scorie dell’anima

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Più di dieci anni fa, pochi se ne ricorderanno, ci fu un pasticcio per la creazione di un deposito di scorie nucleari a Scanzano Jonico, in Lucania. C’era il governo Berlusconi, e ancora pochi se ne ricorderanno che Berlusconi ha governato a lungo, tanto che si vantava, che il suo era stato il governo più lungo della storia della Repubblica. Sarebbe meglio ricordarsene quando le cose non vanno bene, che comunque c’è stata una genesi, che qualcuno non ha fatto, ha tranquillizzato o rimosso. Ma questo vale per tutti, perché si rimuove molto in questo Paese. Ad esempio quand’ero ragazzo, non si riusciva a parlare di fascismo a scuola, eppure tutti, o quasi, insegnanti e bidelli erano stati fascisti o nel immersi nel fascismo fino a non molti anni prima, possibile che nessuno si ricordasse. Me ne stupivo da piccolo, ho continuato a stupirmi da grande. Divago. Tornando a Scanzano Jonico, in quell’occasione, poi sventata dalla protesta popolare, si era pensato di ficcare in una miniera abbandonata di salgemma, tutte le scorie radioattive d’Italia. Quelle passate e quelle future, perché oltre alle centrali che sono state smantellate, di scorie radioattive se ne producono in continuazione in ospedali, laboratori, industria. Quindi si risolveva un problema togliendolo da molti posti e mettendolo in un posto solo. E questo non è sbagliato in sé, ma parte da un fatto che coinvolge tutti, ovvero quando si fa qualcosa non si pensa alle conseguenze, tanto poi qualcuno risolverà. Come dicevo, alla fine non se ne fece nulla, ma sarebbe istruttivo ricordare chi era il sindaco del comune, chi il presidente della Regione, chi il ministro, chi il generale che fu incaricato di preparare il terreno, quale impresa doveva agire, ecc. ecc. e anche il problema sarebbe istruttivo chiedersi che fine ha fatto. Ma come per Report e Presa diretta, queste sensibilità, durano poco. 

Sono partito da questo ricordo per collegarmi ad altro, in fondo quelle scorie che abbiamo rimosso dall’attenzione e non risolto, assieme a tantissimi veleni sono rimaste nelle nostre anime e hanno generato il relativo in cui ci dibattiamo. Certo, Calvino non si peritò di venire in Italia per predicare il rigore delle anime, restò in Svizzera forse perché pensò che era una battaglia persa, oppure, considerato il passato e il presente, già allora capì che i veleni erano ormai nel corpo italico e il mitridatismo impediva all’organismo di soccombere, ma c’era una propensione ad assuefarsi più che a depurarsi. Sembra un ragionamento moralistico, non sia mai, penso invece che tanti anni di preti, incenso, e digestioni difficili nelle sacrestie e nei confessionali non hanno scalfito (oppure hanno favorito) una doppiezza di pensiero che porta a rimuovere, mettere da parte. Si deve pur vivere, no? Sarà per questo coltivare le anime che rimetteva tutto all’aldilà che il degrado non ci impressiona più di tanto, oppure si sarà formato un cuoio dello spirito che porta a tener dentro, come ci fosse sotto la scorza, un giardino di bellezze che comunque resta nostro mentre attorno le cose cadono a pezzi.

Si dirà, c’è una crisi feroce, la gente non sa come finire il mese, il lavoro manca ai giovani come vuoi che ci si preoccupi di quello che è accaduto o sta accadendo attorno, è il particulare che trionfa, risolto questo si potrà pensare ai problemi comuni. Credo che questo modo di vedere faccia bene a chi risolve i problemi mettendoli sulle spalle di qualcuno più debole oppure occultandoli. La nostra casa è sporca e ha sporcato anche il nostro spirito, il nostro modo di vedere, di sentire. Le priorità diventano difficili da individuare se non sono comuni. Spesso si allargano le braccia, ma non per volare, piuttosto per testimoniare le terreità delle nostre capacità. Non ce la facciamo, anche quando siamo sensibili, e così è meglio rimuovere.

Oggi guardavo la fotografia di una scuola fatiscente in Puglia e leggevo della rivolta dei genitori e degli alunni, prima degli insegnanti. E cosa potevano fare gli insegnanti, come i soldati non possono scegliere il campo di battaglia, al più chiedono collaborazione alle famiglie, ma si adeguano. Come farne una colpa, non lo è e non lo può essere. Ma quelle aule cadenti e sporche, gli intonaci scrostati, i mobili sconnessi e i banchi disastrati impoveriscono anche loro. Chi riceve un messaggio guarda il messaggero, il contesto, la busta. Se tutto questo è malridotto quanto valore sarà perduto, quanta fiducia banalizzata e dispersa.

Guardo il mio tavolo ingombro, non c’è sporco, ma c’è disordine. L’ordine non è un obbligo, rimuovo e rimando, quindi capita anche a me. Prendere coscienza è fatica, ma è indispensabile quando non si sta bene nella vita. Allora penso che rimuovere è un artifizio che da insieme ci fa diventare soli, che ci pone davanti ai nostri problemi senza alcuna possibilità di affrontarli assieme. Che strano, quando abbiamo un peso eccessivo nell’anima, una pena d’amore, una modalità di vivere che ci fa soffrire, si pensa a un aiuto, a parlare con qualcuno. Magari si cerca un medico, uno psicologo, un analista, per chi ci crede, un confessore, oppure uno dei tanti “esperti santoni” che rovesciano le vite. E invece di questa casa che ci cade a pezzi attorno non parliamo con nessuno, come fosse una vergogna irrimediabile o qualcosa che non ha poi così tanta importanza. Gli estremi si ricongiungono e noi mettiamo sotto il tappeto della rimozione quello che non vogliamo vedere perché ci interpella.

Vi do una cattiva notizia, in questi anni non si è risolto nulla sulle scorie, di qualunque tipo, la monnezza è ancora nelle balle ecologiche in Campania, i cornicioni e gli intonaci delle chiese e dei monumenti continuano a cadere, anche sulle frane e sul rischio sismico si è fatto ben poco. Vi do una buona notizia, se vi guardate attorno, anche qui in rete, quelli che si interessano non mancano, continuano a spazzare anima e mondo che ci sta attorno. Non è una soluzione ancora, ma almeno qualcuno con cui parlare c’è.

reti di città e agricoltura di prossimità

La scorsa settimana, ho curato un convegno sulla possibilità di invertire la tendenza all’uso di suolo e sulla ricomposizione del rapporto tra città e campagna.

