il topo e la buca

programma elettorale

Vorrei rassicurarti caro elettore, non ti dirò poi molto, 13.8 cm di scrittura. È un quadrato d’impegni sulle nostre poche vere necessità, nella certezza che staremo bene assieme. E vale per entrambi, perché cammineremo a lungo in compagnia. Cominceremo a far in modo che l’acqua defluisca senza invadere le case, che la cultura cresca per suo conto trovando spazi e ascolto. Le spazzature se ne andranno la mattina presto, e parlare davanti casa tornerà ad essere un piacere. Risparmieremo il necessario per l’inverno, senza lesinare nel divertimento nell’estate, e ci sarà nuova erba per far correre i bambini e alberi per farli riposare. Pianteremo nuovi fiori perché la primavera ne ha bisogno e rimetteremo in ordine le scuole perché è più bello imparare dove si sta bene. Sarà bello camminare e correre con la bicicletta tra colori e bianco per allietare il giorno e luce sufficiente per far scorrere la notte. Il vigile ci abituerà a non prendere le multe, il poliziotto a vedere il pericolo dove c’è davvero. Ci saranno sempre luoghi aperti a chi non sa più dove andare e una spalla su cui mettere la mano per chi fatica a camminare. Per curare non mancherà un ambulatorio senza orari con medici accoglienti. E ci preoccuperemo della vita di chi ha perso il necessario per sperare. Cacceremo il topo e colmeremo le buche nelle strade. Scegliendo il buono, cureremo il bello, per sentire d’aver vissuto bene in questi anni. E tutto questo non ti sembri poco perché scoprire che si sta bene assieme, ci rassicurerà di esser sempre ricchi di presente e di futuro. 

lavoro e libertà

Tra le tante cose inutili che penso e quelle, per fortuna molto meno numerose, in cui credo c’è una correlazione forte di concetti, una specie di sillogismo tra lavoro e libertà. Li penso collegati da un sentimento del sé a cui tengo molto: la dignità. Non c’è libertà senza lavoro e se questo è privo delka libertà di proporsi, dire, contrsttare, allora subentra la dipendenza e la costrizione. In questo che per il pensiero al governo è volterrianamente il migliore dei mondi possibili, la vera rivoluzione è nel proporre il diritto al lavoro come esercizio di dignità e libertà individuale.

Ho ripensato a una canzone di Rino Gaetano, Aida, e l’ho sentita come la storia di donne che conosco, che con fatica rivendicano la dignità di essere che è la storia della libertà in questo paese, ma il tema può essere tranquillamente privato del genere perchè le storie nelle difficoltà s’assomigliano.

Per passare dalla privazione di libertà -e cioè dal fascismo- fino alla libertà è stata necessaria una guerra di liberazione. Oggi non siamo in quella condizione ma l’esercizio della dignità di essere viene precluso a non poche donne e uomini e allora sarebbe utile riflettere su chi erano e cosa pensavano del lavoro e del suo ruolo, le donne e gli uomini che cadevano davanti ai plotoni di esecuzione, nelle città e in montagna. Pensavano che da questo sarebbe nata il riscatto e la dignità di un popolo. Il benessere, certo, ma non solo quello, c’era l’idea che lavorare, essere indipendenti e utili fosse una condizione vitale, un diritto.

La mia generazione, che venne dopo quelle della guerra, interpretò questa necessità con la stabilità del posto fisso, più per reazione all’indigenza e alla miseria che era la condizione da cui uscire che per mancanza di fantasia. Era difficile anche allora pensare di avere una famiglia e non sapere se l’avresti mantenuta, per cui le lotte si riferivano a quella condizione in cui precario significava a rischio di povertà. Oggi ci sono le stesse domande in un contesto apparentemente diverso. Solo che qualche anno fa, si sapeva che il lavoro era un diritto e la libertà si difendeva in piazza. Oggi la soluzione non è il posto fisso e in piazza non ci va nessuno. Obnubilamento? Poca coscienza che i diritti e la libertà non sono conquiste permanenti? Oppure come riferisce una recente ricerca molti baratterebbero la libertà in cambio della tranquillità economica, del posto fisso e sicuro. Chi si preoccupa, infatti, di un futuro incerto quando il presente di certezze non ne ha nessuna. Ripensare nuovamente il nesso tra lavoro e libertà diventa allora essenziale e non posso pensare di chiudermi nella mia sicurezza, la libertà non è un lusso da ricchi ma una necessità collettiva. Il presupposto per cui il mio pane sicuro non diventi inutile e raffermo.

