manca qualcosa

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Manca qualcosa. Lo sai quando accade, E’ quella parola non detta, il bacio non dato, il gesto trattenuto che rende incompleto ciò che altrimenti sarebbe perfetto. Si sente che manca, e ormai il momento è passato, ma quanto profonda dev’essere quell’intesa se un qualcosa che manca dura tanto a lungo…

Non si possono concludere sempre come vorremmo le vicinanze, forse è troppo arduo non far intervenire le convenzioni e il ragionamento: se al loro posto  si lasciasse procedere  solo ciò che si sente il mondo cambierebbe.  Ci sarebbe il prevalere del momento sul progetto, del sentimento sulla ragione. E noi ad entrambe assegniamo una durata e una coerenza che le ingabbia. Così quello che chiamiamo slancio, impeto, diviene raro, con la sua carica dirompente di comunicazione, di sentimenti che strepitano e si fanno sentire.

Eccome se si fanno sentire se sentiamo l’incompiutezza.

Talvolta si fa, sempre non riusciremmo: in noi c’è una lotta che si alimenta di paure e di non si fa insegnati che congiura contro l’attimo che fugge.  Ma talvolta bisognerebbe lasciare che il controllo cada e che quello che può essere si completi e diventi unico. Per essere unici davvero.

31.7.13

L’ultimo giorno di luglio era caldo e palindromo e qui l’osservazione si poteva fermare. Però era rimasta quella leggera soddisfazione che procura il notare la particolarità delle cose. Che spazio esiste tra una favilla d’attenzione intelligente (da intelligere, senz’altra connotazione di misura) e la gestione dell’eccezione, del meraviglioso del vivere? Ovvero ci si può meravigliare spesso e impunemente?

Con la ricerca dell’utile e del sapido, si declassano i gradi intermedi, le piccole gioie e così si banalizza tutto ciò che non è comunicabile facilmente, che esige aggettivi sfumati, relegandolo ad intima sensazione di soddisfazione. Insomma questo modo prevalente di vivere non ammette la comunicazione di ciò che si fonda sul rapporto tra sé e ciò che si sente tra gli estremi, tra ciò che resta personale e non diventa collettivo perché non risponde ad alcuno dei parametri di utilità  e sapidità del sentire.

Ma allora per chi si ribella e non accetta questa necessità fisica ed economica di superlativi, può essere dato un mondo che contempli l’inutile meraviglia? Forse no, ma la vita individuale, quella sì, può essere scissa dalla tirannia dell’utile, e portata a godere di cose poco usuali. Gustare la bellezza di un pasto di fichi e pane fresco, il profumo del caffè fatto con cura, il vino buono senza etichetta, la frescura dell’acqua e il suo non sapore, una carezza che resta, un abbraccio lungo, un bacio che ascolta.

Chi ha digiunato per necessità conosce l’esaltazione dei sapori quando lentamente si torna al cibo, la meraviglia del poco che sprigiona sensazioni, l’avvertire le particelle di sapore nei sensi acuiti. Tutto questo viene ucciso dalla quantità, dalla varietà eccessiva. Quanti paragoni con i sentimenti e il sentire, con lo sbocconcellare senza fretta, ascoltando… 

era del cartaceo

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Oggi ci sono i nativi digitali, io appartengo al cartaceo, era sporca d’inchiostro, inchiodata alla dimensione delle pagine. Meglio l’A4 per scrivere, ma più o meno, senza sottilizzare, ché già il formato americano è troppo lungo. Meglio la carta pesantuccia, facciamo oltre i 90 g/mq. Facciamo, ma in realtà è un piacere scrivere ovunque: sulle buste in verticale, sul verso di fogli stampati, sullo spazio bianco lasciato dai sintetici adulatori dei comunicati, sui fogli A4 piegati per lungo, a metà. E chissà in quanti altri luoghi si può scrivere, tenendo una penna con tre dita e senza percuotere una tastiera con sette, otto. Eppure sia un pennino o una sfera (preferisco il primo o almeno l’inchiostro liquido) ad accarezzare la carta, tirare file lunghe di caratteri, riconoscersi, nelle volute, nel taglio delle t, nella chiusura delle vocali, nel cancellare (bello riconoscere il proprio modo di cancellare, ché in questo si coglie dove è svoltato il pensiero, tornato indietro, c’è la traccia della scelta barrata nella parola oppure il diniego a leggere, che si vergogna di ciò che era sfuggito. Dove leggi questo nei nativi digitali?), in tutto questo c’è il procedere spinto dalla forza incoercibile di un pensiero, da una voglia che si somma, che trabocca, che prende per mano. Eh, già, per mano. Controllare i muscoli della mano, del braccio, la pressione è diversa, segue le emozioni, si vede. Non potrei con una tastiera, dovrei descrivere ciò che è impalpabile e che vale per me, per la mia sensibilità, per il peso dei miei pensieri. Non potrei per me che ammiro i calligrafi cinesi e giapponesi, che scorro un testo cercando il carattere di chi l’ha scritto. Oltre, dentro, tra il testo. Già, il testo. Vanno bene i testi a stampa per tutti, per quegli schizzi di endorfine e adrenalina che provocò l’emozione dello scrivere e che ci tornano addosso, ma leggere un testo scritto a mano è qualcosa che supera il limite della pudicizia, espone la nudità perché mostra una nascita.