Direte: ma cosa c’importa, tanto queste cose sono fuori dalla nostra portata. E invece io penso che i consumatori hanno un grande potere in mano per determinare come vivere, ma ancor di più possono imporre come configurare il territorio che determinerà la vita nostra e dei nostri figli e nipoti. Le città sono nate come risposta alla conservazione/consumo di cibo prodotto dalla campagna. Come luogo dove conservarlo e poter sopravvivere. E le città, e le loro attività di manifattura, si sono prioritariamente indirizzate a soddisfare i bisogni di tecnologia e di trasporto che la campagna e il cibo generavano.  Ma capisco che così non convinco nessuno. Che gli orti di città, il verde verticale, sono vissuti più come bizzarrie o risposte alla crisi piuttosto che come segno che si può andare in direzione diversa rispetto al solo cemento. E sento questa distanza dalla coscienza di poter modificare il modo di vivere, non solo come fatto individuale, ma collettivo, soprattutto ora che la crisi fa accettare molto di poco accettabile. Eppure questo sarà il tema dei prossimi anni perché c’è una tendenza mondiale a costruire megalopoli immani, da cui l’Italia, per fortuna, sembra restare fuori. Pensate che in Cina si programmano città da oltre 200 milioni di abitanti, l’equivalente di tre Italie messe assieme. Ma riuscite a immaginare come avverrà la gestione di questi aggregati immensi di individui, veicoli, abitazioni, di quanto territorio dovrà essere al servizio di tante persone solo per soddisfarne i bisogni primari. Eppure anche se fuori dalla competizione ai grandi aggregati urbani, l’Italia arriva, dopo oltre vent’anni di discussioni, con un procedimento legislativo sulle città metropolitane a rendersi conto che il paese inurbato ha una struttura e una complessità diversa dall’italietta che era fatta di campagna e piccoli centri.

Quindi pur restando fuori dalle progettate megalopoli, è certo che il panorama territoriale italiano muterà. Ma quali saranno gli effetti e soprattutto le nuove possibilità che il governo delle reti di città e delle città metropolitane potranno generare per una migliore vivibilità del territorio?

Se ci saranno razionalizzazioni infrastrutturali, nuova urbanistica e nuove suddivisioni degli spazi dell’abitare e del produrre. Se i cittadini delle reti di città prenderanno coscienza del loro consumare allora si genereranno nuove abitudini a ciò che il territorio produce, si rispetteranno le stagioni e crescerà il benessere. In pratica si tornerà ad un territorio che ha smarrito la sua cultura negli ultimi 50 anni e che ha confuso la possibilità di acquisto con il benessere. Una risposta possibile e relativamente facile, che apre prospettive inedite dal punto di vista qualitativo ed economico, è l’agricoltura di prossimità, dove campagna e città tornano ad integrarsi e si esce dal paradosso che schiaccia sotto i trattori la frutta in eccedenza, che manda al macero il cibo, perché il prezzo non vale il trasporto mentre contemporaneamente cala la possibilità di acquisto. La campagna e il territorio agricolo tra le città possono essere quasi autosufficienti e sopperire ai fabbisogni di frutta, verdura, carne necessari al buon vivere, conservando tradizioni, immettendo nuovi standard salutistici, producendo energia e ottimizzando i consumi.

Quindi le città, oltre a non consumare ulteriore suolo, possono, attraverso i loro cittadini consapevoli, generare una crescita compatibile verso produzioni a km zero, che creano lavoro e cominciano ad incrementare un benessere gestito localmente. Alcune risposte a questa domanda di qualità del vivere e di crescita sono già in essere. Sono le risposte dell’auto organizzazione del consumo, i GAS, i mercati di vendita diretta dei produttori, ma questo è ancora insufficiente rispetto alla domanda che attende di essere organizzata e di diventare interlocutore di prossimità. Attraverso il consumo e la sua domanda selettiva, si apre un ambito di organizzazione nuova del vivere e del produrre, molto compatibile con l’ambiente, perché, oltre a rispettarlo, lo migliora nell’attuale uso, abbatte la produzione di CO2 da trasporto, sviluppa nuove specie vegetali e conserva le culture del produrre, con una redditività e sviluppo nell’agricoltura di prossimità, difficile con l’uso estensivo e indifferenziato delle coltivazioni.

EXPO 2015 vuole dare una risposta al bisogno di alimentazione del mondo, e comunque essa sia, l’agricoltura di prossimità ne interpreta il lato più ecologico e più vicino al consumatore, fornendo una risposta economica e culturale di assoluto interesse per l’Italia, ma anche per altri Paesi dove la sovranità alimentare non è un’opzione ma una necessità. 

Tutto questo si potrà fare? Dipende da noi, da quanto queste possibilità diventeranno consapevolezza prima e domanda poi. Mangiare le fragole e le ciliege a natale è una curiosità, ma se noi conoscessimo il percorso di quel cibo, se avessimo coscienza delle relazioni tra allergie e conservanti, forse si preferirebbero le arance. L’anno prossimo sarà l’expo di Milano a portare il tema del mangiare a sufficienza e con una nuova coscienza, al centro dell’informazione, ma chiusa l’expo torneremo alle abitudini facili del tutto, tutto l’anno? Se così fosse avremmo sprecato un’occasione di libertà, per questo ragionare di queste cose riguarda tutti, ci dà la possibilità di mutare il mondo che ci attornia. E credetemi, anche se vi ho annoiato, provarci non è davvero poco.

