l’inverno del nostro scontento

Le foglie si accumulano sui chiusini, per fortuna piove poco. La città è meno pulita, segno di un’incuria comune che ormai non protesta più ma accetta lo stato di fatto. In questi anni la distanza tra ciò che fa l’amministrare pubblico, la politica, e la risposta ai bisogni si è allargato a dismisura e ciò che sta in mezzo è stato riempito dall’indifferenza reciproca. Tanti piccoli segni fanno una prova enorme di una a-sintonia tra  sentire e risposte. Si è relativizzata così la possibilità del sistema rappresentativo democratico di essere la risposta ai bisogni e alla tutela del bene comune. Lo smottamento è iniziato da molto tempo. La dialettica tra bisogni e risposte è insita nell’amministrare, ma ad un certo punto è cominciata ad affievolirsi la speranza di trovare un accordo, forse perché la verità non solo ha smesso di essere detta ma è stata sostituita dalla narrazione che tratta un po’ tutti da deficienti raccontando di qualcosa che i fatti contraddicono. Posso dire che la città è più pulita di Roma, ad esempio, ma questo non mi consola se vedo che con un po’ di pioggia le pozzanghere diventano laghi, se lo sporco si istituzionalizza, se si sta comunque degradando un modo di procedere che rendeva la città più bella e accogliente, non sto meglio. E sopratutto non mi fa stare meglio pensare che altri stanno peggio. Però si accetta e si cancellano i problemi. Ma questa acquiescenza non è a costo zero, ci sono segnali preoccupanti: se la politica si distacca dal cittadino questo si distacca dalla politica, immagina una sua narrazione dove le cose complesse diventano semplici, dove il bisogno immediato dev’essere soddisfatto perché manca la prospettiva di futuro.

Un tempo i partiti erano portatori di un progetto di futuro, avevano una platea a cui si rivolgevano, attraverso i programmi mettevano in correlazione le vite con ciò che pensavano di fare. Erano cose semplici: il lavoro retribuito equamente, la legalità come regola comune, la tutela della libertà individuale e collettiva, la possibilità reale di una crescita che riguardava tutti e l’individuo. Insomma un futuro che comprendeva le possibilità che già c’erano nel presente. Poi c’è stato uno snaturamento, non solo italiano ma almeno europeo. Le socialdemocrazie hanno scelto il neo liberismo come dottrina economica, la globalizzazione ha via via distrutto posti di lavoro in occidente creando un flusso di tecnologie in cambio di merci, il lavoro è diventato occupazione, la finanza ha preso il posto della generazione del profitto attraverso la produzione di beni, il divario tra la classe media e l’1% della popolazione che è proprietaria di più di metà di tutto ciò che vediamo è cresciuto inverosimilmente. Si sono perduti i regolatori politici nei confronti dell’economia. In tutto questo si è finto di privilegiare l’individuo, raccontandogli che poteva raggiungere qualsiasi obiettivo, purché staccasse i suoi bisogni da quelli degli altri. Si è generata una solitudine progressiva che non solo ha alimentato un disagio personale crescente di fronte al divario tra desideri e soddisfazione, ma li ha scissi da una soluzione collettiva.

Solo che adesso è entrato in discussione anche il neo liberismo e quindi la narrazione non sa più cosa narrare di nuovo e di collettivo, ma torna su se stessa, ricorda il passato e alza muri, mette dazi, impone regole che riguardano un solo paese ma hanno effetti su tutti gli altri. E questo verbo si rivolge al popolo sovrano raccontandogli che la soluzione dei problemi comuni si trova nelle protezioni nazionali, nell’isolamento dal mondo, nella applicazione di regole che valgono solo per loro, i cittadini, che sinora hanno subito la tirannia dei bisogni degli altri. Trump è l’epigono di questo sistema di chiusura nei confini che però ha effetti immediati nel resto del mondo. La sicurezza mondiale si è retta su equilibri difficili che ammettevano guerre indirette, atrocità e rapine nei confronti dei più deboli, ma scongiurava il confronto diretto, toglieva il mondo dalla possibilità della guerra totale. Ora per atti concreti si rimettono in moto confronti che causeranno infinite sofferenze. Un esempio l’abbiamo vicino a casa, in quel bacino mediterraneo dove confrontando la situazione attuale rispetto a quella di 10 anni fa, si vedono instabilità, guerre in atto, paesi scissi, la presenza di un terrorismo endemico che trabocca in Europa e che rappresenta il sintomo, non la natura del male. La parte nord, di cui fa parte l’Italia è sinora moderatamente stabile, ma non esiste una politica comune di pacificazione, una operosità dell’agire che faccia comprendere ai popoli i vantaggi dell’essere assieme in pace piuttosto che combattersi. Cosa significherà portare a Gerusalemme l’ambasciatore USA? Il riconoscimento che questa è la capitale di uno stato e la sede di una religione prevalente, un disastro dal punto di vista della possibile coesistenza di fedi e popoli portatori di diritti almeno equivalenti. E sfugge che anche in occidente, in Italia, che ciò che rendeva possibile una idea di pace comune, ovvero le libertà individuali e collettive, diventano sempre meno importanti per l’esercizio della sovranità collettiva, per stabilire forme opportune di governo. Si baratta cioè la libertà, pensando erroneamente che essa sia comunque data, con l’idea di un governo autoritario che porti alla soluzione dei problemi e risponda ai bisogni dei cittadini. Insomma abbiamo le condizioni perché Trump non sia una risposta stravagante e transitoria ma diventi l’idea che chiudersi nei confini ed esercitare la forza con una visione solo locale e non di equilibrio collettivo, sia la risposta al disagio collettivo delle classi medie del paese.

