofferenza e all’ingiustizia ovunque essa si manifesti, ma capisco che non è così e allora torno sulla presunta sensibilità, che è qualcosa che si maneggia e si relativizza e produce effetti solo in termini di adesione a una risposta più che a una soluzione. Voglio che la mia sensibilità non venga urtata e quindi aderisco a una risposta che sembra dare più certezze, più sicurezza, sempre con quei tre parametri della distanza, nazionalità, età. Non sto cercando il benaltrismo di sinistra che rinvia le soluzioni a chissà dove e chi, voglio semplicemente essere più sicuro. Ecco che si palesa il limite dell’etica, della mia e credo di quella di tanti altri, bisogna riconoscere il limite per superarlo, lasciarsi urtare e riflettere.

Il mondo è in sofferenza, ribolle, ci sono reazioni in atto che in un tempo recente non avvenivano, ma non perché ci fosse un ordine più giusto e umano, no, anzi era peggio, però scegliendo la pace vicino a casa si è pensato che il resto in termini di giustizia ed equità sarebbe venuto di conseguenza, ma non è così. I problemi sono tutti sul tavolo e non c’è una strategia per togliere tensione, per rendere esecrabile la violenza, ad esempio oggi il presidente francese ha detto che i bombardamenti in Siria e in Iraq verranno intensificati, cioè verranno uccisi molti più civili ignari e innocenti di quelli di Nizza e questo a cosa servirà?

Sono così confuse le mie idee di fronte a questa realtà che hanno bisogno di trovare un senso, un collocarsi ordinato che proponga davvero una soluzione, che dica dove stare e che allarghi la sensibilità. Che faccia di quest’ultima strumento per risolvere. Ne ho bisogno perché le fotografie non devono restare tali e al più possano “urtare” la quiete, ne ho bisogno per capire che questo non è un mondo quieto, non è un mondo in pace.

 

 

il senso di Marja per il colore

Il rigoverno della casa, per tacito accordo avviene in mia assenza; si sa gli uomini intralciano, intrigano come si dice da queste parti, e l’intrigo è l’inciampo, l’inutile che si mette in mezzo, il superfluo da togliere di torno. Quindi io non ci sono e al ritorno troverò la casa linda e pulita, le lenzuola cambiate, le stoviglie pulite nuovamente lavate. Non si sa mai, dev’essere il pensiero, perché ogni donna nutre dubbi sulla effettiva capacità di pulirsi e pulire dell’uomo. E credo sia un atavico senso dello sporco connesso al genere maschile che sin da quando rientrava nella caverna appena spazzata con un animale sanguinante senza curarsi della scia sul pavimento, ha continuato nei millenni a portare con sé prede da mostrare e untume, così che anche quando pulisce, l’uomo, mica pulisce bene, ma è con la testa altrove, pensando a chissà quale impresa comunque unta. Nol gà man, non ha mano, non sa gestire il pulito, è il pensiero tenero e liquidatorio che affida al genere opposto il monopolio della pulizia domestica. Marja con il senso europeo-orientale  delle donne che conoscono gli uomini che tornano alticci e si buttano vestiti sul letto, non fa differenze e ripulisce ciò che con fatica pulisco. Anche per questo l’intrigo cioè io, è meglio stia distante. Se fossi lì in mezzo, interverrei, direi, mi lamenterei, eppoi perderei la possibilità di giocare a trova quello che era qui e adesso invece chissà dove l’ha messo, gioco che mi fa smoccolare sorridendo e recuperare il senso di superiorità sul governo del disordine che mi appartiene: nessuno sa trovare le cose in mezzo al casino come me. Fin qui la meccanica degli spostamenti e delle azioni che la partita a scacchi perenne mette in campo, ma ciò che ogni volta degusto è la sorpresa che tengo per ultima cioè la combinazione di colori delle lenzuola e dei cuscini del letto. L’antefatto è che mi piacciono sia le lenzuola bianche che colorate, e non le voglio in tinta unita, cioè il sotto dovrebbe essere diverso dal sopra e dalla federa. Qui subentra la teoria dei tre colori, che si complica se esiste il copripiumone, perché l’accostamento dovrebbe avere la mia armonia mentre invece subentra il senso del colore di chi mette assieme le lenzuola. Spesso va bene, ma solo perché i colori hanno quelle tonalità asburgico slavo russofone che di solito si mettevano sulle bandiere, quindi senza saperlo emergono le reminiscenze di un’europa che non era tale ma si riconosceva dai vessilli. Ed essendo la scelta possibile perché non mettere un arancio con un rosso e un blu ovvero il calore del sud con il progressivo mitigarsi verso il gelo dell’est. Oppure invertire i colori e puntare sulla cacofonia del verde con l’ azzurro. Ecco questo senso del colore che trovavo nei miei viaggi ad est, nei maglioni di lane melange fatti in casa, nelle sequenze di gialli, ocra verso verdi pisello degli stucchi dei palazzi, poi i colori squillanti delle cupole, gli ori, i contrasti che inaspettatamente confluiscono nel cupo delle icone, fino ad essere poi interpretati in campagna in colori che andavano dal fango verso il rosso pompeiano, lo intravvedo nella scelta che viene fatta per il mio dormire. E penso a come i sogni saranno, avvolti in quelle sequenze, penso che la sorpresa merita un approfondimento, ma soprattutto che da Goethe la teoria dei colori ha avuto una notevole influenza nel pensiero alto e che Michel Pastoureau, che ne è sommo interprete e punto di arrivo, avrebbe molto da insegnare ai nostri esperti di politica estera. Guardate i colori delle case e intuite l’umore e la sensibilità dei popoli. Guardo la parure del letto e mi rallegra sapere che la pensiamo in maniera diversa, Marja ed io, che abbiamo parole differenti e sensibilità che si incuriosiscono nella differenza. Marja, non assomiglia a Smilla che possedeva oltre trenta sfumature per la neve, e però la sua visione del mondo allarga il mio. Certo che se fosse giapponese e zen, rischierei qualche sogno meno complicato, ma vuoi mettere la sorpresa anziché il colore su colore: anche se incubo fosse sarebbe un incubo allegro. 

