e così Maria se n’è andata

E così Maria se n’è andata. In silenzio, in una casa di riposo, lei che non riposava a casa e teneva in ordine anche il vicolo. Se n’è andata a un’età che vorremmo in molti, con la consapevolezza di avere vissuto una vita difficile in cui aveva trovato le sue ragioni e il suo posto. Al funerale mancavano quelli che aveva cresciuti come figli, c’erano i figli suoi. Diceva che aveva avuto molto dai primi come affetto e presenza e se non c’erano di certo una ragione ci sarà stata. Ci sono persone che non vanno mai ai funerali, preferiscono non aver nulla a che fare con un commiato collettivo, forse vogliono congedarsi piano piano nella testa. In silenzio. Senza riti o formule che si ripetono. Forse è così.

Maria faceva un risotto di funghi strepitoso, che di certo ricordano quelli che aveva cresciuto come figli, quando lo faceva lo offriva anche ai vicini.  Era una brava cuoca. Credo avesse imparato, come accadeva un tempo, piano piano da tutti quelli che insegnavano nelle case, perché il cibo teneva assieme le famiglie e il desinare era il luogo dello scambio e della quiete comune.

L’ho conosciuta con la sua naturalezza, mi dava del signore e mi rivolgeva la parola la mattina quando uscivo. Mi raccontava di sé, della sua stanchezza accumulata in molti anni difficili, assieme alle parole buone per chi aveva conosciuto profondamente. Erano pochi minuti che mi aggiustavano la giornata, toglievano quelle preoccupazioni che sono inutili prima che le cose vadano per il loro verso. Perché le cose spingono in una direzione e noi lo sappiamo, solo che ci illudiamo di rovesciarle, Maria le aveva assecondate come si liscia il pelo a un gatto, sovrapensiero. Finito di scambiare le parole della mattina, riprendeva la scopa e puliva il vicolo, perché di qualcuno doveva prendersi cura e in questo caso eravamo noi e le cose. C’era una profonda consapevolezza dello stare assieme, del non tirarsi indietro in quello che faceva e insegnava a chi, come me, sembrava preso da cose che escludevano anziché includere. Poi un giorno ha scelto di andarsene in casa di riposo. Non ce la faceva più, diceva, ma nessuno di noi le credeva. Siamo in pochi nel vicolo, cambiavano le persone e forse non le bastavamo più con le nostre disattenzioni. È vissuta diversi anni in quella casa di riposo, segno che la vita le era cara. Poi ha chiesto di tornare un momento nella casa che aveva amato. Ma dopo. E così credo che se ne sia andata solo a funerale avvenuto. Ho pensato che volesse ancora sentire l’aria di questi posti dov’era vissuta. Magari non è così e non c’è nulla che continui, ma è bello pensare che le persone riescano a chiudere le vite come avrebbero voluto.

 

ciò che ci forma

Ci sono frasi che non si scordano, riemergono improvvise nella vita e sembrano riassumerla perché l’hanno a suo tempo guidata, fornendo scelte e modelli. Sono racchiuse in libri, dischi e film che hanno inciso così tanto nell’immaginazione, allora, da volerli far propri e vivere come nostri.