8 settembre

Oltre le parole, sempre difficili in politica nei loro tempi, affidabilità e univocità, mi inquieta quella fotografia dei 5 giovani leader sul palco della festa dell’Unità di Bologna. Guardiamola: tutti vestiti allo stesso modo. La camicia bianca aperta e le maniche arrotolate, i pantaloni informali, per 4 sono neri, per lo spagnolo ci sono i jeans. Il messaggio sulla gioventù che cambia il mondo e si ritrova assieme, è evidente. I segni non sono banalità nella nostra società. Insomma si consacra un’ iconografia. Sul terreno delle idee e del cambiamento le cose sono più complicate, i poteri forti sono ancora forti e vecchi. In quei poteri anche i giovani sono subito vecchi perché i principi del denaro non perdonano, sono evangelici, o dall’una o dall’altra parte, il barcamenarsi non è consentito. Lo sappia Renzi, ma forse lo ha ben compreso. E oltre alle parole che attendono concretezza, cosa m’ inquieta? Quell’assonanza con una vecchia fotografia di Berlusconi in vacanza dove tutti avevano la stessa tenuta e la maglietta a righe. Non posso fare a meno di ricordare che anche qui valeva il dentro o fuori e il dissenso aveva vita grama. Divise, modi d’essere, di appartenere. A me ancora piace il pensiero libero per quanto può, la possibilità di dissentire, il dire ciò che si vede e si pensa. E’ strano, una verità, pur parziale, dipende da chi la dice, dalla sua età, dalla sua storia. Difficile discutere sull’oggetto, sull’evidenza, meglio parlare di ciò che muove le parole, anche il dire la verità, che cessa di essere tale. E questo è vecchio, terribilmente vecchio, in politica è il processo alle intenzioni.

8 settembre: comunicato del generale Badoglio che l’Italia ha chiesto un armistizio agli americani. Badoglio è lo stesso di Caporetto, quello che una commissione parlamentare riconobbe insufficiente nella sua azione e nei suoi ordini per evitare la disfatta. Allora, nel ’17 non dette ordini necessari, non fu rimosso, fece carriera e l’8 settembre ’43 si ripetette. Nel comunicato, non ci sono ordini, nessuno sa che fare, neppure il nemico è determinato. Chi ha voglia e tempo di leggere su quei giorni, si accorgerà che da qualunque parte si guardi fu chiesto ai soldati l’eroismo e l’amor di patria e dall’altra parte ci fu la fuga a Brindisi e l’abbandono dell’Italia ai Tedeschi. Una vergogna incancellabile.

Mio padre era a Bologna l’8 settembre, divisione Ariete, i resti di quanto rimasto dopo El Alamein, Alla mattina del 9 settembre, in caserma c’erano 1000 uomini, oltre cento carri armati, nessun ufficiale. La caserma fu circondata da un battaglione tedesco, non c’era neppure chi potesse discutere la resa. Il 10 i militari, erano già incolonnati per essere deportati in Germania. Mio padre scappò durante il trasferimento, gli andò bene, spararono ma non lo presero. Poi gli anni di macchia fino al ’45. Parlo di questa storia di casa perché non pochi morirono nei trasferimenti e in Germania, altri in Italia, ed erano persone che non avevano scelto di morire, ma semplicemente avevano detto di no all’arruolamento nella R.S.I. o tra i tedeschi, o alla vergogna.

8 settembre. Ieri in piazza della frutta a Padova, c’era don Ciotti, e 2000 persone a sentirlo. Poi hanno cenato assieme senza distinzione di censo, età, religione, colore della pelle, sesso. Come dice la costituzione per i cittadini che hanno scelto di vivere in questo Paese. Era bello vederli in fila che attendevano di poter riempire un piatto magari con cibi mai mangiati prima. C’erano menù di vari paesi e tutto era gratuito ed è finito anche troppo presto, perché le persone avevano voglia di stare assieme, di essere in piazza, di sentire la città, mentre arrivava una notte finalmente tiepida e amica. Don Ciotti aveva detto, concludendo, che le mafie e l’illegalità sono più forti nei momenti di crisi, che non bisognava avere paura ma opporsi, vivere una vita per ciò che si sente giusto, perché quello è vivere. Poi s’è fermato, è stato un momento, come un pensiero, e ha ripreso dicendo, non ho paura perché non sono solo, ma siamo noi. E quel noi mi è parso così grande che non era settembre ma primavera e noi non avevamo davanti il declino, ma la speranza.  

8 settembre, sembra sia tornata la stagione giusta, fa caldo. Finalmente. E’ bello pensare che settembre è un mese che contiene cose, ricordi, possibilità, futuro. In fondo non cessiamo mai di essere scolari e la scuola di allora ha ancora un senso dentro di noi ben oltre ciò che si è appreso. L’anno successivo alle elementari tornai nella mia vecchia scuola: era tutto diverso, non appartenevo più, eppure quei luoghi così distanti erano stati la mia dimensione. Lì ero cresciuto ed era divenuto piccolo il cortile e il banco, ora crescevo altrove, ma capivo già allora che quello che era accaduto non se ne sarebbe andato. Mi sembrava assoluto e solo poi ho compreso che gli assoluti durano meno della vita di un uomo.

8  settembre, sembra che si apra un nuovo attraversare gli anni e il tempo. E’ bello pensarlo, come è bello guardare attorno, vedere ciò che mi piace e ciò che non gradisco. Non assolversi dalla capacità di vedere, capire, prevedere. Ieri pensavo ad un autore che amo assai: Heinrich Böll, al fatto che diceva che amava tutto della vita, il dormire e lo svegliarsi al mattino, l’amore  e la sua difficoltà, la fatica e il riposo. Ciò che non amava era l’essere costretto a fare cose inutili, la burocrazia, gli obblighi senza senso, e mi sono ritrovato così tanto nelle sue parole che ho ripreso un suo libro. E leggendolo sentivo che settembre è un mese per iniziare bene, ma non è un mese per i furbi, per i potenti, per i codardi, è un mese per gli uomini. Quelli normali, quelli che si oppongono se pensano non sia giusto, per quelli che vogliono amare ed essere amati, per quelli che sentono che hanno da fare, e pure molto, e che quel fare li riguarda. E’ cosa loro. 

fontane senz’acqua

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Camminare per quei viali mi fa sempre impressione. Oggi è altro, anche se un servizio di igiene mentale c’è ancora. Tutto diverso dai luoghi della follia d’un tempo, però gli edifici ridipinti, gli spazi verdi, le alte mura e i cancelli, sono gli stessi. Ancor oggi ci sono le sedie e panche messe a fronte. Non c’è nessuno, fa già freddo in questo settembre senza estate, ma sono gli oggetti che definiscono, nella loro posizione, il giudizio, la soluzione mentale di chi ha potere all’ordine delle vite. Se vale nelle nostre case per le disposizioni delle piccole cose, dei libri, di quello che ci sembra utile e pare essere un prolungamento di noi, a maggior ragione lo si vede qui, dove la follia è sempre stata intesa come un disordine. Allineare le sedie lungo il vialetto, mettere i piccoli gesti di riferimento e controllo nella giusta posizione, ha uno scopo, pensano che questo rassicuri, faccia parte della terapia assieme agli psicofarmaci e all’analisi. Sopire, smussare, ordinare. Questa è l’impressione.