Proviamo a riassumere il presente offerto dalla politica nazionalistica: lasciare che ci si scanni a livello regionale purché sia fuori del nostro territorio, accettare che ci siano meno libertà purché venga una risposta ai problemi economici, trasformare gli individui in massa di individualità che non hanno un futuro comune ma un presente competitivo in cui qualcuno potrà eccellere e gli altri comunque trasferiranno i loro bisogni su chi ha meno di loro. Comunque limitare le possibilità di essere portatori di cultura tra le culture, di meticciare i saperi, facendo una narrazione di un’identità presunta, immaginata, che corrisponde a un mondo mai esistito.  L’Europa è zoppa e inerme di fronte a questa ondata di nazionalismi perché ha fondato la sua unità solo sull’economia e non sull’unione dei popoli, e quindi è investita dall’idea che le patrie non siano il luogo di partenza, ma quello di arrivo e che bastino trattati di libero scambio per avere una proposta verso il mondo che renda veri i principi su cui si è fondata la tolleranza e la democrazia rappresentativa. Questa è un’Europa non autorevole perché scissa, dove neppure i più avvertiti riescono a trovare una sintesi che permetta processi di speranza collettiva. Resta l’euro, ma senza una comprensione comune che è solo un mezzo per andare verso l’unità politica è una moneta debole, un oggetto in cui c’è più un simbolo che una realtà. E bisogna pur dire che l’Italia, aldilà delle parole altisonanti e vuote, non ha avuto una funzione positiva in tutto questo scivolare verso il basso ventre delle paure. Di fatto la sinistra si è acconciata su teorie che la snaturavano, e lo stesso Renzi, che si è mosso come un elemento di evidente acquiescenza al neo liberismo in cambio di un rinnovato protagonismo della politica, fallisce doppiamente sia nella risposta ai bisogni che nell’essere guida di una reinterpretazione del primato della politica. Con Trump e con la May si supera la globalizzazione e si mette in moto un nuovo ordine mondiale dove conta solo la forza. Quanta forza possa mettere in campo un Paese diviso e incerto, ma soprattutto senza fiducia nella politica, come il nostro, lascio a voi che leggete, giudicare.

Eppure ci sono segnali di un risveglio delle coscienze, non pochi comprendono che se si è chiuso il ‘900, secolo di totalitarismi ed enormi lutti, ciò che si apre è la necessità di reinterpretare il legame tra politica e bisogni, di passare dalla narrazione alla verità che include soluzioni, magari difficili, ma perseguibili. Sanders negli USA, aveva indicato una strada che i giovani avevano compreso, in Francia accade qualcosa di analogo, anche in Grecia e Spagna comunque ci sono segni forti di una necessità di percorrere strade nuove che mettano assieme anziché dividere, e che riscoprono i bisogni comuni come somma di necessità individuali. Sono segni e idee affidate sopratutto ai giovani, a quelli che non hanno le tare di una stagione ricca di ideologismi, ma che sono in grado di esercitare la critica a partire dalla loro condizione. Per questo quel 40% di disoccupazione giovanile è un bisogno di lavoro che solo in chi lo prova può generare una idea nuova di società e di presenza delle persone e dei diritti in essa. Confido nei giovani perché essi hanno un bisogno di libertà ben differente da quello di chi ha avuto potere sinora, penso che ancora una volta le rivoluzioni sono un atteggiamento di cambiamento che nasce in chi non ha più nulla da perdere in un presente che lo conculca, ma ha ancora la forza di immaginare un futuro diverso che lo riguarda.  

In fondo è ancora la lotta tra chi vuol tenersi tutto e chi ha poco o nulla, tra il conservatorismo che torna sempre indietro e il cambiamento che per essere positivo non può che andare avanti.

Le foglie ostruiscono i chiusini, ci sono larghe pozzanghere e il cielo è grigio, ma un’idea di bene comune sposta le foglie quando sa che non può evitare la pioggia, si prende cura di ciò che accadrà perché il presente non gli piace.

il giorno dopo

Se qualcuno mi ha letto sa per cosa ho votato. Serenamente e con convinzione. Non ero tra quelli che votavano no e speravano vincesse il sì, proprio volevo che la Costituzione non fosse cambiata in questo modo. Dovrei pentirmene? Essere triste perché la mia convinzione ha vinto? Non lo sono. Mi preoccupo della situazione politica da molto tempo, non è una novità sapere che il partitismo italiano si è trasformato in altro da quello che c’era al momento del varo della Costituzione. Sono anche conscio della scarsa qualità della classe dirigente italiana, che produce troppe leggi, di poca qualità. Ci sono cerchi ristretti di potere, è stato fatto l’elogio delle oligarchie da Scalfari, ma il metodo di selezione di esse è più la conformità che l’indipendenza dei singoli. Manca un progetto generale che riguardi il futuro collettivo e sembra che il problema stia nella governabilità. No, il problema sta nella gestione del potere e nella risposta che il governo e il parlamento danno ai problemi reali e urgenti. Questo è il prodotto del leaderismo e del piegare i partiti, luogo di discussione di sintesi, ad esso. I partiti dei leader si sono staccati dalle periferie del Paese. Tutte. E queste ricambiano  con una avversione crescente per la politica. Ma i partiti non riformano se stessi, non riformano la gestione del potere che appare smaccatamente sbilanciata verso chi più conta. No, piuttosto chiedono all’elettorato di modificarsi, di cedere quel poco di controllo che ancora possiede. E qui scatta la reazione. Poi le componenti che essa contiene sono differenti, bisogna tener conto che in politica non esistono i vuoti e non esistono azioni prive di una reazione, per cui in un voto che ha un oggetto preciso confluiscono componenti emozionali importanti. Per questo è sempre delicato sollevare emozioni che non si sa bene come controllare. È il caso dell’antipolitica generata dal dileggio nei confronti della casta di cui solo gli altri fanno parte, oppure la personalizzazione di un processo collettivo di formazione delle leggi, che portano sempre a reazioni diverse dall’oggetto su cui si decide.