anziani conservatori e magari gufi

In momenti diversi della storia d’Italia, persone anziane e giovani, assieme, manifestarono fortemente e pubblicamente, l’amore per il proprio paese e la sensibilità di essere parte di una storia comune. Ciò rese queste persone importanti per tutti. Ci fecero sentire in una comunità positiva. Migliori, insomma. Sono persone che oggi potrebbero essere ascritte a conservatrici o anziane o entrambe le cose, e invece furono rivoluzionarie. Com’è rivoluzionario il modo di parlare al cuore delle persone, superando il divario ideologico, facendo emergere concetti che non si possono identificare nella distinzione tra vecchio e nuovo. La libertà ad esempio, oppure la solidarietà, o ancora la partecipazione, la giustizia, la legalità, l’eguaglianza, il bene comune. E di tutti questi, e degli altri principi, che fanno parte di una cultura positiva dell’uomo, che non lo adopera, non lo asserve, si è avuto bisogno nei momenti in cui era più grigio il momento, le contraddizioni più evidenti, le speranze di cambiamento fievoli. Queste persone hanno dato il senso di una continuità, di un’appartenenza a qualcosa di più grande che merita rispetto e sacrifici. Una religione laica del vivere comune, che oltrepassava il credo ideologico, l’iscrizione a un partito, la professione di una fede. Queste persone mi mancano. Non perché non esistano, ma perché sono banalizzate ed etichettate con epiteti. Loro che hanno sempre preferito il pensiero proprio a quello uniformato e prevalente, ridotte a mucchio,.

Alcune di queste persone fanno parte della vita mia e di molti. Ma quel che è certo è che non volevano essere icone. Di certo non Giovanni 23°, Pertini o Berlinguer. E neppure Falcone, Borsellino o Ambrosoli. E chissà quanti altri ci vengono in mente nel loro testimoniare valori comuni che consideravano semplicemente giusti e necessari. Anche oggi sono molte le persone che propongono una visione dello stare assieme che prescinde dal pensiero prevalente e si rifà a una prospettiva di vita e di futuro in cui esistano e si possano esercitare quei principi di cui parlavo innanzi. Lo so che esistono e non tacciono e per loro ho la stima e l’apprezzamento che si deve a chi indica una strada che tiene assieme e non divide. Sono uomini che parlano a uomini, non chiacchierano, parlano. È questa la differenza

un buon metodo

Un buon metodo per decidere da che parte stare nella confusione di questi giorni, è chiedersi: ma se fossi stato al suo posto, che avrei fatto?
Vale sempre e dà la misura della nostra etica personale, pubblica e privata. Ci dice che non siamo sopra le parti, che il relativo riguarda le coscienze prima deĺla ragion di stato, le convenienze e chissa quante altre inconfessabili ragioni. Ma la domanda a cui rispondere è sempre quella su come noi ci saremmo comportati. La risposta sincera toglie molta fuffa dai ragionamenti, molta spocchia nel giudicare, ci dimensiona e determina se siamo diversi o meno.


l’europa è delle donne e dei giovani

Solo le donne e i giovani potranno far fare un balzo in avanti alle libertà e ai diritti. Solo loro potranno, magari con l’aiuto di molti uomini di buona volontà, bloccare la deriva di destra e di conservazione che ha fermato l’unica speranza che possa essere giocata nella globalizzazione: un’ Europa unita, politicamente ed economicamente, dove ci siano diritti spendibili, crescita compatibile, mobilità sociale, tutela dei beni comuni ed equità.

Sono loro, le donne e i giovani che più hanno da perdere in un mondo in cui la libertà di muoversi viene limitata, dove viene impedito l’esercizio libero dei sentimenti, dove alla religione laica della libertà si sostituiscono le religioni che discriminano, convertono obbligatoriamente, impongono una morale e un dogma.

