Willyco

in alto, senza parere

Willyco

pomeridiana

 

Si chiamano sale del commiato, hanno bisogno di una presenza e si riempiono e vuotano dopo i discorsi, ma in realtà non è mai un chiudere, un salutare per davvero. Stamattina la sala era zeppa di persone, moltissime in piedi, con i discorsi, le canzoni rivoluzionarie cantate assieme e infine l’Internazionale. Colpiscono le biografie raccontate, ci conosciamo e sappiamo tutti che non c’è enfatizzazione, che le cose pubbliche fatte in una vita sono veramente tante. Il privato resta pudicamente da parte ed è bene ci sia questa sfera che un tempo non era ostentata come accade ora nei social. Pensate a cosa accadrebbe se il big data mettesse assieme tutto ciò che abbiamo fatto filtrare di noi, lo riassemblasse in un racconto organico fatto di date e momenti, di fotografie, messaggi, mail e telefonate, di racconti, post, musiche, film e chissà quant’altro e poi lo pubblicasse come la nostra storia, mancherebbe la dimensione del fare taciuto, dell’essere noi per davvero nelle cose. Prevarrebbe l’io, un interminabile io che descrive speranze e solitudini personali, una sorta di racconto che è anche un rappresentarsi, mentre sono i gesti, le cose collettive costruite con pazienza che danno una dimensione vera.

Per questo Compagno l’età non è stata una scusa per tirarsi indietro, c’è stato sempre nella storia. Una storia apparentemente piccola, locale, come si usa nelle città medie dove ancora il quartiere fa la differenza, e un tempo la facevano le mura cittadine. Esser nati “sol sasso” aveva la connotazione della prima certificazione di appartenenza: non sulla terra, in campagna, ma nella città. I quartieri erano piccoli borghi con una identità di mestieri e per chi nasceva negli anni’20 una scelta maturava abbastanza presto, tra l’essere fascisti oppure no. Ammetto che le mie frequentazioni, la mia famiglia era di parte, naturalmente antifascista, ma se si vuole leggere quello che accadde nella guerra e dopo di essa si trova la traccia di un noi condiviso più grande, che si rafforzava ed entrava a fare parte delle vite plasmandole in conformità. Non era un perdere qualcosa ma un acquisire, un essere se stessi e insieme un’idea forte di cambiamento. Questo avveniva con i mezzi forti e semplici della parola, del condividere l’anguria d’estate, del prendersi cura di un vicino, del cantare e mangiare assieme, nel fare politica. Un vedere il mondo uscendo dalla porta e mescolandosi ad esso, non guardandolo dalla finestra. Un assommarsi di umanità che convergevano su persone che rappresentavano con la vita, la coerenza trasfusa nell’etica del bene comune, della giustizia, dell’eguaglianza vera e pratica di chi tende la mano, sia per rialzare, sia per chiedere aiuto.

L’umanità di Guerrino era questo, un essere insieme restando caparbiamente fedele a se stesso e a ciò che era importante per tutti. Stamattina un ex sindaco democristiano che l’aveva avuto come avversario politico, ma insieme amico, ha detto che loro, i giovani DC di allora, invidiavano un po’ questa capacità di essere tra la gente ed insieme di essere gente, che il sentimento di una collettività era un noi fatto di tante individualità. A me veniva in mente l’immagine del fiume che porta innanzi e ha una meta più grande, mentre per strada porta benessere ai luoghi che percorre, che si fa rispettare ma insieme unisce e trasporta e ha un prima che non interferisce col poi. Guerrino rappresentava visivamente la generazione di compagni che avevano semplicemente costruito una società, e con le difficoltà di trovare una sintesi, avevano percorso idee forti. Erano rimasti fedeli all’umanità che avevano attorno e che era lo specchio e la sostanza di ciò che volevano mutare. Così sono sorti parchi, messe panchine, piantati alberi, voluti asili nido, aiutati anziani a vivere nella loro casa. E tutto questo cercando di mutare la città e di capire il mondo. Essere in un contesto che ha una lingua propria non significava avere una barriera per il giusto, per l’equo, per la libertà di chi aveva altra lingua e altro colore della pelle.