Cosa accade nella testa di un ragazzo che vuole leggere il mondo oltre la realtà che vive, che vuole alimentare sogni destinati a realizzarsi, che sente desideri nuovi che lo agitano e risposte insufficienti in che lo attornia?
Quando ero giovane, leggevo, libri su libri senza un criterio che non fosse la scoperta e il piacere di leggere, ascoltavo musica che riascoltavo infinite volte, vedevo film che mi parevano così giusti e densi di valori da essere la vita che avrei interpretato.
C’era molto altro attorno, ma una città media per quanto orgogliosa della sua Università con la libertà come motto, è sempre conservatrice. Anzi potremmo dire che le città e la maggioranza dei loro abitanti sono sempre conservatori e così le famiglie nel migliore dei casi lo sono, nelle altre fattispecie cercano di essere differenti e magari confondono e rendono complicata la ribellione dei figli. Così la mia città da un lato mi riempiva di stimoli e dall’altro creava insoddisfazione, era una finestra, neanche tanto ampia che permetteva di vedere, ma non di toccare ciò che sembrava nuovo e urgente. Allora erano i libri a formare, assieme alla musica e al cinema. Leggevo, vedevo, ascoltavo non ciò che piaceva ai miei genitori, agli insegnanti e neppure a molti dei miei compagni, ma a me. L’identità sociale si formava per contrasto e Il compagno di Pavese, Il partigiano Johnny di Fenoglio, o l’ Hemingway di Per chi suona la campana, o ancora i due diversi Levi, con Cristo si è fermato a Eboli e Se questo è un uomo diventavano, insieme a molto altro, la risposta a una voglia di giustizia e di politica da mischiare alla vita. Ma questi autori si affiancavano a Bulgakov o alla irta scoperta  di Joyce, i russi, gli americani della grande depressione e quelli nuovi, da Malamud a Salinger, mescolati alle letture di Freud e di Russel e chissà di quanto altro che ora si è mescolato con la vita e attende di essere richiamato da quei pomeriggi in cui arrivavo a sera con le guance rosse e gli occhi stanchi. Si chiamano ora romanzi o libri di formazione, ma io non lo sapevo e neppure volevo formarmi, ero incuriosito da un mondo che era fuori e di cui nessuno mi parlava. Non era il mondo dei giornali o della televisione fatta di quiz e di sceneggiati televisivi, di tribune politiche e di spettacoli del sabato sera, era un mondo differente che arrivava con la descrizione di ciò che si provava altrove, di cosa si agitava dentro agli uomini che non avrebbero fatto per forza grandi cose, ma sarebbero stati se stessi. E tutto questo si mescolava con il cinema che mostrava l’Italia del malessere e delle periferie, assieme alla Dolce vita, con la musica che aveva i suoni possenti della classica accanto a una nuova generazione di cantanti che si rivolgevano direttamente ai ragazzi con parole mai sentite prima. Tutto parlava e diventava domanda e insieme risposta, sino a trovare qualcosa che si metteva in accordo con quello che c’era dentro e non era ben chiaro però sembrava giusto. Ecco quella era la vita che avrei voluto.

Non so cosa abbiate letto voi, cosa sia stato importante per le vostre idee. Non so se vi tornano le frasi che vi hanno colpito allora, ma sono sicuro che se leggete, siete stati diversi e uguali, anche voi intrisi di sogni e aspettative. Che allora si sono formati caratteri e ideali, desideri e voglie, e che molti dei tempi successivi hanno affinato ciò che allora era da sgrossare, e lo sapevate, ma era così urgente e forte che non si poteva fare altro.

Con timore, trepidazione e spavalderia, non si poteva fare altro e ci avrebbe pensato la vita a togliere quello che era in più.

del cielo e di altre difficoltà del vedere

 

Il cielo era di un azzurro intenso, quasi inquietante, come usa da queste parti quando vuole far sentire che esiste un sopra che è ben diverso dalle piccole cose a cui diamo importanza. Le case, ad esempio, i portici, le chiese, i palazzi ricchi di marmi e pretenziosità smarrite, ma soprattutto le persone, la vasta incoerente folla che si muove per suo conto, sosta, parla, sfoglia giornali, beve, compra, e va seguendo un pensiero.

Il cielo era tagliato in rettangoli, solcato da rette, come ci fosse un tentativo di stabilire un sopra umano al più alto e definitivo, azzurro. Un modo, forse, per non sentirsi giudicati, per opporre a una infinità, un ordine che desse sicurezza di essere qualcosa. Una vignetta di Altan mi aveva colpito, c’era un uomo grassoccio, marrone e pensoso, che si chiedeva: chi non siamo più? Da dove non siamo venuti? Dove non vogliamo più andare?