In 50 anni nell’800, dal 1820 al 1870, un movimento di idee, trasversale alla società di allora, controcorrente, fece emergere gli Stati nazione, unificò ciò che pareva impossibile mettere assieme, prese la libertà e l’applicò alla costruzione di una economia e di una crescita scientifica senza precedenti. Come fu acquistata, la libertà in Europa venne perduta, solo dopo il 1945 ricominciò una crescita basata su nuovi principi. Ma l’economia e la finanza in particolare, hanno affievolito, assieme al benessere, la percezione che la crescita non è automaticamente il progresso sociale e civile di uno stato, di un continente. Dopo l’ultima fiammata del ’68, che ha costretto la politica ad occuparsi delle aspirazioni di una generazione, del genere femminile e della libertà, come elemento che cambia i rapporti, non c’è stato più nulla che spingesse governi, opinione pubblica, cultura a misurarsi con il tema delle libertà reali, dal bisogno, dall’ineguaglianza, dalla subordinazione, dai pregiudizi di genere, dalla sessualità consultata, dalle culture che negano la libertà.

Ciò che oggi viene descritta come una deriva populista di destra è certamente il timore di perdere privilegi e condizioni che appartengono a pochi e sono negate a molti, ma questo non vale solo nei confronti di chi viene da paesi extra europei, bensì vale per i cittadini della stessa Europa. La speranza di avere un posto di lavoro che corrisponda a ciò per cui ha studiato per un giovane, è talmente bassa che viene considerato un valore la flessibilità intesa come modalità di fare qualsiasi cosa. La speranza che queste generazioni hanno di avere una tutela, almeno equiparabile a quella goduta dai propri padri, è inesistente. Le donne, hanno una difficoltà crescente a veder riconosciuti diritti che appartengono alla persona e che sono tutelati in modo differente nei vari stati e i processi di equiparazione delle normative che riguardano i generi sono solo sulla carta e spesso neppure su questa. I movimenti anti europeisti non hanno nei loro programmi l’estensione dei diritti, non hanno la formazione di una Europa unita e libera dai confini, non hanno sistemi economici coordinati ed interscambiabili. Anzi hanno al loro interno, chiusure, protezionismi, limitazioni, sessismo di genere, enfatizzazione della cultura nazionale o religiosa basate su presupposti che non sono verificabili se non proprio attraverso quella libertà di capire e contaminarsi che è sempre stata propria della cultura europea. 

Quindi quello che si prospetta è un mondo chiuso, dove ci si difende con i muri, dove la libertà è limitata da leggi eccezionali che diventano normali, dove la libera circolazione delle idee, delle persone, delle merci viene regolata, contingentata, impedita.

Chi ha da perdere in questo processo sono le parti sociali più deboli, i giovani, le donne, a cui viene – e verrà preclusa – la possibilità che i diritti siano estesi, che ci sia una normalizzazione delle libertà di essere con l’unico limite posto dalla violenza sull’altro. Per questo mi aspetto che ci sia una coscienza della realtà e un risveglio, dei giovani e delle donne, che essi dicano la loro sul mondo che vorrebbero, che lo sostengano, che impongano la discussione delle loro esigenze, che non aspettino da altri quello che da questi non potrà mai venire.

ma dove stiamo andando?

Qualche giorno fa sentii una delle poche analisi davvero nuove sui fatti di Parigi. Un orientalista e politologo francese, Olivier Roy , (allego il link)  diceva che non era lo jihadismo, la radice di questa violenza inusitata e cieca, ma la rivolta generazionale dei figli musulmani (o anche atei) contro i padri e la loro quieta e integrata religione portata in occidente. Per questo i terroristi avevano spesso un percorso che passava dall’ essere prima conformi alla società in cui vivevano, in pratica, buoni figli che passavano alla negazione e alla ribellione assoluta, con una deriva nichilista che era strumentalizzata dai movimenti estremisti, ma che era anche il rifiuto della vita propria e altrui.

Le vite degli altri perdevano senso perché la propria vita aveva perduto senso, questo motivava la determinazione sistematica dell’uccidere senza emozioni per togliersi, infine, ala vita senza paura.  E questo fenomeno non riguardava solo l’Europa, ma gli Stati Uniti (a partire da Colombine), la Norvegia di Breivik con la strage di Utoya, il Giappone e l’attentato alla metropolitana di Tokio, quella di Madrid, la strage del teatro a Mosca, quella di Beslan in Ossezia del nord  e chissà quanti altri luoghi diversi da quelli in cui il senso comune non si preoccupa di indignarsi in Africa, Medio Oriente, Filippine, Pakistan ecc. ecc..