In questa cerimonia laica c’era anche il parroco ed era una cosa naturale perché la comunità comprende chi crede e chi non crede, ma entrambi si ritrovano in chi è di fronte al loro: l’uomo e i suoi bisogni. Di Guerrino si è sottolineata la schiettezza e la ruvidità che tradotto significa che era vero, senza infingimenti, poco diplomatico e affidabile in ciò che diceva, perché era il suo pensiero. Aveva mani grandi, da artigiano e da liutaio. Aveva fatto entrambe le cose: mobili e strumenti musicali, poi solo strumenti che dovevano essere un miracolo che trasformava il legno in armonia udibile oltre che belli da vedere. Assieme al suo, sono stati evocati molti nomi di donne e uomini che hanno condiviso questo fare comune, questo lottare per un ideale. Si conoscevano tutti, si frequentavano, erano un insieme di vite vere e di famiglie che mettevano assieme quanto di bello e forte genera il privato. Un’umanità irripetibile che ha costruito molto ed è stata molto assieme. Essere assieme era il senso di una politica e di una vita, una condizione che metteva davanti l’uomo, i suoi bisogni, e il cambiare, tutti, insieme. Per questo Guerrino era amato assieme a molti altri che hanno condiviso e sono stati generosi nel vivere. Non so se tutto questo sia finito, essere stato testimone e in piccola parte dentro quella realtà mi sembra una condizione che debba ripetersi, che l’essere uomini lo esiga. Magari in nuove forme ma che non possa essere che così perché solo assieme si va oltre il bisogno, la solitudine, l’ingiustizia.

Si chiama sala del commiato ma non si lascia mai ciò che si è vissuto come importante e vero. E neppure chi l’ha testimoniato, ci lascia mai, perché sennò saremmo soli e senza speranza, ma non è così. Non è mai così.

 

a sé, in disposizione

Un sogno o una malvissuta paura riga il giorno,

prima d’un crocicchio l’ignoto riposa,

silente ancora dorme con l’illusione e la certezza,

dolcezze che solo il cuore ospita serene, 

distratto, intanto, un lavorio di dita segue una piega di carne,

appallottola un pensiero:

c’è l’abbindolarsi che dell’altalena suona il moto tra terra e cielo, mentre immoto resta,

o il desiderio repentino all’alba, poi  dolce naufrago nel meriggio,

che nell’insoluto s’infratta, e inatteso scuote, di senso, i suoi piccoli sonagli.

La nebbia che non cade mai ci avvolge,

e apre,

all’abbraccio più dolce di dolcezza, e all’inverno il cuore,

come la tua mano, fredda prima e poi calda nella mia

che cerca e cerco. 

Ecco a che servo

e servire è mettersi a sé in disposizione.

 

passi tra le foglie

sdr

Un indeterminato fulgore di sole, di nubi cariche d’acqua, di cenci di brezza, di alberi spogli e di stoppie. E righe d’acqua, riflessi color seppia nelle pozzanghere, dossi di terra smossa, colline puntute di rami. E foglie, ovunque foglie, di colori inattesi o esausti, mai banali, sovrapposte a mucchi. gioco di cani, smosse dal vento, appiccicate dalla pioggia. Foglie nei colori dei lecci e del frassino che riottosi cedono al vento magnificenze e invidia di stagione. Alberi rassegnati che ora mutano foggia e mantello prima d’offrirsi nudi alla stagione e puntare l’attesa dei rami. Foglie e nebbia, scricchiolare di suole, pedate, freddo e bruma che s’inerpica al cielo controluce e spande, trabocca pace. Tanto che il camminare nell’aria ormai fredda chiede ancora tempo. Per sé, per gli occhi, per il pensiero che si stende, per l’attesa lieve della prima luce della sera, per ritardare la notte e il molesto sogno di giorni uguali mentre qui tutto è diverso, mentre qualcosa di nuovo  s’appresta…

c’è dell’ altro, sempre…

Ripensando alle cause di non pochi insuccessi, alle strade sbagliate, agli errori compiuti, mi accorgo che non poteva essere altrimenti. Ero poco  furbo anche quando vedevo l’errore di strategia, quando non stavo zitto o non facevo le giuste riverenze e cosa poteva uscirne se non un andare addosso a qualche muro? Eppure ne ho conosciuti altri come me, non proprio uguali ma con la testa piena di fanfaluche, ingenui quando era la furbizia a dettare le regole, coerenti con la loro idea nei trasformismo imperanti, non disponibili a farsi comprare. Conosco anche gli altri, quelli che sono passati davanti, quelli che avevano chiarezza negli obiettivi, che sapevano cosa conveniva e come convincere. Di non pochi di loro avevo un giudizio. Sbagliavo, erano i vincenti delle loro vite.