Il calligrafo si ferma, si bea, si perde nel carattere e come per il lessicografo, seziona dentro di sé per farlo, taglia il resto, mostra il particolare, sembra trascurare la storia, mentre si ferma su chi scrisse e scrive, e legge negli spessori, nelle distanze, l’umore, l’arte veritiera ed esigente dello scrivere. Arte, perché propria e senza veli che non siano i propri, ma spesso oltre questi trasuda e non c’è tecnologia che freni, si sovrapponga, insegni e guidi, ma solo qualcosa che estrae, espone ciò che risiedeva in fondo ad un’anima. E sarà riconosciuto da molti come propria cosa, quel descrivere, oppure così dissimile da essere unico, e importa poco se l’una o l’altra condizione si verificherà: qualche sintonia, in qualche luogo, sancirà la magia di un incontro senza fisicità, solo sensazione comune.

Ci fu un tempo in cui questo non c’era e ci sarà un tempo -lo è già questo- in cui sarà diverso. La tecnologia rende differenti, cambia l’uomo, e ciò che c’era prima diviene obsoleto come l’abilità per farlo, ma le idee e il modo di produrle, resta. Cambiano solo i limiti in cui tutto questo avviene. Così chi usa la propria calligrafia si bea un poco dell’abilità inutile che possiede, come facevano i suoi nonni che sapevano convenientemente scrivere ciò che serviva e raccontavano a voce ciò si poteva narrare con una abilità che faceva sembrare sempre nuovo e attuale ciò che già si sapeva. Storie vere, senza caratteri scritti, che sospendevano il fiato o facevano esplodere il sollievo e quel raccontare gli bastava perché era pieno di segni, di sospensioni, di voce che mutava, che sarebbe stato impossibile mettere nei fogli, nei caratteri, nelle pagine da leggere faticosamente. Ci fu un predominio dell’oralità, poi venne la scrittura, ma coesisterono entrambe a lungo, oggi è più difficile.

Sono un nativo cartaceo, molto inchiostrato, e il mondo è già digitale, insomma una curiosità antropologica tra poco. Mi sembra strano non sentirmi fuori posto, continuare a provare il piacere sensuale di scrivere con una penna, tener da conto questa condizione come una diversità che conta, considerare che ciò che scrivo ora su una tastiera, è qui a fianco e ha i suoi caratteri allineati sulla carta. Mi sembra lo strano che provoca la meraviglia, non la paura d’essere superato, ma lo stupore di vedere come procede il mondo e cosa perde per strada. C’è la tirannia dell’utile come possono sopravvivere le abilità manuali? Però in questo angolo di passato mi trovo bene, e mi avvicino a cose e persone per me un tempo inimmaginabili, al calligrafo cinese o giapponese che ammiro nel suo dipingere, alle parole che perdono senso se non sono scavate nei caratteri, al riconoscere i propri simili in ciò che lasciano come tracce, al fermarsi con curiosità davanti a una pagina scritta a mano. Mi basta e avanza.