Quindi da tempo un nichilismo serpeggia per il mondo e prende varie forme, ma ha giovani come protagonisti. Il rifiuto dei padri e di ciò che essi avevano prodotto. Una richiesta non espressa di cambiamento radicale. Questo non giustifica nulla, ma pone un dubbio sull’efficacia dell’affrontare le crisi con la sola forza. Cioè se si distruggerà il califfato dell’Is, se in Libia si riporterà una parvenza di ordine e così in Somalia, questo basterà per eliminare il problema oppure si deve vedere cosa non sta funzionando in una visione globalizzata del mondo che rende tutto, fintamente, occidente?

Ogni attentato è il rifiuto della speranza di cambiare davvero, come far capire che esiste la possibilità di un mutamento e che questo può essere non violento?

http://www.internazionale.it/opinione/olivier-roy/2015/11/27/islam-giovani-jihad

caldo freddo

Il cibo era appena tiepido. Non la conversazione e il dibattere, ma la besciamella del pasticcio, rappresa in uno strato apparentemente solido e laccoso, pattinava i discorsi, li rendeva perplessi e instabili. Così nell’affondare il coltello, nell’inghiottire rapido, c’era la ricerca del caldo delle viscere del cibo. Esso doveva pur fare da coibente ed aver conservato uno strato di calore interiore. Come un scendere nella terra alla radice delle cose che si vedono, oppure nel profondo dell’animo.

Caldo era il sapore atteso prima del gusto, il contrappunto al dire che, parlando di sinistra, di cambiamento, doveva essere caldo, e invece…

Caldo è il suono interiore della rivoluzione che porta all’uomo. Quindi quell’abbraccio di piacere e parola doveva esserci, e invece l’incipiente freddo, negava l’abbraccio. Rendeva ostico l’umore, il sapore, il senso e la ragione del mangiare. Più greve il discorso e frequente il vino. Un cercare calore per armonizzare la vita e il fare che muta.

Caldo e freddo come metafore della politica. Parlavamo di sinistra e di presente, la realtà era fredda e priva di sapore, il futuro caldo e coinvolgente. Bisognava cambiare ristorante, andare oltre la precarietà delle minestre riscaldate.

ho vissuto

… Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. … (P.P.Pasolini, Corriere della Sera, 14/11/1974 Continua a leggere

c’è chi nasce salmone

image

Le notti in cui si attendono i risultati elettorali, sono sempre strane. Se sei nella sede del candidato, guardi i visi, e nella luce che si fa impietosa, vedi la sconfitta o la vittoria, e senti la tua sul viso anche se non ti vedi. Poi pensi che da queste parti accade più spesso di perdere, sopratutto se hai scelto, da sempre, la parte in accordo con le tue idee. E dopo un’ora e mezza o anche prima, sai già com’è finita, però ancora non te ne vai perché speri che qualcosa cambi. Magari arrivi a mattina e i pensieri si svuotano man mano di contenuto, anche la tristezza, se c’è, si trasforma e diventa esame di coscienza e poi si anestetizza. È così anche stanotte, solo che contrariamente a molte precedenti notti  uguali, domani non assomiglierà a ciò che hai vissuto. Il bilancio della vittoria o della sconfitta riguarderà il futuro di chi resta e di chi se ne andrà. Ma chi è nato salmone cosa può fare se non risalire la corrente.

ci sarà un giudice a Berlino

Partiamo dalle elezioni e dalle novità della politica (?): le minoranze e il pensiero difforme non conta. Ma si può irridere, trascurare, espungere dalle decisioni una minoranza e chiederne la fedeltà nel momento del bisogno? Sì, se si tratta di sudditi ed è accaduto in ogni monarchia, in ogni dittatura, ma se gli uomini sono liberi, allora questi pensano, fanno bilanci, traggono conclusioni. E decidono. Questo un capo dovrebbe pensarlo, chi vuole esercitare il potere dovrebbe saperlo. Ovunque.