Sarebbe sbagliato dire che non rimpiango nulla, ma rifarei quasi tutto. Almeno le scelte decisive. Per ritrosia o timidezza non ho accumulato amicizie importanti però quelle che ho ancora sono importanti di umanità e se nessuna cambierà i destini di una parte politica o di un paese, sono quelle che sono rimaste a prescindere. Poteva andare diversamente ma non erano le mie regole, non era quello che avevo appreso da chi avevo stimato. Questa parola, stima, si dovrebbe usare con parsimonia, darla a chi è un esempio per noi o a quelli di cui ci fidiamo. Non saranno mai esattamente come li pensiamo ma il loro riferimento agisce su di noi, ci aiuta ad essere noi stessi. Le persone che ho stimato non mi hanno mai tradito, pensateci bene, non è poco perché sono rimaste anche quando importante non lo ero più se mai lo sono stato. È una considerazione che aiuta a vedere meglio i fallimenti e i successi e se ancora oggi gioisco o sto male per qualcosa che riguarda il noi, significa che non tutto è stato sbagliato, che non ci si mette mai in disparte per davvero dalle passioni e dal cuore.

ragazzo

Mentre fatica a trovare forma di libro un pensiero scarruffato si agita, percorre, muta e le follie maggiori lo guardano sornione. Più misericordiose quelle minori, in forma di nuance malinconiche, raccontano. Ed è un arrivare e ritrarsi di cose non finite, di slanci, di immagini, di cieli che si sono detti e poi raccontati, di parole apparentemente dimenticate che corrispondevano a cose perdute. Tornano.

Madamina il catalogo è questo, perché tutti siamo don Giovanni nella vita e a volte Bovary. O almeno lo sono stati con noi quelli che si sono scelti. I sodali, i compagni di interminabili parentesi, le inutilità personificate e vissute sino a diventare essenziali. Così gli anni non compiuti dovrebbero essere di piombo, ma non è vero: sono piume disperse che gli occhi della mente segue e ritrova mutate. E il meglio non è mai diventato basalto, al più granito che si sfalda in minuscoli semi lucenti o arenaria che vola col vento, buona per clessidre che nessuno volta più, buona per scorrere l’impalpabile dentro. Buona per essere l’essenza del tempo che si respira, che è un noi che torna, che oscura il sole e ricorda i deserti che non sono mai tali per davvero.  Molte delle cose scritte sono vere. basterebbe questo per dire che noi siamo il dubbio ed è solo il tono che toglie aria e accorcia l’orizzonte. Forse oggi fare il bagno nell’acqua gelata rinvigorisce, ma ormai è più semplice raccontarlo e restare al piacere del nuoto.

Penso ed è già una vere delle scelte, penso e si pone il tema di come combinare pensiero con il corpo. Penso e condivido poco o molto, dipende. Più spesso poco, con gli anni, si imparano trucchi che disseminano più che rendere evidente, è la sindrome di Pollicino che in realtà non vuole tornare ma avere la sicurezza di un luogo dietro di sé.  Il fatto è che è inutile tornare se non c’è ciò che si pensa e si inizia a morire quando si torna alla stessa delusione ogni sera, quando rarefà l’attesa, il nuovo e diventa abitudine. Solo abitudine. 

I sessantottini ed emuli seguenti, non vogliono invecchiare. Faccio parte della prima generazione che rifiuta il declino, che ha visto più cose cambiare nelle abitudini e nella società di molte altre generazioni precedenti. Eppure non c’è stanchezza, disillusione casomai nel confrontarmi con gli altri, per capire se esiste differenza nel sentire e trattare il sentire e l’età. Mi dico che siamo solo patetici, a volte, ma senza capirlo, con l’ostentazione di una diversità presunta e intrinseca. Come se il dna si fosse modificato apposta per noi.