Vedo fontane che non hanno mai dato sollievo, secche d’acqua chissà da quanto. Involucri e metafore d’altre condizioni. Gli alberi enormi, i laghi di foglie gialle a terra, tutto vuoto di passi e di grida. Per fortuna, mi dico, questo significa che Basaglia comunque ha avuto successo, c’è stato un passo innanzi, ma poi sembra che tutto abbia rallentato e pian piano si sia fermato. Accade dopo ogni rivoluzione, fuoco, passione e poi si derubrica, si pensa altro. L’edilizia manicomiale del primo ‘900, forse inconsciamente si ispirava a caserme. Un corpo centrale e poi tanti edifici bassi che ospitavano camerate e luoghi di cura. Qui è così. Per questo l’impronta è rimasta. E’ la disposizione dei luoghi, degli spazi che riporta ai percorsi mentali di chi interpretò l’architettura come parte funzionale della cura. Nei corridoi imbiancati di fresco, ora c’è altro, sempre sanità, ma quella normale, da piccolo cabotaggio, poliambulatori, punti di prelievo, sale raggi. Però le panche di lamiera verniciata di bianco, i mobili dello stesso colore tradiscono ciò che un tempo era il maggiore male dell’uomo: l’attesa. Oggi si attende poco, un tempo l’attesa durava l’intera vita. Si usciva poco da questi luoghi, quasi mai, eppure le persone attendevano. La follia era una galera senza redenzione, però attendevano. A modo loro, attendevano. E’ difficile non pensare alla diversità della percezione del tempo, il tempo dei sani e il tempo dei folli non era, e non è, il medesimo. Mancando una gestione della quotidianità, chissà come si accumulava il ricordo e l’esperienza nella memoria. 

Percorro i viali che mascherano l’uso antico della separazione tra un mondo maggiore ed uno minore, c’è molto verde preservato. Mi sembra inutile, senza scopo, senza grida di bambini, confusione di giochi, corse. Nella riforma non è stato previsto che aprendo i cancelli il verde potesse essere ricondotto ad un uso comune, come se il mondo di fuori si sia comunque fermato alle soglie delle barriere, ora aperte. Salvo in un piccolo padiglione, qui non c’è più chi era l’oggetto della contenzione. Le parole hanno un senso, contenzione, tenere a bada, oggetto, qualcosa di cui si può disporre per un ordine. Tenere ed evitare che si potessero fare del male o farne, fino a dimenticare che ci potesse essere un limite o una soluzione. La follia si è razionalizzata e diffusa, è normale, e così in gran parte è guarita, oppure si nasconde in recessi impensabili e tende agguati al proprio vivere che si manifestano in altro modo da quello di un tempo. Se la grande industria farmaceutica continua a investire somme enormi nella ricerca di panacee a tempo, qualche motivo ci dovrà pur essere. In fondo la ricerca della felicità è qualcosa di talmente articolato nelle risposte e nella personalizzazione che si è allargata la normalità per contenerla, piuttosto che farsi domande sulle cause della sua assenza. 

No, non riesco ad essere indifferente in questo luogo, posso rimuoverlo quando ci passo davanti, ma quando per mestiere, ci entravo, aveva persone vere che camminavano per i viali, stazionavano al bar, costruivano con la vita gli aneddoti e le barzellette sui matti. Già, anche le barzellette era un antidoto, un tentare di togliere il dolore e portarlo in una dimensione che mettesse assieme interno ed esterno, ma nel riso c’è una crudeltà che rivendica la propria differente normalità oltre al moto affettuoso. Ubbie, pensieri sull’ordine e il disordine. Ho l’impressione che quella rivoluzione (rivoluzione è il cambiamento del modo di vedere le cose e le vite) si sia fermata, che il disordine  sia diventato non fonte di vita, ma una nuova contenzione. Come avessero allungato il guinzaglio. Ma chi lo tiene, chi?

 

rumori alle porte

Notizie gravi si susseguono dal mondo. Basta leggere i giornali, sfogliare Internazionale, seguire i notiziari per capire che ci sono rumori alle porte di casa. E crescono le pressioni emotive che mescolano difficoltà quotidiane, la crisi economica, i giovani senza certezze, le crescenti debolezze dei già deboli, con le notizie inquietanti e terribili dal mondo sempre più vicino. Ucraina, Iraq, Siria, Libia, Israele, l’epidemia di ebola. Insomma un quadro dove prevale il fosco, e il pittore sembra non avere colori chiari e non sa raddrizzare la situazione. Il binomio economia/democrazia, astutamente usato per mascherare la crescente diseguaglianza negli stati democratici, si rivela imbelle e inetto sulla difesa dei principi all’esterno. Se morire per Danzica era un azzardo idealista ora non lo si considera neppure perché sarebbe negativo nei sondaggio di popolarità e si toglie comunque la possibilità che ci sia un governo positivo per il mondo. Nel governo della medietà, delle parole alla pancia, le cose andranno come devono andare. L’occidente rinuncia e sceglie che al più si salvino scambi ed economia.