Questo spaesamento collettivo, che era ignavia, infingardaggine, ma anche ricerca di un sé promesso e negato dai fatti, confinato nelle meritocrazie parallele, scosso dai destini incrociati e poi scissi. Questo chiedersi senza il gps interiore, senza guardarsi attorno e non osando l’alto, ci schiacciava, questa era la mia impressione, in una vita di pesi, di necessità senza riflessione, di doveri che non trovavano equilibrio con i piaceri. Una inquietudine da prestazione, da edificazione dell’immagine che sarebbe stato il sé da offrire agli altri, da confrontare e usare all’occorrenza per quella sicurezza che bisogna ostentare anche quando non la si possiede. Se la strada viene già tracciata da altri, se il presente è l’unica realtà e non c’è la sensazione di un prima che ha avuto glorie e fallimenti, mi pareva che tutto quel guardare la materia, quel considerare le cose come la sola estensione di un noi sofferente, tutto questo assieme a molto d’altro, rallentasse il mondo e la realtà ne fosse piegata.  E con essa quella visione del mondo che si allarga, che comprende e ci fa sentire piccoli, ma anche felici di essere vivi, di avere la possibilità di comprendere (qui l’etimo diviene l’abbracciare, il tenere assieme) cose che sono più grandi di noi e di cui noi facciamo parte.

Vedevo che nessuno guardava il cielo, gli sguardi erano verso terra od orizzontali, al più qualche turista osservava le facciate dei palazzi e indicava qualche particolare a chi gli stava accanto, insomma tutti erano intenti a dirigersi, ovvero ad avere un controllo di sé, ma perché e dove esso conducesse nel medio periodo non era chiaro.  Guardando ostentatamente verso l’alto, mi ero fermato e sentivo la domanda silente che qualcuno si faceva, ovvero cosa stessi osservando. I più passavano accanto con una finta indifferenza, mi godevo l’emanare del giudizio che mi colpiva che era anche perplessità e imbarazzo. Altri gettavano uno sguardo fugace nella mia stessa direzione però non avevano il coraggio di superare il limite dei fili che si stendevano sopra i palazzi. Infine un paio di persone si sono fermate e hanno guardato davvero in alto. Uno di questi ha anche mi parlato della stagione e poi, sovrapensiero, si è lasciato sfuggire un che cielo bellissimo, oggi. E mi ha sorriso. Rispondendo al sorriso mi veniva da dirgli che non avesse fretta, che si può parlare della stagione per dire nulla, ma del cielo non è possibile quando lo si guarda davvero ed è esso che ci dà una dimensione.  Ma sapete come accade con i pensieri quando devono uscire da una porta stretta, e si accalcano, sgomitano, si accavallano l’uno sull’altro e ciascuno tira dalla sua parte con una urgenza che non ammette concorrenza. Non saremmo capiti nel dirli tutti assieme e così bisogna semplificare e lasciare che corrano, tacendoli in gran parte, però se avesse avuto il tempo necessario, glieli avrei detti e magari avrebbe capito gli antefatti.

Sarebbe stato un parlare del tempo, del nostro tempo, ma non si fa così in mezzo a una strada, per questo mi sono limitato a ciò che mi prendeva davvero, dicendogli: è davvero un cielo bellissimo e siamo fortunati a poterlo godere. E mi pareva avesse capito che c’era dell’altro, molto d’altro che ci riguardava tutti.

del sole si sa poco

C’è un bel sole e un vento fresco. La notte è stata monopolizzata da due sogni quasi incubi e il sonno poi se n’è andato scivolando in un inquietudine vigile.
Poi la luce e le abitudini rimettono in ordine le cose.
Forse avverto la stagione che cambia e che per me doppiamente cambia in quanto sto abbandonando i vecchi mestieri, le aspettative connesse, le abitudini consolidate. A volte avverto il senso del vuoto che prende quando gli orari e le cose non sono al loro posto e altre volte assale la scontentezza di ciò che viene compiuto. Sono tentativi del nuovo e credo siano assestamenti necessari per una fase che durerà a lungo.
Abbiamo sempre bisogno di un posto dove rizzare il corpo, una passione che lo spinga, uno sguardo che veda.
Rifletto su questo, sul concetto di pudore, sull’aprire la porta, sull’abbracciare.

Ci sono giorni che non sto bene con me, vorrei che ci fosse altro. Altro è una cosa indeterminata, una scontentezza priva di oggetto.
Altro e altrove esprimono una fuga dell’ impossibile da sé e solo entrando dentro e più a fondo si potrebbe scoprire cosa si cerca davvero.
A volte penso che l’insufficienza e il non accontentarsi si annodino, un difetto e un pregio ben serrati assieme, come accade nei desideri insoddisfatti che hanno una loro fiele che intossica l’anima.