maggiorenti

Siamo stati giovani assieme più o meno trent’anni fa. Chi da una parte, chi dall’altra. Alcuni, io tra questi, eravamo rossi e magari un po’ lo siam rimasti, gli altri erano altrove. Tutti passati nelle discussioni feroci, tra inimicizie e scontri, dentro e fuori i movimenti giovanili, poi nei partiti. Grandi passioni civili come terreno comune, chi a favore, chi contro. Divorzio, aborto, i diritti e la pace. Come si declinavano allora: in piazza, per qualcuno e contro qualcun altro. Non c’era marmellata di idee, casomai confusione, ma in luoghi distinti e poco comunicanti. Nei malmestosi anni ’80 e l’inizio dei ’90, tutto sembrò precipitare, ma da giovani non si pensa poi di farsi male nello scivolare, importante era avere principi e argomenti da portare. Adesso ci troviamo nelle cene, nei mille rivoli della politica che non si vede ma ha nomi e funzioni: chi sindaco, chi rettore, chi presidente di qualcosa, chi ex di molte cose. Sono i momenti del passato e del futuro, chi era democristiano, repubblicano, liberale, socialista, mica ha smesso di esserlo, solo che ora è senza bandiera e senza patria, e mi chiedo come mai siamo smottati tutti assieme nello stesso contenitore che non è un partito, ma un’area dell’essere, con i corollari della marmellata dei pensieri, del relativo.

Voi non avete vinto, noi non abbiamo perso, ci troviamo, cos’è successo?

Ci può consolare che non siamo più le prime linee, in fondo i vecchi sono le retrovie della politica e ora emerge sempre più che la scelta non è sulla parte  (quella pur smottata, è a posto), ma tra il nuovo e il vecchio. Però se il nuovo non lo è davvero, la storia si ripeterà e ancora si riconosceranno nei vicini gli avversari di un tempo, solo le facce cambieranno. Potrei pensare che tutto si stempera con gli anni, che i ricordi perdono le punte e diventano di pezza, oppure che è un fatto genetico: i dinosauri generano dinosauri e Darwin è troppo lento per la politica. Questo è quello che m’inquieta in questa notte, tiepida di chiacchiere e di vino, di futuri e dessert, dove la curiosità per ciò che cambia prevale, è che ciascuno pensa al suo intangibile e non si vede il futuro.

Mi guardo attorno e penso il nuovo sia altrove.

silenzi

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Ci sono parole che durano poco, altre lasciano nell’aria il sapore frizzante della frutta troppo matura. Parole aspre si confondono nei noccioli tondi di significato, altre parole restano sole, chiedono, torcendo interrogativi. Con le parole si può fare molto, arrotarle per ferire, oppure renderle tonde e polite per accarezzare. Si possono plasmare o lasciar scorrere, trattenere o sbottare. In fondo le parole sono facili come i gatti di casa: dormono molto e graffiano il necessario. Diverso il silenzio, o meglio, i silenzi. Dipende dal loro peso e imposizione. Bella forza, direte, questo s’impara da piccoli, magari ricordando la punizione del silenzio imposto come una privazione di amore prima che di libertà di dire, ma se usciamo dal contesto del proprio ricordo, non è sempre così. Ci sono silenzi pubblici e silenzi privati. Silenzi che non parlano e silenzi che gridano. C’è un silenzio amoroso che non ha bisogno di parole e un silenzio d’intelligenza che è avido di concentrazione.

Ci sono silenzi politici che assomigliano molto alle parole della politica, non dicono quello che davvero pensano. E non è che, essendo mentitori, dicano di meno, anzi portano avanti un’assenza di coerenza che confonde, fa male alle idee e alla speranza. Pensate al silenzio del Pd sulle vicende attuali di Berlusconi, è un silenzio imbarazzante, prono ad equilibri inconfessabili, un silenzio che non è rispetto verso la magistratura, ma incapacità e malessere per sé stessi e per la verità. Ma come, ci sono condanne che si susseguono nei confronti della stessa persona che è stato prima avversario e poi nemico, e non si dice nulla? Ci si trincera dietro al fatto che le sentenze si rispettano e non si commentano? E la mutazione antropologica dei costumi portata innanzi in questi anni, fino a giustificare tutto nel nome del denaro e del potere, non vale nulla? Una sentenza ripristina un confine, dice ciò che sta da una parte e ciò che è dall’altra, ripristina il bene comune, la giustizia, riconciliandola con l’etica sociale. Tutto questo non merita un commento? Oppure il timore è che cada il governo? E se anche fosse, un tornare verso i valori importanti per tutti, non basterebbe per essere evidenziato, detto ad alta voce? Questi fatti hanno un valore politico e il silenzio in politica è omissione, confonde chi attende una parola chiara, un segnale che gli sforzi hanno un senso, che il vivere assieme e avere delle leggi, ha un senso.

