tang o qing?

tang o qing?


Il rumore m’è sembrato un tang. Un suono sordo, prolungato dalla vista del risultato. La mente ci impiega del tempo ad elaborare, e se uno è tardo o divagante, di più. Essendo entrambe le cose mi sono perso a considerare cose lette sul rimettere assieme, sull’aggiustare. I rapporti umani si aggiustano: come le tazze. I bicchieri invece si buttano. Che rapporti abbiamo?

La tazza con monogramma cinese ha urtato il bordo del lavello e oltre a scheggiarsi ha emesso quel suono d’incipit: tang. Forse era un’affermazione d’identità, essa si riconosceva nell’epoca T’ang, e  magari ragione pure l’aveva, non di nascita ma d’affinità. Non era forse resistita alla distruzione perpetrata da truppe piccole e poco disciplinate (si sarebbero detti mongoli nelle cronache del tempo) che in casa avevano reso disperatamente dispari il servizio di tazze in bone china, così leggero e trasparente da essere un piccolo vanto d’acquisto? E non aveva pure mantenuto con compostezza la laccatura nonostante piccoli crepi d’incuria l’avessero ripetutamente insultata. Era una signora prima che una tazza, orgogliosa del suo monogramma, e l’ha inopinatamente preservato nella sua fulgida interezza anche nella catastrofe, anche questo segno della sua cura nel proteggere la cifra segreta che portava dentro di sé e al mondo. Era forte d’educazione sin dalla nascita, un po’ pingue nella porcellana grassa, però docile alle mani che l’avevano forgiata in un tronco cono di evidente ascendenza sensuale e sessuale. Era votata al diletto e con attenzione aveva svolto il suo servizio in silenziosa solerzia, contenendo onde di caffelatte, nascondendo al mondo la mia predilezione caffeinica per il caffè forte, e pur lasciandone uscire il profumo con distaccata signorilità non aveva detto nulla sulle sue preferenze, tenendo per sé i giudizi. Enigmatica ed aristocratica lasciava intuire senza dire.

Comunque il danno è fatto, checché ne dicano i giapponesi che rifiutando il tao e la finitezza delle cose, praticano lo zen e saldano i vasi con una lega d’oro, rendendoli, a loro dire, più preziosi, e così li trasmettono per innumeri anni per altri usi ed altre rotture. Se funzionassero così anche nell’arte del sentimento, i giapponesi, potrebbero insegnare all’universo mondo come riaggiustare, con oro, le rotture che incrinano uso e futuro dei rapporti tra umani, ma non è così e, seppure (nella versione occidentale, giudaico cristiana si direbbe) si aggiustano con monili, fiori, cene e vacanze riparatrici, quei rapporti hanno una loro intrinseca fragilità che si sopisce nella struttura ma non scompare e ne mina l’uso. Insomma da queste parti la ceramica ricorda, e questo non porta bene.

Tornando alla tazza, noto la perfezione del danno, oltre l’irreparabile scheggiatura. Una voluta netta, una curva da geometria analitica, complessa e cangiante, su tre dimensioni, arricchita da interiori curvature molto nette e bianche. Segno forse di un disagio per tanto contenere silente? Che si fosse annoiata per il caffelatte, lei abituata a cerimonie molto più intense e meditative. Che il caffè l’avesse disgustata? Accade anche a me quando sto male, forse lei aveva un rifiuto per quella caffeina così volgare ed esibita, una caffeina dai facili costumi che si presta a innumeri variazioni. Un kamasutra della caffeina che ogni barista conosce quando vengono ordinati tre caffè e insieme vengono specificate quattro varianti dell’oggetto da servire. Mentre per il thè, lei potrebbe dire, esiste una purezza intrinseca che lascia al delibante il compito di mutarne o meno, la fragranza, ma essa nasce per infuso, ed è in sé assoluta. Se fosse questa la ragione della perfezione delle volute di rottura ne avrei ulteriore considerazione. Come il nobile che nella sconfitta comunque sceglie una distruzione alta e rappresentativa di sé e di essa resta traccia come di un animo nobile finalmente mostrato nella sua intrinseca altezza anche nella prova e nella rovina. 

Guardo le scheggiature di smalto, ne vedo tracce vicino all’orrido scarico, ne facilito la perdizione. Pur tenendo tra le mani i pezzi seguo il tao della trasformazione, non li attaccherò con vile attack, sarebbe volgare violenza nei confronti della tazza, oltraggiata e  mutila nell’animo, consegnata con me al gusto acre dell’acrilonitrile Mai più la stessa, diverrebbe soprammobile inutile, lei così piena, la mattina, di vita liquida. 

Mia cara, ti consegno alla raccolta differenziata, siamo un popolo di rozzi anche nei rifiuti, pensa che non esiste una raccolta della porcellana, e neppure della terraglia forte, saresti davvero riciclabile ma su di te procedono per esclusione: non bisogna mischiarti col vetro, con la plastica, con i metalli. Finirai nel secco, e questo è un riconoscere la tua aristocratica natura, non ti mescoli con la plebaglia pronta ad essere riciclata con chissà chi e per chissà ché, ma resterai nella terra ad attendere immutabile il passare delle stagioni. Perché la classe non è compost. 

p.s. adesso che ci ripenso, non era un tang ma forse un ting, o un qing,  il suono, più breve e seccato dell’accaduto. Altra epoca, affettata e contaminata di dispetto e insofferenza per la malagrazia. Forse la tazza era ispirata da quest’epoca e tutto quello smalto nero deporrebbe a favore per un interiore lutto dei tempi: o tempora, o mores. Ecco perché il distacco non solo è più netto, ma disgustato da tanta imperizia. Come dire: non mi meriti, mi tolgo di torno, friggiti nel tuo unto con quelle sciacquette che ti faranno compagnia al mattino.

2 pensieri su “tang o qing?

  1. Sarebbe una buona idea. Ho una scatolina comprata a Pekino che ha un carattere di un vaso del 1600 inserito nel coperchio. Anche una collana potrebbe uscirne. Ci penso.
    Grazie Alidada 😊

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