Oggi ho visto molti commenti sul risultato referendario, ne ho ascoltati tantissimi, poco si parlava dell’oggetto del referendum e del fatto che la Costituzione non muta e del perché non muta. Si parlava dell’incertezza politica, dei riflessi economici del voto, del discorso del premier sulla sconfitta, del partito democratico, delle cattive compagnie di quelli del no, ecc. ecc.
Ci sono quelli che hanno votato sì ma l’hanno fatto per altri motivi che ora recriminano con quelli del no, non ascrivibili alla destra o al m5s. Gli dicono che sono irresponsabili, che non dovevano votare sul quesito referendario ma sul fatto che Renzi si dimetteva. Nessuno del sì, che abbia detto sinora che forse il metodo per riformare la costituzione era sbagliato, che i professoroni forse non erano tutti deficienti, che i gufi magari non erano veloci ma un po’ più saggi visti i risultati, che c’è un modo alternativo al fare politica mettendo alla porta i tuoi compagni di strada se non la pensano come te.
Nessuno che abbia detto che per fare una modifica importante della Costituzione forse serve uno schieramento ampio e non una maggioranza variabile (a dire il vero l’aveva detto anche Renzi in fase costitutiva del Pd, in riferimento alla riforma Prodi sul titolo V, tanto che era stato inserito nella carta dei valori costitutiva del Pd), nessuno che dica bisogna ricucire lo strappo di 7 mesi di campagna elettorale violenta e divisiva, per avere un futuro comune.
Nessuno che si chieda perché Berlusconi, quando la sua riforma costituzionale non dissimile da questa fu bocciata da un referendum, non abbia sentito la necessità di dimettersi. Forse che gli interessi del Paese erano più presenti a Berlusconi? Non credo, però nessuno dice che aver caratterizzato così tanto una campagna referendaria corrispondeva anche a un giudizio non nel merito ma personale. Ecco, io credo che lo statista, soprattutto di sinistra debba avere più a cuore il futuro del Paese che non quello proprio. Soprattutto se è segretario del partito che ha una schiacciante maggioranza alla camera e una possibile maggioranza in senato.
Ho ascoltato il discorso del premier stanotte e non ho sentito un ripensamento di fronte all’esito, ho sentito i ringraziamenti a quelli che hanno condiviso la sua battaglia e il silenzio sui cittadini che hanno pensato altrimenti. Ma un capo di governo con una maggioranza in parlamento rappresenta tutta la nazione, non solo una parte e questo fa lo statista a differenza del presidente pro tempore.
Credo che siamo davanti a una scelta tra chi pensa in modo differente dalla destra e dal m5s, ovvero si riconosce ciò che è avvenuto e cerca di capirne le ragioni e chi invece resta nel suo recriminare. Posso capire che si debba elaborare una sconfitta, ma non è attaccando l’avversario di un giorno che questa diviene una vittoria, anzi il problema è proprio quello di superare la bocciatura cercando nuove soluzioni. Vedremo se sarà così. Non c’è nessun sogno infranto, ma una realtà da gestire e un Paese diviso.

E chi ha condotto il Paese a una scissione tra il chi è con me e il chi è contro di me, dovrebbe rendersi conto che la grandezza è nell’unire non nel dividere.

che resterà ?

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Che resterà di questo tempo indeciso,

di questi giorni che scavano fossati,

che resterà delle pietre lanciate,

delle amicizie provate,

dei confronti infuocati,

che resterà delle speranze deluse,

degli scenari tracciati?

Rovine, resteranno rovine.

Dal dileggio non emergerà la speranza,

dei toni troppo alti resterà a lungo l’eco,

e chi si è riconosciuto non dimenticherà,

né per convenienza, né per stanchezza.

Di tutto questo c’è un peso crescente,

molti non hanno notato,

da tempo non guardano più,

però qualcuno se n’è stupito, 

altri cercano di pensare sia dovuto,

ma è un peso nel cuore che pulisce il superfluo,

che evidenzia destini sullo sfondo,

mentre trasale ciò in cui si è creduto.

Si è tracciata una riga 

e usato un bastone,

no, non sarà come prima,

e neppure come dopo,

come un tempo s’era sognato.

io e Napoleone

Questa notte Napoleone passeggiava nel vicolo. Non sono impazzito e non parlo di un gatto. L’antefatto, parecchio datato, che me l’ha riportato alla mente, è che per diversi anni ho avuto una scrivania, non mia, legata al ruolo, su cui aveva firmato un decreto il generale napoleonico Massena. Un decreto importante dove per la prima volta si imponeva una tassa sull’estimo, ovvero sul patrimonio, ai possidenti veneti. Talmente importante questa tassa, che successivamente persero l’abitudine di farne.

Era una scrivania molto bella e scomoda. Allora i generali erano più bassi, o meno alti, ed io che non ero generale, né avevo un bastone da maresciallo nello zaino, ma ero un metro e novanta, urtavo con le ginocchia. Così riflettevo che un po’ di umiltà a schiena diritta faceva bene ed era giusto adeguarsi: abbassavo la sedia e mi tenevo la scrivania. Perché mi piaceva il pensiero che un generale, di quelli che facevano comunella con Napoleone, si fosse seduto e avesse firmato, con una penna con pennino, intingendo da un calamaro, il decreto che diceva: uè garçon da demain chi più ha, più paga. E gli altri attorno, ad alta voce : oui, mon general, c’est just et bon, (bon gli veniva bene perché anche in veneto si dice così), ma pensavano : ta morti cani, te sì apena rivà e zà te robi da chi che ghe n’ha. 

Questo mi riconciliava un po’ con Napoleone, che non riuscivo a rendermi simpatico, perché non mi pareva amasse molto la libertà come dono ai popoli, ma preferisse un’ interpretazione della libertà sotto tutela, da regalare a parenti e amici fidati. E poi con Venezia si era comportato non male, peggio, un rottamatore che aveva rottamato il popolo prima della Repubblica. Qui mi fermavo e mi chiedevo se ero diventato di destra perché il motto della rivoluzione mi pareva la sola cosa importante degli ultimi 200 anni: eguaglianza, libertà, solidarietà era sceso in questa pianura imparruccata. Napoleone parlava di queste tre parole, faceva i comizi, solo che poi razzolava male. Mah, avevo le idee confuse.

Come stanotte che pensavo a quanto accaduto negli Stati Uniti con l’elezione di Trump e sentivo i passi di un cambiamento che risuonavano nel vicolo. Cos’è un vicolo, se non una metafora rappresentata fisicamente, un angolo delle nostre piccole sicurezze che però nel difendersi chiudono le vie d’uscita riducendole ad una. Ed è il posto dove pensiamo di conoscere tutto o quasi, ma basta che un passo non conosciuto risuoni e riemerge la precarietà di un mondo, che sembra solido, ma è solo in equilibrio.