Anche nella vita quotidiana, in quella dei sentimenti, in particolare, il silenzio ha un valore se è legato al cuore. Altrimenti il silenzio può essere assenza ribadita d’amore e quando subentra dovrebbe essere colto, almeno per quanto esso sta raccontando, ovvero una scelta differente, un’ incapacità, un patto che si rompe. L’innamoramento è ciarliero, entusiasta, fatto di flussi di parole dove anche i silenzi sono talmente ricchi di condivisione da assorbire la stessa parola, per questo nei sentimenti, il silenzio parla, proprio perché fa parte del sentire comune. E quando smette di parlare è perché la comunicazione si è interrotta e con essa il sentire comune. Quindi il problema non è stare in silenzio, ma dare ad esso un senso univoco, farlo parlare. E questo non è difficile, anzi al contrario della politica, il silenzio tra le persone può essere articolato in tutte le sue gamme, anche quelle oscure e pesanti, frutto del disamore, ma importante è che non nasconda, che sia inequivocabile.

Chi frequenta il silenzio, conosce la sua chiarezza, la forza che esercita su di sé prima che sugli altri, che lo porta verso la verità. Ecco, importante nel silenzio è che ci sia la verità interiore, ovvero ciò che si sente. La parola cerca di fare le stesse cose, ma fa fatica, si porta su terreni ambivalenti, e quando subentra la stanchezza dell’essere confusi, un po’ di silenzio fa bene. Aiuta molto a capire ciò che si vorrebbe dire e non trova le giuste parole.

chi scrive non ha patria

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I libri sono vite. Per sentirli davvero bisogna vestirsene, guardare come stanno addosso, lasciare che entrino, entrando noi in loro. Oppure tenerli alla porta, ignorarli quel tanto, che si sentano incompresi. Cacciati o messi a posto, perché ci stanno bene distanti, su altri scaffali. Il ciarpame non manca e chi scrive cose utili a pochi, non di rado pensa d’essere il definitivo contributo ad una storia. Già, non possiamo condividere tutto, quello che scava davvero, lo fa prima con i polpastrelli, e non teme di ferirsi, poi passa alle unghie. Anche se oggi c’è un gusto dell’estremo che ottunde. Come prendersi a pugni sullo stomaco per saluto. Così, ed è un artificio non da poco, la paura del colpo, irrigidisce, fa perdere la sensibilità del toccare con leggerezza, e si attende  la botta successiva, a questo punto ben più importante del narrare, del sentire e delle sue sfumature.

Chi, come me, ha una pulsione verso i libri, acquisisce abitudini particolari, spigola e cerca di capire al volo. Ho la fortuna di potermi fare un’idea di ciò che acquisto in libreria e un angolo in cui leggere a salti. Se oltre alla curiosità del titolo, della terza di copertina, vedo che la storia comincia subito a sanguinare, mi chiedo se ne ho bisogno. Non per quieto vivere, ma per partecipazione, perché è necessario scegliere con chi stare, cosa indossare e sentire addosso. Se emerge il tutto forte, o peggio, il banale, caffeina e oppiacei in vena, lascio perdere, perché a me piace il caffè, l’aroma, il suo gusto lento e persistente, non il gesto del berlo e l’agitazione da eccesso.

Chi scrive in fondo è apolide, ha come patria la sua testa, ciò che vede e sente. Può star bene ovunque e da nessuna parte, in città come sotto una pergola. E sta bene ascoltando tra mille segni di comunicazione, ma anche parlando alle oche o al cane in campagna. Apolide è chi scrive, perché persegue la sua autosufficienza, e per scrivere ha bisogno che sia imperfetta e forte. In fondo è un ossimoro quando sente ed è ciò che sente. Se si spoglia dell’appartenenza come fine, diventa di tutti e possiamo indossarlo e sentirlo nostro, oltre i confini e le patrie. Oltre. Allora la parola ci prende per mano, si deposita in noi, e ci riveste. Poi continueremo ad essere noi stessi, ma un po’ differenti.