Questo aver vissuto intensamente pone davanti al bivio se vivere di ricordi o avere progetti, speranze, passioni. Alla fine mi parlo da solo e concludo che bisogna solo capire ciò che fa star bene. Ed è una fatica, ammettere, che ciò che fa star bene, limita, che non sfasciarsi nel corpo, è fatica, che usare e spiegare ciò che si è appreso, impazientisce. Continuare a impegnarsi, ad essere anche d’altri, per necessità, perché certifica che si esiste, soprattutto a noi stessi, ed è  più importante dal punto di vista personale di molte altre possibilità.

Ho paura del troppo tempo dopo una vita così piena, mi piace ancora mettermi alla prova, crescere, capire. Però i 100 metri non li corro, se non per gioco e se faccio a braccio di ferro con mio figlio, è per allegria. Ed entrambi, rossi in viso, ridiamo, felici. Io perchè ho ancora forza, lui perchè rinnova una complicità e non gli dispiace.

Capisco da poco, che esiste una via personale agli anni, che il passo deve essere misurato sulla felicità del camminare. Per conservare la gioia dell’andare, non per altro. Torna il pensiero che non si dev’essere il vecchio Casanova di Fellini, ma restare se stessi senza la pateticità dell’essere ciò che non si è. Desiderando, indagando, approssimando e non trovando, mentre si riprende a cercare quel pezzo che manca e che deve esistere da qualche parte. Deve esistere.

 

cursus

Parlavano greco e latino ed almeno altre tre lingue. Non tutti, i migliori o i curiosi. Prima di 20 anni si erano presi in mano la vita e la usavano. Con forza, violenza, dolcezza. Amavano e odiavano. Avevano cominciato più o meno alla nostra età scolare, verso i cinque anni a studiare grammatica, retorica, geometria, filosofia, musica, le lingue. Su libri illeggibili, con carta e penne impossibili. Imparavano, eccome se imparavano. E l’applicazione dell’apprendere era il mondo, campo d’azione e conoscenza. fatto di luoghi e persone per generare formazione e interesse e naturalmente per trarne vantaggio. La sessualità viene esercitata dentro e fuori il matrimonio, più spesso fuori, con figli a seguire. I bastardi che potevano essere re o servi, quasi sempre il secondo destino. L’apparire è importante, la coscienza dell’essere altrettanto. La salute assisteva a tratti e la morte faceva parte della gestione della vita. C’era fretta di vivere e di capire. Le due cose andavano assieme. Il cambiamento era repentino, devastante, si sperimentavano sogni e speranze in diretta. L’io e il noi si confondevano, per necessità. Non era un bel vivere, non aveva sicurezze né agi. Non c’era giustizia ma arbitrio e conseguentemente ci si difendeva secondo possibilità e torto. Verrebbe da dire barbarie ma i barbari una loro etica la possedevano e anche in questo vivere c’era non poca etica. Moltissima superstizione e l’uomo era precario più della natura che in fondo era l’elemento più stabile che avesse a disposizione.  Esisteva l’umanità, ma anche no, dipendeva. C’era molta paura di ciò che poteva accadere e non poca rassegnazione.

Quello che mi chiedo è perché di quell’epoca così forte, ricca, pagata con infinite sofferenze non sia rimasta traccia del meglio. Perché le conquiste si siano affievolite. E non parlo della tecnologia, ma dell’ansia di capire, di essere e insieme di appartenere a qualcosa di più grande. Di quella febbre che ha attraversato l’umanità e consente i nostri agi, le case calde, l’acqua potabile, l’umanità a basso costo perché non serve tagliare in due un mantello per coprire un ignudo come fece San Martino, non capisco cosa sia rimasto. Perché dovremmo essere cresciuti, dovremmo conoscere di più, dovrebbe essere più facile con tutta l’etica nata dalle stragi e dai genocidi capire l’uomo e trovarne il senso comune. Dovremmo avere un amore più semplice e vicino ai sentimenti, con una educazione al rispetto e alla condivisione più forti. E invece è’ difficile capire dove stiamo andando

l’intelligenza del filosofo e del chirurgo

Hai l’intelligenza del filosofo e del chirurgo.

