resterà poco se non lo vogliamo davvero

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Resterà poco di noi dopo il diluvio di vita, di passioni, di dolori, di gioie sciolte nel quotidiano, smarrite nelle scelte. Abbiamo usato parole così sghembe da far scoppiare ilarità subito dimenticate. I nostri passi hanno preso a calci foglie e sono corsi sulla spiaggia, fatto cose insulse o piccoli eroismi, abbiamo amato senza che ce l’avessero insegnato. E a volte, stupiti, ci siamo soffermati davanti a tramonti colossali, compiuto viaggi assurdi, fatto sciocchezze e rincorso felicità, questo prima del digitale e di racchiudere ciò che eravamo in foto tutte eguali. Abbiamo costruito, dilapidato, sporcato pagine d’inchiostro, imbrattato tele, passato le dita su superfici lisce, prima scabre, e rimpiangendo il bianco, la grana, il lavoro non perfetto, abbiamo sorriso. E quante carezze e baci sono rimasti senza memoria, quante banchine di stazioni, sale di aeroporti, auto prese al volo, partenze difficili, ritorni ancora più difficili perché il cappello dalla testa era scivolato in mano. Quanto di tutto questo è davvero nulla, oppure semplicemente vita? Resterà poco se le esperienze si sono succedute senza mai fermare lo sguardo, se non ci siamo mai detti che il momento era così pieno di futuro da essere per sempre. Rincorrere l’esperienza è cacciare la paura della morte, ma chi più del ricordo la confina davvero dove deve stare? Per questo dovremmo scrivere, dipingere, fare oggetti, oppure raccontare molto di noi a chi ci è vicino.

Di te non conosco che l’adesso, e conoscere è parola davvero pretenziosa, sono attento, ecco, indago per interesse vero, ti faccio ridere, a volte, perché vedo cose che tu non vedi, ma del tuo essere d’un tempo non so nulla o quasi. E com’era l’amore nuovo che hai avuto allora, i palpiti te li ricordi e le tue tenerezze tra silenzi complici e parole sono tutte poi sfumate? Cosa fu il tuo mettere al mondo una vita, dei pensieri e delle paure che n’ è poi stato? Dei tuoi innamoramenti, delle gioie e delle disperazioni cosa resterà, se neppure lo ricordi a te?

Usano un termine che non adopero volentieri, dopo che pubblicitari, politici, persino manager e attori, l’hanno sporcato di non senso: narrazione. Però non ho sinonimi e la narrazione parla di qualcosa che avviene dentro e fuori, che è veduto, ma che non c’è davvero. Non ancora. E’ un mondo possibile, il passato che trasmuta in futuro, poco reale adesso, ma concreto e a portata di mano, e questo spiega la meraviglia che accompagna l’ascolto, il fatto che possa prender vita perché è stato. Qual’è la tua narrazione, intrisa di realtà, che non racconti?

Forse preferivi l’esperienza, la vita reale, ti dicevi che tutto passava in fretta. E’ passato e cos’è rimasto in te? Me lo chiedo perché non ne ho misura, vedo il presente solamente, mentre pezzi lunghi della tua vita, scompaiono anche a te. Com’erano i tuoi trent’anni? e i venti?

Cosa eravamo allora, distanti nelle nostre vite. L’epica dei giorni di furore e le quieti immani. L’abitudine ancora molle da plasmare e gli scarti repentini dell’umore, le tristezze che dilagavano e le alzate d’orgoglio incerto: manca molto all’appello. Racconta di te che resti traccia della vita, bella a te anzitutto. Racconta senza nostalgia d’aver vissuto, racconta e i giorni che verranno saranno nuovi, racconta senza fretta, prenditi tempo e risali assieme a chi ti ascolta. Ci sei tu nella tua vita assieme al mondo. Ricordi come si chiudevano i pensieri d’assoluto?  dopo di noi il diluvio ed era così bello pensarlo allora, invece il diluvio non c’ha portati via. E neppure siamo naufragati, siamo finiti molto in là, ma ciò che c’è stato in mezzo non è stato un caso. Per questo ci serve ancora e ci servirà, non è stato un caso e se resta poco di noi il mondo perderà qualcosa. E’ l’era dell’oblio, non l’avevamo mai conosciuta prima, ma restiamo ribelli ancora: ricordiamo per avere futuro.

