chi scrive non ha patria

chi scrive non ha patria

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I libri sono vite. Per sentirli davvero bisogna vestirsene, guardare come stanno addosso, lasciare che entrino, entrando noi in loro. Oppure tenerli alla porta, ignorarli quel tanto, che si sentano incompresi. Cacciati o messi a posto, perché ci stanno bene distanti, su altri scaffali. Il ciarpame non manca e chi scrive cose utili a pochi, non di rado pensa d’essere il definitivo contributo ad una storia. Già, non possiamo condividere tutto, quello che scava davvero, lo fa prima con i polpastrelli, e non teme di ferirsi, poi passa alle unghie. Anche se oggi c’è un gusto dell’estremo che ottunde. Come prendersi a pugni sullo stomaco per saluto. Così, ed è un artificio non da poco, la paura del colpo, irrigidisce, fa perdere la sensibilità del toccare con leggerezza, e si attende  la botta successiva, a questo punto ben più importante del narrare, del sentire e delle sue sfumature.

Chi, come me, ha una pulsione verso i libri, acquisisce abitudini particolari, spigola e cerca di capire al volo. Ho la fortuna di potermi fare un’idea di ciò che acquisto in libreria e un angolo in cui leggere a salti. Se oltre alla curiosità del titolo, della terza di copertina, vedo che la storia comincia subito a sanguinare, mi chiedo se ne ho bisogno. Non per quieto vivere, ma per partecipazione, perché è necessario scegliere con chi stare, cosa indossare e sentire addosso. Se emerge il tutto forte, o peggio, il banale, caffeina e oppiacei in vena, lascio perdere, perché a me piace il caffè, l’aroma, il suo gusto lento e persistente, non il gesto del berlo e l’agitazione da eccesso.

Chi scrive in fondo è apolide, ha come patria la sua testa, ciò che vede e sente. Può star bene ovunque e da nessuna parte, in città come sotto una pergola. E sta bene ascoltando tra mille segni di comunicazione, ma anche parlando alle oche o al cane in campagna. Apolide è chi scrive, perché persegue la sua autosufficienza, e per scrivere ha bisogno che sia imperfetta e forte. In fondo è un ossimoro quando sente ed è ciò che sente. Se si spoglia dell’appartenenza come fine, diventa di tutti e possiamo indossarlo e sentirlo nostro, oltre i confini e le patrie. Oltre. Allora la parola ci prende per mano, si deposita in noi, e ci riveste. Poi continueremo ad essere noi stessi, ma un po’ differenti.

Anche più alti e intelligenti.

Così pare. A volte…

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