Da ragazzino, andavo a ripetizione di francese da un amico più grande, che abitava in una casa strana, fatta soprattutto di scale e stanzette. Una quasi torre, dependance del palazzo Polcastro, dove Napoleone aveva dormito, ospite del conte. Era diventato proprietà delle suore, ma era quasi vuoto d’uso e vocazioni e con questo amico, in silenzio, si potevano percorrere scale e corridoi, fino alla sala decorata ad api d’oro. Una vera preziosità, realizzata in tutta fretta per onorare l’ospite, potente e augusto. Napoleone era passato, avrà notato che c’era stata attenzione, forse, sarcasticamente avrà sorriso: si era passati dai gigli di Francia alle sue api pur sempre francesi, e aveva creato un bel po’ di nuovi adepti. Ma a lui, che passava come un fulmine, cosa poteva interessare delle piccole beghe di popoli che neppure vedeva? Lo disse anche il Manzoni, che amava la velocità: il nuovo che sbaragliava il vecchio perché lo disorientava, non adoperava le stesse tattiche e codici, vinceva e anche se non convinceva, non gli importava più di tanto. Tutto vero, ma poi ricomponeva il tutto nel potere assoluto di chi doveva dare libertà, e c’erano state incoronazioni anziché repubbliche e il ripetere i riti di ciò che sembrava abbattuto. La storia va avanti per suo conto. Il potere come servizio ai problemi dei molti, non gli interessava, ma questo non contava allora come non conta adesso, ed io lo sentivo sprezzante e sciupone: fare la storia a modo suo era certamente da grandi, ma lasciava dietro un sacco di macerie.  

Voi direte che c’entra il vicolo come angolo in cui cerchiamo tranquillità e l’insicurezza attuale? Poco se la storia non insegna nulla, se pensiamo che le sicurezze siano per sempre, se non abbiamo valori comuni da difendere e non lo facciamo. Non è chiudendosi nel vicolo e ascoltando i passi che siamo più liberi, meno minacciati. Quello che accadrà, e che sta già accadendo, è un mutare di cose che si consideravano intangibili, il lavoro, il welfare, la stessa nozione di libertà e di democrazia. Però basta pensare agli errori e alle sottovalutazioni commessi tra le due guerre, alla crescita dei fascismi e del nazismo, alla loro necessità di indicare nemici vicini, tangibili e soprattutto eguali alle classi interne bistrattate dalla crescita delle ricchezze e dell’ineguaglianza, per trovare analogie. Guerre di poveri tra poveri.

E se un grande come Napoleone che aveva lasciato così tante tracce, che aveva fatto e molto disfatto, che aveva reclutato persone, anche qui, da portare a Mosca e invece morte alla Beresina, alla fine aveva ripercorso non gli ideali che lo avevano generato, ma il potere personale, non è forse il popolo, ovvero noi ad essere l’unico guardiano vigile perché il peggio non accada, perché l’umanità sia salvaguardata attraverso l’esercizio delle proprie piccole libertà?

Il vicolo è corto ma non troppo, ha qualche anfratto, un cortile e abitanti discreti, quindi è il posto ideale per guardare il corso, che poi è metafora del mondo. Ma stanotte  i passetti che sentivo ho pensato fossero i suoi, di Napoleone, sempre più nervosi, perché anche i grandi vogliono essere riconosciuti, cercati, amati, ma anche arginati e il popolo ha grandi possibilità di farlo quando non si affida a un capo. 

la frattura

Quando su questioni non dappoco, come la riforma costituzionale, tra amici ci si trova su posizioni differenti, qualcosa si raffredda nella sintonia. Non sono solo opinioni, è una visione del futuro, del poter camminare assieme che muta. Non è che bisogna essere sempre d’accordo, ma è la qualità del discutere che è mutata e la svalutazione dell’espressione del dubbio che prima permetteva di trovare punti di contatto che viene dissolta. Mai come ora il dubbio condiviso sarebbe un legame che permette di evolvere il discorso. Ma non è così, ed è la negazione del dubbio che mette dall’una o dall’altra parte definitivamente. Ecco di questa scissione l’addebito andrà a chi coscientemente ha perseguito la frattura impedendo che il buono dell’una e dell’altra parte si incontrassero. Questa divisione proseguirà nel peggio tra chi amico non è, e ci sarà chi non riconosce più la Costituzione come propria. Sarà questo un danno immane che entra nella politica. La politica ha il compito di mettere assieme per risolvere i problemi, adesso emerge il suo contrario ovvero una parte risolverà ciò che pensa essere il suo problema. E questo si insinua nella società, e arriva nei rapporti tra le persone. È questa la frattura più grande che viene provocata. Scientemente provocata. Non è il nuovo, è un’arma del vecchio che divide le forze e sostituisce un potere con uno nuovo, ma che ha sempre la stessa natura, le stesse modalità.

Il 5 dicembre non sarà caduto il mondo, anzi tutto continuerà come prima, con gli stessi problemi irrisolti che ci portiamo appresso e sarebbero ben più urgenti, però non sarà lo stesso. A Renzi bisogna riconoscere che per suo merito c’è una scissione tra un prima e un dopo, una chiarezza che allontana. Ma era di questo che il Paese aveva bisogno?

i miei futili motivi

Si alzano i toni dello scontro, ma dove finisca la finzione e inizi la verità, è difficile dirlo. Nella battaglia tra chi è furbo e chi difende un principio è d’obbligo la diffidenza. Il furbo può essere intelligente, l’intelligente può scegliere di non essere furbo e semplicemente non fidarsi. Sin qui normale amministrazione. Sul referendum, seguendo l’iter dell’approvazione della riforma, avevo maturato l’idea che la sostanza e la lettera degli articoli, così come modificati, fossero di per sé sufficienti ed evidenti per decidere cosa votare.

Nel mio caso, dopo aver letto, ho deciso per il No.

Poi c’ho pensato meglio e mi sono ricreduto, non sul No, ma sulla semplicità del mio ragionamento e mi sono chiesto il perché di tanta confusione, di tanta imperizia, sgrammaticatura e ambiguità, che saranno fonti successive di ricorsi infiniti. Chi ha scritto fa quel mestiere, ha uffici a disposizione, perché pasticciare?