la sintesi

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Entrando nell’edificio, mi colpì l’odore dell’ombra e del legno. Poi la luce soffusa. Veniva dall’alto, ma sembrava ovunque, spalmata sulle pareti, sul pavimento, sulle persone. Fuori un afroamericano, in divisa blu oltremare, puliva meticolosamente pomi d’ottone. Oggetti inutili e belli che nessuno usava: tutti spingevano il battente e il legno di quercia s’era fatto più biondo nei punti di contatto. Prima d’entrare, m’ero goduto mezz’ora di solitudine da Starbucks. Non capire nulla dell’americano smozzicato degli avventori e dei camerieri, lo aveva fatto diventare una nenia di fondo, e così bevevo caffè intingendo muffin al cioccolato, scrivevo, guardavo attorno. I visi avevano storie. Sentivo che imprigionavano case alveare, luoghi, abitudini, mestieri che volevano essere raccontati, ma non uscivano dalla coscienza perché mancava un ascoltatore che non li conoscesse. Così sentivo gli sguardi che si posavano, un pensiero fugace e poi lo scivolare via. E allora immaginavo. Per l’aria sottile di prima mattina, mi sembrava una storia perfetta. Ma cos’era una storia perfetta?  Una sensazione descritta in parole che si facevano più precise. Confezionata per essere aperta, e poi ripresa in mano. Depilata, mutata in un erotico emergere di forma essenziale, guardata e riguardata, ascoltata e capita. Un necessario continuo togliere, scoprire dopo aver ricoperto, sino all’osso limite quando il banale scompariva e restava il corpo, la sostanza, il perfetto in sé.

Senza poter parlare il processo era su di me: potevo essere una storia perfetta, come chiunque attorno. Si partiva dal banale, da una decisione che scartava: prima avevo seminato i compagni, la sera ero stato reticente, avevo infine rifiutata la bella compagnia che s’era proposta. Solo. E tutto questo perché c’era una determinazione, un canovaccio già scritto di cui, però, non sapevo cosa sarebbe avvenuto, pur avendone la sensazione positiva. Quell’attendere da Starbucks era un assaporare ciò che ancora non sapevo e ritardavo, e questo lo pensavo rafforzando il futuro immediato con scelte precise: cosa avrei fatto, il tempo che avrei impiegato, dove sarei stato per tenere la magia dell’emozione, il ritorno. E cercavo di scriverlo, scegliendo le parole che descrivessero qualcosa che ancora non c’era. Cioè cercavo di descrivere il nulla che è pieno di presagio, l’attesa non il fatto.

Attraversando la strada, notavo particolari, come dovessi poi ricostruire qualcosa. Di fatto preparavo un racconto per la memoria. Qualcosa che sarebbe rimasto, artificioso e determinato come ogni prodotto della volontà, ma al tempo stesso inerme e fiducioso dello svolgersi. Come in una partita di scacchi avevo i pezzi, cominciavo le mosse, volevo condurre il gioco con geometrica essenzialità, non importava vincere o perdere, l’importante era ciò che ne sarebbe rimasto. Per questo scelsi subito che non avrei visto tutto. Furono tralasciate molte sale, perduti tesori che potevano attendere una improbabile altra visita, le ridussi a quattro o cinque. Il numero fissava un tetto alla sopportazione della bellezza, cercava di esaltarla e così passai non poco tempo davanti a un Monet, seduto su una panca e spesso oscurato dalla schiena e dal sedere di occhi frettolosi. Chiudevo gli occhi e lo vedevo ancora, li riaprivo ed era là. Un atto estetico, inutile e per me sommo: la rinuncia. Mi beai del fatto che la sazietà era venuta prima del previsto e che in quel colore, guardato ripetutamente, potevo vedere la pastosità del farlo, la punta di bianco di un riflesso, cercare di intuire un pensiero che mescolava e semplificava. Come per le parole il pennello si soffermava nella densità per estrarre l’analogia con una forma, l’impressione tradotta in emozione, per poi sostare e vedersi riflesso. Ecco, questo mi sembrava la sintesi, il coincidere tra emozione e rappresentazione.

Tornando al racconto di me, di tutto questo vedere, immaginare, sentire, tenevo il controllo pur lasciandomi andare e travolgere. Pensai, lo ricordo bene, che tenevo il bandolo del filo del mio tempo. E non c’era altro che il sentire senza mediazione e senza qualcuno che avesse spiegato prima, il contesto e cosa notare,vedere, cogliere. Come per un incontro voluto ero inerme e disposto alla meraviglia. E per questo forte. Come una storia, per l’appunto che determina il futuro. Ed è un raccontare senza scopo che trova senso nella gratuità del dire, non nello spiegare o nel far comprendere. Il dire nella sua evidenza, a sé, anche davanti a nessuno.