?

Vorresti quella del folle?

Qualche volta il dubbio mi è venuto, mi piace quello che ti sorprende perché la sua logica è diversa. Perché ha altre regole.

Magari è perché parla di sé parlando di te?

Nelle parole che esprimono il pensiero profondo, se tagli non resta nulla o quasi: solo pezzettini di carne viva.

Non resta nulla perché sono liberi

Oh si, e non hanno altra logica se non il riunirsi. Ricomporsi nella testa e nel corpo di chi ascolta e condivide. Corpo, mente e sentimento riuniti e interagenti: Spinoza banalizzato e glorificato nella prassi. 

Ti piacerebbe fosse così, vero? 

Certo, anche se in questo scomporre e ricomporre la parte ardua è ricomprendere qualcun altro e sentirlo come parte di sé da sempre. 

Questa è una intelligenza folle, perché si fida, si affida.

Anche l’amore fusione ha questa follia al fondo: ricostituire l’uno. Ricostruire due identità diversamente mescolate e interagenti. Tanto che poi ogni cosa sorprenda perché era conosciuta dapprima però non percepita. Non intuita ma sentita, con la libertà di mettere nell’altro la propria libertà.

Il folle sentirebbe già un tradimento. Però c’è un vantaggio: bisogna essere molto semplici.

Verissimo. La semplicità di cui parli è un punto d’arrivo. Un cammino che vale la vita.

Si, è un percorso. Anche amare è un percorso.

La chimica dell’innamoramento non dice nulla al riguardo, anzi glorifica la corsa.

Certo confonde le idee con l’onnipotenza e l’eternità, poi viene il resto, ossia il crescere comune perché si è investito assieme. Ma se l’amore è profondo, ha una intelligenza incredibile.

Si. Anche io credo nella sua autonomia.

Sembra un’offesa al sentimento ma l’amore ha la grazia del costruire e la forza della passione che vuole. È nel volere che si annodano i destini. E il filosofo e il chirurgo allegramente si parlano.

 

 

 

non ci si merita niente tranne l’amore

” Scrivilo come sei arrivata fin qui. 

Così lo scrivi, e mentre lo scrivi capisci che l’amore non è una tragedia o un fallimento, ma un dono. 

Ti ricordi del primo amore perché ti mostra, ti dimostra che puoi amare ed essere amato, che a questo mondo non ci si merita niente tranne l’amore, che l’amore è come diventi una persona e perché.” pg.332

Tartarughe all’infinito di John Green. Ed. Rizzoli

L’amore a volte biforca, e allora qualcuno chiede se si possano amare due persone. O una persona e una cosa. O un impegno totalizzante e una persona. Dipende perché parliamo di ricomporre ciò che si sta dividendo dentro.  Dipende perché davanti a un bivio comunque si rallenta, poi la strada prosegue, e raramente si intreccia nuovamente, ma aprirà altri bivi più avanti e nei momenti di nulla ci si chiederà cosa sarebbe accaduto se si fosse scelta l’altra strada. Sarebbe accaduto, ma non sarebbe stato di più o di meno perché noi siamo la nostra misura. Comunque. Sempre. Tutto diversamente si eguaglia ed è quel diversamente che ci definisce e alla fine tutto ci ricompone. È vero, quando impariamo che l’amore può essere corrisposto diventiamo persone. Siamo riconosciuti lì dove prima eravamo invisibili. Si palesa qualcosa che voleva crescere. Quando si impara ad amare non lo si dimentica più. Lo si sbaglia, per eccesso o per difetto, ma sarà sempre qualcosa che si conosce e che insieme è nuovo. In attesa di essere riconosciuto, ci aspetta: non è una speranza, è la nostra follia positiva, la certezza che spinge e acquieta.