In fondo la vita è così: una ricerca approssimativa basata su bisogni precisi e su molta ignoranza di sè e di ciò che ci fa felici. È per questo che se qualcuno ci chiede ragione della contentezza di un giorno di sole, si usano esempi in negativo o sensazioni. In effetti, come accade per noi, del sole si sa poco.

di certo ci sarà un senso

Di certo ci sarà un senso profondo nel vento di tramontana che porta freddo e limpidezza, nei palazzi e nelle cose che s’avvicinano luminose.

Di certo avrà un senso un guanto rosso abbandonato che nessuno raccoglie, ma anche il fluire tranquillo delle persone sotto i portici e le finestre aperte ad accogliere il sole avranno un senso se per vie misteriose parlano allo sguardo.

Avrà un senso il soffermarsi a parlare con uno sconosciuto che si scusa per il suo camminare lento e racconta che, adesso a ottantotto anni, vede molte più cose d’un tempo, gode di questo sole di settembre e pensa che ciò che ha attorno è bello e merita la sua attenzione alla vita. Avrà un senso desiderare d’incontrarlo ancora per le sue parole cortesi e tranquille che diventano un dono inaspettato.

Avrà un senso tutto questo tempo che non si spezzetta ed è così pieno di nuovo, che posticipa ciò che non è proprio necessario, che chiede di guardare, di accogliere ciò che prima si nascondeva nella fretta.

Avrà un senso profondo il mettere assieme ciò che sembra disparato eppure interroga con la distrazione di chi sa che nulla si perde, tantomeno il tempo, quando esso ci mette in comunicazione con il mondo.

notturno rap blues 2

Molto è un po’ malato, e non ci sono verità.
Fan confusione le sirene: crisi, quiete e sicurezza,
ma non c’è luogo e direzione in mezzo alla stanchezza.
E’ tutto un po’ malato, nulla è preciso a sé,
nuotan dubbi nella notte, ci son rumori sotto casa,
tace il cane, chi sarà ?
E’ fatica esser un po’ sani, s’aspetta e poi si corre,
da chissà chi si scapperà?
Vorremmo che qualcuno ci mettesse poi una pezza,
ma è tutto un po’ malato, non ci sono verità.
servirebbe un po’ sparire, lasciarsi andare, naufragare,
finché tutto si rinnova, non è tempo di star qua.
D’un piccolo disegno ci sarebbe poi bisogno,
bello, nuovo e colorato,
tappezzeria per questa notte di rumore soffocato,
la mattina verrà presto, e del necessario poco si combinerà,
Bisognerà darla un po’ a vedere, evitare verità,
oggi piaccion gli animali che leccano a comando
ma non la raccontan giusta e il bisogno resterà.
Vorremmo essere tranquilli senza false povertà,
ma ci son sirene compiacenti dai rumori senza nome
e riposar non si potrà .
Domattina non combinerà poi molto, però questo silenzio dormirà,
c’interroga da troppo, nel rumore, tacerà.
Vorremmo poi qualcuno che ci mettesse un po’ una pezza,
noi spariremmo quanto ci basta, solo a far sentir l’assenza.
E’ tutto un po’ malato e non ci sono verità
abbiam chiamato il medico, ha detto che ci pensa,
ma forse non verrà.

 

Questa è una nuova versione di un rap che ho pubblicato 4 anni fa, purtroppo non è cambiato molto né in meglio.

c’è un’ora ma potrebbe essere di più

C’è un’ora della malinconia. Coincide con la fine annunciata della luce. E così c’è un mese che, senza farlo intendere, ha in sé la malinconia della sua fine. È settembre quando svuota le spiagge, quando smonta  le cabanes colorate di righe pastello. È settembre quando accompagna i pensieri lungo le spiagge bagnate. È settembre che vuota i luoghi della vacanza e lascia tutto lo spazio agli spaesati abitanti.  È settembre che un tempo annunciava il passaggio dall’infinito spazio dei giochi a quello rigoroso della scuola. È settembre che la sera, aggiunge cotoni sui corpi ancora scoperti. È la luce che affievolisce tra i tavolini, che cambia il tono delle voci, che sorridendo dell’estate ha già fatto ricordo e guarda alla nuova stagione sospendendo l’attesa. È settembre che rende più solo chi non ha compromessi, chi è timido, chi ha smarrito speranza d’esser capito.