Parlando apparentemente d’altro, in Grecia chi paga la crisi sono i più deboli. Come sempre. E la classe che era media non lo è più. Certo i debiti vanno pagati, ma se si uccide il debitore, i debiti si estinguono oppure lo debbono pagare i figli, i nipoti, e così avanti per i secoli a venire? Non è una domanda da poco perché se uno ruba un po’ paga anche il fratello, se uno sperpera paga anche il figlio, ma se non si è sperperato e rubato perché si dovrebbe pagare al posto di chi l’ha fatto e magari continua ad accumulare e a far denaro? Di queste, e molte altre anomalie, non si discute nella politica dei paesi democratici, che così diventa una politica omissiva, spesso interessata, a volte collusa. Per questo un potere terzo e a suo modo terribile, serve. Serve un giudice a Berlino che giudichi e dica se ciò che viene fatto è conforme alla legge, sapendo che la legge non dimentica l’uomo in ciò che avviene, ristabilisce un ordine che viene violato dall’eccesso e giudica anche il potere. Come nella novella di Von Kleist, dove al mercante di cavalli a cui è stato fatto un torto e che chiede ragione, viene risposto sbeffeggiandolo, bastonandolo in un esercizio di potere che irride. Allora il mercante s’ improvvisa capopopolo, parla ad altri e i torti si riconoscono, e quando questo accade sono guai, perché diventano valanga. Travolgono il giusto e l’ingiusto. Così il mercante, solleva una guerra spietata contro chi l’ha offeso, semina morte e distruzione. Poi tutto viene rimesso in ordine, ma nel giudizio a Berlino, per quanto avvenuto dopo l’ingiustizia, oltre alla condanna, gli viene riconosciuto il torto subito, per cui al mercante di cavalli, pur impiccato, una soddisfazione alla fine verrà data.

Non è necessario arrivare a tanto, ma i motivi per pensare e per decidere con chi stare ci sono tutti: un torto genera conseguenze e non sempre queste sono così marginali da essere inesistenti. E questo accade ovunque, anche in politica dove si tende a perdonare molto e di più. Una magistratura che difenda il diritto oltre la politica, oltre il contingente, serve a tutti perché è la legalità che manca prima della legge. Tutto ciò a dire che i giudici della Corte Costituzionale devono decidere sulla conformità alla costituzione e non sulla convenienza del governo in carica. Qualunque esso sia. Perché sulla legge, e sul suo rispetto, si fonda il diritto del singolo, dei gruppi e la legalità. Le politiche e la convenienza del più forte sono altra cosa.

Finisco con un accenno alla campagna elettorale. Lunedì ci saranno molti vincitori, ma anche molti sconfitti. Credo che chi vuole il cambiamento rischi di stare più tra i secondi che tra i primi. Cos’è il cambiamento? A questa domanda, si dovrebbe rispondere dando fiducia a qualcuno e, nel farlo, sposare una possibilità nuova per i cittadini. Invece se va bene che le cose stiano come sono, il problema non sussiste. E la cosa sembra meno facile dell’evidenza perché se ad esempio nella mia regione, il Veneto, dopo 20 anni di governo di Lega e Forza Italia, il cambiamento è posto in una candidata donna, chi vuole il cambiamento magari obbietta, distingue molto, discetta. Stranamente emergono categorie come la simpatia o l’antipatia, più che una critica su quanto viene proposto di fare. Si potrebbe quindi pensare che quando si dice che le cose non vanno, non è proprio così profondamente vero da motivare una scelta differente. Queste persone, qualunque cosa facciano, saranno sempre insoddisfatte e sconfitte da se stesse, non operando secondo ciò che pensano non troveranno mai chi le soddisfa. Ma questa considerazione sul cambiamento e su chi lo vuole, non vale solo per il Veneto, perché cambiare non ha solo un colore politico, ovvero non lo ha più da molto. Anche altrove, indipendentemente da chi governa se non si è soddisfatti, cambiare significa scardinare apparati consolidati, mutare priorità, sciogliere clientele.

Insomma cambiare, se lo si considera un valore, ha un significato preciso, è discontinuità di azione e di governo, nuovo progetto e nuovo programma. E ciò che si deve decidere è se ci va bene la sostanza di ciò che viene proposto, se esso è conforme ai nostri principi, alle nostre aspettative. Questo è dirimente e toglie ogni alibi a chi vota e a chi non va a votare: ci sono quelli favorevoli alla continuità e quelli che invece vogliono qualcosa di diverso. Il paradosso è che anche nel cambiare si possono scegliere gli alleati e quindi avere altre continuità, altri compromessi, altre politiche che si fermeranno alla soglia del mutamento vero. Non basta dire di voler cambiare, sono i fatti che alla fine parlano ben più delle parole.