ciò che ci forma

ciò che ci forma

Ci sono frasi che non si scordano, riemergono improvvise nella vita e sembrano riassumerla perché l’hanno a suo tempo guidata, fornendo scelte e modelli. Sono racchiuse in libri, dischi e film che hanno inciso così tanto nell’immaginazione, allora, da volerli far propri e vivere come nostri.

Cosa accade nella testa di un ragazzo che vuole leggere il mondo oltre la realtà che vive, che vuole alimentare sogni destinati a realizzarsi, che sente desideri nuovi che lo agitano e risposte insufficienti in che lo attornia?
Quando ero giovane, leggevo, libri su libri senza un criterio che non fosse la scoperta e il piacere di leggere, ascoltavo musica che riascoltavo infinite volte, vedevo film che mi parevano così giusti e densi di valori da essere la vita che avrei interpretato.
C’era molto altro attorno, ma una città media per quanto orgogliosa della sua Università con la libertà come motto, è sempre conservatrice. Anzi potremmo dire che le città e la maggioranza dei loro abitanti sono sempre conservatori e così le famiglie nel migliore dei casi lo sono, nelle altre fattispecie cercano di essere differenti e magari confondono e rendono complicata la ribellione dei figli. Così la mia città da un lato mi riempiva di stimoli e dall’altro creava insoddisfazione, era una finestra, neanche tanto ampia che permetteva di vedere, ma non di toccare ciò che sembrava nuovo e urgente. Allora erano i libri a formare, assieme alla musica e al cinema. Leggevo, vedevo, ascoltavo non ciò che piaceva ai miei genitori, agli insegnanti e neppure a molti dei miei compagni, ma a me. L’identità sociale si formava per contrasto e Il compagno di Pavese, Il partigiano Johnny di Fenoglio, o l’ Hemingway di Per chi suona la campana, o ancora i due diversi Levi, con Cristo si è fermato a Eboli e Se questo è un uomo diventavano, insieme a molto altro, la risposta a una voglia di giustizia e di politica da mischiare alla vita. Ma questi autori si affiancavano a Bulgakov o alla irta scoperta  di Joyce, i russi, gli americani della grande depressione e quelli nuovi, da Malamud a Salinger, mescolati alle letture di Freud e di Russel e chissà di quanto altro che ora si è mescolato con la vita e attende di essere richiamato da quei pomeriggi in cui arrivavo a sera con le guance rosse e gli occhi stanchi. Si chiamano ora romanzi o libri di formazione, ma io non lo sapevo e neppure volevo formarmi, ero incuriosito da un mondo che era fuori e di cui nessuno mi parlava. Non era il mondo dei giornali o della televisione fatta di quiz e di sceneggiati televisivi, di tribune politiche e di spettacoli del sabato sera, era un mondo differente che arrivava con la descrizione di ciò che si provava altrove, di cosa si agitava dentro agli uomini che non avrebbero fatto per forza grandi cose, ma sarebbero stati se stessi. E tutto questo si mescolava con il cinema che mostrava l’Italia del malessere e delle periferie, assieme alla Dolce vita, con la musica che aveva i suoni possenti della classica accanto a una nuova generazione di cantanti che si rivolgevano direttamente ai ragazzi con parole mai sentite prima. Tutto parlava e diventava domanda e insieme risposta, sino a trovare qualcosa che si metteva in accordo con quello che c’era dentro e non era ben chiaro però sembrava giusto. Ecco quella era la vita che avrei voluto.

Non so cosa abbiate letto voi, cosa sia stato importante per le vostre idee. Non so se vi tornano le frasi che vi hanno colpito allora, ma sono sicuro che se leggete, siete stati diversi e uguali, anche voi intrisi di sogni e aspettative. Che allora si sono formati caratteri e ideali, desideri e voglie, e che molti dei tempi successivi hanno affinato ciò che allora era da sgrossare, e lo sapevate, ma era così urgente e forte che non si poteva fare altro.

Con timore, trepidazione e spavalderia, non si poteva fare altro e ci avrebbe pensato la vita a togliere quello che era in più.

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