Obama è stato una delusione, ma forse caricare la speranza su un solo uomo è sempre sbagliato, in piccolo accade anche da noi con Renzi, ciò che può fare la differenza è la volontà prevalente di un popolo, la presenza di forti principi comuni, l’idea di un mondo possibile e diverso. Poiché questi latitano e le bandiere restano nel fango, emerge il fatalismo e la sensazione di impotenza. Solo i giovani ci possono spingere in avanti, ma non si avvertono segnali forti su quel versante di età. Basta una osservazione per capire come funziona il mondo della real politik: negli impianti petroliferi dove sventola la bandiera nera dell’isis, non si è fermata la produzione (lo stesso accade in Libia) e quel petrolio viene acquistato e pagato in contanti da mercanti occidentali. Finirà nelle nostre auto immemori. E il denaro pagato servirà a comprare armi, sempre in occidente, che serviranno per altri eccidi, di cui ci si scandalizzerà, e per altre conquiste da riconquistare: La malattia viene eccitata e resa più virulenta dal corpo malato. Alla faccia degli embarghi e delle sanzioni, che quelle riguardano i produttori di frutta e verdura, di prosciutti e di formaggi, manovalanza dell’economia.

Segui il denaro e troverai le sue ragioni vere e il marcio, ma davvero interessa farlo oppure è tutta una finzione e di questi buoni sentimenti e principi al più portiamo qualche piccolo dolore d’assenza? Qualcuno dirà che tutto questo realismo evita guai peggiori, ma è un occultare la verità e il non dire che ciò che è giusto è evidente e riguarda il rispetto dell’uomo. Solo che economia e denaro l’uomo non lo rispettano affatto al più se ne servono.

pedemontana

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Potrebbe essere un film di Germi, la partenza è da un centro commerciale. Quelli che si mettono fuori dei caselli autostradali e che hanno tanti negozi dentro oltre al supermercato. Negozi che aprono e chiudono, perché, prima che merce, contengono speranze e illusioni. Chi apre s’indebita, tenta e poi se sbaglia prodotto o c’è la crisi, si mangia tutto e chiude. Così nel centro commerciale le serrande sembrano chiuse per ferie, ma in realtà sono chiuse e basta. Una bocca cariata, ecco cos’è diventato il ventre opimo del nord est. Seduto su una panca, aspetto. E guardo. Entrano uomini con i calzoni corti e i sandali, le donne hanno vestiti leggeri e trasparenti, caricano i carrelli di offerte. Si avvicinano alla cassa, tolgono qualcosa, poi dell’altro, tacitano i bambini che protestano. Promettono. Poi escono. Dietro alla mia panca c’è un bar pizza e coca cola, ma nessuno mangia e le ragazze puliscono i tavolini per ingannare il tempo. Fuori fa finalmente caldo. L’autostrada era meno affollata del solito, il parcheggio è quasi mezzo pieno. Fa speranza dirlo, ma con gli occhi bisogna pur vedere che c’è ripresa. Di cosa? Cosa riprenderà? Conosco bene le zone industriali che non si fermavano mai, qui ci sono ancora molte imprese, tra qualche capannone vuoto, ma adesso sono ferme. E’ agosto. Speriamo su settembre, così m’hanno detto. Quando cala il lavoro, spariscono i sogni. Era un sogno, abbiamo sognato tutti, ma poi ci siamo svegliati. Qui c’era benessere e piena occupazione, adesso no e allora comprano il necessario al supermercato e scelgono le marche e i costi più bassi.

Attraverso il piazzale, entro in un altro edificio commerciale, qui c’è anche una palestra per fare free climbing, ci sono ragazzi che arrivano con la loro borsa, si mettono la tuta, e cominciano ad arrampicare. Ci sono anche ragazze che arrampicano, snelle nelle loro tutine, si parlano finché sono in parete, scherzano, ridono. Sotto c’è un bar, ma siamo solo noi a consumare. I ragazzi vengono, arrampicano, si rivestono e ripartono. A fianco del bar c’è un negozio specializzato in attrezzature e alimenti dietetici da palestra. Qualcuno entra, guarda i bottiglioni, poi saluta ed esce. E’ importante essere educati sempre. Noi intanto parliamo, diciamo, prevediamo. Troviamo un accordo, ci salutiamo. Ognuno va verso un punto cardinale diverso. Punto ad ovest. Fa caldo e me lo godo, apro il finestrino. E’ mezzo pomeriggio, il piazzale è ancora mezzo pieno. Comincio una sequenza di strade statali e provinciali. Sullo fondo c’è l’azzurro delle prealpi. Azzurri tenui, nostalgia. Quando cammino a lungo in montagna, mi sorprende sempre la distanza che si riesce a fare a piedi:. Si vede una montagna lontana e si comincia a camminare. Poi pian piano si sale e si arriva in cima, si guarda e si vede lontana la pianura, il posto da cui siamo partiti, neppure si scorge. Poi si ridiscende e si torna dov’era rimasta l’auto o la casa, e in mezzo alla stanchezza ogni volta capisco la percezione fasulla che ci portiamo dietro. Distanze, luoghi, oggetti, tutto alterato. Non credo sia solo un mio problema, è proprio che non sappiamo dove saremo, come fa un corpo che porta se stesso a spostarsi così tanto e restare se stesso. A me meraviglia sempre, magari per gli altri è normale.

La pianura è un susseguirsi di alberi ai lati delle strade, case, capannoni, e più dietro campi. La pioggia insistente ha reso tutto verde. Inopinatamente così verde d’agosto quando il giallo e il marrone erano ben presenti. Alla radio, Molesini parla del suo ultimo libro. E’ ambientato al Lido, allo scoppio della prima guerra mondiale, al grand Hotel Excelsior. Mi torna a mente il gran ballo con lo stesso nome, il positivismo, la nascita di tutto quello che oggi conosciamo. Einstein con quattro articoli cambiava la fisica e la percezione del tempo e dello spazio e così ci consegnava in luoghi che ancor oggi non capiamo bene per le loro conseguenze. Freud cercava di dare ordine logico alla mente e alle sue manifestazioni, la pittura, l’arte faceva esplodere la percezione e tutto prendeva il volo o velocità. Su terra, mare, aria. Facile dire adesso, piroscafo, transatlantico, ma allora c’erano ancora navi di legno e vele. Tutto ribolliva e il mondo sembrava un’ immensa femminilità feconda che forniva piacere e nuovi figli. Poi i padri avrebbero sacrificato i figli in un immenso massacro. Ben presenti da queste parti le tracce di allora. Ogni uomo contiene una meraviglia: i suoi anni, bisognerebbe dargli modo di viverli, sia quelli passati che quelli futuri, ma pare sia difficile viverli davvero bene. Anche da giovani. Forse di più da giovani adesso.