Sono quei 23° di inclinazione dell’asse di rotazione terrestre che contengono umore e stagioni, e hanno molte ragioni dello sciogliersi, del suo rimpiangere, di ciò che verrà e di ciò che si smarrisce.

foglie a settembre

Dico che non mi stanco, ma non è vero, 

parla il bimbo che nega d’essersi sbucciato e il sangue che rapprende, nel gioco ormai non conta,

ma c’è una stanchezza che ogni volta lascia centimetri al tuo tempo ,
e tutto si raccorcia,
la pazienza o le parole che si perdono prima d’esser dette,

finché restano i si e più spesso i no,
senza spiegazioni.

Le foglie di settembre non si fidano del tempo,

restano, guardando, mentre la stanchezza si traveste,

e assume forme nuove per bisbigliare

che questo l’hai già visto, e l’hai vissuto,

quest’altro già ti è stato detto.

Forse per questo, prima di volare altrove, si distraggono le foglie:

per la stanchezza d’un ripetere che non ha dell’abitudine il calore,

e neppure è nuovo,

ma se tu mi chiedessi se davvero sono stanco,

negherei col capo perché è tutto un gioco

e ci sarà la primavera dopo aver sognato un volo.

tre pezzi quasi facili 1.

Vicino a casa stavano costruendo un pavimento a mosaico: era di un interesse straordinario. Giorno per giorno il cemento si copriva di tasselli multicolori, piccoli, quadrati. Non avevo mai visto un pavimento così liscio e allegro. I terrazzari mi regalavano i pezzettini di ceramica avanzata e io mi riempivo le tasche di un tesoro intriso di malta. Mia madre non apprezzava il risultato, mia nonna tollerava la nuova ricchezza che possedevo. Bastava fermarsi a guardare, non intrigare (dar fastidio) e rispondere sorridendo alle domande dei terrazzari che stavano seduti su buffi sgabelli monogamba, piccoli e bassissimi e battevano con dei cilindri di legno col manico (erano mazzuoli ma allora non lo sapevo) i fogli di mosaico sulla malta fresca. 

La mattina l’avevo cominciata con il caffelatte, la sveglia senza premura di mia nonna, il profumo del sugo per il mezzogiorno. Fuori c’era sole e caldo, era settembre e la scuola sarebbe venuta tra due settimane. Per questo avevo fatto le scale saltando i gradini, era ancora vacanza, libertà di essere e di fare. Poco lontano da casa c’era una piccola cartolibreria, ero entrato, sniffando per bene il profumo di inchiostro e matite di cedro che aleggiava fin oltre la porta aperta. La scusa dei nuovi libri di scuola in arrivo, mi dava un motivo, ma in realtà mi piacevano così tanto i colori e profumi di quel posto minuscolo, e mi piaceva la signora, che oltre che bella, era tollerante verso uno strampalato compratore di pennini, e mi permetteva di toccare, chiedere prezzi per me inarrivabili, di saggiare su una carta le intensità dei colori di prova. Lei non lo sapeva ma quel profumo mi sarebbe rimasto, assieme alla sua eleganza, nel prosieguo degli anni e credo abbia motivato gli acquisti sconsiderati di cancelleria della mia vita.

Il nuovo palazzo dai grandi portici e con il suo pavimento a mosaico, era poco oltre, sulla strada verso i giardini. Era la mia strada e passavo da piacere a interesse, una bella mattina. Quel palazzo aveva preso il posto di qualcosa di antico, abbattuto in poco tempo, era così nuovo, razionale, signorile con grandi vetrate che contrastavano con tutto ciò che lo precedeva: le case, i negozietti, incorniciati da vetrine dai profili in ferro battuto con volute liberty, i portici più bassi, le pavimentazioni in trachite sconnesse. Insomma era il progresso che entrava in una via del centro, una nave incurante dei flutti e delle vecchie isole, un rompighiaccio che cambiava ben più che la vecchia via. Infatti non pochi palazzi simili avrebbero sostituito case antiche ma modeste, i palazzi del ‘700 senza più nobili, avrebbero riempito giardini e cortili col cemento del nuovo che cresceva in fretta.