Anche più alti e intelligenti.

Così pare. A volte…

je ne regrette rien

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Ricordo i vuoti pomeriggi di festa, le funzioni nella chiesa, le corse che rallentavano a sera.

Ricordo le nostalgie innominate, la pietra calda di sole, il sedersi a guardare, l’aspettare la cena.

Ricordo le piccole fatiche del vivere, la notte che consumava l’allegria, il gorgo rumoroso della festa.

Ricordo ciò che restava dei giochi, il senso fatato nel riporre, l’attesa del giorno seguente.

Ricordo la libertà di giugno, le sue promesse mantenute, le corse nel sole, i gridi al cielo, il sudore felice.

Ricordo e mi chiedo se il vivere nei giorni, con un nome, un’ora e un posto preciso, ma mai una scatola per riporli in attesa, non sia la nostra malattia, e se il vivere senza il giorno appresso, non manchi sempre di qualcosa.

Abbiamo preteso di chiudere l’ immenso golfo di mare nei canali, che ritmano ora il nostro piccolo nuoto, e alla notte si sente solo stanco battere di braccia e mi chiedo, mentre ricordo, se la pena d’allora che si scioglieva nel sonno, sia oggi la stessa, sapendo che in me, da sempre, convivono il sole e le nubi.

nero e bianco

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Porti il farfallino come gli architetti e i giocatori di biliardo professionisti, lo sguardo interroga e ragiona. Guardo i tuoi occhi nocciola: hai le mie stesse rughe e anche gli anni si somigliano. Quand’è stato che ci siamo conosciuti? Ricordo che bevevi thé e lo correggevi con ruhm e noi caffè e grappa o stock 84. Già questo ti faceva strano. Poi eri ambidestro e questo aumentava la confusione perché la penna passava da una mano all’altra continuando a scrivere.

E parlavi di luoghi, lo fai anche adesso, e il paesaggio prendeva forma. Parlavi di persone, non di fatti. Sembrava non accadesse mai nulla, e magari c’era una guerra, una carestia, ma come in tutte le cose, quando si è dentro non si vede ciò che accade davvero. Abbiamo bisogno dei giornali, della televisione perché ci spieghino le cose viste dall’alto, magari a casa, perché quando sei lì, semplicemente accade. Come quella volta che sparavano a 150 metri e guardavamo passandoci a fianco, e anche chi ci abitava, guardava, oppure anche no perché dietro l’angolo non correva nessuno e la vita sembrava continuare indifferente. Le tue erano cartoline con persone, spesso in bianco e nero, e ti seguivo giocando sui grigi. Sono espressivi i grigi, peccato che ci sia tutto questo colore adesso, le rughe con i grigi vengono benissimo.

Mi hai insegnato a cercare i visi, le persone, non la gente. Senza dirlo, solo descrivendoli nei tuoi racconti. Da allora non ho più smesso. Ossia i visi li guardavo anche prima solo che non era educato fissare le persone. Così mi avevano insegnato ed era tutto un guardare di sguincio, un osservare rapido che faceva perdere l’interesse vero: ciò che ci stava dietro a quel volto. Le persone pensano che chi guarda il volto stia giudicando, beh, è solo una piccola parte del guardare, certamente la meno importante, l’interesse vero è cercare di capire cosa ci racconta chi è guardato, anche se non ha voglia di raccontare, perché in fondo fa bene a tutti comunicare, dirsi qualcosa anche se non si sa la lingua. Certo serve discrezione, pudore, ma questo si avverte subito se c’è e se ti accettano.

Di questo parlavi allora, adesso molto meno, troppi visi accumulati forse. In fondo ci siamo imparati per caso, giocando, più che con la serietà. Da quello che sai, ho capito che di quello che conosco, quasi nulla è utile in senso economico. Tu almeno tracciavi mappe, anche se non ho mai ben capito che lavoro facessi davvero. Di certo andavi in giro, e qualche scopo ci sarà pur stato. Io so cose inutili e preziose solo per me, accumulo nozioni e fatti che non servono, mi perdo in particolari, e in sogni che fabbrico da solo, non ho bisogno che qualcuno me li presti, e con questo bagaglio viaggio. Però non mi spiace di continuare a sommare inutilità. Ho imparato che l’inutile ha un valore immenso per noi e niente per gli altri, e che per quell’inutile saremmo disposti a fare a botte.