Ho un appunto di quella mattina, scritto su una panca d’acero prima d’uscire:

L’ombra dopo la luce sul palazzo di fronte, Picasso, Caillebotte e altri, confusi già ora, Monet, la colazione luminosa di Renoir e la camera di Van Gogh ad Arles, una panca perfetta d’acero biondo, la pace di una scelta, poi nuovamente la luce e il silenzio. In mezzo al rumore. 

Per arrivare alla sintesi servono moltissime parole, e sensazioni, ma quando si capisce cosa si sente tutto prende il volo e resterà una sola parola.

quale forza vorrei

non vorrei la forza del guerriero,

quella no,

piuttosto quella del poeta,

che solleva stanco, il passo nella neve,

eppur procede.

Vorrei la costanza indomabile dell’immaginazione,

il tempo ritmato delle pendole, 

la tristezza del non fatto che si scioglie.

Vorrei tenere la forza dell’ abbraccio, 

il parlar muto

liberato dal condiviso sogno. 

Vorrei tener cara la morbidezza della neve

che prima si schiaccia in orme

e poi si scioglie

e cola in rivoli nei tombini arrugginiti,

scivolando verso la campagna, 

dissetando piante e terra

finché il mare poi l’accoglie e fonde.

Vorrei la memoria d’acqua,

l’essere stata altro e l’essersi mutata,

fiduciosa in sé dell’ accaduto.

Ecco la forza che vorrei,

gentile e inarrestabile, 

zeppa d’ afrore e vita,

come quella del poeta che

accarezza e fa l’amore con ciò che vede

tenendo cara la vita che l’accoglie.

28 giugno 1914 Karlsruhe

Il 28 giugno 1914 è domenica. Mio nonno e la sua famiglia abitano a Karlsruhe. E’ un giovane uomo, ha bei baffi neri e folti, capelli neri. Lo sguardo è fermo, deciso, con una tenerezza particolare negli occhi. Sua moglie è piccola, magra, dolce e bella, hanno due bambini, entrambi nati in Germania, uno è nato da poco, è mio padre, la sua sorellina ha due anni. E’ una famiglia felice, stanno bene economicamente, hanno una bella casa, il nonno ha un lavoro autonomo. Guardiamolo un po’ meglio. Ha da poco superato i trent’anni, ma ho a parecchia vita sulle spalle. Lui e i suoi fratelli sono emigrati pur avendo un lavoro e un piccolo patrimonio nel paese dove, da sempre, la famiglia ha vissuto. Con loro sono emigrate anche le sorelle. Sono passati per la Svizzera, fermandosi due anni assieme e poi si sono separati. Chi è rimasto in Svizzera, chi è andato in Francia, lui ha scelto di andare in Germania con la moglie, che l’ha seguito sin dal primo momento. Sono sposati da pochi anni. Lavora molto, il Toni, ma è contento di quel paese da poco unito in cui si è fermato. Pensa di stare il tempo necessario per accumulare un buon gruzzolo e poi tornare a gestire la locanda, l’appalto, rimettendo in ordine le case, i campi, e comprandone degli altri. Non è un contadino, nessuno lo è mai stato in famiglia, i terreni servono per la locanda e per l’osteria, per fare vino, un po’ di granturco, ortaggi e mandorle. Abitare sui colli non è facile in quei tempi, e soprattutto dopo l’unità d’ Italia, il Veneto si è ulteriormente impoverito, per questo sono emigrati.

Di Sarajevo non sa ancora nulla, lo saprà il giorno successivo. Immagino quando ne avrà parlato con la nonna, accennando senza calcare la voce per non preoccuparla troppo. Le avrà detto che per loro non cambiava niente, che sarebbero rimasti nella loro casa di città , con i nuovi agi acquisiti e che queste vicende, loro, le hanno già vedute. Non si ricorda, la nonna, dell’uccisione di re Umberto a Monza, e dello zar in Russia? E cos’era accaduto? Nulla. E poi la Serbia, chissà dov’è. Un Paese di pecorai, come il Montenegro, il regno da cui viene la regina. Tutto lontano. L’Italia è alleata della Germania e dell’Austria, cosa può  venirne a loro? Nulla. Hanno anche preso gli attentatori, quindi ci sarà il processo, la condanna e poi basta.

