tre pezzi quasi facili 1.

tre pezzi quasi facili 1.

Vicino a casa stavano costruendo un pavimento a mosaico: era di un interesse straordinario. Giorno per giorno il cemento si copriva di tasselli multicolori, piccoli, quadrati. Non avevo mai visto un pavimento così liscio e allegro. I terrazzari mi regalavano i pezzettini di ceramica avanzata e io mi riempivo le tasche di un tesoro intriso di malta. Mia madre non apprezzava il risultato, mia nonna tollerava la nuova ricchezza che possedevo. Bastava fermarsi a guardare, non intrigare (dar fastidio) e rispondere sorridendo alle domande dei terrazzari che stavano seduti su buffi sgabelli monogamba, piccoli e bassissimi e battevano con dei cilindri di legno col manico (erano mazzuoli ma allora non lo sapevo) i fogli di mosaico sulla malta fresca. 

La mattina l’avevo cominciata con il caffelatte, la sveglia senza premura di mia nonna, il profumo del sugo per il mezzogiorno. Fuori c’era sole e caldo, era settembre e la scuola sarebbe venuta tra due settimane. Per questo avevo fatto le scale saltando i gradini, era ancora vacanza, libertà di essere e di fare. Poco lontano da casa c’era una piccola cartolibreria, ero entrato, sniffando per bene il profumo di inchiostro e matite di cedro che aleggiava fin oltre la porta aperta. La scusa dei nuovi libri di scuola in arrivo, mi dava un motivo, ma in realtà mi piacevano così tanto i colori e profumi di quel posto minuscolo, e mi piaceva la signora, che oltre che bella, era tollerante verso uno strampalato compratore di pennini, e mi permetteva di toccare, chiedere prezzi per me inarrivabili, di saggiare su una carta le intensità dei colori di prova. Lei non lo sapeva ma quel profumo mi sarebbe rimasto, assieme alla sua eleganza, nel prosieguo degli anni e credo abbia motivato gli acquisti sconsiderati di cancelleria della mia vita.

Il nuovo palazzo dai grandi portici e con il suo pavimento a mosaico, era poco oltre, sulla strada verso i giardini. Era la mia strada e passavo da piacere a interesse, una bella mattina. Quel palazzo aveva preso il posto di qualcosa di antico, abbattuto in poco tempo, era così nuovo, razionale, signorile con grandi vetrate che contrastavano con tutto ciò che lo precedeva: le case, i negozietti, incorniciati da vetrine dai profili in ferro battuto con volute liberty, i portici più bassi, le pavimentazioni in trachite sconnesse. Insomma era il progresso che entrava in una via del centro, una nave incurante dei flutti e delle vecchie isole, un rompighiaccio che cambiava ben più che la vecchia via. Infatti non pochi palazzi simili avrebbero sostituito case antiche ma modeste, i palazzi del ‘700 senza più nobili, avrebbero riempito giardini e cortili col cemento del nuovo che cresceva in fretta.

Anch’io crescevo in fretta, la scuola era tra due settimane, c’era la nuova libertà di poter andare nei luoghi dei giochi da solo. Quella mattina ero particolarmente contento, cantavo e fischiettavo con quel passo particolare di corsa che metteva insieme anche lo scivolare sulle superfici lisce. Sembrava una perenne rincorsa e se mi fermavo di colpo era perché ero attratto da qualche novità della via. Finché ero stato in vacanza anche il consueto diventava nuovo e dove c’era il vecchio albergo aquila nera, sul lato, era stranamente aperta la stradina di solito sbarrata da un cancello alto. Potevo esplorare. In fondo una tipografia stantuffava biglietti da visita, ma prima, sotto le finestre delle camere dell’albergo, c’era una congerie di oggetti caduti e buttati. Una discarica di pennelli da barba spelacchiati, rasoi a lametta, spazzole, molta carta e giornali illustrati. Uno di questi era in bella evidenza e aveva una ragazza in costume rosso in copertina, mi sembrava bellissima: compitai il nome, era Lucia Bosè. Stavo pensando come fare razzia e con chi scambiare gli oggetti che potevo prendere, quando uscì un facchino che per prima cosa si prese il giornale e poi mi cacciò chiudendo il cancello. Accadeva  che i dessero dimostrazione di forza, bastava schivare sberle e pedate, che neppure ci furono, quindi, poco male e l’umore non cambiò, mi attendevano gli amici e una esplorazione lunga nella maresana del canale, il luogo più proibito che conoscessi. Per le bombe che si diceva potevano ancora esserci e per i pedofili che invece c’erano di sicuro ed erano più pericolosi delle bombe.

L’esplorazione andò bene, tornai a casa intero, ma mi vorrei fermare in quel pezzo di via e in  quella sensazione di settembre che porto ancora dentro: ho le tasche dei calzoncini rossi piene di pezzetti di mosaico, una maglietta bianca e una sensazione di me che mi comprende intero, ossia sento la libertà di correre, di cantare, di essere felice. Mi attendono avventure e ho una casa in cui sono molto amato. So dove andare, sono curioso e intrepido al punto giusto e so dove tornare. In quel momento non lo posso sapere, ma lo scoprirò negli anni successivi, che in quei giorni finisce la fanciullezza. Non è di colpo, continuerò a combinare guai, ad arrampicarmi dove non devo. Farò collezioni strane, preziose e inutilissime. Leggerò moltissimi fumetti, mangerò cose buonissime e rifiuterò categoricamente quello che non mi piace. Ma proprio allora una parola che prima veniva ripetuta a mio fratello, e che io neppure consideravo riguardarmi, mi verrà spiegata e inoculata: responsabilità. Beh, la mia resistenza inizia nello stesso momento in cui capisco che quella parola agisce e volatilizza il piacere come prima scelta, lo rende un processo di ragionamento. Prima non mentivo a me stesso, poi con la responsabilità ho  cominciato a negare l’urgenza, a posticipare le scelte, ma  non sfuggivo ad un senso di mancanza verso qualcuno o qualcosa e quella parola vinceva sempre e faceva finire gli aspetti più liberi dell’età fino allora vissuta.

Ci si barcamena, si cresce, l’età porta carichi di nuovo che devono essere interpretati e fatti propri, si trovano strade aperte prima chiuse, sentieri tra le erbe alte, immaginazioni e sorrisi che dicono più del sorriso, però ho corso sempre meno per la pura felicità di sentire l’aria sul viso.

2 pensieri su “tre pezzi quasi facili 1.

  1. Ho trovato molto interessanti e teneri i tuoi racconti di fanciullezza:
    che belli quei momenti, in cui però, quando vi si è immersi vivendoli, non si ha la consapevolezza della loro bellezza e unicità;
    molti decenni dopo, ripensandoci, si riesce a percepirne i passaggi di vita, i fatti che diventano transizione e viaggio verso l’età adulta.

    Buona giornata Will, con un sorriso 😀 :-*
    Ondina

  2. Grazie Ondina, i ricordi ricevono conferme dai luoghi. Passo ancora per quel portico e il pavimento a mosaico c’è ancora. la sensazione che proprio allora mutasse una fase della vita l’ho capita dopo, ma è accaduto così.
    Buona giornata a te e sorriso ricambiato 🙂

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