il profumo delle pesche

Erano mattine calde e luminose, mai troppo presto, dopo colazione, mia madre mi metteva sul sellino della Legnano gialla, e con calma attraversavamo la città. Sentivo l’aria fresca che veniva dall’ombra dei portici e il sole già caldo, mi pareva che nei contrasti ci fosse la felicità, ma questo lo so ora mentre allora mi piaceva e basta. Lei aveva una borsa di pelle blu, a sacco, che conteneva infiniti tesori, un sorriso di ragazza e vestiti leggeri, a fiori come si usava allora.  

Si cominciava a fine giugno e poi si proseguiva a luglio, nell’andare in un luogo che aveva il nome latino, ma era fatto di barche agili, di sabbia riportata, di alberi grandissimi e pieni di foglie bianche e verdi. Ed era pieno di grida, di tuffi nell’acqua, di corse, di salvagenti fatti di camere d’aria. Mia madre prendeva il sole, leggeva una rivista, io giocavo coscienzioso con paletta, sabbia, acqua e secchiello. Costruivo cose che avevano un nome, ma non era quello, erano luoghi della fantasia dove il gocciolare della sabbia bagnata sommava forme e statue incredibili, e cuspidi, e creste di mura incantate. Era un lavorare alacre, fatto di secchielli riempiti, di tragitti, di soddisfazioni che esigevano nuove conquiste. Fino alle 11, quando dovevo lavare le mani e da quel sacco blu uscivano le pesche bianche (monse’esane, di Monselice, così si chiedevano al fruttaro’o), fresche di ghiaccio mattutino e con quella leggera peluria che a me sembrava freddo sulla pelle. Le sbucciavo con le piccole dita di allora e poi c’era il primo morso accompagnato dal pane croccante e caldo. Si univano il profumo delle pesche con quello del pane e non sapevo da dove nascesse tutto quel piacere. Non era fame, no, era solo piacere. Mia madre mi guardava e assaporava con me, parlando quella lingua profumata e dolce, che non ho più abbandonato.

Credo siamo fatti di piccoli fatti, di ricordi, di sensazioni che si allacciano e sovrappongono le une nelle altre. Come si scavasse il profumo e poi la dolcezza e il sapore fino a quel duro nocciolo che non si può mangiare, ma che solo può dare vita a un albero, e a innumerevoli frutti destinati a provocare altre infinite sensazioni. È essere parte di un flusso che gioiosamente non finisce, e quando lo capisco sento un profondo senso di ringraziamento. 

tang o qing?


Il rumore m’è sembrato un tang. Un suono sordo, prolungato dalla vista del risultato. La mente ci impiega del tempo ad elaborare, e se uno è tardo o divagante, di più. Essendo entrambe le cose mi sono perso a considerare cose lette sul rimettere assieme, sull’aggiustare. I rapporti umani si aggiustano: come le tazze. I bicchieri invece si buttano. Che rapporti abbiamo?