Venivano da anni prosperi e felici, erano persone normali e un po’ speciali, avevano coraggio: il futuro sarebbe stato positivo.  Nei mesi successivi, già alla fine di luglio, le cose cominciarono, invece, a precipitare. All’inizio non capivano, L’Italia era ancora alleata ma non entrava in guerra. E gli italiani cominciarono a non essere più graditi. anche il lavoro era diventato più difficile, così, penso, che se fecero una ragione quando furono costretti a rimpatriare. Con due bambini piccoli, vendendo il vendibile, ritirando i risparmi. Partirono con le sole valigie, fatti salire su un treno che riattraversò la Svizzera. Questa volta non si fermarono, ma sarebbe stato meglio. Chissà cosa pensò mio nonno, probabilmente non aveva voglia di ricominciare subito e i marchi oro e le sterline erano abbastanza per tentare  un’ attività al paese. Poi, in realtà, non ricominciò nulla di definitivo e quei soldi consentirono a mia nonna di essere indipendente fino al 1920. Così tornarono e dopo pochi mesi, il nonno fu chiamato alle armi, per chiudere la sua vita in una dolina dalle parti del san Michele, nel ’17. Era una persona pacifica, non aveva voglia di guerra, ma qualcun altro l’aveva attirato in una trappola del presente. Quel presente che non ha futuro quando le cose vengono spinte troppo da chi non ci pensa, anzi lo vuole determinare il futuro mettendoci la volontà di onnipotenza. Mio nonno invece pensava, e sapeva, che il futuro si costruisce con la giusta lentezza, ma lui era solo maggioranza. Non contava poi così tanto.  Così fu uno dei 12 milioni di morti soldati. E la bimba fu uno dei 5 milioni di morti civili, morì di spagnola nel ’19. La nonna fece il possibile, anzi molto di più. Non si curò del patrimonio, seguì i figli e poi mio padre. C’era un posto per il dolore e uno per la vita? Lei fuse tutto e conservò di mio nonno il ricordo di un uomo giovane, dolce e deciso. Ne parlava, le poche volte che questo ricordo doloroso oltrepassava le labbra, con grande tenerezza. Lei che non si era più risposata, che aveva affrontato e ricostruito la vita dopo la dissoluzione di ciò che aveva e dei legami con i parenti. Da come l’ho conosciuta, e l’ho conosciuta e amata molto, non le importò mai delle cose perdute, non ne parlava, ma delle persone sì. Era attenta agli affetti rimasti e al nonno, del resto s’era liberata con noncuranza.

E’ il 28 giugno, è domenica, la famiglia è riunita per la cena. Dalle finestre aperte entra il caldo già estivo, le voci un po’ strane della strada, la brezza della sera. Forse mio padre piagnucola o forse dorme, la bimba gioca. Magari c’è un po’ di nostalgia ma  il futuro è pieno di tenerezza come il presente. Lontano è successo qualcosa che li riguarderà, non lo sanno. Anzi credo che mia nonna non abbia mai ben collegato le cose e forse è stato bene. Lasciamoli così in una piccola grande felicità, in una domenica di giugno di cento anni fa.

imprecisione

Tenendo impreciso l’inizio del tempo, 

le cose, gli atti,

e più ancora il pensiero che lo mosse,

allegri si mostrano, lacerti di speranza.

Ciò che non si è fatto potrà iniziare poi.

Forse, ma non importa poi tanto,

la distanza genera impensate serenità

e basta un appiglio per non precipitare

nel non fatto che annichilisce.

E’ questione di dimensioni, nella vita si sceglie,

in disparte non resta il marginale,

ma l’importante che abbiamo scartato.

Delle tante bellezze del possibile, qualcuna si è scelta, 

mentre altre, ancora, sorridono invitanti.

Per non smarrirsi nel desiderio 

è giusto dare, a ciò che si lascia, una possibilità: 

sarà tempo.

E da un passato dove un briciolo s’espanse,

viene una data per l’ inizio, 

ma non vogliamo tutto ciò,

perché è bellissimo che il fiume scorra 

e non abbia solo una piccola fonte,

un limite, a noi che limiti non abbiamo.