Anch’io crescevo in fretta, la scuola era tra due settimane, c’era la nuova libertà di poter andare nei luoghi dei giochi da solo. Quella mattina ero particolarmente contento, cantavo e fischiettavo con quel passo particolare di corsa che metteva insieme anche lo scivolare sulle superfici lisce. Sembrava una perenne rincorsa e se mi fermavo di colpo era perché ero attratto da qualche novità della via. Finché ero stato in vacanza anche il consueto diventava nuovo e dove c’era il vecchio albergo aquila nera, sul lato, era stranamente aperta la stradina di solito sbarrata da un cancello alto. Potevo esplorare. In fondo una tipografia stantuffava biglietti da visita, ma prima, sotto le finestre delle camere dell’albergo, c’era una congerie di oggetti caduti e buttati. Una discarica di pennelli da barba spelacchiati, rasoi a lametta, spazzole, molta carta e giornali illustrati. Uno di questi era in bella evidenza e aveva una ragazza in costume rosso in copertina, mi sembrava bellissima: compitai il nome, era Lucia Bosè. Stavo pensando come fare razzia e con chi scambiare gli oggetti che potevo prendere, quando uscì un facchino che per prima cosa si prese il giornale e poi mi cacciò chiudendo il cancello. Accadeva  che i dessero dimostrazione di forza, bastava schivare sberle e pedate, che neppure ci furono, quindi, poco male e l’umore non cambiò, mi attendevano gli amici e una esplorazione lunga nella maresana del canale, il luogo più proibito che conoscessi. Per le bombe che si diceva potevano ancora esserci e per i pedofili che invece c’erano di sicuro ed erano più pericolosi delle bombe.

L’esplorazione andò bene, tornai a casa intero, ma mi vorrei fermare in quel pezzo di via e in  quella sensazione di settembre che porto ancora dentro: ho le tasche dei calzoncini rossi piene di pezzetti di mosaico, una maglietta bianca e una sensazione di me che mi comprende intero, ossia sento la libertà di correre, di cantare, di essere felice. Mi attendono avventure e ho una casa in cui sono molto amato. So dove andare, sono curioso e intrepido al punto giusto e so dove tornare. In quel momento non lo posso sapere, ma lo scoprirò negli anni successivi, che in quei giorni finisce la fanciullezza. Non è di colpo, continuerò a combinare guai, ad arrampicarmi dove non devo. Farò collezioni strane, preziose e inutilissime. Leggerò moltissimi fumetti, mangerò cose buonissime e rifiuterò categoricamente quello che non mi piace. Ma proprio allora una parola che prima veniva ripetuta a mio fratello, e che io neppure consideravo riguardarmi, mi verrà spiegata e inoculata: responsabilità. Beh, la mia resistenza inizia nello stesso momento in cui capisco che quella parola agisce e volatilizza il piacere come prima scelta, lo rende un processo di ragionamento. Prima non mentivo a me stesso, poi con la responsabilità ho  cominciato a negare l’urgenza, a posticipare le scelte, ma  non sfuggivo ad un senso di mancanza verso qualcuno o qualcosa e quella parola vinceva sempre e faceva finire gli aspetti più liberi dell’età fino allora vissuta.

Ci si barcamena, si cresce, l’età porta carichi di nuovo che devono essere interpretati e fatti propri, si trovano strade aperte prima chiuse, sentieri tra le erbe alte, immaginazioni e sorrisi che dicono più del sorriso, però ho corso sempre meno per la pura felicità di sentire l’aria sul viso.

l’inutile, alla fine

cof

Avevo cominciato con quel tono di voce basso che mi viene naturale quando voglio dire qualcosa che è riservato a chi mi sta davanti. Spesso è una riflessione, o un’acquisizione faticosa, oppure un piccolo segreto che prima era stato una paura silente. Attorno c’erano le persone distratte dei bar, il tintinnare del ghiaccio nei bicchieri, le voci dei baristi che parlavano tra loro di ordinazioni e con i clienti. Noi non abbiamo le atmosfere di Carver e neppure le solitudini di Hooper, quelle le riserviamo alle chiese o ai musei di periferia. Nei bar c’è sempre un motivo per essere in parecchi, perché sono un composito rispondere alle solitudini, credo, comunque il tono della voce era basso e parlava di solitudini, di impossibilità di comunicare per davvero quello che sta sotto il primo strato di sentimenti.