La tazza con monogramma cinese ha urtato il bordo del lavello e oltre a scheggiarsi ha emesso quel suono d’incipit: tang. Forse era un’affermazione d’identità, essa si riconosceva nell’epoca T’ang, e  magari ragione pure l’aveva, non di nascita ma d’affinità. Non era forse resistita alla distruzione perpetrata da truppe piccole e poco disciplinate (si sarebbero detti mongoli nelle cronache del tempo) che in casa avevano reso disperatamente dispari il servizio di tazze in bone china, così leggero e trasparente da essere un piccolo vanto d’acquisto? E non aveva pure mantenuto con compostezza la laccatura nonostante piccoli crepi d’incuria l’avessero ripetutamente insultata. Era una signora prima che una tazza, orgogliosa del suo monogramma, e l’ha inopinatamente preservato nella sua fulgida interezza anche nella catastrofe, anche questo segno della sua cura nel proteggere la cifra segreta che portava dentro di sé e al mondo. Era forte d’educazione sin dalla nascita, un po’ pingue nella porcellana grassa, però docile alle mani che l’avevano forgiata in un tronco cono di evidente ascendenza sensuale e sessuale. Era votata al diletto e con attenzione aveva svolto il suo servizio in silenziosa solerzia, contenendo onde di caffelatte, nascondendo al mondo la mia predilezione caffeinica per il caffè forte, e pur lasciandone uscire il profumo con distaccata signorilità non aveva detto nulla sulle sue preferenze, tenendo per sé i giudizi. Enigmatica ed aristocratica lasciava intuire senza dire.

Comunque il danno è fatto, checché ne dicano i giapponesi che rifiutando il tao e la finitezza delle cose, praticano lo zen e saldano i vasi con una lega d’oro, rendendoli, a loro dire, più preziosi, e così li trasmettono per innumeri anni per altri usi ed altre rotture. Se funzionassero così anche nell’arte del sentimento, i giapponesi, potrebbero insegnare all’universo mondo come riaggiustare, con oro, le rotture che incrinano uso e futuro dei rapporti tra umani, ma non è così e, seppure (nella versione occidentale, giudaico cristiana si direbbe) si aggiustano con monili, fiori, cene e vacanze riparatrici, quei rapporti hanno una loro intrinseca fragilità che si sopisce nella struttura ma non scompare e ne mina l’uso. Insomma da queste parti la ceramica ricorda, e questo non porta bene.

Tornando alla tazza, noto la perfezione del danno, oltre l’irreparabile scheggiatura. Una voluta netta, una curva da geometria analitica, complessa e cangiante, su tre dimensioni, arricchita da interiori curvature molto nette e bianche. Segno forse di un disagio per tanto contenere silente? Che si fosse annoiata per il caffelatte, lei abituata a cerimonie molto più intense e meditative. Che il caffè l’avesse disgustata? Accade anche a me quando sto male, forse lei aveva un rifiuto per quella caffeina così volgare ed esibita, una caffeina dai facili costumi che si presta a innumeri variazioni. Un kamasutra della caffeina che ogni barista conosce quando vengono ordinati tre caffè e insieme vengono specificate quattro varianti dell’oggetto da servire. Mentre per il thè, lei potrebbe dire, esiste una purezza intrinseca che lascia al delibante il compito di mutarne o meno, la fragranza, ma essa nasce per infuso, ed è in sé assoluta. Se fosse questa la ragione della perfezione delle volute di rottura ne avrei ulteriore considerazione. Come il nobile che nella sconfitta comunque sceglie una distruzione alta e rappresentativa di sé e di essa resta traccia come di un animo nobile finalmente mostrato nella sua intrinseca altezza anche nella prova e nella rovina. 

Guardo le scheggiature di smalto, ne vedo tracce vicino all’orrido scarico, ne facilito la perdizione. Pur tenendo tra le mani i pezzi seguo il tao della trasformazione, non li attaccherò con vile attack, sarebbe volgare violenza nei confronti della tazza, oltraggiata e  mutila nell’animo, consegnata con me al gusto acre dell’acrilonitrile Mai più la stessa, diverrebbe soprammobile inutile, lei così piena, la mattina, di vita liquida. 