Così comprendo ciò che non è esatto, 

e amo i miei orologi in ritardo, 

scandiscono la bellezza che non è ordine, 

e abbraccia,

ricamando di possibili alternative,

i sogni.

appunti

Quando è più acuto il peso dell’insufficienza, il riposo nel relativo è una pausa ristoratrice. Costruire cattedrali di necessità genera certezze ed importanza, ma sacrifichiamo a un dio esigente e muto. Dov’è l’essenza, è una domanda perversa se induce a pensare che basti sforzarsi e le cose avranno un ordine, che la sintesi uscirà. Ma d’altronde è necessario difendersi dal contrario dell’essenza, ovvero pensare d’essere insiemi di dubbi che galleggiano in un flusso gassoso dove nulla si rapprende davvero.

Se si confronta l’analisi e l’intuizione, la seconda apparentemente più vicina alla libertà, prevale l’intuizione e l’ anarchica felicità del sapere senza sforzo. Ecco devo difendermi dall’intuizione come regola, senza cadere nella prigionia dell’ordine della conoscenza. Non è più possibile. quando si comprende che, per possibilità od età, ciò che non è stato fatto non potrà aver più luogo, vedere il mondo allo stesso modo. Si palesa la contraddizione del non essere stati allo stesso tempo liberi, ne l’essere stati come “tu mi vuoi”. E si vede l’inutilità di molta morale nei confronti della piccola felicità possibile. Ma se non cadiamo nella disperazione dell’impossibilità d’essere come vorremmo (per noi o per altri), potrà esserci, l’immotivata ( perché non ci dev’essere per forza un motivo alle cose )  fiducia che noi e qualcosa, rimetterà ordine alle tessere del mosaico e un senso ne uscirà.

Ci perdiamo nell’assoluto pensando ch’esso abbia a che fare con l’uomo invece, cercando appena oltre la nostra recente natura d’esseri d’intelligenza organizzata, non troviamo molto che non sia legato alla necessità. Così può consolare il trovare un’etica che superi il vincolo delle organizzazioni, delle leggi nate per regolare gli impulsi e gli effetti economici di questi. Qualcosa che sia prima della relazione ordinata dei sentimenti a fini sociali. Qualcosa che risalga a noi e ci mostri il mondo come lo vediamo davvero e non come ci vien chiesto di vederlo. In questa ricerca di un’ etica del sentire, trovo consolazione per tutto ciò che non ho fatto e speranza per ciò che accadrà, se potrò capirlo.

passavo e ripassavo

Passavo e ripassavo,

aduso al girare a tondo,

gatto perplesso in cerca di senso.

Passavo e ripassavo leggendo,

tra grani di terra rossa, 

il primo verde, le lettere d’amore.

Cercavo e trovavo,

ripassando,

matita su carta che copia monete nascoste.

Cercavo e trovavo senza saziarmi,

alzando gli occhi,

chiedendo.

Solo gli occhi, che altro serviva?

 

del prendersela con qualcuno

Se non si capisce con chi possiamo prendercela, perché trasferire il problema su di noi? E’ possibile non prendersela con nessuno, e quindi neppure con noi stessi?

Se qualcosa accade è perché l’intelligenza applicata non è un muscolo che si esercita contro sé stessi. Casomai bisogna adeguarsi, oppure essere così forti da cambiare le regole. Faccio un esempio: in politica il compromesso è un’arte che permette a diverse visioni di interagire e coesistere, altrimenti avremmo, nella migliore delle ipotesi, la dittatura della maggioranza. Ma il compromesso, nella sua forma onesta di comprensione delle ragioni dell’altro, non è tutto, esistono tutta una serie di norme disdicevoli che portano ad una prevalenza dell’ astuzia nella politica, ovvero come posso guadagnare potere e spazio, mantenerlo, farlo fruttare a spese degli altri? Non parlo dei cittadini, parlo di come si costruisce un consigliere, un assessore, un sindaco, un deputato e via cantando. C’è un’ambizione personale (in sé positiva) che va molto oltre l’enunciazione del servizio alla comunità, ma non è l’ambizione disdicevole, piuttosto l’astuzia che altera il fine per cui si aspira a governare. Così ci sono regole non scrtte ed eticamente disdicevoli, la convenienza attiva l’intrigo, viene naturale il rafforzamento delle elitès, fino all’espulsione della dissidenza pericolosa. Queste regole prescindono dalla maggioranza, dalla democrazia e per scalzarle bisogna avere la forza di rovesciarle, anzitutto, ma servirà poi una forza ben più grande per mantenere le nuove regole e far sì che non sia vero che tutto cambia perché tutto deve restare eguale.  