Strade, rotatorie, pubblicità, altri centri commerciali, città piccole che per chi ci abita sembrano grandi e minuscole allo stesso tempo. L’attività umana non è solo cose, oggetti costruiti, simboli, denaro, successo con tutti i loro opposti. Attività umana sono anche questi campi di grano ceroso che alimentano la più grande pianura per animali da carne d’Europa, sono questi fossati mal tenuti, i canali, la gora di un mulino che gira una ruota di un ristorante, gli infiniti filari di prosecco che rigano le colline. Attività è il dubbio, l’indecisione tra un amore per il proprio lavoro, la terra, il guadagno, la contraddizione di tutte queste case, villette, giardini e aree industriali che sono ingresso e arrivederci dei paesi.

La strada è quasi una schioppettata e sino a Bassano non ha dubbi. Lì poi dovrà scegliere, o puntare su Trento inerpicandosi per la Valsugana, oppure continuare a lambire i monti per andare a Vicenza e poi a Verona. Altrimenti si sale sull’altopiano, ma questa è un’altra storia. Quelle montagne che erano azzurre ora sono verdi e grigie di rocce, schermano la luce, la ricevono dalle nubi che riflettono. Tutto si corruga, si semplifica e si addensa. I prati, le case, i capitelli, le strade che perdono le intersezioni. Nella mappa dell’andare in quest’arco sotto le prealpi, emana pensiero, cura dell’esistente, stravolgimento, ferita, violenza, riordino, ipotesi mal riuscite e slanci d’ingegno. Poi qualcuno si ricorderà il nome di un ristorante famoso, ma non saprà nulla della gipsoteca del Canova a Possagno, né della bellezza di Feltre, però calzerà scarponi iper tecnologici, senza dolersi di non sapere che da queste parti è nata la stampa a caratteri mobili. Ci saranno evidenze che lo colpiscono, ci passo in mezzo, qui si vende la cultura di un fare antico, sia esso un formaggio o una ceramica, un vino, un assale, un liquore, che qui è nato, anche se poi non sempre viene fatto qui. Però spesso lo è, ci provano. Andrea Molesini parla di un tempo sospeso: è il 28 luglio 1914 e in un grande albergo, la notizia che il mondo entra in guerra dev’essere filtrata, ricondotta alla normalità. Anche qui il tempo è sospeso, pare anche normale lo sia, ma per fortuna non c’è nessuna guerra, solo che non si sa più dove andare. Cosa accadrà. Per questo rallento e guardo attorno, come per apprendere risposte da ciò che mi circonda. E che non dev’essere muto. Sono io che non capisco. Deve pur significare qualcosa tutto questo dimostrare d’essere, costruire, fare, mutare. Ascolto e cerco di recuperare un senso, ricucire uno strappo, trovare un nuovo futuro, ché quello vecchio ormai non ha più risposte. Così penso mentre vado e viene sera.

il migliore dei mondi possibili

Non interesserà poi molto quello che sto per dire, ma oggi un articolo su Repubblica avvalorava qualche mia intuizione (si intuisce ciò che non ha una base ragionata di dati) e i timori conseguenti sulla formazione di nuovi regimi illiberali e non democratici in occidente. Orban, il leader democraticamente eletto in Ungheria, e che in forza del consenso sta sopprimendo non poche libertà di dissenso, dice che il benessere degli Stati (e naturalmente sott’intende che questo coincida con quello dei cittadini) prescinde dalla democrazia liberale. Per cui ci possono essere governi illiberali, non democratici, financo non eletti, purché perseguano il benessere dello stato. L’Ungheria è un paese dell’Unione Europea e solo il calcolo politico e la debolezza politica dell’idea di Europa, hanno permesso che fossero più importanti l’euro e i parametri economici per far parte dell’Unione rispetto alla precondizione del rispetto dei diritti individuali e collettivi. Questo comporta che si possano dire e praticare teorie illiberali in Europa senza che vi sia alcuna sanzione e reprimenda. La democrazia non è un sistema perfetto, anzi il connubio democrazia/capitalismo ha elementi forti di perversione, ma da questo dire che si vive meglio in India o in Cina o in Turchia, ne passa. Di certo le democrazie capitalistiche non hanno risolto i problemi dei conflitti regionali negli ultimi 20 anni, spesso li hanno alimentati, ma la democrazia consente ai cittadini non solo di parlare e di dire ciò che pensano, ma di tramutarlo in indirizzo di governo. E la democrazia funziona come meccanismo che evolve il sistema anche quando le idee positive non sono maggioritarie, agendo con il controllo e con la proposta, per cui chi è minoranza può influire sulle decisioni. Per questo i segnali centralisti e forieri di poteri forti che ci sono in Europa e anche in Italia, sono gravi in quanto tolgono la possibilità che idee giuste possano farsi strada. Il fatto è che in questi anni, i governanti, i filosofi politici, gli economisti, non hanno ragionato molto sui limiti e sull’evoluzione necessaria per la democrazia, ma si sono crogiolati nei loro angoli di potere ben remunerato pensando che questo comunque fosse il migliore dei mondi possibili. Il problema è che hanno convinto anche i cittadini (parola bellissima che evoca responsabilità, coscienza e forza), che così si sono disinteressati dando per scontato che crescita economica e welfare fossero assiomi della politica e che la crescita economica fosse direttamente correlata all’esercizio dei diritti individuali e collettivi. Siccome non è così e Orban che comunista non è, indica in alcuni paesi l’esempio per cui le cose possono andar bene per i cittadini senza tanti orpelli democratici ( nei suoi esempi ci sono la Russia, la Turchia, l’Egitto, la Cina, ecc.) forse sarebbe bene che cominciassimo a preoccuparci. E preoccuparci significa capire ciò che accade ed agire di conseguenza. Se le cose hanno una storia, basti ricordare che Hitler fu eletto democraticamente, che Mussolini usò la maggioranza per modificare la legge elettorale e togliere, di fatto, il voto.  Basti ricordare che le ragioni di rifiuto della democrazia di allora non erano dissimili da quelle odierne e che attraverso un benessere presunto si ignorò tutto quello che era contro i diritti individuali, non solo in Germania e in Italia, e le conseguenze furono immani. 