Eppoi perché toccare così tanti articoli quando per dire che diminuivano i costi della politica e il processo legislativo diventava più rapido e sarebbero bastati l’abolizione del CNEL, la riduzione dei parlamentari di Camera e Senato e la riforma dei loro regolamenti. Con la modifica di tre o forse quattro articoli della Costituzione le cose avrebbero dato comunque il segno forte del cambiamento. Diversa la questione delle prerogative regionali che a mio avviso meriterebbero un esame più sostanziale e si potrebbero abolire le distinzioni anacronistiche oltreché ingiuste, rendendo tutte speciali le regioni, e dividendo bene i poteri con lo stato centrale. Ma questo tocca la forma Stato e merita un approfondimento a sé stante.

Oppure, ancora, se invece l’obbiettivo fosse stato quello di abolire il bicameralismo, perché non sopprimere il Senato tout court? Era più semplice e meno pasticciato, per i rapporti con le regioni basta e avanza la conferenza Stato-Regioni, del resto non abolita.

Se non era stata seguita la via più semplice. Pur non amando i complottismi, la risposta doveva essere altra, con motivazioni meno apparenti, ma sostanziali, così  mi sono chiesto: cosa ci sta dietro a questa riforma? Mi sono tornate a mente le dichiarazioni di una grande banca d’affari americana che da tempo sostiene che c’è troppa democrazia nel Mediterraneo, che i Paesi europei hanno processi decisionali che ancora possono essere modificati e ribaltati dal corpo elettorale, che necessita una verticalizzazione del potere. E non lo sosteneva solo lei, ma anche altre organizzazioni che studiano il rapporto tra finanza e crescita mondiale. Per la finanza la possibilità che un parlamento rovesci decisioni, buone o cattive che siano, raggiunte con fatica dalle lobbies, è un danno immediato e incrementante, cioè toglie la certezza del profitto che ci dev’essere sempre e comunque. Quindi  forse la ragione sottostante non è la semplificazione dei processi, ma il loro controllo e non è, come si vorrebbe far credere, che sia il nuovo che sconfigge il vecchio, bensì il trionfo dell’utile.

E a chi serve questo utile e soprattutto cos’è? Qui la cosa si confonde perché accanto a una versione edificante che sembrerebbe dire che l’utile è il processo decisionale, la necessità di realizzare un programma per il quale i cittadini col voto si sono espressi, (da questo il profondo legame tra riforma costituzionale e legge elettorale), emerge una pericolosa confusione tra utile e potere. Il potere esercita le proprie caratteristiche e più o meno realizza l’utile dei cittadini, ma può anche realizzare in forme meno esplicite l’utile di altri. A questo servono i contro poteri e la verifica elettorale, ma se il potere è in grado di condizionare proprio gli organi di verifica e di contro potere che accadrà?

Nulla se il “capo” , apparso per la prima volta in una legge avente un legame con la parte costituente, è servo del popolo sovrano. Molto se egli persegue i fini di una parte anziché quelli di tutti. Quindi ciò che è in ballo è il raggiungimento di un utile e del necessario potere che lo realizzi. In questa lettura capisco meglio il fine, le cortine fumogene della confusione dei processi legislativi, la mancanza di una legge elettorale che riporti al popolo l’elezione di un Senato con compiti differenziati. Comprendo che ciò che sta mutando è quel concetto di democrazia che la banca d’affari e non solo, giudica eccessivo per essere al sicuro da chi governerà e sulla sua amicizia con il sistema.

La democrazia non è il sistema di governo perfetto, ma sinora gli altri sistemi hanno fatto peggio, intendo dire nel meccanismo di corrispondenza tra uso del potere e soddisfazione dei bisogni e mantenimento dei principi di eguaglianza, legalità, libertà. Certamente la democrazia evolverà, ma la domanda fondamentale è se essa sarà maggiore oppure minore in futuro. Il liberalismo che ha sempre considerato che l’individuo e i suoi bisogni prevalgono su quelli della comunità, ha posto sin dall’inizio il problema del peso del voto, e a volte del voto stesso. Perché i migliori, diceva, ovvero quelli baciati dal risultato e dal successo dovrebbero valere come gli altri che non hanno altrettanta intelligenza e fortuna? E i primi non hanno forse strumenti maggiori per decidere per il meglio? Ecco che l’eguaglianza comincia a sparire, la legalità ha diversi pesi, la libertà stessa diventa differenziata. Se la sovranità appartiene al popolo, cioè alla comunità e non ai migliori, e volendo mantenere intatte, libertà, eguaglianza e legalità, e magari espanderle, bisognerebbe avere più democrazia, più possibilità del cittadino di contare e non di meno. Credo che in questo le tecnologie siano già entrate in maniera pesante nella gestione della democrazia, i sondaggi influenzano le decisioni governative, i media amplificano le posizioni, le promesse sono soverchiate da informazioni che spesso si elidono nella contraddizione. Ma il dubbio sull’efficacia di governo può essere ancora risolto semplicemente lasciando che chi sta peggio voti contro e chi sta meglio voti a favore e soprattutto voti chi vuole. Il momento del voto è l’unico momento, in cinque anni, in cui al cittadino viene data la possibilità di esercitare il potere che ha per la gestione dello Stato. È solo in quel momento, poi qualcun altro lo farà al suo posto: chi ha eletto. Ecco il profondo legame tra potere, cittadino e Stato. E la democrazia si preoccupa di far esercitare convenientemente questa relazione.