seconda decade di ottobre

Le due Donne di casa compivano gli anni nella seconda decade di ottobre. Lo stesso giorno probabilmente. O almeno così diceva mia Madre. Era nata in casa, il nonno era andato all’anagrafe qualche giorno dopo, perché si usava così e gli uomini avevano altro per la testa, poi l’impiegato dell’anagrafe ci aveva messo di suo, magari avevano discusso su giorno e ora, così ne era nato un compromesso sulla data, sbagliata, e una doppia versione. Una casalinga e una dell’atto di nascita. Probabilmente lo stesso percorso aveva riguardato anche l’altra donna di casa, ovvero mia Nonna paterna, ma il bisnonno era impiegato del comune e forse una qualche accuratezza nella data c’era stata. Si potrebbe pensare che queste precarietà infastidissero la precisione, ma in realtà le date contavano fino a un certo punto, gli oroscopi erano sul rosa, colore difficile in quegli anni,  importante era la coscienza di essere nate e di costruire la propria vita. Entrambe erano molto coscienti della vita, avevano filosofie diverse, ma complementari, molta autonomia e un senso della cura che convergeva su di noi. Sui maschi.

Però si festeggiava, pur senza grandi celebrazioni che all’età mica ci tenevano se non per vezzo. La domenica successiva compravo le paste, il pranzo era leggermente più ricco, si restava di più a tavola e si parlava di qualche ricordo, tutti attendevano il dolce. Le paste non venivano tagliate a mezzo, quello è un uso goloso e finto dietetico che è venuto dopo, ma erano frutto di scelta preventiva e successiva. La mia era preventiva perché eccedevo in ciò che piaceva a me nell’acquistarle, successiva perché nel giro l’ultimo sperava sempre rimanesse la sua preferita. A volte mia Mamma si imponeva e se si voleva  festeggiare prevaleva la sua scelta: la millefoglie di Graziati. A voi non dirà nulla, ma è una millefoglie di riferimento in questa città, dovrebbero metterla all’ufficio pesi e misure di Sèvres, magari vicino alla definizione di caloria e tra parentesi di golosità, come standard di millefoglie per friabilità della sfoglia, per il suono croccante degli strati che si frangono e sciolgono, per la ricchezza equilibrata della crema e come esaustiva di ogni desiderio goloso. Mia Mamma la frequentava non solo per festeggiare, ma nel suo giro mattutino per le piazze non mancava di sostare e di prenderne un quadrato col cappuccino. Era una attenzione a sé che faceva parte della filosofia di vita, dove non doveva mancare lo spazio per il buono e il bello e il tempo era subordinato al vivere non viceversa. Mia Nonna aveva attenzioni antiche per i dolci, quelli che le ricordavano l’infanzia, più scabri e austeri, oppure fantasiosi di colori come le favette di questi giorni, avevano gusto e fascino inusuale. Li consumavamo come una cosa nostra per confermare una simbiosi che sin dalla mia nascita ci aveva messi assieme. E faceva parte del curarsi di chi era amato. In questo noi maschi sentivamo queste presenze forti e discrete, che non mollavano il punto sulla libertà, ma volevano incondizionatamente bene. 

Chissà per quale congiunzione d’astri il caso avesse messo assieme queste due Donne, così diverse, ricche di umanità e tenerezze, gelose delle libertà possibili, sempre attente alla concretezza e rispettose dei sogni propri e altrui. Di certo mia Madre sognava di più, ma senza rimpianti sceglieva e costruiva la sua idea di crescita e di famiglia. Mia Nonna gestiva il presente con una filosofia di continuità che si occupava poco del futuro. Conosceva gli scherzi terribili del caso e lo lasciava fuori dalle sue paure, o almeno così sembrava a me che le facevo domande strane sulla vita.

La seconda decade di ottobre c’era il riassunto di un passato che diventava palese nei racconti, ma apriva sul futuro. I compleanni più o meno coincidenti e presunti erano una sosta dolce e breve nel vivere e questo si sarebbe ripetuto con le sue continuità affettive e le novità da accogliere e distillare: questo è buono e questo non mi serve a star bene. Era un crivello semplice, una saggezza intrinseca che le faceva incontrare e scambiare ciò che era comune, magari ad iniziare col caffè del mattino, ma poi ciascuna seguiva il suo estro e la sua vita ed era un buon modo per essere se stesse. Anche questo era un dono che facevano a chi le era vicino, a me che cercavo di capire come vivere, a mio Padre e a mio Fratello,  ben più certi delle strade da percorrere. Ciascuno prendeva ciò che gli assomigliava da queste due Donne, ciò che gli faceva bene, per cui penso che loro ci hanno sempre festeggiato e noi lo facevamo ogni tanto, ma l’amore non mancava mai e che l’educazione all’affettività sia partita da loro. Qualcuno si doveva preoccupare di come si insegna ad amare e loro lo facevano, con semplicità e continuità. L’hanno fatto sempre finché sono vissute e lo fanno ancora.