romanticismo di ritorno

Dopo la grande ubriacatura delle immagini, il progressivo analfabetismo che rendeva la parola scritta residuale rispetto al linguaggio verbale, personale e asintattico, da qualche anno la scrittura ha ripreso il sopravvento. Milioni di sms, di post, di twitt, ogni ora, in un ciarlare continuo, che percorre il mondo e chi ci sta a fianco. E all’interno di questo immenso dire mi sembra che la scrittura stia diventando una grande autoanalisi di massa. Niente di nuovo, il romanticismo aveva esaltato la parola come elemento che spiegava e rendeva rinnovatore il gesto. E così faceva emergere l’uomo e lo rendeva protagonista della storia. La letteratura in fondo è sempre stata una grande terapia che quasi mai guariva, ma che induceva guarigioni nei simili. Ora, grazie alla rete, la rappresentazione di sé è uno specchio continuo raccontato, un farsi che attende verifiche. Il mi piace è la ricerca di approvazione e anche il commento (seppure già indice di una comunicazione virtuale) lo è. Forse questo è il limite terapeutico della scrittura pubblicata sui blog, cioè il fatto che si fermi ad una impressione. Come un guardarsi allo specchio e non vedersi oltre il primo sguardo.

La scrittura come terapia e bisogno dovrebbe anzitutto essere rivolta a sé, andare verso un chiarirsi. Se scrivo per qualcuno ho l’obbligo della chiarezza, se lo faccio per me aspiro a una chiarezza diversa, ovvero non fermarmi alla superficie. Per questo restano i diari, le forme private di autoanalisi, quello che è chiaro è che se scrivo su un blog, dovrò trovare una forma intermedia che mi consenta di essere esplicito quanto basta e al tempo stesso consentirmi di riflettere, di scavare in me. Per farlo si usano tutti i mezzi che consentono una condivisione, la parola scritta in forma di prosa o di poesia, la fotografia, la musica, l’elaborazione grafica, il video, il collage. Quello che si sott’intende è un mostrarsi che viene regolato, chi in maniera evidente, chi in forma più criptica, ciò che in fondo differenzia è il mezzo non il fine. E il mostrarsi è molto romantico nell’affermazione di sé come paradigma. Perché questa possibilità abbia preso così tanto e in così poco tempo, dimostra che essa risponde ad un bisogno, ovvero quello di essere e trovare propri simili. E’ in fondo strano che nell’era dell’anomia, dell’incomunicabilità, quando si è usciti dal riserbo che l’educazione imponeva ai sani, ché il mostrarsi senza ritegno era peculiare per chi non aveva freni, ovvero i folli, emerga una sorta di antidoto che consente una comunicazione mediata. Come ci fosse una zona protetta, molto simile al reale, ma senza le stesse regole. E in fondo quello che si è creato con la rete è una doppia realtà, quella comunicativa tra sensibili e l’altra, fattuale, più mascherata, ordinaria e piena di banalità. Il reale è banale e il virtuale è interessante e l’entrare e l’uscire dall’uno e dall’altro è una nuova abilità mentale. Non una schizofrenia, ma il coesistere di più piani poco interagenti. Non siamo più espliciti su di noi al bar, non facciamo discorsi troppo personali se non in cerchie ristrette eppure sui blog si raccontano disperazioni, difficoltà, analisi spietate, fatti che non sono così evidenti a chi ci è vicino se non vengono esplicitati. E’ emerso un gigantesco bisogno di comunicazione e di condivisione che era tenuto a freno ed ora si fa strada nel reale. La ricerca dell’affinità, il bisogno di non essere soli sono sintomi della solitudine del mondo, e non sono terapia, ma consolazione. Poi sono i fatti che si incaricano di verificare la nostra adeguatezza e l’attitudine alla felicità. La dittatura dei fatti, però, forse viene in parte modificata dalle piccole sicurezze dell’autocoscienza, di sicuro si sta creando del nuovo che riscrive delle regole. E al solito la norma prende atto di ciò che avviene, non lo precede. Questo fa sperare che si sia messo in moto qualcosa che farà bene, che metterà più in luce i sentimenti e il sentire. Forse è per questo che sento la rete come un prodotto del romanticismo che riprende quota nella società. E il romanticismo avrà pur fatto disastri, ma ha dato un senso al vivere che nessuna tecnologia è stata in grado di surrogare.

2 agosto

2 agosto. Bombe a Gaza. Nessuna tregua, interessi inconciliabili. Servirrebbe una azione di forza dell’occidente, della democrazia per imporre la paca. Ma la democrazia non contraddice se stessa, soprattutto se gli interessi economici e di potere non sono evidenti. E’ assurdo pensare che la democrazia violi se stessa in nome della pace, dell’equità, del diritto a vivere dei popoli, dei più deboli tra essi, eppure è così. Da tempo si parla di democrazia mitigata, da tempo essa è operante, senza che nessuno lo affermi apertamente. Quindi lacrime virtuali, ciascuno sta dove è sicuro, il pilastro del valore della vita è una finzione che vale al più vicino a casa. Non inquietiamoci troppo questo è un mondo riservato a chi può goderlo e lasciamo che le paure restino virtuali. Ieri ricordavo il racconto di Brecht su chi veniva cercato e chi si disinteressava, credo che l’abitudine alla pace in casa ci abbia reso più sordi sulla sventura di chi la pace non ce l’ha. Così semplicemente, non c’è ricordo.

2 agosto. Ero a Rovigo, quando sentii per radio la notizia della strage a Bologna. Che fare? Mi chiesi allora. Speravo nella verità e nella sua funzione risanatrice. Così, assieme a molti altri, chiedemmo la verità, ripetutamente, senza stancarci. Chi non ha vissuto quegli anni, non ricorda che c’erano le stragi in Italia. Ripetute. Bologna fu ancora più grave, fu una pugnalata, e generò ancora più paura. Quando andavo a Roma in treno, la notte, nelle gallerie, dovevo forzarmi di dormire, di non pensare, di sperare. Cosa sperare? Che non sarebbe accaduto a me. E non cadere nella voragine della paura. Fare quello che era giusto fare, andare in piazza, fare il proprio lavoro. Poi senza sapere la verità, le stragi scomparvero dalle paure. Non c’è ancora un mandante per quanto successe, ma chi non ha vissuto in quegli anni non sa e non può ricordare e forse non gli interessa più di tanto. Interessa a me e molti altri e questo rende le commemorazioni un fatto di allora, ma dimenticare non fa mai bene, non aiuta lo Stato, né la democrazia.