Ieri nella direzione del PD, nell’intervento di un ministro, è stato detto che esiste una sproporzione tra quanto si discute all’interno del partito (cioè di rapporto tra referendum e legge elettorale e voto conseguente) e ciò che accade nel mondo. Leggendo queste parole, ho pensato che se fosse così il segretario premier non si preoccuperebbe così tanto degli affari del referendum, ma piuttosto del molto d’altro che attende il Paese.  Ma era un pensiero malevolo, così ho pensato che il ministro aveva ragione solo se l’Italia non contava poi molto e che esiste sempre un relativo in ciò che ci coinvolge, che una risata magari avviene finché da un’altra parte qualcuno piange, ma l’una non compensa l’altra. Ho pensato che il qui e ora di ciascuno, proiettato sul futuro è esso stesso un mondo e che chi ha il potere si trova davanti alla necessità di sintetizzare i diversi mondi che appartengono al suo popolo, siano essi quelli della politica come pure quelli delle persone. E quando lo fa, chi esercita il potere, si trova davanti al proprio narcisismo e alla scelta tra un bene e un male relativo e così, il suo propendere per l’uno o per l’altro, renderà il futuro di tanti più o meno positivo. Questo è il potere democratico, che ha grande responsabilità di tenere assieme e di provvedere ai bisogni e al futuro, non quella di dimostrare di cosa è capace. Quest’ultima dimostrazione, quando si esaurisce nella prova muscolare, diventa sempre disgraziata e misera perché non ascolta altri che sé e quindi prevarica. A questo serve la democrazia del voto, a rendere transeunte e limitato il potere, a portarlo nell’ambito che gli è proprio, ossia decidere per il bene comune e non per quello di pochi. E siccome tutti siamo perfettibili, cadiamo nelle nostre contraddizioni e abbiamo idee mutevoli, e a maggior ragione perché siamo insieme con altri Paesi, ci dev’essere qualcuno che non dipende da chi è stato eletto che verifica il potere in modo indipendente e fornisce un’altra verità. Questo potere si conforma a qualcosa di più alto, ovvero alla Costituzione, la legge da cui nascono le altre leggi e giudica in base ad essa l’espressione dell’esercizio del potere. Per questo preferisco avere più democrazia, processi legislativi che raccolgano le opinioni di più persone di idee diverse, far prevalere una maggioranza che non abbia tutta la verità. E preferisco votare e sapere chi voto, per chiedergli conto. Per questo vorrei che chi mi rappresenta rispondesse alla legge come me e non avesse immunità. E che facesse quel lavoro, a cui nessuno l’ha costretto, a tempo pieno,  con spirito di servizio al popolo e allo Stato, nel migliore dei modi, con la possibilità di verificarlo ed eventualmente di non votarlo più. Se questo dispiace alla banca d’affari, o alle grandi organizzazioni della finanza, non mi interessa molto, vorrei se ne facessero una ragione perché per arrivare a questa libertà l’uomo ha impiegato qualche decina di migliaia di anni e non è stato né facile né incruento.

E così mi tengo finché posso la mia piccola possibilità e voto No.

la dittatura del presente

Non parlo spesso di politica in questo luogo, se non tra le righe. Ne scrivo altrove, con la consapevolezza di avere una età diversa, storie diverse da quelle attuali. A suo tempo mi sono tolto di torno senza essere accompagnato alla porta. Insomma un vecchio arnese che però non smette di pensare ed agire per quello che considera una passione civile. Non saprei fare altrimenti perché di politica è stata intessuta non poca parte della mia vita, ha determinato scelte che hanno riguardato la famiglia, il lavoro, ha condizionato (nel senso che ha discriminato) tra ciò che era compatibile con quello che pensavo e quello che non lo era. Ma non voglio fare un ritrattino di ciò che è stato, anche perché penso che la mia generazione abbia fatto cose buone e non pochi errori e i secondi meritano di essere almeno in parte, compensati, nei confronti delle giovani generazioni. Penso in particolare a questa generazione che avrà meno dei loro padri, penso a quello che si è determinato come sentire medio del Paese e che ha permutato il privilegio con la meritocrazia, ma non si è occupato, e non si occupa, dell’eguaglianza, delle pari opportunità. Che non riflette sul lavoro e su i suoi contenuti sociali, che accetta un esodo imponente di giovano formati verso l’estero e non attira un equivalente flusso di competenze da altri paese. Basterebbe questo per dire che non siamo un Paese attrattivo, che bisogna intervenire con progetti che riguardino la sostanza della crescita, che bisogna creare condizioni amichevoli perché chi si è formato resti e chi ci vede dall’estero sia invogliato a venire a vivere in Italia.

Ma per fare questo bisogna investire in ricerca e formazione, bisogna essere costanti nelle destinazioni dei fondi e fare in modo che non siano offensivi della dignità del ricercatore, bisogna capire che è il futuro perseguito con lucidità che può cambiare il presente. Un laureato alla comunità costa 125.000 euro, e a questi si devono sommare i costi della famiglia. Ogni anno regaliamo miliardi di euro e intelligenze a chi ci farà concorrenza sul piano dell’innovazione, per questo e molto d’altro, le mancette ai diciottenni fatte di 500 euro non dovrebbero esserci e quei soldi, assieme a molti altri, dovrebbero andare alla scuola e alla formazione.

Quindi esiste un problema di attrattività del Paese che non riguarda solo l’estero, ma i suoi stessi abitanti. Questo problema è stato “affrontato” in una sfida tra nuovo e vecchio, tra nuova visione della politica e vecchio modo di procedere. Se il nuovo si auto certifica come tale è difficile discutere se non in base a ciò che accade, cioè emerge il primato della realtà che parla solo dei risultati e non delle promesse. Se il Paese non cresce significa che le politiche economiche sono sbagliate, cioè saranno nuove ma non efficaci. Se diminuiscono i diritti collettivi, il lavoro continua ad essere fortemente precario significa che la fiducia di chi dovrebbe investire, credere nel futuro del Paese non c’è e che si vive sul presente. Potrei continuare, ma mi voglio soffermare su questa parola e su ciò che contiene in politica: presente. Il presente consente di avere consensi o di perderli ma non genera una coscienza collettiva di un futuro, non sostiene idee forti, non contiene ideali (usiamo anche questa, che a torto è definita ormai una parolaccia), per il semplice motivo che il presente consuma l’attimo e si esaurisce in esso. È un divoratore di futuro, il presente, ma non lo determina se non in piccola parte e in perdita. Diciamo che il presente esalta il potere vero, e lo fa subire anche quando dà l’impressione di poter autodeterminare il proprio destino. La dittatura del presente è la dimensione più piccola della politica che deve provvedere all’oggi di chi amministra, ma anche indicare dove si va, usare la verità per rafforzare la volontà di chi poi determina il successo o meno di un Paese.

