reti di città e agricoltura di prossimità

reti di città e agricoltura di prossimità

La scorsa settimana, ho curato un convegno sulla possibilità di invertire la tendenza all’uso di suolo e sulla ricomposizione del rapporto tra città e campagna.

Direte: ma cosa c’importa, tanto queste cose sono fuori dalla nostra portata. E invece io penso che i consumatori hanno un grande potere in mano per determinare come vivere, ma ancor di più possono imporre come configurare il territorio che determinerà la vita nostra e dei nostri figli e nipoti. Le città sono nate come risposta alla conservazione/consumo di cibo prodotto dalla campagna. Come luogo dove conservarlo e poter sopravvivere. E le città, e le loro attività di manifattura, si sono prioritariamente indirizzate a soddisfare i bisogni di tecnologia e di trasporto che la campagna e il cibo generavano.  Ma capisco che così non convinco nessuno. Che gli orti di città, il verde verticale, sono vissuti più come bizzarrie o risposte alla crisi piuttosto che come segno che si può andare in direzione diversa rispetto al solo cemento. E sento questa distanza dalla coscienza di poter modificare il modo di vivere, non solo come fatto individuale, ma collettivo, soprattutto ora che la crisi fa accettare molto di poco accettabile. Eppure questo sarà il tema dei prossimi anni perché c’è una tendenza mondiale a costruire megalopoli immani, da cui l’Italia, per fortuna, sembra restare fuori. Pensate che in Cina si programmano città da oltre 200 milioni di abitanti, l’equivalente di tre Italie messe assieme. Ma riuscite a immaginare come avverrà la gestione di questi aggregati immensi di individui, veicoli, abitazioni, di quanto territorio dovrà essere al servizio di tante persone solo per soddisfarne i bisogni primari. Eppure anche se fuori dalla competizione ai grandi aggregati urbani, l’Italia arriva, dopo oltre vent’anni di discussioni, con un procedimento legislativo sulle città metropolitane a rendersi conto che il paese inurbato ha una struttura e una complessità diversa dall’italietta che era fatta di campagna e piccoli centri.

Quindi pur restando fuori dalle progettate megalopoli, è certo che il panorama territoriale italiano muterà. Ma quali saranno gli effetti e soprattutto le nuove possibilità che il governo delle reti di città e delle città metropolitane potranno generare per una migliore vivibilità del territorio?

Se ci saranno razionalizzazioni infrastrutturali, nuova urbanistica e nuove suddivisioni degli spazi dell’abitare e del produrre. Se i cittadini delle reti di città prenderanno coscienza del loro consumare allora si genereranno nuove abitudini a ciò che il territorio produce, si rispetteranno le stagioni e crescerà il benessere. In pratica si tornerà ad un territorio che ha smarrito la sua cultura negli ultimi 50 anni e che ha confuso la possibilità di acquisto con il benessere. Una risposta possibile e relativamente facile, che apre prospettive inedite dal punto di vista qualitativo ed economico, è l’agricoltura di prossimità, dove campagna e città tornano ad integrarsi e si esce dal paradosso che schiaccia sotto i trattori la frutta in eccedenza, che manda al macero il cibo, perché il prezzo non vale il trasporto mentre contemporaneamente cala la possibilità di acquisto. La campagna e il territorio agricolo tra le città possono essere quasi autosufficienti e sopperire ai fabbisogni di frutta, verdura, carne necessari al buon vivere, conservando tradizioni, immettendo nuovi standard salutistici, producendo energia e ottimizzando i consumi.

Quindi le città, oltre a non consumare ulteriore suolo, possono, attraverso i loro cittadini consapevoli, generare una crescita compatibile verso produzioni a km zero, che creano lavoro e cominciano ad incrementare un benessere gestito localmente. Alcune risposte a questa domanda di qualità del vivere e di crescita sono già in essere. Sono le risposte dell’auto organizzazione del consumo, i GAS, i mercati di vendita diretta dei produttori, ma questo è ancora insufficiente rispetto alla domanda che attende di essere organizzata e di diventare interlocutore di prossimità. Attraverso il consumo e la sua domanda selettiva, si apre un ambito di organizzazione nuova del vivere e del produrre, molto compatibile con l’ambiente, perché, oltre a rispettarlo, lo migliora nell’attuale uso, abbatte la produzione di CO2 da trasporto, sviluppa nuove specie vegetali e conserva le culture del produrre, con una redditività e sviluppo nell’agricoltura di prossimità, difficile con l’uso estensivo e indifferenziato delle coltivazioni.