Mancano le parole giuste, dicevo, perché la comunicazione si è fermata più in superficie e sotto, non aveva bisogno di avere un tramite tra realtà interiore e la sua rappresentazione. Questo, dicevo, motivava il fatto che spesso anche tra persone che si vogliono bene non si riesce a trovare il modo di dirsi la ragione dello scontento o della contentezza profonda, forse perché questa sembra non spiegabile o banale. E comunque quando si cerca di dirla le parole hanno contorni poco netti, si sente il bisogno di aggiungere parole e si fa peggio. Insomma, a bassa voce, cercavo di spiegare quello che chi scava e si cerca dentro, sa, ossia che dopo un po’ ci si ritrova con qualcuno che non si conosce appieno, ed è familiare quel tanto da tenerlo in casa, ma si capisce che è lui che comanda l’umore, che assicura le continuità, che decide se un sentimento può essere adeguato o meno al desiderio.

Parlavo di pulsioni che non si soddisfano, ma capivo che la parola sembrava più uno spintone in una direzione che un accompagnare verso un piacere o un essere più pieno. Ed era questa la consapevolezza in cui incespicavo da tempo ossia quella dell’assomigliarsi. Da lungo tempo avevo concluso che il senso della vita era un cercare di essere simili a ciò che si è davvero, e nonostante i condizionamenti, l’educazione, le regole e la necessità, l’io si contemperasse con un noi. Mi sembrava una buona strada, aveva il pregio di non finire e prometteva di stare sempre meglio con gli anni,  nonostante la memoria accumulasse esperienze, gioie finite e fallimenti, insomma quello che chiamiamo occasioni perdute. C’era sempre abbastanza novità da scoprire nel daimon che rendeva utile ma mai definitivo il passato. Questo assomigliarsi sembrava un’opera che sgorgasse per suo conto: bisognava approfondire la conoscenza ed essa veniva fuori un po’ per volta.

Questo fino a non molto tempo fa, poi mi ero accorto che bisognava partire da una domanda imperfetta con risposte parziali, ma che esigeva una risposta altrettanto parziale e imperfetta: cosa volevo per davvero e chi ero. E là sotto, passato lo strato superficiale, seguendo i meandri di qualcosa che aveva poche parole per essere definito, trovavo contraddizioni apparenti: c’era la realtà percepita da un cieco sensibile e attento che rifiutava ogni scusa o risposta inadeguata. Con lui non si poteva fingere; si poteva fare quello che conveniva, quello che era necessario, e lui, semplicemente sarebbe stato insoddisfatto, avrebbe un po’ mutato l’umore, ma non avrebbe accettato scuse. Insomma era un  motore incessante di cambiamento non di adeguamento. Non gli potevi descrivere la realtà come la vedevi, perché immediatamente ti chiedeva dov’eri in questa realtà, perché la pulsione, lo spintone di cui parlavo, era per lui un motore incessante, ricco di energia che spingeva e chiedeva dimostrazioni tangibili per i desideri.

Dicevo, a voce sempre più bassa, che in fondo noi siamo i nostri desideri per chi ci vede e che la soddisfazione o meno di essi, oltre al nostro scontento, determinava l’idea del fallire qualcosa che ci riguardava. Andava bene sublimare, ma qualche sbocco poi doveva essere trovato. Insomma facevo queste considerazioni e capivo che mi mancavano pezzi e parole, che comunicare è fatica, che muoversi in terreni che riguardavano l’intimità di noi stessi, oltre che essere riservato, diventava complicato per l’attenzione. Perché in fondo tutti vorremmo uscire dalla piscina e dire Eureka, come Archimede, e pensare che tutti capiscano subito la profondità di ciò che si è scoperto, ma in realtà altri daimon stanno stesi al sole o nuotano distrattamente, e sono compresi neri loro pensieri nell’attesa di un aperitivo o di una sera che soddisfi un desiderio.

Poi allineare tanto sentire non è mai cosa facile e per quasi tutti, credo, un’attività inutile.