 

mi chiedevi

Mi chiedevi di scriverti le lettere su carte intestate. Ti assecondavo e usavo la carta e le buste degli alberghi, a volte quelle delle aziende che si premuravano di lasciarmi la loro presenza. Preferivo le carte degli alberghi, c’era una traccia del mio muoversi che forse ti incuriosiva, oppure, come succedeva a me, ti piaceva tenere tra le mani quella  carta che non aveva la banalità del bianco, che spesso portava il nome scritto in alto con lettere sottili e corsive. Altri esercitavano fantasia e design sulla posizione e la forma dell’intestazione, ma tutti avevano una cura particolare nel distinguersi. Spesso erano avorio quelle carte, oppure di un azzurro o giallo appena percepibile. Più grosse e ruvide del normale mostravano come si tenesse alla propria immagine e di ciò che ne sarebbe rimasto. Mi sembravano una estensione del concierge e della hall dell’albergo, dei divani, delle boiserie, del casellario delle stanze, delle divise, del modo di porsi alle richieste. Si entrava da una strada e il luogo che accoglieva doveva essere simile a una diversa casa. Chi era indifferente lo si sentiva subito, nell’odore di vecchio, nelle moquette, nella finta pulizia dei luoghi comuni, negli arredi e nei soprammobili e cambiava il giudizio. Faceva voglia di non tornare e di provare altro. Anche di questo ti parlavo.

A volte riprendevo qualcosa che ci eravamo detti al telefono, più spesso ti raccontavo del posto dove mi trovavo, di ciò che vedevo dalla finestra di quelle camere che sembravano sempre un po’ sprecate per le poche ore di sonno. Ti raccontavo i pensieri, ed erano davvero balzani, completamente slegati da come si sarebbero svolti i fatti. Erano riflessioni, cioè mi guardavo allo specchio e ti raccontavo particolari di com’ero. Mi piacciono i particolari, sono rivelatori, aggiungono qualcosa che rafforza l’idea di completezza, l’opinione si può confrontare con il vero e il falso e tenere da parte un dubbio. Un dubbio serve sempre, fuorché in amore, serve a capire che c’è un dopo che sarà differente. L’evoluzione e la storia sono fatte così. Quando ti parlavo di Eraclito questo volevo dirti, che anche ciò che ha un nome non è mai lo stesso a seconda di come e quando lo si guardi. E tutto sembra allora un po’ traballante e aiuta a dare una misura senza troppe certezze. L’autoironia insomma. L’impressione non mi è passata perché essa coincide con il vivere, con il mutare e il capirsi. Per questo ti chiedevo di pensare a cosa muoveva le idee di chi, nel costruire e progettare, metteva indizi di perfezione per completare. Erano tracce di un percorso, grafismi della mente oppure rivelavano ciò che veniva risolto con una grandezza o una sciatteria. Penso che entrambe le ipotesi fossero vere, ma di sicuro ciò che era grande dava la pace della compiutezza e l’emozione del capire nei particolari.