EXPO 2015 vuole dare una risposta al bisogno di alimentazione del mondo, e comunque essa sia, l’agricoltura di prossimità ne interpreta il lato più ecologico e più vicino al consumatore, fornendo una risposta economica e culturale di assoluto interesse per l’Italia, ma anche per altri Paesi dove la sovranità alimentare non è un’opzione ma una necessità. 

Tutto questo si potrà fare? Dipende da noi, da quanto queste possibilità diventeranno consapevolezza prima e domanda poi. Mangiare le fragole e le ciliege a natale è una curiosità, ma se noi conoscessimo il percorso di quel cibo, se avessimo coscienza delle relazioni tra allergie e conservanti, forse si preferirebbero le arance. L’anno prossimo sarà l’expo di Milano a portare il tema del mangiare a sufficienza e con una nuova coscienza, al centro dell’informazione, ma chiusa l’expo torneremo alle abitudini facili del tutto, tutto l’anno? Se così fosse avremmo sprecato un’occasione di libertà, per questo ragionare di queste cose riguarda tutti, ci dà la possibilità di mutare il mondo che ci attornia. E credetemi, anche se vi ho annoiato, provarci non è davvero poco.

9 pensieri su “reti di città e agricoltura di prossimità

  1. Occorre, anzi sarebbe _doveroso_, provarci perché credo che sia un’alternativa possibile. Forse l’unica via di crescita e di sviluppo che ci è ancora concessa, perché a misura d’uomo e della sua vita.

    Ti ringrazio Will per averci mostrato e spiegato questa nuova opportunità, questo nuovo modo di gestione e di uso del territorio per renderlo finalmente a dimensione umana e sostenibile …
    Me gusta.
    Mucho.

    Serena giornata con un sorriso
    Ondina 🙂

  2. Non hai assolutamente annoiato, e penso che tu abbia ragione in tutto, per fortuna dove vivo c’è molto verde, ed abbiamo preferito spostarci un po’ in periferie per averne in quantità maggiore.Purtroppo qui ancora le forme di vendita a Km zero scarseggiano, ma ci sono grandi opportunità di poter acquistare quasi tutto direttamente dai contadini, dalla carne al resto e quindi non ci possiamo di certo lamentare. Credo anch’io che questa strada sia fondamentale per il futuro delle generazioni a venire e spero vivamente che l’Italia non entri mai a far parte del progetto delle grandi metropoli, sarebbe un voler deturpare in maniera definitiva questa povera Italia già così bistrattata.Buon fine settimana 🙂

    Date: Thu, 18 Sep 2014 23:42:10 +0000 To: silvia-1959@live.it

  3. Non so. Quando trovo le pesche in vendita a settembre e le fragole a natale mi chiedo chi è che ne decide la produzione e chi potrebbe porvi rimedio. Forse la domanda? Come consumatore acquisto ciò che trovo e che mi piace. La soluzione sarebbe non acquistare quei prodotti così detti fuori stagione?

    Cambio la mia alimentazione ciò non toglie che questi e altri tipi di prodotti vi siano. Pensi che cambi la politica nel commerciare questi o altri prodotti pieni di “forzature” ?
    Il mercato sarà in grado di mirare alla qualità e non alla quantità?
    A volte si dice biologico quando in realtà non lo è.

    Un argomento molto interessante questo affrontato nel post
    Ciao Willy
    Grazie