Noi, e intendo anche la mia generazione, abbiamo vissuto a credito, per creare benessere presente abbiamo divorato risorse che ancora non c’erano e ci sono, e allora il minimo da fare è che queste risorse ci siano davvero, che lo sviluppo sia reale e condiviso, ma soprattutto che ci sia una idea di crescita e di Paese attrattiva e innovativa. In questo metto le nostre responsabilità generazionali, abbiamo pensato che fosse possibile creare una comunità di persone che avevano al proprio interno possibilità di attuare vite felici. Ci sfuggiva che quella condizione non era data, ma bisognava crearla, attraverso l’economia, il pensiero sociale, l’inclusione, la valorizzazione della differenza come forza creativa. Serviva sì una scuola più libera, ma insieme ad una formazione certa, serviva un’ impresa che cresceva sull’auto imprenditorialità ma nel rispetto delle regole comuni sul fisco, sull’uso delle risorse, del territorio, serviva un diritto che garantisse la legalità e non l’eccezione, il censo, la possibilità di difendersi. Serviva una burocrazia al servizio del cittadino e non di se stessa. Questo non è stato un problema di leggi, ma di politica, per seguire il consenso si sono alimentati i privilegi, si è lisciato il pelo al gatto e intanto il mondo mutava.

Di questo la mia generazione pur nata con buone intenzioni, porta non poca responsabilità. Ma il nuovo che la sostituisce incide su questi problemi? È rigoroso? Non guarda in faccia nessuno? Oppure è solo una sostituzione di gestori del potere. Ecco, io propendo per questa seconda impressione perché la casta resta tale, i poteri veri sono intoccati, cresce l’antipolitica come delegittimazione delle regole, e lo fa la politica stessa salvo poi lamentarsi che la protesta prende strade strane. Cioè il gattopardo trionfa. Qualcuno potrebbe dirmi che noi non abbiamo fatto di meglio, che è solo astio, ripicca per essere stati messi da parte, ma non sono i fatti che dimostrano la bontà o meno di ciò che accade? La mia generazione deve farsi da parte, subito, e dare per quanto può, un contributo senza chiedere nulla in cambio, quello che invece non può accadere è che il nuovo non sia tale, che non affronti i problemi reali: la durata dei processi, la burocrazia, la legalità precaria in molte parti del Paese, il lavoro dei giovani (e di chi giovane non è visto i tempi della pensione), la ricerca orientata allo sviluppo e all’eccellenza. E voi credete che la cosa più urgente da riformare fosse la Costituzione, portandola in senso centralista e più liberista?  Io non credo, ma di questo avremo modo e tempo di parlare.

transete

C’è una parola veneta, transete, che probabilmente deriva dal latino transeat, ed esprime il portar pazienza, il farsene una ragione. Credo sia un sentimento comune che, ad onta delle dichiarazioni roboanti, della fiducia distribuita a piene mani, coinvolge il Paese e i suoi abitanti. Però questo attendere che passi non ha la filosofia e gli occhi antichi di chi ne aveva viste tante e sapeva che anche i forti, gli arroganti, i dominatori, passavano davvero, ma è più una sfiducia sulla possibilità di cambiare. La mobilità sociale non esiste più, i dati sul l’occupazione migliorano ma se si guarda a cosa c’è dietro, oltre al modo di rilevarli ( basta che una persona lavori un giorno a settimana per definirla occupata),  c’è un mondo di voucher, di lavori presi e lasciati, di nero che paga in parte in regola e un terzo dei giovani senza occupazione. E questo non è un dato transitorio, ma ormai strutturale se non si interviene sulle modalità di lavoro. Il sud cresce più del nord, è un buon segnale ma significa anche che il nord non cresce più, che le banche cedendo i crediti difficili, oltre ai mutui, cedono i prestiti fatti alle aziende in difficoltà e le condannano a morte. C’è un corpo ferito che aspetta succeda qualcosa che lo riguardi davvero, che il profluvio di parole porti via la spazzatura della corruzione, dei furbi che infestano ogni angolo di vita, aspetta, ma non fa, non si muove.
Un politico che stimo, ai suoi tempi democristiano, si chiedeva qualche giorno fa, cosa fa la sinistra di fronte ai grandi problemi dell’immigrazione, della povertà crescente, dell’insicurezza e del terrorismo diffuso. Diceva che una risposta la destra la dava ma mancava quella della sinistra. Solo che parlava del PD e il PD non è la sinistra ma al più un centro riformista che contiene pulsioni minoritarie di sinistra. E allora la domanda è: cosa fa il centro riformista di fronte a questi problemi, come pensa di rispondervi con un liberalismo che è l’antitesi del cambiamento reale dello status quo? Anche la risposta al terrorismo che dice di vivere in una normalità, di non cambiare le proprie vite è una non risposta perché quella normalità di cui si parla è un terreno in cui cresce la pazzia omicida, il rifiuto violento, l’ommissione della gravità dei problemi e la difficoltà della loro soluzione. La normalità in un mondo globalizzato e interconnesso, cos’è?
Far finta di niente e sperare che passi, ma se non passa? Una ricetta sull’affrontare l’ineguaglianza crescente, l’impoverimento delle classi medie, l illegalità e là corruzione come prassi economica e sociale è stata proposta dalla sinistra. Sanders negli Stati Uniti propone soluzioni, Pichetty assieme ad altri economisti ha trovato modo di rappresentare correttivi economici. Molti altri si sforzano a mostrare una realtà che se si vuole mutare esige tempi lunghi e azioni costanti di riequilibrio sociale, economico. Ma questo elettoralmente non paga, chi vuole passi, lo vuole subito e soprattutto non ha intenzione di coinvolgersi nel mutamento. Così il problema non sono le proposte ma quanto queste possano diventare un orizzonte condiviso, un modo per costruire le vite. Ripeto bisogna chiedersi cos’è la normalità e se quella attuale è quella che vogliamo conservare. Questo è un tema di sinistra ma anche di tutti quelli che seppelliscono l’insoddisfazione in una attesa catatonica di qualcosa che comunque verrà ma non sarà quello che si voleva perché fatto da altri e per altri fini.