Valeva anche per le persone, per questo mi soffermavo a descriverle per tratti, un naso troppo lungo, il muovere eccessivo delle mani, gli occhi che guardavano oppure erano sfuggenti e attendevano la preda. L’odore. Quello buono del corpo e degli abiti puliti oppure quello sovrapposto di profumi che mascheravano, che dicevano quello che si nascondeva. Perché i profumi nascondono o mostrano, ma quelli che mostrano sono rari e sono un tratto di quella perfezione che completa e genera attrazione e sono parte di noi o delle cose, per cui essi stessi diventano identità. Per questo ti dicevo che mi piacevano le piante più nel profumo che nel resto del loro portarsi, mi piacevano le spezie, le essenze. Era l’identità profonda che si rivelava e si scomponeva in ricordi di altro. Era come per i particolari, una modanatura di marmo, una bocca, un modo di parlare, portavano ad altro che si era fuso in una nuova identità. Non mi piaceva la parola sentore, credo di avertelo detto. Sentore è come una scia negativa, è qualcosa che non è. Mi facevano sorridere quei degustatori di vini alla moda che trovavano profumi e rimandi ad altro. Cos’è il sentore di pietra focaia, ti scrivevo sorridendo, cos’è il sentore di fragola matura detto da chi non ha mai annusato una fragola vera e al più ha mangiato quelle di serra. Le persone avevano un odore che era il sovrapporsi di pensieri e di apparire, dicevano molto anche quando l’odore era cattivo e apparivano le solitudini non cercate, le bulimie disperate che poi si traducevano nella cattiveria o nell’apatia degli interventi, delle trattative.

Già allora scappavo dai giudizi, quelli li riservavo a me. Mi piaceva raccontarti le impennate delle idee che si facevano realtà, le cose che volevo costruire. Sentivo che c’era un’ attesa impellente e già lieta che mi spingeva nel molto da apprendere, investigare, capire. Era una stanza dei giocattoli dove il desiderio si appagava e si rinnovava incessante. E assieme a queste gioie improvvise raccontavo la coscienza del limite, la misura di ciò che vedevo di me. Questo era il riflettere che riguardava assieme il corpo e la mente. Non ero tenero con me, te lo dicevo come a mettere le mani avanti: attenta che graffio perché mi conosco, sono l’una e l’altra cosa assieme. Credo fosse anche il modo per dirti le malinconie senza evocarle. Una risposta al come stai. Parlavo di me e di te, scivolavo spesso nel descriverti come ti intuivo. Pensando alla mia esperienza, mi sembravi così nuova, ed ero felice di sentire che c’era una urgenza che avevi dentro di essere davvero te stessa. Ti raccontavo come ti sentivo e vedevo. Non so se mi credevi, ma ti dicevo la verità e mi sentivo un po’ un portatore di capacità occulte, ossia quell’andare oltre l’apparenza che è un po’ telepatia e insieme l’accogliere la diversità considerandola una espressione meravigliosa della vita. Anche per questo ti parlavo di ciò che vedevo dalla finestra, c’era un mondo oltre quei vetri che era fatto di persone che pensavano e si muovevano e che io vedevo andare verso i loro pensieri, ed era una grafia di intenzioni forti o deboli, di passioni o noia, di interessi e obblighi. Erano collocati tra cose nuove, alberi, case, grattacieli, auto. Avevano regole che non conoscevo quindi mi potevo limitare a osservarli, spesso si realizzava un equilibrio inatteso: quelle persone e quelle cose facevano parte di un tutto più grande ma dal particolare, pensavo, si può risalire a una idea del generale. Ma non erano te, per questo te ne parlavo. Volevo condividere il luogo, l’emozione, l’impressione perché magari ci sarebbe stato un giorno in cui tu ci saresti stata, assieme o meno, e avresti attinto a qualcosa che ti era stato detto per confermarlo o negarlo.

Mi piace di più quando il racconto viene negato perché significa che una nuova emozione si è fatta strada e si aggiunge a quella già stata. Chi la prova ha un ricordo e un presente, capisce il senso dello scorrere. E quel nuovo che si annida dietro ai nomi che diamo alle cose, alla persistenza che viene negata, al dubbio che deve accompagnare il vero e che (te lo ripeto) vale per tutto, fuorché per l’amore.

Ti parlavo di cose che evolvevano attraverso immagini fisse, come in una fotografia, perché capissi che il come eravamo ci doveva accompagnare anche quando eravamo lontani e cambiare assieme, diventare un muoversi libero che non finiva. Come accade a certi film che non raccontano una storia circolare ma qualcosa che si prende al volo e ci porta innanzi verso un futuro che è la somma di tanti presenti e di desideri e passioni che li accompagnano. Un vivere che aveva lettere, parole troppo strette e vita da scambiare.

Così scrivevo e scrivo ancora.