  4. “ha confuso la possibilità di acquisto con il benessere” è un passaggio importante per la cultura del nostro tempo che vede una buona qualità della vita sono nelle possibilità che si anno di acquisto e consumo..D’altro canto chi è inserito nella nella società per lavoro esigenze familiari prospettive per lo studio ed il futuri dei figli, spesso non ha il tempo materiale per mettere in moto od usufruire di quella “macchina” che permette di inserire la marcia indietro, acquistando e consumando bene.
    L’ Italia per la sua conformazione geografica non potrà mai essere “oggetto” di megalopoli, e nel nostro paese dovremmo lottare invece per quel sano principio che enuncia ” mai più un mattone nuovo fino a quando ce ne sarà uno da restaurare o ristrutturare” .ed io aggiungerei mai più una mela se deve venir fuori, bella ed incerata, da 6 mesi di frigo.
    Non sto a dirti altro, ma chi vorrebbe fare una scelta giusta di ritorno alla natura, si scontra con affitti fa turismo in tutta italia, con problemi di sicurezza, perchè vivere in campagna ed isolati oggi è un rischio, e per il momento è difficile pure vendere la zavorra e le vacuità di cui siamo bravissimi ad attorniarci. ma io continuo a cercare… ed intanto solo frutta e verdura da una azienda biologica a km zero, e un po di pesce dalle barchette al porto. ma io sono una, sola e vecchietta!
    grazie Willyco, ci vorrebbero più persone a martellare… ma viviamo in una nazione che fa la contravvenzione a chi pulisce spiagge e fa la differenziata in un comune in cui non è residente.

  5. Due anni fa, Marta, assieme ad altri partecipammo ad un progetto sulle smart cities del ministero. Il progetto in sostanza, consisteva nel cercare di rendere accettabile l’agricoltura di prossimità attraverso un’analisi dei consumi nella grande distribuzione all’interno di alcune aree urbane, e quindi fornendo dati per programmare le semine e la raccolta agli agricoltori. Il progetto non passò, anche se a noi pareva bello e importante, però capii che in realtà avevamo fatto due passaggi non permessi: avevamo saltato l’intermediazione dell’ingrosso, che oltre ad avere una funzione distributiva ha un peso non da poco su ciò che viene offerto al consumo. E inoltre avevamo considerato che la grande distribuzione potesse essere un’alleata del consumatore, non solo un servizio di vendita della merce. Eravamo stati idealisti e ingenui, però quando vedo che nel gas di cui faccio parte, le persone fanno volontariato per distribuire le spese settimanali, quando so che c’è una lista di attesa per gli orti del comune, penso anche il bisogno esiste e che prima o poi si organizzerà, diventerà domanda cosciente. Così mangeremo le ciliege da maggio a luglio, le melanzane d’estate e i radicchi d’inverno. E non ci sembrerà di essere diventati più poveri, anzi.

  6. @refrain: crescono quelli che senza essere talebani, cercano di capire dove stanno e cosa si mangia che non sia conservato o troppo lontano. Cresce la voglia di vivere meglio senza andare in vacanza, magari proprio dove si sta. E non è un problema irrisolvibile. Non ci saranno megalopoli in Italia, ma abbiamo città talmente fitte che dal satellite di notte sembrano un unico agglomerato. Il Veneto è così ad esempio. Io credo che questa alternanza di spazi verdi e di urbanizzato possa evolvere verso uno star meglio senza costruire più, migliorando quello che c’è, facendo produrre quello che ci piace e ci serve. E questo migliora l’aria, crea posti di lavoro, affronta il problema del degrado idrogeologico, permette di utilizzare reflui e scarti vicino a casa. Insistere in questo caso, secondo me, fa bene a tutti.

  7. ?..facendo produrre quello che ci piace e serve e…senza rigonfiamenti di estrogeni e verdure o frutta colorate al cobalto o al nickel. Meditate gente meditate sul perchè le allergie aumentano,i gusti si perdono uno arricchisce un milione alla cruda povertà. Bianca 2007

  8. Siamo noi che indirizziamo il mercato, siamo noi che possiamo fare la differenza, senza farci influenzare troppo da quel che ci vorrebbe propinare la pubblicità e le leggi di mercato (che sono a servizio solo del …soldo e non dell’umano).
    Se _tutti_ ci rifiutassimo di comprare, per es., i pomodori provenienti dall’Olanda a dicembre, il venditore di orienterebbe su altri prodotti per evitare l’invenduto. Se invece di comprare le arance del Nord Africa chiedessimo quelle della Sicilia…

    Se ognuno, parlo anche per me naturalmente, facesse sempre quel che può e il meglio che può senza adeguarsi alla massa, un cambiamento, seppur lento, sarebbe possibile, anche se non è semplice.
    Certo che bisogna crederci e impegnarsi e non sperare in una soluzione che piova dall’alto così, improvvisamente e per grazia di Dio o di chi per lui😊

    Buon fine settimana con un sorriso
    Ondina 😊

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