Però bisogna viaggiare leggeri, un farfallino o una polo, non importa, ciò che conta è la stranezza che ci porta a non sovrapporre ciò che si vede. Nulla è eguale, nessuna persona s’assomiglia in fondo e tutti abbiamo le stesse regole per muoverci, per pensare. Ecco pensavo che andare e guardare i visi delle persone fosse un modo per rompere le regole, immaginare la ricchezza della diversità. Ne abbiamo discusso a lungo, la diversità si moltiplica nonostante noi, è inarrestabile e l’uomo cerca di catalogare, trovare somiglianze, addirittura punta sulla fisiognomica. E’ la diversità che ci riempie, che si racconta, come le cartoline che ci mostravi, impalpabili e vive di un solo particolare, tutto il resto fermo. Come portare con noi da un luogo chi ci vive e lasciarlo lì. E ciò che si estrae è il nero e il bianco, ciò che si sente e diventa noi.

Noi, non ricordo.

7 giugno 1984 : “Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”

Stasera eravamo in 60, quella sera in 5000, una settimana dopo a Roma più di un milione. Stasera stessa piazza, molti volti sono gli stessi di allora. E gli altri?

Di quei giorni ricordo molto e ancor più la sensazione che cominciò a crescere a partire dai basta che si cominciarono ad urlare in piazza vedendo che stava male, fino alle notizie, prima frammentarie e poi nella notte più certe, che arrivarono: Berlinguer era in ospedale, operato, ma non era morto. Chissà. Dal momento in cui iniziai il servizio d’ordine in ospedale fino all’epilogo corsero tre giorni. Tre giorni fatti di visi importanti per la sinistra, entravano Pertini, Pajetta, dirigenti nazionali, uomini, donne e la famiglia. A noi, che eravamo fuori ad arginare gli intrusi, pareva d’ essere una membrana osmotica umana tra un dolore che riguardava chi l’aveva conosciuto e vissuto da vicino e gli altri, fuori, ad attendere notizie, che l’avevano parimenti vissuto, intuito e sentito come la parte buona del Paese. Poi ci fu il giorno della morte e l’inizio di un funerale che cominciò a Padova e finì a Roma due giorni dopo. C’era un’acqua battente, quel giorno a Padova, eravamo zuppi, con una folla che cresceva, che accompagnava. La stessa che per giorni aveva atteso sul piazzale, solo che diventava fiume, portava verso Roma.

Rischio molto con i sentimenti di allora, a ricordare, ma fu quello un momento di consapevolezza per come avrei voluto essere allora e poi. E non era solo una questione politica, ma la vita, la responsabilità, la società attorno erano state proposte nelle modalità giuste. Si poteva derogare, far diverso, ma il giusto si sapeva qual’era. Austerità nel vivere e nel consumare, quella che ora si chiama decrescita felice, lotta alla corruzione nella cosa pubblica e nei partiti, che adesso come allora si chiama moralità, diritti delle donne, crescita basata sulla conoscenza, difesa dei diritti dei lavoratori e del lavoro, eguaglianza, libertà tra i popoli. Nel discorso all’Eliseo del ’77, c’era un programma sociale per il Paese, per un’Italia diversa e giusta e il PCI perse 4 punti alle elezioni. Non si accettarono quei principi che facevano, e fanno ancora la differenza. Dopo la sua morte, tra le cose che furono eliminate presto, ci fu la diversità, e invece in un paese conforme, sempre dalla parte del vincitore, disposto a giustificarlo sempre e comunque, la diversità serviva.

Qualche volta mi chiedono perché ero comunista, come se pensare all’eguaglianza, al diritto dell’uomo di essere pienamente tale, alla solidarietà, alla liberazione dalla schiavitù dei rapporti di subordinazione di genere e di classe siano cose non più necessarie. Con pazienza spiego che non è un’ubbia da giovani, un modo di non riconoscere la realtà, ma proprio il modo di vederla e di pensare cos’è giusto e cosa non lo è. E magari aggiungo che Berlinguer queste cose le mostrava con le parole e con l’esempio. Stasera non c’erano molti giovani in piazza, c’erano le bandiere della diaspora, almeno 4, perché Berlinguer non era di nessuno e neppure oggi lo è, però quello che diceva, l’esempio che portava nel fare politica, quello è di tutti. Per questo mi piacerebbe che molti giovani lo conoscessero, perché il suo modo d’essere, era il loro, con la visione, l’entusiasmo e la fede nel cambiare che solo i giovani o chi resta tale, possono avere.