2 agosto. Il primo grande esodo dell’estate. Bollino rosso. Code chilometriche. Così dicono le notizie, e sono le solite di ogni anno, anche se osservano che non è come gli altri anni. C’è crisi. Qui i villeggianti sono arrivati. Riempiono i bar, i mercatini, le piazzette.  Parlano tutti assieme, di cibo, di politica, di sport, di gite, del tempo. Stanotte l’acqua scrosciava dolce sul tetto, sembrava una piccola cascata, ma questa mattina il sole filtrava tra le persiane. Fuori le nubi erano gonfie e bianchissime, su un’altopiano il cielo mutevole fa parte dell’arredo atmosferico. 21 gradi. Quest’anno verrà ricordato a lungo, lo dicono tutti, sto zitto perché so che non sarà così, se ne parlerà il giusto poi basterà un po’ di sole e una nuova estate in cui sperare, per archiviare tutto. Si lamenteranno più a lungo gli albergatori, ma un po’ ci siamo abituati e negli anni in cui la crisi non c’era i prezzi non calavano. Passerà.

2agosto. Una quiete da stagione estiva senza estate e da vacanza. Lettura, passeggiate, scrittura e pensieri. Va in vacanza la testa? Difficile. In altri anni sarei stato altrove, ma rompere le abitudini fa bene. Chi si rassegna alla dittatura del tempo resta prigioniero. E il tempo non fa prigionieri.

chi ha ucciso l’Unità ?

Ieri così titolava il giornale l’Unità, e dopo due pagine di cronaca, le altre erano bianche. Questa mattina, con un vago senso di necrofilia, ho cercato il giornale,ma alle 10 non si trovava più, era esaurito. Molti si saranno affrettati a prendere l’ultimo numero di un giornale che è stato parte della storia del Paese. Comunque la si pensi, dopo i 17 anni di clandestinità durante il fascismo, l’Unità è stato amico o avversario, ma mai indifferente. Su l’Unità si è formata parte non piccola del grande giornalismo politico italiano, e anche nella tradizione del giornalismo d’inchiesta ha avuto grandi meriti. Basti ricordare il Vajont e le mille inchieste scomode e controcorrente degli anni in cui si consumava il sacco urbanistico delle grandi città, nascevano dai problemi i diritti, si lottava per la salute sul lavoro. Era un giornale popolare ai tempi di Togliatti, che pretendeva ci fossero i numeri del lotto e lo sport bene in evidenza, ma è stato anche il veicolo di formazione politica di chi a malapena sapeva leggere. Per questo la chiarezza e la radicalità delle posizioni era necessaria. Poi sono cambiati gli anni, è morto l’approccio ideologico alla politica, le lotte sindacali e i diritti hanno trovato altri interpreti. Negli ultimi anni, il giornale, ha tentato di trovare una mediazione tra le diverse anime del Pd, credo che alla fine non sia stata la strada giusta. Magari sarebbe servita una discussione più radicale, un cercare di capire dov’era finita davvero l’anima radical popolare che aveva animato gli anni delle grandi conquiste sul lavoro e i diritti. Forse lì c’erano davvero le ragioni comuni della sinistra, ma chi può dirlo, altri giornali radicali c’erano e sono sempre stati in difficoltà.

Le difficoltà de l’Unità non sono recenti. Ci sono stati passaggi di mano della proprietà, difficoltà editoriali, eppure la qualità del giornale è sempre stata culturalmente elevata. Ma anche la cultura non ha grande avvenire in un Paese che guarda o alle difficoltà o al profitto. La mirabile sintesi del pensiero “liberale” proposta dall’allora ministro Tremonti, ovvero che con la cultura non si mangia, definisce un’epoca. Anche di cultura politica. Può vivere oggi un giornale di sinistra, di analisi sociale e culturale in Italia? Un giornale che accolga il dissenso come parte di un processo creativo, che veda nell’intelligenza la matrice del futuro, che discuta di politica senza padroni o padrini, che parli un linguaggio semplice e al tempo stesso ponga dei dubbi, che crei la necessità di capire di più? Un giornale siffatto può avere un mercato? Non lo so. Se questo giornale ci fosse mi abbonerei, ma non lo vedo attorno e neppure lo prevedo, perché non c’è un vero interesse per le cose che riguardano politica, cultura, inchieste, approfondimenti, paga molto di più il gossip. Quelle cose di cui parlo costano fatica per chi legge e coraggio per chi scrive, condizioni entrambe difficili per un prodotto commerciale. Così per chi, come me, ha diffuso l’Unità, ha fatto le feste per sostenerlo, l’ha sempre pensato come una parte della propria storia, è un giorno triste. Sono certo che il giornale riprenderà a vivere. Magari dopo il fallimento. Adesso si fallisce più facilmente d’un tempo, per non pagare i conti. Anche la mia generazione nei momenti di tristezza, quando si guarda attorno, pensa di aver fallito e non fa nulla. Cose di reduci, che non hanno più un giornale da esibire. E del resto anch’io lo compravo saltuariamente, più semplice internet oppure Repubblica o il Manifesto. Oggi è andato a ruba con i coccodrilli dei giornali che parlano di perdita, di giorno in cui le idee perdono una voce. Anche gli avversari di sempre lo dicono. E’ curioso che nel momento in cui Renzi ripristina le feste de l’Unità mancherà il soggetto. Forse anche questa è una metafora della politica e nessun fantasma si aggira più per l’Europa. Da domani della testata e del giornale non si sa cosa sarà. Ma io so chi ha ucciso l’Unità: l’indifferenza.

è banale mettere questa canzone, per chi l’ha cantata molto è scontata, per chi non l’ha vissuta è niente. Ma il reducismo è banale, tutto ciò che non ha eredi è banale. E non è una considerazione negativa, ma un tema di riflessione sull’incapacità di trasmettere e quindi di cambiare davvero.