E se una persona decide di fare politica deve sapere che esistono queste regole sotterranee, deve relazionarsi con esse, e decidere da che parte stare. Se si sceglie la direzione della propria coscienza, si accetta che a volte andrà bene, ma più spesso malamente. Per questo nella politica, come nella vita, bisognerebbe capire contro chi davvero dovremmo prendercela e quali erano i nostri obbiettivi e le regole che abbiamo rispettato. Se decido di essere furbo e qualcun altro è più furbo di me perché dovrei dolermi? E ancora, se quanto faccio è coerente con me, se non prevale, non diventa prassi non dipende forse dal fatto che devo dimostrare ad altri che questa è la strada per star bene, che questo è un modo alternativo con regole diverse, di vivere. Ecco, nell’autocritica e nella critica dovrebbe emergere il progetto e i suoi strumenti, non solo il risultato.

gestire la sconfitta

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La notte è profonda e fa così caldo, in questo preannuncio d’estate, che allungare il percorso è un sollievo. L’aria è piena del profumo dei tigli, a terra, i loro granuli gialli si sono disposti in scie secondo i capricci del vento. Aspiro e ascolto la notte. E i miei passi, pesanti tra le mura del vicolo.

Come si gestisce una sconfitta? Ci sono quelle passate nel ricordo, ma il futuro sembrava infinito, eppure anche allora faceva male. Se ha vinto la democrazia, le idee che si ritengono giuste e buone per tutti, hanno davvero perduto?

Ora ci sarà la ricerca delle ragioni: il candidato sbagliato, la campagna elettorale poco efficace, la città che è conservatrice e si è presa la sua rivincita. Ma allora in questi anni saremmo stati usati. Credo non si sia capito abbastanza e che sia finito un ciclo. E tutto questo cos’ha a che fare con le idee?

La mia generazione conclude un percorso. Era ora, eravamo stanchi, ma questo cos’ha a che fare con le idee di futuro? Se perde la solidarietà e l’equità, se fa un passo indietro lo sviluppo sostenibile ed emerge forte la logica del profitto, abbiamo perduto solo noi?  

Sentirsi sconfitti è più che esserlo sul campo, così cerco di pensare che è una battaglia di una guerra infinita, ma intanto, al bivio, la nostra piccola storia ha preso un’altra strada. Non si torna mai indietro, bisognerà immaginare altri percorsi che intercettino più avanti il cammino. Non tocca a noi, non più, saranno altri.

La notte è calda, materna sembra ascoltare i pensieri, suggerisce di raccogliersi, mettere assieme il dentro e il fuori.

Ma come si gestisce una sconfitta?

Riconoscendola e passando il testimone. Mettendosi a servizio in silenzio, siamo stati troppo a lungo in scena, adesso è ora di andare, il racconto, anche delle nostre idee, spetta ad altri.

tornare

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Mi prende, a volte, la tentazione di tornare ai libri miei che tappezzano le pareti attorno. Alla musica che paziente attende d’essere ascoltata. Alla mia scrittura senza fretta, agli inchiostri, ai pennini e alla carta buona. A volte mi prende la necessità di prendermi tutto il tempo possibile, di stare in silenzio, di lasciare che il dentro e il fuori si parlino, e tutto si allacci e scorra. E’ la necessità di tirare il fiato, sentire l’aria che riempie, il buon sapore degli odori, i rumori di ciò che sta attorno. Così scorro con gli occhi i luoghi che conosco. Penso che ho bisogno di piccole, poche cose: le aromatiche sul terrazzo, qualche fiore che procede per suo conto, il cibo semplice. E gli occhi tornano sui libri, tanti libri, più di quanti mai leggerò, per tenere aperta la vita e la speranza, il futuro e il passato intrecciati. Ho la fortuna (e a volte è vincolo a capire) d’ una grande memoria che ricorda ciò che la rete della vita ha tenuto e messo assieme, ciò che è stato e non è stato. E in questa piccola pace sento l’equilibrio di quello che si raccoglie attorno e dentro me con rinnovato ordine: la passione, il tumulto, il rifiuto, l’amore. Il futuro e il tedio che con piccoli dispetti si confrontano. E penso allora che è tempo di tornare, ma non ancora tempo di chiudere le porte al mondo.