Mia cara, ti consegno alla raccolta differenziata, siamo un popolo di rozzi anche nei rifiuti, pensa che non esiste una raccolta della porcellana, e neppure della terraglia forte, saresti davvero riciclabile ma su di te procedono per esclusione: non bisogna mischiarti col vetro, con la plastica, con i metalli. Finirai nel secco, e questo è un riconoscere la tua aristocratica natura, non ti mescoli con la plebaglia pronta ad essere riciclata con chissà chi e per chissà ché, ma resterai nella terra ad attendere immutabile il passare delle stagioni. Perché la classe non è compost. 

p.s. adesso che ci ripenso, non era un tang ma forse un ting, o un qing,  il suono, più breve e seccato dell’accaduto. Altra epoca, affettata e contaminata di dispetto e insofferenza per la malagrazia. Forse la tazza era ispirata da quest’epoca e tutto quello smalto nero deporrebbe a favore per un interiore lutto dei tempi: o tempora, o mores. Ecco perché il distacco non solo è più netto, ma disgustato da tanta imperizia. Come dire: non mi meriti, mi tolgo di torno, friggiti nel tuo unto con quelle sciacquette che ti faranno compagnia al mattino.

notte calda notte

Prima al buio, c’erano luci tenue sul soffitto.

Erano impronte di finestre,

qualche lampo colorato, forse una tv,

poi ombre rade che passavano,

una voce che seguiva.

Figure geometriche di vita nella calda notte urbana.

Fuori dalle case il mondo s’assottiglia,

bastano due dimensioni,

le ombre parlano per linee, soprattutto ricordano,

a noi, qualcosa che potremmo

o vorremmo essere, altrove,

in un altro calore, nell’estraneo sussurro di un altro buio.

Le notti sono luogo di ombre che si sciolgono, indifese,

e diventano sogni, sudore,

odori conosciuti e nuovi,

e carne,

e parole calde di oscurità accoglienti.

Ci sono verità che amano la notte

e sono senz’ ombre,

precise di geometrico ragionare,

ma questa è solo una calda notte urbana

dove rumori si spengono come fiamma tra dita coraggiose,

e fanno solo una piccola bruciatura prima del buio.

 

lenti camminare

Camminavamo lenti. O almeno non così veloci come il mondo pretendeva. I discorsi erano fatti di telepatie, parole, silenzi e risate. Mancava un copione ben scritto. La vita reale è così, una pessima scrittura piena di puntini di sospensione. A me mancava la definitezza delle frasi, ma era un’impressione. Non mi mancava niente. Solo in qualche occasione emergevano quei discorsi densi di significato e di aperture, si dipanavano e avevano molti bandoli segno che dentro il filo si era spezzato più volte e semplicemente si era riavvolto su altri fili. Possibilità multiple ed apparentemente equivalenti, o almeno così sembrava. Vedevo nei film, leggevo, un modo di vivere alternativo anche quando sembrava parlassero di noi, era la realtà che non lo consentiva ? E quando il dialogo diventava avvincente, a tratti definitivo, e apriva la mente, costellava di lampi la percezione, quando ciò accadeva era così raro da lasciare un bisogno di appunti perché sembrava si sarebbe perso molto del possibile.

Camminavamo lenti su sentieri in parte conosciuti, alcune scelte erano state fatte, mancavano quelle successive e sarebbe stato bello discuterle, approfondire, scartare, tenere. Di quel camminare ricordo. Ed è già una frase sgomenta, un aver lasciato scorrere mentre ancora scorreva e poneva domande ai nostri silenzi, il vivere. Tenere le difficoltà altrui come proprie, farne similitudine ed esempio e sapere che non serviva a nulla, che il dolore un poco contagia ma la gioia ha altre necessità per essere condivisa. Produttori di silenti analisi, presunzioni per difesa e poi comunque camminare. Eravamo tristi? No, ridevamo insoddisfatti, qualcuno era troppo solo e la solitudine genera attese, bisogni che si colmano per un momento. Tutto quel desiderare per coprire altre domande, presumere di essere solamente  perché c’era un acuto di piacere. Un’ identità sommersa, disvelata e subito spenta. In quel bisogno di parlare arrivando all’osso delle cose, sentire finalmente qualcosa di candido e duro oppure tacere perché non si può dire. Se non a volte. E non è come nei romanzi o nei film, qui la sceneggiatura era lenta e ricca di puntini da riempire. Un gioco di parole senza né capo né coda. Ecco cos’era. Pensare, tacere, ascoltare, ma anche parlare e lenti camminare.