« La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico. »
(Enrico Berlinguer, da un’intervista a la Repubblica del 28 luglio 1981)

minimizzare le conseguenze

Cosa determina nella testa di un uomo con un’istruzione elevata, competente nel suo lavoro, che possiede un etica e un giudizio, la sospensione del rapporto-causa effetto su quello che decide? Cosa gli fa decidere l’ignoranza o il non voler conoscere per interesse, quando sa che sapere lo porterebbe in una situazione di conflitto morale interiore? E ancora, perché questa condizione non lo porta comunque a porsi domande? Il sapere è un’aggravante quando si fanno cose che sono dannose agli altri, quando c’è coscienza di ciò che accadrà, eppure le risposte vengono sistematicamente rimosse. Sarebbe importante che la psicologia fornisse risposte usabili su questi meccanismi di sospensione morale, di rimozione sociale e li proponesse alla sociologia, alla filosofia per capire come si generano queste propensioni al male. Se esso è per denaro o potere, perché continuano a delinquere quando ce n’è abbastanza, molto più dello spendibile e del necessario? Sono tutte domande che in presenza di reati contro l’uomo non hanno per me risposta certa. In particolare nei reati ambientali che costellano l’Italia e il mondo, emerge questa natura venefica del profitto senza morale. L’eternit, l’Icmesa, le tante fabbriche di veleni sino all’ Ilva, hanno dirigenti, manager, proprietari e consigli di amministrazione che sapevano eppure hanno continuato, deciso, fatto.  E ancor oggi minimizzano, esattamente come fa il piccolo imprenditore che consegna un carico di tossico nocivi da smaltire e non vuol sapere dove, ma quanto costa. Indifferente se dietro ci sia una organizzazione criminale, un possessore di discarica che non bada a ciò che sotterra.  Anni fa conobbi, prima dei processi e di qualche mese di prigione, uno di questi proprietari di discarica, che diceva di inertizzare ciò che riceveva e semplicemente seppelliva. Era una persona affabile, normale nei comportamenti, neppure tanto attaccato al denaro, rispettato nel suo paese, eppure stava riempiendo di porcherie territori che ora covano uova di serpente.  Terreni che nessuno bonificherà mai, perduti per sempre, perché altre sono le priorità e i costi talmente elevati da non essere sopportabili per un comune o una regione. La legge che dice che dovrà provvedere l’inquinatore non si riesce ad applicare dopo i fallimenti, e dopo che le proprietà sono state messe al sicuro non si trova nulla da aggredire, così c’è un danno immane che continua il suo effetto inquinante, che toglie salute e possibilità di utilizzo dei terreni, praticamente per sempre. A parte i delinquenti efferati che fanno sapendo di fare, credo che nella testa degli altri scatti una minimizzazione del danno, una rimozione degli effetti di ciò che si compie. Non so spiegarlo altrimenti. Credo si pensi che tutto si possa diluire, che la natura abbia un effetto sanificatore su ciò che le facciamo. Ma la natura non bada a noi, le siamo indifferenti, non ha una pietas indirizzata all’uomo e alla sua vita, casomai genera altra vita, la adatta al nuovo ambiente, come sta accadendo a Cernobyl, per questo credo si sottovalutino i reati ambientali perché quando si perseguono le morti sono già accadute e risanare diventa impossibile. Quindi la giustizia non è inutile ma non basta.

Credo che tutti possediamo questo meccanismo del non trarre le conseguenze di un comportamento oltre il limite del lecito e forse indagare perché ciò avvenga, aiuterebbe a capire, educare, prevenire e sanzionare più duramente. Non vedo alternative ad una responsabilità maggiore e piena su ciò che si compie, troppe attenuanti rendono conveniente il male, lo riducono a probabilità e così sembrano togliersi ogni responsabilità. Ma quando qualcuno muore o viene mutata permanentemente la vita, il reato ambientale è un eufemismo, un minimizzare, che nasconde l’omicidio.