c’è una mucca in corridoio

La situazione è complicata. Maledettamente complicata. E il rischio di confondere ragionevolezza con real politik è alto. Poi sotto traccia convivono i migliori e peggiori istinti di tutti quelli che un qualche conto in sospeso ce l’hanno, e sanno che se ci si siede sulla sponda del fiume qualcosa passa, non di rado è il cadavere di quel qualcosa, sistema o uomo, che pieno di boria si è infinitamente proposto come il migliore è semplicemente non lo era. Ma si può vivere sempre sulla sponda del fiume? Ad alcuni, non pochi e furbi, questo riesce, ad altri no. Questo riguarda tutti a partire dai partiti. Ma sembra si paesi sempre del PD e Il m5s come sta? Non benissimo se si osservano le pratiche da vecchia Dc che mettono assieme la giunta di Roma, gli scheletri a zonzo per i corridoi, mentre fuori ci sono le attese che non possono attendere. Marino era un mostro di cambiamento visto ora. Non c’è di che essere soddisfatti, però mi fa specie che chi ha perso malamente cominci a compiacersi delle difficoltà del vincitore. Ma anche questo è un modo per non fare i conti con le sconfitte. Non si è mai fatto questo conto ed è un’anomalia dell’Italia, qui si deve sempre vincere oppure non se ne parla. E così negli anni c’è stato uno smottare lento verso il fiume, chi è furbo si salva, gli altri semplicemente si disamorano. Eh si perché stranamente anche nella gestione della casa comune serve amore e autocritica. Non va bene l’autocritica? Almeno un po’ di sana autoironia che attraverso la percezione del proprio limite veda i problemi degli altri, dica che si è sbagliato e che si vuole cambiare assieme. Non questo racconto infinito di successi dentro una realtà fatta di crisi e di bisogni primari negati. Ha ragione Bersani quando con una delle sue metafore parla del non accorgersi della mucca in corridoio. È una casa comune che va a fondo, con allegra rappresentazione dei propri successi (?) si vuole ignorare che l’Italia è in crisi, che l’Europa è in disfacimento, che il mondo non è pacificato anzi comincia a considerare strutturale il terrorismo. Come dire: è un prezzo da pagare alla diseguaglianza, all’incapacità di affrontare i problemi delle persone, allo strapotere dei pochissimi rispetto alla miseria della maggioranza. Risalire dal greto del fiume per riprendere in mano, con umiltà, il proprio destino. Considerare che siamo davvero in una casa comune, che ci sono beni da non buttare e hanno nomi impegnativi, dignità, lavoro, legalità, onestà, tutela dei più deboli, diritti comuni, dovere civico, costituzione, ecc.ecc. Farlo con coscienza del limite, rispetto e attenzione e per favore smettiamola con la narrazione che racconta altro da ciò che si vede e fa perdere la voglia di ridere quando serve davvero. La narrazione è triste se non dice la verità, toglie la capacità di distinguere e disamora. E questo è un guaio, davvero un guaio per il presente e il futuro. A chi piacerebbe vivere in un Paese di indifferenti?

problemino

Che fare degli incompetenti, dei furbi, degli arruffoni, degli scansafatiche, dei disonesti, degli imbecilli, presi ciascuno nella sua peculiarità, e di cui tutti abbiamo nozione e non per sentito dire, perché sono attorno. Ovunque. E che fare dei meccanismi per cui non di rado, alcune di queste persone, arrivano a posti di responsabilità, presunta, perché quella vera non se la prendono? Insomma il problema è come fare in modo che esista una responsabilità personale, anche di chi li assume, li promuove, li giudica. Finora l’esercizio della pubblica opinione, anche quella avvertita, raziocinante, meno eticamente ottusa, si è esercitato sulla politica. Non che questa sia esente da responsabilità, anzi, le responsabilità sono proprio nella sua incapacità, passata e attuale al netto delle tante riforme spacciate per tali, di incidere sull’efficienza, sull’eliminazione della furbizia e del privilegio, sulla convenienza e sui poteri occulti. Che essendo occulti, questi ultimi, mica si mostrano, ma fanno e per fare hanno bisogno di una galassia di inefficienze, di controlli assenti, di controllori comprabili, di procedure farraginose e lavoratori svogliati, ecc. ecc. La politica è responsabile, ma chi governa o è all’opposizione, di più, perché dalla teoria e dalle promesse deve passare alla pratica. Quindi alla politica, seguendo il concetto di sussidiarietà, ovvero a partire da quella più vicina e non da quella più distante e irraggiungibile, va chiesto di provvedere. Però la cosa non si esaurisce qui. Cerco di esemplificare con un episodio recente. Ad una riunione di piccoli imprenditori, c’erano alti lai sull’inefficienza della politica, sui balzelli intollerabili della tassazione, sulla burocrazia e sui controlli e tutti, dico tutti, dicevano che bisognava cambiare, ovvero togliere controlli, togliere tassazione, rendere libero il mercato del lavoro, eliminare le contrattazioni sindacali, ecc. ecc. Tutto vero ma nessuno che chiedesse una maggiore efficienza della pubblica amministrazione, controlli reali sul lavoro nero, una lotta vera alla corruzione, un fisco equo che facesse pagare però le tasse a chi non le paga. Sommessamente è stato chiesto dov’erano quando andavano in comune a chiedere i condoni edilizi per l’edificazione abusiva dei capannoni in area verde, per necessità magari, ma abusivi. Dov’erano quando invece di investire nell’azienda costruivano appartamenti, investivano all’estero, esportavano capitali. Dov’erano quando il lavoro senza tutele era un elemento forte di controllo della produzione, con il nero, l’evasione dei contributi, la riduzione dei livelli di sicurezza perché costavano. Dov’erano quando invece di pagare le tasse aspettavano il condono tombale e intanto compravano le auto di lusso, le barche da 21 metri, le ville in collina. Erano in un altro Paese oppure in questo, e se il sistema era, ed è ancora, quello, che classe politica ne sarebbe uscita che consentisse il patto tra crescita e potere? Non ci sono state risposte sul merito, ma è stata rivendicata l’onestà dei presenti. Cosa che io credo, ma la realtà mi dice altro e allora credo che il problema del dov’erano verrà rimosso assieme all’invito di chi dice cose maleducate. 
Preciso, la società dei migliori non esiste e non è neppure possibile, e forse è meglio così perché sarebbe terribile nella sua ricchezza di giudici, però esiste un utile comune, qualcosa che più o meno suona così: non faremo il massimo però un accordo su quello che è mediamente equo e fa stare meglio si può trovare. E questo accordo è compito della politica oppure di chi sente che le cose così non vanno, io penso di entrambi, non di uno solo, di entrambi.